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Category Archives: Ansia, fobie, ossessioni

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Come superare la tricotillomania

La tricotillomania consiste nello strapparsi peli e capelli nelle diverse parti del corpo.

È un disturbo altamente invalidante, che incide in maniera evidente sull’immagine della persona e, di conseguenza, sulla sua socialità.

In questo articolo cercheremo di descrivere in breve in cosa consiste questo disturbo e come la terapia breve può aiutarti a superarlo.

Un Disturbo Ossessivo-Compulsivo

La tricotillomania è un disturbo caratterizzato dal bisogno irrefrenabile ed incontrollabile di strapparsi peli e capelli dalle diverse parti del nostro corpo.

Nonostante possa colpire a qualunque età è maggiormente frequente nei bambini e negli adolescenti.

Per queste sue caratteristiche specifiche, in aggiunta alla ritualità ed alla ripetitività del comportamento tricotillomanico, nel DSM-5 è stato inserito tra i “disturbi ossessivo-compulsivi”, invece che nei “disturbi del controllo degli impulsi” come nel DSM-IV-TR.

La tricotillomania può interessare qualsiasi parte del corpo dove siano presenti peli o capelli, anche se generalmente le zone più colpite sono cuoio capelluto e viso, per la presenza di capelli, ciglia e sopracciglia.

Il comportamento è messo in atto generalmente da soli, anche mentre si compiono azioni semplici come guardare la televisione o leggere un libro, ma generalmente è preceduto da un alto livello di tensione interna.

A volte la persona è consapevole di cosa sta facendo ma, il più delle volte, è un comportamento inconsapevole e messo in atto in modo automatico.

Cause, insorgenza e conseguenze della tricotillomania

Non sono state chiarite le cause del disturbo, ma sono stati identificati alcuni fattori di rischio:

  • fattori genetici,
  • ansia e stress prolungati
  • eventi stressanti acuti
  • Comorbidità psichiatriche

Nonostante questo disturbo possa colpire a qualunque età, alcuni studi hanno evidenziato come l’insorgenza avvenga generalmente nell’infanzia e il picco d’incidenza nei bambini si collochi tra i 2 ed i 6 anni, anche se in questa fase i sintomi possono essere transitori.

Quando invece i sintomi compaiono in adolescenza o pre-adolescenza il disturbo tende ad emergere in concomitanza con i passaggi critici dell’età ed essere più pervasivo e duraturo nel tempo.

Le conseguenze di questo disturbo possono essere diverse e di diversa entità.

Riguardano in generale la perdita di capelli, infiammazioni e dermatiti e, in presenza di tricofagia, ovvero di ingestione dei peli dopo averli strappati, può portare alla creazione di bezoari che possono bloccare le funzioni gastrointestinali.

Tuttavia le conseguenze più d’impatto di questo disturbo si evidenziano a livello sociale. La persona arriva spesso a vergognarsi del proprio aspetto fisico, soprattutto se i danni riguardano i capelli e l’alopecia in particolare, e questo porta a limitare le uscite sociali e all’autoisolamento.

Le terapie brevi per la tricotillomania

Il percorso terapeutico ha il duplice intento di bloccare il comportamento autolesivo e di portare la persona a gestire in maniera più efficace lo stress.

Bloccare il comportamento tipico di questo disturbo è difficile. Soprattutto perché lo strapparsi peli e capelli può trasformarsi da un qualcosa di doloroso in qualcosa di piacevole.

Questo è un meccanismo tipico di tutti i comportamenti di automutilazione: metterli in atto può portare ad avere un piacevole sollievo da sensazioni dolorose e distrae da situazioni stressanti o pensieri ossessivi. Bloccare comportamenti che, anche procurando un danno, hanno l’effetto di farci stare bene è difficile e impegnativo.

Tra le strategie più efficaci in questi casi ci sono le tecniche paradossali, ossia delle tecniche, tipiche della psicologia strategica, nelle quali è il sintomo stesso che viene utilizzato per mandare in cortocircuito il disturbo.

In particolare nei casi tricotillomania si usa la “ritualizzazione del rituale”: si chiede alla persona di mettersi di fronte ad uno specchio tutti i giorni, ad un orario stabilito e di strapparsi peli o capelli per quindici minuti.

Anche se sembra una richiesta illogica risulta efficace perché:

  • permette alla persona di riprendere il controllo sull’irrefrenabilità della compulsione,
  • dà un contenitore di spazio-tempo nel quale concentrare il comportamento, liberando il resto del tempo e creando spazio per azioni positive,
  • crea avversione verso il comportamento di piacere perché è legato alla costrizione di doverlo fare seguendo delle regole esterne.

Generalmente questa strategia permette di ridurre il sintomo fino ad eliminarlo in breve tempo.

In alcuni casi può bastare anche una sola seduta per modificare drasticamente in positivo la situazione.

Se senti il bisogno di un aiuto professionale per questo momento delicato, contatta OneSession!

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram

Riferimenti bibliografici

Nardone G. (1993), Paura panico fobie. Ponte alle Grazie.
Nardone G. (2004), Il dialogo strategico. Ponte alle Grazie.
Nardone G., Portelli C., (2013), Ossessioni compulsioni manie. Ponte alle Grazie.

www.lostudiodellopsicologo.it/strapparsi-i-peli

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La Terapia a Seduta Singola per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Seguendo i manuali di Psicologia il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è definito come:

«un disturbo caratterizzato da ossessioni e/o compulsioni.» (Giorgio Nardone)

In particolare nel DSM-5 ossessioni le compulsioni vengono così specificate:

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti spesso come intrusivi e indesiderati, e che possono causare ansia o disagio. Spesso la persona tenta di ignorarli o scacciarli, e a volte lo fa con altri pensieri, formule mentali o azioni: in questo caso si parla di “compulsioni”.

Le compulsioni sono dei comportamenti ripetitivi di qualunque genere (lavarsi, riordinare, controllare ecc.) oppure delle azioni mentali (pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in determinate circostanze.

Questi rituali tipici del Disturbo Ossessivo Compulsivo sono involontari, inevitabili e irrefrenabili e possono avere tre scopi principali:

  1. Preventivi, per evitare un evento negativo.
  2. Propiziatori, per far avverare un evento desiderato.
  3. Riparatori, per sistemare una situazione problematica.

Così la mente viene racchiusa in una trappola sulla base di presupposti logici insindacabili che “non puoi smettere di mettere in pratica perché ti senti obbligato a farlo”.

Le ossessioni e le compulsioni tipiche del Disturbo Ossessivo Compulsivo sono estremizzate e ripetute nel tempo e portano alla messa in atto di comportamenti stereotipati.

Come possono aiutarti le Terapie Brevi

Le Terapie Brevi hanno sviluppato delle strategie molto efficaci per combattere il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Il nucleo centrale del problema consiste nel fatto che si cerca di bloccare in maniera razionale un qualcosa che è invece del tutto irrazionale.

Questi comportamenti danno un iniziale senso di sollievo alla persona, senza tuttavia soddisfarla completamente e si vengono così a classificare come tentate soluzioni disfunzionali, ossia come soluzioni che, dopo un iniziale effetto positivo, hanno un definitivo e sostanziale effetto negativo.

Il risultato è che i rituali che vengono messi in atto e che avrebbero il compito di gestire e fermare i pensieri intrusivi e ossessivi, hanno in realtà l’effetto di sostenere il problema stesso e spesso peggiorarlo.

Le terapie brevi, attraverso delle strategie concrete, puntano a creare dei contro-rituali basati sulle stesse logiche che sorreggono il problema, rendendole nulle.

La persona è così in grado di superare i normali percorsi razionali arrivando alla risoluzione del Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Come risolvere il Disturbo Ossessivo Compulsivo con la Terapia a Seduta Singola

Così come esistono diversi tipi di terapie brevi, esistono diversi tipi di intervento per il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

In particolar modo la Terapia a Seduta Singola, con il suo agire concreto e focalizzato, ha dimostrato una notevole efficacia di intervento sia nel breve che nel lungo periodo.

Le strategie messe in atto hanno il duplice scopo da un lato di bloccare le Tentate Soluzioni Disfunzionali e, dall’altro, di massimizzare l’efficacia di ogni azione.

Evitare di parlare continuamente del problema, smettere di evitare le situazioni che mettono a disagio, identificare le risorse personali in grado di posticipare la compulsione. Sono solo alcune delle possibili strategie che possono aiutare la persona a limitare inizialmente e poi estinguere le proprie compulsioni.

Iniziare dalla cosa più semplice, fare la più piccola azione possibile, identificare il proprio obiettivo concreto e stabilire i passi necessari per raggiungerlo. Sono invece alcune delle strategie in grado di aumentare l’efficacia dell’agire della persona.

Conclusioni

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è considerato uno dei disturbi più ostici, tuttavia anni di esperienza ci dicono che le terapie brevi hanno dimostrato una notevole efficacia nel suo trattamento anche in poche sedute.

In particolar modo la Terapia a Seduta Singola può essere uno strumento molto efficace per ridimensionare il disturbo in maniera netta e duratura.

Ovviamente ogni disturbo ha la sua peculiarità e la sua complessità, ma è proprio la duttilità di questo modello il suo punto di forza. Uno psicologo formato in Terapia a Seduta Singola può aiutarti ad identificare i tuoi obiettivi e, nel contempo, utilizzare le tue risorse per valutare le strategie pratiche più adatte alla tua situazione.

Se pensi di aver bisogno di un aiuto professionale, puoi rivolgerti a un professionista del One Session Center.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Riferimenti bibliografici

Gingerich, W.T. & Peterson, L.T. (2013). Effectiveness of solution-focused brief therapy: a systematic qualitative review of controlled outcome studies. Research on Social Work Practice, 23(3), 266-283.

Frankl, V. (1975). Paradoxical intention and dereflection. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, Vol 12(3), 226-237.

Nardone, G. & Portelli, C. (2011). Ossessioni, Compulsioni, Manie. Milano: Ponte alle Grazie.

Mancini F. (a cura di) (2016). La mente ossessiva. Curare il Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Milano: Raffaello Cortina Editore

https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/terapia-disturbo-ossessivo-compulsivo/ (Consultato in data 14/07/2022)

https://www.lostudiodellopsicologo.it/ossessioni/le-3-forme-di-disturbo-ossessivo-compulsivo/ (Consultato in data 14/07/2022)

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Come risolvere gli attacchi di panico

E’ possibile risolvere gli attacchi di panico? In questo articolo vedremo cosa si intende per attacco di panico, quali sono le sue conseguenze e cosa si può fare per poterli risolvere.

La paura evitata diventa timor panico, la paura guardata in faccia diventa coraggio.

(Antico detto sumero)

Che cosa si intende per “attacco di panico”?

Per “attacco di panico” si intende un episodio di forte ansia, paura e angoscia che invade improvvisamente una persona, senza un pericolo apparente.

Può manifestarsi con sintomi anche molto diversi tra loro: sensazioni fisiche (es. palpitazioni, sudorazione, dolori all’addome, nausea, vertigini e capogiri, senso di soffocamento o svenimento…), stati emotivi (ansia, preoccupazione, paura) e cognitivi (pensieri, dubbi e domande martellanti). In alcuni casi si può sperimentare anche senso di irrealtà (derealizzazione) come se il mondo ci apparisse diverso e non “messo a fuoco”.

Talvolta ci si potrebbe anche sentire “distaccati dal proprio corpo”, senza averne più il controllo (depersonalizzazione). L’attacco di panico per via della sua imprevedibilità diviene un evento significativo nella vita di una persona, capace di far crollare le proprie certezze e trasmettere un forte senso di insicurezza.

Se l’esperienza si ripete nel tempo, la persona potrebbe sviluppare il cosiddetto “disturbo da attacchi di panico”, che consiste nella paura di poter avere nuovamente altri episodi di questo tipo, con tutte le sue conseguenze.

Cosa si prova durante un attacco di panico?

Per chi non ha mai avuto un attacco di panico è spesso difficile capire che cosa succeda in quel momento.

L’idea più comune è che l’attacco di panico sia qualcosa di visibile a occhio nudo, ad esempio una crisi fatta di urla e gesti inconsulti.

L’esperienza dell’attacco di panico invece è estremamente soggettiva: è importante quindi cercare di capire che cosa significhi averli per ciascuna persona e come si manifestano concretamente i suoi sintomi.

Alcune persone durante gli attacchi di panico rimangono impassibili e dall’esterno può essere impossibile capire che cosa stiano provando e di conseguenza fare qualcosa per aiutarle.

L’emozione prevalente dell’attacco di panico ad esempio potrebbe essere la paura, che può manifestarsi in diverse modalità: la paura di perdere il controllo oppure la paura di morire.

Nel primo caso la persona potrebbe avere pensieri di forte angoscia e non riuscire a sopportare la condizione in cui si trova. Potrebbe iniziare a convincersi di essere sul punto di impazzire e iniziare a immaginare di fare gesti folli pur di fuggire dal proprio malessere (come lanciarsi da un treno in corsa).

In questa situazione è probabile che la sofferenza venga tenuta per se stessi per vergogna o timore di non essere capiti dagli altri. Quando predomina invece la paura di morire, la persona potrebbe sperimentare una serie di sintomi così gravi da essere associati all’infarto: battito cardiaco accelerato, fame d’aria, dolori lancinanti al petto e dolori all’addome.

Quello che potrebbe lasciare l’attacco di panico è un profondo senso di solitudine, impotenza e insicurezza. La persona si ritrova così di punto in bianco in una spirale di sofferenza che può solo peggiorare.

Quali conseguenze può avere un attacco di panico?

Purtroppo nella maggior parte dei casi, dopo aver sperimentato il primo attacco di panico, si ha l’impressione che niente sia più come prima.

Quello che si desidera maggiormente è cercare di non provare più questa brutta esperienza.

La persona quindi potrebbe cercare di fronteggiare da sola il problema con diverse strategie, rischiando di peggiorare ulteriormente la propria condizione senza volerlo.

Ad esempio, si potrebbe iniziare a “scappare” dalla propria paura, evitando tutti i luoghi e le situazioni in cui si è già verificato o potrebbe verificarsi un nuovo attacco di panico.

Si potrebbe smettere di prendere i mezzi pubblici o la propria auto, oppure scegliere di non frequentare più quei posti specifici dove ci si è sentiti male.

In questo modo si potrebbe pensare di essere al sicuro ma a lungo andare ci si ritroverà isolati e limitati nelle proprie attività quotidiane, con la propria vita fortemente compromessa.

Chiudendo sempre più le proprie vie di uscita infatti, ci si infilerà in un tunnel ancora peggiore senza neanche rendersene conto.

Un altro modo per provare a fronteggiare il problema potrebbe essere chiedere aiuto alle persone care, parlando continuamente degli episodi vissuti e della propria paura.

Anche questo inizialmente potrebbe farci sentire meglio ma alla lunga non farà che incastrarci ancora di più nel problema. Inoltre rischieremmo di renderci insopportabili agli occhi degli altri!

Più si alimenta il problema infatti, più crescerà fino a divenire un gigante nella nostra vita.

Quando la parola non basta, si potrebbe chiedere ai propri cari di accompagnarci nelle nostre attività quotidiane. In questo modo non rischieremmo di trovarci da soli ad affrontare un nuovo attacco.

Questo supporto dall’esterno senz’altro potrebbe farci sentire molto amati da chi tiene a noi, ma alla lunga la presenza degli altri ci dirà una sola cosa. Ovvero che da soli non possiamo farcela, che abbiamo perso la nostra autonomia.

Come risolvere gli attacchi di panico?

La parola re-solvere ha già in sé la soluzione: si tratta di provare a “sciogliere” il problema, trovando nuove soluzioni rispetto a quelle che finora non sono risultate utili.

Chiedere da subito un aiuto ad uno specialista permetterà di risparmiare tempo prezioso e cominciare ad attuare un cambiamento funzionale e durevole nel tempo.

La Consulenza a Seduta Singola permette fin dal primo incontro di affrontare il problema definendolo in tutti i suoi aspetti peculiari. Si lavora su come il problema funziona per ciascuna persona e su cosa si è provato a fare finora per affrontarlo. In questo modo sarà possibile provare da subito a fare qualcosa di diverso per provare a cambiare le cose.

Se non sai da dove cominciare, potresti intanto chiedere un incontro agli psicologi di “One session”.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Se pensi che questo articolo possa essere utile, condividilo con chi potrebbe averne bisogno e lasciaci un commento sulla tua esperienza. Sentirsi meno soli potrebbe essere già un primo passo per uscire dal problema.

Riferimenti Bibliografici

Nardone, G. (2015). La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Ponte alle Grazie.

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Perfezionismo: è una risorsa o una trappola?

Il perfezionismo è una risorsa o una trappola? Essere persone precise, può rivelarsi sicuramente una risorsa. Ma l’eccesso di controllo, come vedremo in questo articolo, porta a perdere il controllo, rivelandosi una trappola.

Precisione e perfezione

Essere precisi, cercare di non lasciare le cose al caso, è sicuramente un atteggiamento apprezzabile. Permette di eseguire i compiti della nostra quotidianità con un certo impegno. Fa sì che non ci accontentiamo della mediocrità. Ci fa anche risparmiare energie, perché la precisione ci permette di vivere in maniera più ordinata, permettendoci di gestire il nostro spazio e il nostro tempo in maniera agile.

C’è chi però non si accontenta della precisione. Vuole la perfezione.

La perfezione è l’eccesso della precisione. E, lasciatemelo dire, è una condizione irrealistica.

Perfezionismo patologico

Questa ricerca assidua di perfezione può diventare causa di molta ansia: a mano a mano ci si renderà conto che esiste una perfezione ancora più perfetta e ci si andrà alla ricerca, senza mai porvi una fine.

I compiti portati a termine non saranno più fonte di gratificazione, ma pretesto per rimproverarsi. Farà capolino la paura di sbagliare, di fallire. La quotidianità diventerà fonte di forte stress.

Uno degli esiti è lo sviluppo del disturbo ossessivo – compulsivo.

Mantenere la precisione grazie all’imperfezione

Per poter mantenere il bello della precisione e non cadere nello stress dell’imperfezione, la cosa migliore da fare è “immunizzarsi” all’imperfezione. Creare, attraverso un allenamento graduale, una sorta di abituazione al fatto che la vita è imperfetta e non tutto può essere sempre sotto il nostro controllo.

Come fare?

Prenditi l’impegno quotidiano di mantenere una piccola imperfezione nelle tue attività. Imperfezione che, paradossalmente, sarà totalmente sotto il tuo controllo!

Sei abituato a pretendere il 100% in quello che fai? Lascia volontariamente incompleto il tuo compito del 10% e sperimenta quello che succede.

L’allenamento costante ti permetterà di rimanere una persona precisa, pur nell’imperfezione di questo mondo!

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Riferimenti bibliografici

Cannistrà, F., Piccirilli, (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

Nardone G. (2013), Psicotrappole. Firenze: Ponte alle Grazie

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Paura dei cambiamenti: piccoli passi per superarla.

I cambiamenti fanno paura.

Talvolta fanno così paura da convincerci che tutto dovrebbe rimanere costantemente uguale a se stesso.

Chi teme il cambiamento prova forte disagio e stress di fronte alle novità, arrivando a bloccare ogni istinto di trasformazione.

L’unica costante della vita è il cambiamento

Così recita un famoso detto.

Il cambiamento interessa tutti, costantemente. Cambiare significa crescere, adattarsi a nuove esigenze, acquisire nuovi saperi e nuove conoscenze.

Tutti nella nostra vita affrontiamo costantemente dei cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Talvolta senza accorgercene.

Ci sono tuttavia dei momenti in cui il cambiamento può diventare qualcosa percepito come troppo grande e pericoloso.

Come mai?

Quali aspetti del cambiamento fanno paura?

Ci sono tanti aspetti del cambiamento che possono fare paura.

In primis, il cambiamento porta con sé una sensazione di perdita. Perdita di quello che è stato finora e che conoscevamo molto bene, a favore dell’ignoto. “E se fosse peggio?”, “e se mi accorgessi di aver sbagliato?” sono alcune delle domande che possono accompagnare la fase di cambiamento.

Un secondo aspetto che può favorire l’immobilismo all’evoluzione è la paura di non essere all’altezza. Il fantasma del fallimento, pronto a puntarci il dito contro e a dirci che non siamo abbastanza, ci immobilizza. Finiamo per preferire la situazione spiacevole in cui ci troviamo, piuttosto che rischiare di sbagliare.

Affrontare la paura dei cambiamenti

La paura del cambiamento è normale. Ma la soluzione non può essere l’immobilismo.

In casi come questi può venirti utile la tecnica dei piccoli passi. In cosa consiste?

Invece che proiettare le tue fantasie e il tuo immaginario a cambiamento avvenuto, rischiando di spaventarti, cerca di vedere dove andrà messo il primo passo per cominciare a cambiare. Fatto il primo, penserai al secondo, e poi al terzo, e così via.

Tieni presente la meta, ma ancora di più chiediti qual è il più piccolo passo che ti muova in quella direzione, senza allontanarti troppo da dove sei ora, in modo da metabolizzare di volta in volta piccoli cambiamenti, quasi impercettibili.

Ogni passo aggiungerà qualcosa di nuovo rispetto a dove sei ora, ma non sarà troppo spaventoso da farti desistere e desiderare di non cambiare.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

I nostri psicologi e psicoterapeuti sono disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2009) Problem solving strategico da tasca. Firenze: Ponte alle Grazie

 

 

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La Terapia a Seduta Singola per la paura di arrossire

“Arrossire è il colore della virtù” (Diogene)

Che cos’è la paura di arrossire?

L’“ereutofobia o eritrofobia” deriva dal greco éruthros cioè “rossore”. Consiste nel provare ansia e paura anticipatoria rispetto alla possibilità di diventare rossi in situazioni di socialità (ad esempio quando ci si trova a dover parlare in pubblico, a chiedere informazioni, ad affrontare un appuntamento importante…).

La paura di arrossire rientra tra le fobie specifiche sociali, che nel DSM V indicano una paura marcata o ansia provata da una persona rispetto ad una o più situazioni sociali in cui si è esposti al giudizio degli altri, con timore di essere valutati negativamente per questo.

Il problema causa disagio significativo dal punto di vista clinico nel funzionamento sociale e lavorativo della persona e persiste per almeno 6 mesi.

Come si manifesta l’ereutofobia?

Arrossire è una reazione naturale guidata dal nostro sistema nervoso simpatico.

Esso aumenta il flusso di sangue e la temperatura della pelle del viso, del collo e della parte superiore del corpo causando un cambiamento evidente del nostro colorito, che appare più rosso del solito.

Può manifestarsi quando ci sentiamo al centro dell’attenzione e proviamo emozioni positive oppure quando sperimentiamo emozioni negative come la vergogna, il senso di colpa o l’imbarazzo.

Sarà capitato a tutti di fare una “figuraccia” e di sentirsi avvampare improvvisamente.

Arrossire può farci sentire molto esposti al giudizio degli altri, che possono accorgersi di come ci sentiamo semplicemente guardandoci in viso.

A quel punto, ci sentiamo letteralmente “allo scoperto”, soprattutto se qualcuno ce lo fa notare, magari prendendoci in giro.

La paura di essere “sorpresi” ad arrossire in altre situazioni sociali può quindi diventare una costante preoccupazione e una vera e propria paura.

Oltre alle fastidiose sensazioni fisiche dovute all’ansia, infatti, si possono provare anche pensieri negativi di auto-svalutazione. Questi pensieri possono essere: “arrossirò e quindi penseranno tutti che sono stupido/a, che non valgo niente, che sono debole e incapace, nessuna persona mi vorrà come partner…”.

Abbiamo già parlato in altri articoli precedenti della definizione di “paura” (clicca qui se vuoi approfondire) e di come questa nostra emozione primaria possa essere protettiva da un lato, quando ci difende da un imminente e reale pericolo, oppure possa risultare limitante per noi e dannosa se invece finisce per bloccarci ed impedirci lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Come viene gestita la paura di arrossire?

Molte persone prima di rivolgersi ad uno psicologo provano a fare qualcosa per gestire da soli il problema.

Una delle azioni che inizialmente può sembrare efficace per provare a gestire l’ereutofobia è quella di evitare tutte le occasioni sociali in cui si potrebbe rischiare di arrossire.

Questa scelta, che inizialmente può farci sentire al sicuro e protetti, alla lunga rischia di isolarci e di rendere difficile se non impossibile lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Si evita quindi di andare a scuola o al lavoro, di uscire con gli amici, di esporsi nel parlare di fronte agli altri. Un’altra soluzione di solito adottata è quella di provare a nascondere il viso con sciarpe, occhiali grandi o alterarne il colore con trucco pesante e lampade solari.

Purtroppo, spesso questi tentativi di gestire il problema paradossalmente finiscono per peggiorarlo!

L’evitamento sociale ci chiude in una solitudine opprimente che ci impedisce di vivere normalmente e ci fa sentire ancora peggio.

Rinunciare inoltre a mostrare liberamente il nostro volto può farci sentire limitati, inadeguati e insicuri (oltre a rischiare di rovinare la pelle!).

Come liberarsi della paura di arrossire con la Terapia a Seduta Singola?

La paura di arrossire si può affrontare fin dalla prima seduta con uno dei nostri psicologi innanzitutto definendo insieme fin nei minimi dettagli il tuo modo soggettivo ed unico di vivere questo problema.

Si potrà quindi ragionare insieme su tutto quello che hai provato a fare per fronteggiare la paura di arrossire e sui risultati ottenuti: le cose sono effettivamente migliorate oppure sono peggiorate?

Infine, si potranno sperimentare già in seduta alcune nuove soluzioni da poter metter in pratica quotidianamente.

Una strategia utilizzabile fin da subito è provare a rivelare al proprio interlocutore che durante la conversazione si potrebbe arrossire, magari stemperando con una battuta.

Oppure cercare di spostare l’attenzione al di fuori di noi stessi quando parliamo con qualcuno.

Come? Prova a tornare all’inizio di questo articolo e a rileggere l’aforisma di Diogene che ho citato: hai mai pensato che a volte gli altri potrebbero non accorgersi del tuo rossore o addirittura pensare che sia una virtù e non un segno di debolezza?

E se invece di concentrarti su te stesso provassi a vedere se il tuo interlocutore inizia ad arrossire prima di te mentre parlate?

Ricordati che se invece vuoi provare ad affrontare la tua paura di arrossire con uno specialista, quest’anno il nostro team di “One session” ti offre la possibilità di una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola della durata di 30 minuti, ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00.

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Lasciaci un commento se ti va di farci sapere come stai provando a gestire la tua eritrofobia!

Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.)

Drummond, P. D., Shapiro, G. B., Nikolić, M., & Bögels, S. M. (2020). Treatment Options for Fear of Blushing. Current psychiatry reports, 22(6), [28]. https://doi.org/10.1007/s11920-020- 01152-5

Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Bur, Rizzoli.

Veale, D. (2003). Treatment of social phobia. Advances in Psychiatric Treatment, 9(4), 258-264. doi:10.1192/apt.9.4.258

 

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Come superare un trauma

Come superare un trauma? Quando possiamo definire un’esperienza come traumatica? Cosa ci mantiene incastrati in quel limbo tra ciò che era prima e ciò che è stato dopo il trauma?

Cos’è un trauma?

Se consultiamo un vocabolario, la parola trauma verrà definita come lesione improvvisa e violenta. A livello psichico ci si riferisce ad un turbamento determinato da un episodio dotato di una notevole carica emotiva.

Il trauma apre una profonda ferita a livello psichico, e fa da spartiacque a quello che per la persona che lo ha vissuto sarà il “prima” e il “dopo”.

Il trauma è causato da un evento con una grande carica emotiva, dicevamo. Si è soliti pensare che vi siano degli eventi oggettivamente traumatici, ed eventi invece che non possano causare alcun trauma.

Non è così. Un’esperienza viene definita traumatica in base agli effetti che produce nella persona.

Il disturbo post traumatico da stress

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-5, il disturbo post traumatico da stress può insorgere in seguito ad eventi stressanti tali da comportare una gravità oggettiva estrema, con minaccia per la vita o l’integrità fisica propria o di altri (Cagnoni e Milanese, 2009).

Il disturbo post traumatico da stress può insorgere sia che questi eventi siano vissuti direttamente, sia che siano vissuti come testimoni, ma può anche bastare il semplice venire a conoscenza di eventi accaduti a terzi.

Le caratteristiche del disturbo post traumatico da stress includono i seguenti vissuti:

  • Ricordi intrusivi dell’evento traumatico
  • Ricorrenti incubi riguardanti l’evento traumatico o le emozioni ad esso collegate
  • Episodi di flashback, in cui la persona sente o agisce come se l’evento traumatico si stesse ripresentando
  • Intensa sofferenza psicologica in presenza di eventi o fattori che possono ricordare l’evento traumatico
  • Reazioni fisiologiche intense a seguito di fattori scatenanti che possono ricordare l’evento traumatico

Vivere nel trauma

È chiaro come tutti i sintomi tipici del disturbo post traumatico da stress siano estremamente spiacevoli ed invalidanti.

Per questo i tentativi delle persone che si trovano in una condizione simile sono tutti volti ad evitare di dover avere a che fare con pensieri, situazioni e sensazioni che hanno a che fare col trauma vissuto.

Spesso però, sono proprio questi tentativi di liberarsi dal problema che lo mantengono vivo, o addirittura lo esacerbano.

Comportamenti che ti tengono incastrato nel trauma

  • Cercare controllare i propri pensieri. La persona che ha vissuto l’esperienza traumatica cerca in tutti i modi di dimenticare il trauma vissuto cercando di non pensare. Ma “pensare di non pensare è pensare ancora di più”: cercando di scacciare pensieri e immagini legate al trauma, la persona si vincola ad un circolo vizioso paradossale, finendo per intensificare proprio ciò che si vuole estinguere.
  • Evitare tutte le situazioni potenzialmente collegare all’evento traumatico. Si comincerà ad evitare il luogo in cui è avvenuto il trauma, le persone ad esso collegate, fino ad evitare situazioni ed eventi che in un qualche modo possono essere ad esso associate. Quale effetto si otterrà? Questi evitamenti arriveranno a confermare la pericolosità di situazioni che non sono in alcun modo collegate al trauma. La paura incrementerà e la persona finirà per non credere più nelle proprie risorse, aumentando le proprie paure e rendendo il disturbo sempre più invalidante.
  • Richiesta di aiuto e rassicurazioni. La persona sente il bisogno di essere sempre accompagnata, in modo da avere con sé qualcuno che possa intervenire in caso di pericolo o di crisi. Il fatto di affidarsi ad altri non farà però che confermare la propria incapacità di affrontare in autonomia le situazioni temute, rendendo la persona dipendente dagli altri.

La scrittura per superare il trauma

Uno strumento molto potente per riuscire a superare le conseguenze psicologiche di un’esperienza traumatica è la scrittura.

Narrare ogni giorno per iscritto, come se fosse la prima volta, l’evento traumatico, andando nei dettagli di ricordi, sensazioni ed emozioni che l’episodio ha scatenato va esattamente contro quello che chi ha vissuto un trauma cerca di fare: eliminare i ricordi dolorosi.

Abbiamo visto però che il tentativo di eliminarli non fa altro che incrementarli. Dovremo quindi agire seguendo una logica diversa, cioè passandoci in mezzo volontariamente.

Rivivere quotidianamente per iscritto l’esperienza traumatica (senza rileggere) farà in modo che la persona possa esternalizzare i ricordi e le sensazioni che quotidianamente la affliggono, permettendole di prenderne le distanze, mettendo fuori di sé ciò che di solito è dentro.

One Session Center

Se senti il bisogno di un aiuto in più, prenota il tuo appuntamento gratuito con One Session! Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00. I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti Bibliografici

Cagnoni F., Milanese R. (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Firenze: Ponte alle Grazie.

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La Terapia a Seduta Singola per la paura della morte

E’ possibile superare la paura della morte con una Terapia a Seduta Singola? Scopriamolo nell’articolo di oggi.

Il significato della morte

Ciascuna società si è occupata, nel suo tempo, della morte con riti e tradizioni diversi da una cultura all’altra.

Il concetto di morte è parte integrante del concetto di vita. È il riflesso stesso del culto della vita.

Eros e Thanatos hanno ispirato poeti, artisti, pensatori. Amore e morte.

“Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione” recita il Cantico dei Cantici nella tradizione biblica.

La paura della morte accompagna l’uomo da sempre.

Ha provato a spiegarcelo Aristotele: “La cosa più paurosa è la morte. Essa è infatti il nostro termine”.

Hanno provato a spiegarlo le religioni. Da qui l’idea della vita dopo la morte, della reincarnazione e di tante altre credenze affascinanti e mistiche.

Hanno provato a spiegarlo la filosofia e la scienza attraverso miti e teorie.

La paura della morte riguarda molti individui in momenti particolari della loro esistenza.

La pre-adolescenza in cui si inizia a prendere coscienza del fatto che la morte è parte del percorso di vita di ciascuno.

La gravidanza, momento in cui si teme per la propria vita e quella del bambino.

La vecchiaia in cui si avverte che il tempo di lasciare andare è vicino.

La perdita traumatica di persone amate.

La morte richiama l’ignoto, l’ineluttabilità, la mancanza di controllo. Possiamo temere per la nostra vita o quella di chi amiamo.

I balsami che hanno addolcito la paura di morire sono stati nel tempo la religione, il culto dei morti, il pensiero filosofico, l’arte, la cultura, la poesia.

La paura della morte viene esorcizzata e addomesticata dall’uomo attraverso il potere, la guerra, il decidere della vita e della morte stessa.

La paura della morte in psicologia

Molte persone hanno paura di morire. Di certo non sempre questa paura assume una connotazione patologica.

In psicologia, la paura della morte è un disturbo spesso associato alla depressione, ai disturbi di ansia, ai disturbi da ansia di malattia, agli attacchi di panico.

Chi soffre di ansia o di panico, infatti, spesso ha sperimentato questa sensazione.

La paura di morire diventa patologica quando crea ansia e/o pensieri ossessivi. Quando limita, in parte o del tutto, la vita e le abitudini delle persone.

L’irrazionalità e la mancanza di controllo, associate a questa paura, ne rappresentano gli elementi caratteristici ed esasperanti. La perdita dei legami, di ciò che abbiamo costruito nel tempo, è un pensiero che crea angoscia.

Il momento storico, sociale e sanitario che stiamo vivendo ha visto e vede questa paura protagonista nel vissuto di molti.

Chi di noi nel periodo acuto della pandemia non ha pensato almeno una volta alla morte?

Abbiamo visto stare male persone care. Siamo stati bombardati da immagini di malattia e morte. Morti senza corpi, senza riti che ne celebravano il trapasso. Morti senza la condivisione degli affetti e della famiglia.

Un tema dunque molto attuale in questo periodo di incertezza ed emergenza.

La paura della morte nasce con la nascita dell’uomo. È un tema esistenziale. L’uomo, da un certo momento in poi (dai 4 – 5 anni di vita), inizia a fare i conti con la perdita di persone vicine e care e dunque a riflettere e ragionare su di essa.

Il percorso di accettazione della morte, come condizione inevitabile, contribuisce al percorso di crescita. Tuttavia fattori ambientali, fisiologici e psicologici possono anche contribuire ad alimentare questa paura e molto spesso a costruire fobie ben strutturate.

Quando la paura diventa invalidante e condizionante, sarà possibile scontrarsi con un disturbo di personalità.

Terapia a seduta singola e la paura della morte

La Terapia a Seduta Singola si focalizza sui bisogni urgenti della persona.

Manovre e interventi che possono, anche in un solo incontro, rendere utile e concreto l’intervento del professionista.

Soluzioni su misura, capaci di rendere possibile il cambiamento anche in una sola seduta.

Sarà poi la persona a valutare se pensa di poter affrontare da sola la difficoltà che lo ha portato in terapia oppure scegliere di varcare nuovamente quella “porta” che resterà sempre aperta.

La paura spinge la persona a mettere in atto comportamenti che altro non fanno che alimentare il problema. Il disturbo diventa così più strutturato e il cambiamento più difficile da realizzare.

“Guardare in faccia” la paura può aiutare a ridimensionare l’angoscia e l’ansia che essa provoca.

Quali sono le tue paure? Di cosa potresti morire o di cosa potrebbero morire le persone che ami?

Bene. Potresti appuntarlo su un diario, la mattina appena sveglio e la sera, finita la giornata, spuntare quale di quelle paure si è realizzata.

Metterai quella spunta o l’avrai “spuntata”?

Le paure possono essere superate anche da soli. Molto spesso però questo può essere molto difficile e allora non bisogna esitare a chiedere l’aiuto di un professionista. Varcare la porta per ritrovare la propria strada.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook o Instagram.

Bibliografia e sitografia:

Cannistrà F., Piccirilli F. (2021). Terapia Breve Centrata sulla Soluzione. Roma: EPC Editore https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/paura-di-morire-scardinarla-con-la-terapia-breve/

 

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Pensieri ossessivi: come liberarsene?

I pensieri ossessivi sono pensieri ricorrenti, rimuginii continui, frequenti ed invasivi.

Hai presente quando ti dicono: smettila di pensarci, rischi di farla diventare un’ossessione?

Ecco. Non siamo molto lontani dalla realtà di chi, come te, si è accorto di avere pensieri costanti che invadono la mente e la occupano per un tempo decisamente eccessivo.

Si tratta di pensieri ossessivi e se accompagnati anche da compulsioni, potrebbero far parte di un quadro più ampio di DOC, un Disturbo ossessivo compulsivo!

Di che stiamo parlando esattamente?

 Ti spiego un po’ meglio quello a cui mi sto riferendo, senza che i spaventi e inizia a pensare che il tuo rimuginare continuo sia a tutti gli effetti un’ossessione.

Ce ne essa di acqua sotto di ponti, però è bene conoscere la differenza.

Il pensiero ossessivo viene definito come “l’irrefrenabile bisogno di mettere in atto pensieri in modo ripetitivo e ritualizzato, sovrastando ogni altra attività” (Nardone, 2013)

Le ossessioni sono pensieri o immagini ripetuti e costanti che invadono la mente e che percepisci come intrusive e fastidiose ma cui non sei in grado di resistere. Ci pensi costantemente, occupando la maggior parte del tuo tempo (paura dello sporco, fare del male agli altri, l’ordine, paura della morte…)

Ciò a cui devi fare attenzione è che ciò che distingue un semplice rimugino da un pensiero ossessivo è il fatto che invalida il tuo funzionamento negli ambiti di vita, occupando tutto il tuo tempo. Sono immagini intrusive e cicliche a cui se rispondi non riesci a sottrarti.

Cosa fai per risolvere il problema?

  1. Eviti ciò che ti spaventa: evitare la paura non la risolverà; al contrario incrementerà la tua convinzione di non essere in grado di superare quell’ostacolo. Più eviti e più eviterai.
  2. Cerchi rassicurazioni: chiedi aiuto a chi ti sta vicino perché da solo non pensi di farcela oppure ti lamenti di ciò che non va con chi ti sta intorno. Eppure anche in questo caso, sono sicura che il chiedere aiuto e rassicurazione non ha funzionato. Sbaglio?
  3. Rispondi al pensiero: rispondi a pensieri che non hanno risposta, ma un infinità di risposte possibili. Scateni così un circolo vizioso in cui rimani intrappolato.

Cosa puoi fare di diverso?

  • Frena le richieste di aiuto!

Ogni volta che chiedi aiuto confermi a te stesso da un lato che sei circondato da persone che ti vogliono bene, dall’altro  di non essere in grado di farcela, che non sei capace e il tuo senso di efficacia diminuisce.

Pensa che ogni volta che chiedi aiuto ricevi questo duplice messaggio.

  • Basta evitare: più eviti e più confermi a te stesso la pericolosità della situazione e di non essere in grado di affrontarla.

So che smettere da un giorno all’altro di evitare certe cose sembra impossibile, ma il consiglio è questo: comincia dalla cosa più piccola, facendo il primo piccolo passo.

  • Schiocca le dita: ogni volta che senti arrivare il pensiero, anziché dargli corda, schiocca le dita e grida a gran voce il tuo nome accompagnato dal “torna qui” – Beatrice, torna qui- Riporta la tua mente al qui e ora, lasciando andare il pensiero intrusivo.

Ci vorrà un po’ affinché tu abbia successo perché rimuginare per te è diventata un abitudine.

Non puoi smettere di pensare, ma puoi smettere di rimuginare, schioccando le dita.

Ti faranno male le dita all’inizio e soprattutto lo farai più volte del necessario perché il pensiero sarà li pronto a tormentarti. Inoltre spesso capiterà che te lo dimentichi; non importa, fallo appena riesci.

Pensi di non farcela?

Puoi ottenere un aiuto immediato, concreto e duraturo, rivolgendoti a One Session!
Ti forniremo strumenti pratici e utilizzabili fin da subito per uscire da questa difficile situazione con le tue stesse risorse!

Ci trovi ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00. Prendi appuntamento scrivendo a info@onesession.it o contattandoci sulle nostre pagine Facebook e Instagram

 

Riferimenti bibliografici

Bartoletti, A (2019). Pensieri Brutti e Cattivi. Ossessioni tabù: come superarli. Francoangeli.

Nardone, G. Portelli, C. (2013). Ossessioni, Compulsioni, Mani. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi. Ponte delle grazie.

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Come prendere una decisione?

Ti sei mai chiesto come prendere una decisione?

Prendere decisioni è qualcosa che tutti fanno e hanno fatto nella vita, eppure questo non lo rende più facile.

C’è chi ha paura delle conseguenze.

Chi si trova a dover scegliere tra opzioni ugualmente positive o, peggio, ugualmente negative.

E infine c’è chi, dovendo prendere una decisione, si trova in una situazione talmente complessa da non riuscire a capire che cosa vuole davvero.

Le possibilità sono pressoché infinite.

Ma allora cosa possiamo fare? Come si può prendere una decisione?

Facciamo un po’ di chiarezza

La prima cosa da fare è distinguere tra decisioni difficili, decisioni critiche e decisioni complesse.

Le decisioni difficili sono quelle che, oltre ai ricercati risultati positivi, comportano anche delle conseguenze negative.

La difficoltà della scelta, in questo caso, è data proprio dalle emozioni suscitate da queste conseguenze indirette.

Le decisioni critiche sono, invece, quelle in cui ci si trova di fronte a diverse possibilità, tutte positive o negative, e la difficoltà consiste proprio nel capire quale sia la scelta più vantaggiosa, o, nel secondo caso, la meno svantaggiosa!

Infine le decisioni complesse sono quelle che comportano molteplici ragionamenti logici ed organizzativi.

In questi casi è proprio l’intricato processo del ragionamento che rischia di intrappolare la persona in un labirinto d’interrogativi, in cui ogni risposta porta una nuova domanda.

Quindi, cosa fare?

La prima cosa da fare è identificare ed evitare tutti quei comportamenti che, se in un primo momento sembrano aiutarci nel decidere, in realtà poi ci rinchiudono in un labirinto di dubbi e continue domande.

Per esempio, come abbiamo detto, quando ci si trova di fronte ad una decisione difficile, la difficoltà è data dalle conseguenze indirette della scelta e, in particolare, dalle emozioni che queste fanno emergere.

Uno degli errori più comuni, in questi casi, è il tentativo di controllare il processo decisionale, che porterà la persona a cercare di controllare anche gli eventi e le persone coinvolte, spesso in modo ossessivo.

Un tentativo che risulterà fallimentare perché si scontrerà, inevitabilmente, con l’oggettiva difficoltà di poter controllare tutto e tutti, portando la persona a cadere preda dei dubbi e dell’incertezza.

Diversamente, invece, di fronte ad una decisione critica, la difficoltà è quella di capire quale azione sia la più vantaggiosa tra i vari scenari positivi possibili.

In questi casi l’errore comune porta la persona a ripercorrere ripetutamente tutte le fasi del processo decisionale con il rischio innescare un circolo vizioso, in cui si ricontrolla compulsivamente ogni passaggio, senza mai arrivare a prendere una decisione.

Nell’ultimo caso, infine, di fronte ad una decisione complessa la difficoltà è data proprio dal districarsi nei ragionamenti logici.

In queste situazioni il soggetto è portato a ricercare continue spiegazioni e valutazioni oggettive, con il rischio di ritrovarsi invischiati in una compulsione mentale che genera continui dubbi sulla validità della decisione presa.

Il tentativo di controllo ossessivo, la revisione compulsiva ed il rimuginio continuo sono i tre comportamenti disfunzionali che rischiano di intrappolarci in un labirinto di domande e dubbi dal quale può essere difficile uscire.

Conclusioni

Identificare il tipo di decisione da prendere e le tentate soluzioni disfunzionali ti permetterà di gestire il processo decisionale in maniera più serena e ti eviterà di cadere nei tranelli tipici di queste situazioni.

Qualunque sia la tua scelta, infine, ricorda che nessuna è definitiva e che ci sarà sempre modo di modificare il tuo percorso di vita.

Ovviamente, se pensi di aver bisogno di un aiuto maggiore, puoi rivolgerti ad uno specialista o accedere al servizio del One Session Center, ogni martedì sera dalle 18:00 alle 20:00, contattandoci alla pagina facebook OneSession.it

Riferimenti bibliografici

Bohart, A. C. & Tallman, K. (1999). How Clients Make Therapy Work: The Process of Active Self-Healing. Washington, DC: American Psychological Association.

Nardone, G. (2014). La paura delle decisioni. Come costruire il coraggio di scegliere per sé e per gli altri. Milano: Ponte alle Grazie.

Nardone, G., De Santis, C. (2011). Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male. Milano: Ponte alle Grazie

Nardone G.(2014). La paura di decidere. Milano. Ponte alle Grazie

https://www.lostudiodellopsicologo.it/ossessioni/come-smettere-di-pensare-e-prendere-una-decisione/ (Consultato in data 09/09/2021)

https://www.lostudiodellopsicologo.it/ossessioni/quando-laltro-ha-gia-deciso-prendere-decisioni-importanti-a-fronte-delle-decisioni-altrui/ (Consultato in data 09/09/2021)

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