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Category Archives: Ansia, fobie, ossessioni

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Saper usare l’ansia a proprio vantaggio: cosa fare e cosa non fare per convivere e gestire con lo stato ansioso

Che cos’è l’ansia?

Le ricerche riportano che due italiani su tre dichiarano di vivere in uno stato ansioso e di esserne condizionati. L’ansia è diventata infatti una compagna leale nella vita di molte persone che ammettono con naturalezza di convivere con questa inquietudine.

Quando parliamo di ansia, condizione ansiosa o sensazione d’ansia, facciamo riferimento a una condizione psico-fisica che è caratterizzata da:

– sensazione di costrizione

– affanno e angoscia

– irrequietezza e tensione.

A queste sensazioni si associano spesso dei sintomi fisici: l’ansia è infatti il disagio che, più fra tutti, costringe il corpo a reagire con una serie di comportamenti e dolori fisici –come cefalee, mal di stomaco, tremori- fino a creare, in alcuni individui, delle vere e proprie patologie croniche.

Bisogna fare attenzione e distinguere l’ansia dalla paura: la prima è la reazione emotiva e fisica causata dall’anticipazione di eventi futuri, mentre la seconda è la risposta un pericolo immediato. Ulteriormente, si è soliti distinguere un’ ansia di stato da una di tratto.

L’ansia di stato emerge nel momento in cui la persona presenta preoccupazioni legate a una specifica situazione. L’ansia di tratto, invece, delinea un atteggiamento ansioso generale da parte della persona, senza il riferimento a un contesto più preciso.

L’ansia è positiva o negativa?

Le ricerche sostengono che l’ansia affondi le sue radici più profonde nel cervello, nell’ottica in cui lo stato ansioso agisce sulla materia cerebrale, modificandola e alterandone gli equilibri interni.

La cronicizzazione dello stato ansioso dipende dal fatto che la nostra mente incamera strutture ansiose continuamente attive a reattive agli stimoli esterni. Sembra che addirittura i neuroni diventino ansiosi.

Questa condizione comporta tutta una serie di conseguenze che diminuiscono le nostre capacità mentali:

– annebbiamento delle emozioni

– alterazioni del processo percettivo

– diminuisce l’apprendimento

– riduce la concentrazione.

Tuttavia l’ansia ha una funzione adattiva nell’essere umano. In realtà, può costituire una fonte preziosa per la persona che è in grado di gestirne gli aspetti negativi. Se ci riflettiamo, l’ansia consente di individuare i pericoli esterni, attraverso la preoccupazione e lo stato di allarme; in questo modo ci ha garantito la sopravvivenza.

Eppure ad oggi rischia di diventare il più grande disagio che affligge la popolazione.

Perché?

Perché non la sappiamo usare. E’ un segnale che ci indica che stiamo sbagliando qualcosa, che ci stiamo allontanando dall’obiettivo, che ci stiamo trasformando. Bisogna essere in grado di saperla ascoltare.

E’ quindi possibile vincere l’ansia?

Non sei il solo a soffrire d’ansia, a sentirti immobilizzato dalla condizione ansiosa, ad avere rimuginii continui o costanti preoccupazioni.

E’ possibile disinnescare questa spirale mentale e fisica e ascoltare l’ansia come fosse una guida che ti indica la giusta direzione; puoi usarla a tuo vantaggio per migliorarti, scoprire risorse e comprendere cosa ti fa stare veramente bene.

Ecco una piccola guida su cosa fare riguardo a questa condizione:

1. Disinnesca l’allarme:

Il costante pensiero sul domani non ti lascia in pace? Spegni l’allarme e concentrati su cosa NON sta succedendo in quel preciso momento, sull’ambiente sicuro in cui sei. Lascia il condizionale da parte, e pensa all’indicativo: ciò che c’è e non ciò che potrebbe essere.

2. Riconosci quando è mascherata:

Non sempre l’ansia si manifesta. A volte sono piccoli i segnali che dovrebbero aiutarti a riconoscerla: mangiare anche quando si è sazi, non portare a termini obiettivi prefissati, stancarsi spesso e senza aver fatto nulla… Facci caso.

3. Blocca il meccanismo che fa rimuginare

Ruminare non è pensare. La ruminazione è sterile, non fornisce alcuna soluzione, non evolve e crea solo difficoltà. Fai attenzione ai pensieri ruminanti e scegli di bloccarli.

4. Crea un rifugio che senti tuo

Fight o flight. Scappa o combatti. Solitamente la reazione istintiva all’ansia è la fuga. E se invece di scappare restassi ad affrontarla, chiudendo gli occhi e creando un luogo in cui ti senti al sicuro? Provaci.

5. Scarica la tensione in modo naturale

L’ansia è in grado di stancare perché costringe a un continuo movimento afinalizzato. E se invece ti dedicassi a un attiva sportiva che ti consenta di concentrarti, tralasciando tutto il resto?

Potrebbe accadere che questi consigli non sortiscano l’effetto sperato e non siano completamente utili a risolvere il problema.

Ci sono situazioni in cui è opportuno pensare di rivolgersi a uno psicologo professionista.

Lo sapevi che anche un singolo incontro può essere sufficiente per capire qual’è il primo piccolo passo da compiere nella direzione del tuo obiettivo? Grazie alla Terapia a Seduta Singola potresti raggiungere risultati in tempi brevi, individuare le tue risorse e risolvere situazioni che non avevi pensato avessero una soluzione.

BIBLIOGRAFIA:

www.riza.it

Cannistrà F., Piccirilli F. (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

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Disturbo da accumulo: non butto via mai niente

Quante volte ti sarà capitato di comprare delle cose inutili, di cui magari ti sei liberato poco tempo dopo, perché hai capito che in fondo non ti servivano. Souvenir, gadget, pupazzi, portachiavi: quanti acquisti si possono fare! Nella normalità, tuttavia, ci si mette poco a rendersi conto se un oggetto è inutile o meno. E prima di accumularne in casa centinaia e centinaia, si cerca di trovare ad essi un nuovo impiego: il più delle volte, per “liberare spazio”, gli oggetti vengono buttati o regalati.

Tutto ciò non accade in chi soffre di un disturbo da accumulo. Queste persone, infatti, non solo si procurano innumerevoli oggetti, spesso inutili, ma il più delle volte non riescono a separarsene. Il disturbo da accumulo, pertanto, detto anche disposofobia, porta ad accumulare di tutto, al punto da ingombrare ogni spazio di vita quotidiano.

Caro oggetto, non riesco a separarmi da te

Il disturbo di accumulo è una patologia che si caratterizza per la tendenza ad accumulare oggetti in maniera patologica. Secondo i principali manuali diagnostici è definito come l’impossibilità di liberarsi di un gran numero di beni, apparentemente inutili, che finiscono per ingombrare gli spazi vitali, tanto da precludere le attività di vita quotidiana. Tale comportamento, per essere definito patologico, deve però comportare un disagio clinicamente significativo.

L’accumulo può essere limitato ad alcuni oggetti o, indistintamente, essere rivolto a tutto ciò che passa sotto tiro. Nel primo caso la persona è portata a “collezionare” solo un certo tipo di cose, come giornali, vestiti o addirittura animali. Nel secondo, invece, si accumula di tutto: carte, coperte, riviste, bollette scadute, portapenne. Proprio di tutto. Tra la persona e ogni singolo oggetto, comunque, si creerà un legame talmente forte, che sarà impossibile da interrompere.

L’impossibilità di separarsi da ciò che si è accumulato, secondo Steketee, sussiste per tre principali motivi. Il primo attiene a ragioni di tipo affettivo. Hai presente l’amore che tiene legate due persone? E’ proprio quello che prova l’accumulatore nei confronti di ogni oggetto: come potrebbe mai liberarsene?

Il secondo, invece, fa riferimento a motivazioni strumentali. L’oggetto, ovvero, potrebbe tornare sempre utile, anche quando non ha nessuna utilità. L’accumulatore riesce a trovare un’utilità anche a un fermaglio per capelli rotto! Perché buttarlo, quindi?

Infine, il terzo motivo rimanda a ragioni estetiche o intrinseche. Qualsiasi oggetto di cui l’accumulatore è entrato in suo possesso è bello, utile e dunque vale la pena conservarlo perché “non si sa mai”.

Perché si accumula in maniera patologica

Alla base di un disturbo da accumulo vi è in genere una pregressa storia traumatica. La persona, ovvero, ha sviluppato il comportamento di accumulo come reazione disfunzionale a qualcosa che in passato ha vissuto come negativo. Negli oggetti, pertanto, ritrova paradossalmente quel conforto o quella serenità affettiva che in passato è mancata.

Per spiegarmi meglio, voglio richiamarti alla mente quei pantaloni che, a livello delle ginocchia hanno delle toppe, perché col passare del tempo, si sono usurati. Ora immagina che anziché una toppa, nel pantalone siano presenti un’innumerevole quantità di strappi e buchi. Se paragoniamo il pantalone alla vita di una persona e gli strappi ai traumi vissuti, gli oggetti di chi soffre di disposofobia sono proprio le toppe che servono per nascondere quei buchi/traumi. Ma quei buchi sono talmente numerosi, che gli oggetti necessari per poterli nascondere saranno infiniti! Ed è qui che nasce il bisogno di accumulare.

In un certo senso, e a ragione, il disturbo di accumulo ricorda il disturbo ossessivo compulsivo, in quanto il gesto di accumulare è paragonabile proprio a una compulsione. Probabilmente, dietro quel gesto, vi è il desiderio di placare un’ansia sottostante piuttosto viva che, nel tempo, si è, anch’essa, andata accumulandosi.

Conseguenze: è possibile uscirne?

E’ facile immaginare a che tipo di conseguenze possa portare un disturbo da accumulo, anche se queste ultime dipendono certamente dal livello di gravità della patologia. Tra le principali conseguenze vi è sicuramente un isolamento sociale più intenso e la rottura della maggior parte delle relazioni.

Alle relazioni, d’altronde, l’accumulatore preferisce i propri oggetti: senza di essi, in fondo, si vedrebbero tutti i buchi del proprio pantalone! Piuttosto che separarsi dalle proprie collezioni, quindi, l’accumulatore preferisce separarsi dalle persone.

Potranno emergere anche importanti problemi di salute o finanziari, in quanto l’accumulare diverrà col tempo un’attività che invaderà ogni spazio di vita dell’individuo. Persino le attività più semplici, come lo spostarsi da casa, potranno divenire complesse. Qualsiasi spostamento, infatti, sarà sempre difficoltoso, poiché la persona sarà tentata di fermarsi più volte per raccogliere qualsiasi tipo oggetto.

Da un punto di vista psicoterapeutico è possibile fare qualcosa, almeno per ridurre l’incidenza che il disturbo può avere nella vita di tutti i giorni. Molte terapie hanno sviluppato, in questa direzione, protocolli di successo. L’obiettivo, in genere, è quello di ridurre il comportamento di accumulo a un più semplice atteggiamento “collezionista”, ridando alla vita il significato che merita e dislocando gli affetti dagli oggetti alle persone.

Nell’ambito della terapia breve, ad esempio, si inizierebbe il processo di cura invitando il paziente a distaccarsi, gradualmente, dall’oggetto emotivamente più piccolo, ovvero quello affettivamente meno significativo. Successivamente si arriverà a tutti gli altri, elaborando a poco a poco i possibili traumi che gli oggetti accumulati nascondono.

Tale processo, in casi meno gravi, potrebbe essere avviato e risolto anche all’interno di una terapia a seduta singola: in questo caso, però, l’intervento sarà più incisivo, e cercherà di modificare sia il comportamento di accumulo, sia il significato che si nasconde dietro quest’ultimo.

Bibliografia

Mancini, F., Perdighe, C. (2015). Il disturbo da accumulo, Raffaello Cortina, Milano.

Steketee, G. (2010). A brief interview for assessing compulsive hoarding: The Hoarding Rating Scale-Interview, Psychiatry Research, 178, 147-152.

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9 suggerimenti per superare la paura di volare

Finalmente è arrivata l’estate, avrai sicuramente voglia di staccare la spina da tutto e partire per un posto esotico o comunque lontano, magari con gli amici oppure con la tua dolce metà, vero?

Ti ritrovi a immaginare quanto ti piacerebbe andare in posti incantati, tra natura, spiagge bianche e mare cristallino. Solo a pensarci ti sembra gia di goderti il relax di quei posti meravigliosi che solitamente vedi solo sulle riviste.

All’ improvviso però, non appena pensi che per andare cosi lontano devi prendere l’aereo, ti torna in mente quella brutta esperienza che hai vissuto tempo fa durante un volo, e questo scenario da sogno si trasforma improvvisamente in un incubo.

Ricordi benissimo come ti sei sentito in quel momento!
Forse sarai stato sopraffatto dall’ansia, dall’angoscia, la frequenza cardiaca avrà cominciato ad aumentare, avrai avuto l’impressione di non riuscire a respirare, di svenire, i muscoli ti si saranno irrigiditi, avrai provato un senso di oppressione, paura di morire o impazzire.

Risultato?
Queste sensazioni terribili, ormai da diverso tempo, ti portano a rinunciare ai viaggi che tanto desideri per evitare così l’esperienza di andare in aereo. Sicuramente, sai benissimo che la tua paura di volare viene definita “aerofobia” o “aviofobia”, ma quello che forse non sai, è che a volte non è sufficiente evitare l’aereo, poiché il disagio può cominciare a presentarsi in altri contestilimitando sempre di più la tua vita.

Probabilmente più volte ti sarai chiesto: “Ma perché ho così paura di volare e non riesco a superarla?”. Be, a questa domanda potrei dare molte risposte se ti conoscessi, ma non essendo così, l’unica cosa che posso fare, è darti qualche consiglio per provare ad affrontare la paura di volare già da solo e magari farti quel viaggio che desideri da tanto.

Eccoti 9 suggerimenti che puoi utilizzare prima e durante il volo, per gestire il più possibile la tua paura:

  1. approfondisci le tue competenze sugli aerei informandoti di come funzionano e sul loro maggiore livello di sicurezza rispetto gli altri mezzi;
  2. evita di ossessionarti con le notizie sugli incidenti aerei, riportate da giornali e notiziari;
  3. gran parte dell’essere spaventati dipende dal fatto di non sapere cosa sta per accadere, quindi, preparati ai movimenti e alle sensazioni che sperimenterai durante il volo come per esempio le turbolenze;
  4. se ci riesci, prenota un posto nella parte anteriore dell’aereo. Questa zona è meno esposta alle turbolenze e puoi rilassarti più facilmente;
  5. se invece provi fastidio per il fatto che sull’aereo ti senti un pò prigioniero, scegli un posto che si trovi nel lato del corridoio o vicino all’uscita di emergenza;
  6. pratica degli esercizi di rilassamento capaci di ridurre l’ansia sia nella tua vita quotidiana che durante il volo;
  7. cerca di non volare solo, ma con qualcuno di fiducia che può aiutarti a distrarti e a sentirti più tranquillo;
  8. spiega alle hostess la tua paura, la calma e la professionalità con cui hostess e steward affrontano il viaggio potrà esserti sicuramente di aiuto;
  9. durante il volo prova a distrarti leggendo un libro, guardando un film o ascoltando della musica rilassante. Tutto ciò ti permetterà di distoglierà la mente da ciò che ti preoccupa.

Di suggerimenti c’è ne sono diversi ma intanto prova ad iniziare con questi, e se ti accorgi che il tuo problema non è ancora risolto, allora rivolgiti ad un terapeuta che scoprendo insieme a te cosa nasconde veramente la tua paura, può aiutarti a gestirla senza dover continuare a rinunciare ai viaggetti che da tanto sogni.

Non servono terapie interminabili, in molti casi si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia, è possibile ottenere degli ottimi risultati.
Non aspettare ancora per contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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Fobia specifica: ho terrore di quella cosa lì, ma non so perché

“Aiuto, aiuto c’è un ragno!”…“Che paura, che paura c’è un gatto!”…“O caspita, un cane…oddio un cane…mi sale l’ansia!”.
E si potrebbe continuare all’infinito. Se sproporzionate rispetto alla realtà, le paure per i ragni, gatti, temporali, cani, insetti, uccelli, aghi o altro tipo di oggetti, sono definite col termine di fobie specifiche. In fondo, ti sei mai chiesto che motivo c’è di aver paura di un ago o di un piccolo ragnetto? Eppure, c’è chi prova un profondo terrore al solo pensiero.

Se penso a quella cosa là, mi viene il panico

Per parlare di fobia specifica, dobbiamo riferirci a una paura illogica, irrazionale ed eccessivamente elevata nei confronti di un determinato oggetto, animale o situazione. Se si trova di fronte allo stimolo ansiogeno, la persona non resiste, vuole scappare, prova un terrore vero e proprio, anche quando non c’è motivo. Oltre ad essere sproporzionata e irrazionale, nella fobia specifica la paura è anche incontrollabile, porta all’evitamento sistematico della situazione e influenza negativamente la vita quotidiana della persona.

La questione centrale, però, rimane il fatto che, per parlare di fobia, la paura deve essere provata nei confronti di uno stimolo innocuo. In altre parole, non siamo in presenza di una fobia se il terrore è vissuto di fronte a uno stimolo realmente pericoloso. Chi non ha paura di un leone? Quasi nessuno. Ma se quel leone lo vedi in un ragno, un ago, un oggetto o una situazione particolare, e hai una reazione simile a quella che avresti di fronte a un leone vero e proprio…bè, allora soffri sicuramente di una qualche forma di fobia specifica.

Il terrore che si prova in queste situazioni di eccessiva ansia, si esprime anche attraverso sintomi fisiologici ben circoscritti, come tachicardia, vertigini, diarrea, sensazione di soffocamento, tremore o sudorazione eccessiva. Nel momento acuto della fobia, inoltre, il primo istinto è sempre scappare e fuggire altrove. Torna a pensare per un attimo al leone: se te ne ritrovi uno davanti all’improvviso, d’istinto cosa fai? Fuggi! E senza perdere nemmeno troppo tempo! Ecco, chi soffre di una qualsiasi forma di fobia, fugge (ed evita) qualsiasi cosa gli ricordi lo stimolo ansiogeno.

Sì ma…che tipo di fobia?

Devi innanzitutto differenziare le fobie specifiche da quelle generalizzate (agorafobia e fobia sociale). Queste ultime, infatti, riguardano un ampio spettro di situazioni, mentre la fobia specifica si ha solo in un determinato tipo di circostanza.

Un primo gruppo di fobie specifiche fa riferimento agli animali (ragni, uccelli, piccioni, insetti, cani, gatti…). Un altro gruppo, invece, racchiude quelle provate verso gli ambienti naturali, come la paura per i temporali, per le altezze, del buio o dell’acqua. Un altro gruppo ancora racchiude le fobie del sangue, delle iniezioni e delle ferite: pensa a quanto può essere invalidante questo tipo di fobia per un infermiere o un medico! Infine abbiamo quelle “situazionali”, dove è una specifica circostanza a causarle: ad esempio un tunnel, un ponte, un ascensore, guidare o volare.

E’ chiaro però che i tipi di fobie non si esauriscono soltanto a queste tipologie: pensa che c’è chi ha paura persino del proprio corpo, o di una parte di esso, o addirittura dei medicinali, o della polvere! Qualunque cosa può dare origine a una forma di fobia.

Cosa c’è dietro a una fobia specifica

Chi soffre di una fobia, spesso si chiede: perché? Il ché vuol dire, ad esempio: perché ho questa maledetta paura dei ragni? Rispondere a questa domanda non è facile. C’è chi sostiene che il tipo di fobia nasca da un significato inconscio errato che è stato dato, nel corso della vita, a quel particolare tipo di animale o di oggetto. C’è chi invece sostiene, al contrario, che l’inconscio non c’entra nulla, ma che è questione di condizionamento. Durante l’esistenza, ovvero, la mente ha appreso involontariamente che un oggetto o una situazione è eccessivamente pericolosa, quando in realtà non lo è. Tale condizionamento viene mantenuto inalterato nel tempo fino a dare origine alla fobia. La genesi è comunque sempre la stessa: un’errata interpretazione di qualcosa.

Ti invito a tirare fuori ancora il leone di prima. Hai presente quell’immagine, piuttosto famosa, in cui c’è un gatto che si guarda allo specchio e nello specchio, anziché vedere se stesso, vede un leone? Bé è un po’ quello che succede a chi sviluppa una fobia: vedere, a un certo punto della vita, qualcosa che va oltre la realtà, che sia all’interno di un ragno, di un cane, della pioggia che cade o della polvere che si annida. Da quel momento in poi esisterà solo il leone!

La scorciatoia per vincere le fobie

La paura è un’emozione adattiva: avere paura di un cane feroce, di un serpente o di un forte temporale mentre siamo in bici, è assolutamente normale. Ma se tale paura si estende anche a un cucciolo di cane, a un ragno piccolo e indifeso o ti condiziona nel prendere un semplice autobus, allora è evidente che c’è qualcosa che non va.

Se la tua fobia ha un’incidenza sulla tua vita e ti condiziona, c’è una via per superarla. Se, ad esempio, sei un infermiere e hai paura del sangue, oppure sei un autista e hai paura del trasporto pubblico, o sei un pilota e all’improvviso ti prende la fobia di volare: non demordere, c’è sempre una soluzione.

Rispetto ad altri problemi, in psicoterapia il trattamento della fobia, se non ci sono altri disturbi psicologici sottostanti, è relativamente facile. A volte può bastare una semplice sequenza di sedute, altre volte una sola sessione di terapia a seduta singola. L’obiettivo è comprendere da cosa è stata scatenata la fobia e come è possibile porvi rimedio. Portare, ovvero, quella paura che si prova di fronte allo stimolo ansiogeno dall’essere “eccessiva e irrazionale”, all’essere “normale e adattiva”. Immagina, ad esempio, quanto sarà bello ricominciare a indossare le ali, una volta che la fobia di volare sarà andata via!

Bibliografia

Cannistrà, F., Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche, Giunti, Milano.

Nardone, G. (2012). Oltre i limiti della paura, Bur, Milano.

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4 consigli pratici per superare la tua paura di guidare

Ormai sono diversi mesi che esci solo per andare a lavoro perché fortunatamente ci puoi arrivare a piedi, poi il resto del tuo tempo lo trascorri tra le mura di casa o al massimo fai delle brevi uscite per il paese. Ti limiti a uscire per fare la spesa al supermercato vicino casa tua o per recarti ogni tanto in qualche altro negozio vicino.

Insomma, fondamentalmente vai, dove puoi arrivare a piedi!

Ti allontani dalla tua zona solo se qualche tuo amico ti viene a prendere per uscire o per scarrozzarti da qualche parte, perché tanto tu la macchina proprio non la prendi, nonostante hai la patente.
Preferisci scomodare gli altri per farti portare in giro, piuttosto che cercare di superare la tua paura di guidare o anche l’ansia e l’agitazione che sorgono in te al solo pensiero di provarci.

Quasi quasi sembra che non ti interessi poter diventare un peso per gli altri! 

La tua paura ormai è decisamente invalidante e condiziona la tua esistenza da almeno sei mesi. Pur avendo conseguito la patente di guida, non riesci proprio a guidare.

Non riesci a gestire quella persistente sensazione di ansia che si presenta ogni volta che tenti di metterti alla guida. Il tuo battito cardiaco aumenta, come anche la sudorazione delle mani, la tua respirazione diventa più affannosa e a volte forse provi addirittura una sensazione di nausea e vertigini.

Senti di non potercela fare, non ci riesci!

L’ansia e le aspettative negative ti frenano, ti bloccano non appena sali in macchina e provi a guidare. Più volte forse hai provato, fallendo e la domanda che ti sarà passata per la testa sarà stata: “Ma ci sarà qualche rimedio per superare questa mia paura?”.

Sicuramente saprai già benissimo che la tua paura ha un nome, si chiama amaxofobia o più raramente anche motorfobia, e consiste nella paura persistente e anormale di trovarsi in un veicolo o condurlo.
In alcuni casi colpisce solo per brevi periodi, mentre in altri può durare per tantissimo tempo. Comunque sia è una fobia checolpisce molte persone.

Tu sei una di quelle?

Se soffri di questa fobia sicuramente proverai sentimenti di disagioansia nervosismo che a volte, spero non ancora nel tuo caso, possono addirittura causare dei veri e propri attacchi di panico.

Forse ti sarai chiesto: “Ma perché ho paura di guidare?”.
Be, le cause per cui può presentarsi l’amaxofobia possono essere diverse.

Per esempio può presentarsi in periodi della tua vita in cui sei più vulnerabile e più soggetto a stati d’ansia, può essere quindi la manifestazione di insicurezze e disagi inconsci. Oppure può verificarsi in risposta a esperienze pericolose vissute in prima persona o a persone a noi molto vicine.

Qualunque sia la causa della tua paura di guidare, ti suggerisco 4 consigli pratici che puoi mettere in pratica da solo e iniziare così a superare questa tua paura.

  1. Pulisci e “cura” la tua macchina. Portala dal meccanico e accertati che sia tutto a posto. Rendere, infatti, la tua auto un ambiente profumato e sicuro, e quindi prendere confidenza e curare gli oggetti delle nostre paure, aiuta ad affrontarle più facilmente.
  2. Cerca una zona sicura per riprendere a guidare, come un grande parcheggio, magari negli orari in cui è più vuoto. In questo modo eviterai traffico e situazioni di tensione che potrebbero presentarsi in strada.
  3. La prima volta che vai nel parcheggio, se non te la senti, non serve che guidi. Stai semplicemente seduto in auto, prendi confidenza con le sensazioni che ti arrivano, prova a metterla in moto e poi a spegnerla.
  4. Inizia a guidare solo quando te la senti. Inizialmente solo per 15 minuti, poi progressivamente aumenti a 30 minuti, fino poi a guidare per un’ora o quanto vuoi tu. Questo ovviamente vorrà dire fare tantissimi giri nel parcheggio vuoto, e sicuramente ti annoierai un po, ma non preoccuparti, più ti annoierai meglio sarà. Vedrai!

Devi assolutamente “evitare di non guidare”. Ciò rafforza solo la tua paura e la tua ansia. Lo sforzo che devi fare per metterti in macchina è grande, ma è anche fondamentale per superare il tuo problema e riconquistare la tua libertà.

Se nonostante i consigli che ti ho dato, il tuo problema non è ancora risolto, prova ad affidarti ad un terapeuta che può consigliarti cos’altro è più opportuno fare per la tua specifica situazione. In molti casi, si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia, è possibile riprendere a guidare.

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Paura del fallimento: ciò che non mi uccide, mi fortifica?

E’ tutto pronto per la partenza. Sei in prima fila e potrebbe essere la gara della tua vita: qualora riuscissi a vincerla, ti consacreresti campione del mondo. I semafori si accendono, manca poco al via, ma all’improvviso sei assalito dai dubbi: “E se non riuscissi a portare a termine la gara? e se non arrivassi primo? quale tremenda delusione sarà! No, no, meglio rinunciare e non partire, piuttosto che correre il rischio di perdere!”. E così, alla fine rimani fermo sulla griglia di partenza, senza nemmeno partecipare a quella che poteva essere davvero la gara della tua vita.

Quello che ti ho appena descritto ha un nome: paura del fallimento. E’ un tipo di paura che attanaglia la mente, la blocca e la immobilizza di fronte a qualsiasi prova dell’esistenza.

So già che non raggiungerò l’obiettivo

La paura del fallimento è quel pensiero debilitante e ricorrente che subentra in tutti coloro che hanno paura di non riuscire a realizzare qualcosa. La persona interessata, per il solo timore di fallire, interrompe qualsiasi azione sia destinata al raggiungimento dei propri obiettivi. La paura di non riuscire è così tanta, che alcune volte finisce persino per non provarci nemmeno!

La paura di fallire implica importanti stravolgimenti dal punto di vista psicologico. Oltre all’immobilizzazione nei confronti della vita e delle scelte che si operano, crea dentro la persona un profondo senso di sfiducia. Quest’ultimo, a lungo andare, determinerà una considerevole disistima nelle proprie capacità, un giudizio negativo di sé e una profonda sensazione di disfatta di fronte a qualsiasi scelta ci sarà da compiere.

Ci sono alcuni precisi sintomi della paura del fallimento tra cui, oltre la bassa autostima e fiducia (“Non sarò mai capace di superare questo esame”), il rifiuto categorico a provare esperienze nuove, il procrastinare e la tendenza al perfezionismo (“Non riuscirò mai a fare quella cosa come vorrei, per cui non ci provo nemmeno”).

Con queste caratteristiche, il circolo vizioso della paura di fallire inibirà la persona in ogni campo della vita, da quello lavorativo a quello sociale. Piuttosto che dare adito a nuovi progetti, ci si accontenterà di quel che si ha, perché un eventuale fallimento della novità sarebbe una delusione troppo grande da dover digerire.

Le possibili cause: mancanza di fiducia

E’ difficile conoscere con esattezza quali possano essere, in generale, le cause della paura di fallire.
Dall’esperienza clinica se ne possono ricavare alcune più frequenti. Partendo dall’esperienza più precoce, una delle possibili è l’aver avuto genitori critici e poco supportivi.

I genitori critici non supportano né incoraggiano il proprio figlio nel raggiungimento degli obiettivi (qualunque essi siano, dal più semplice al più complesso). Ciò vuol dire che, spesso, si sostituiscono a lui nelle scelte, lo umiliano in pubblico (anche solo verbalmente) e non riconoscono né apprezzano i traguardi da lui raggiunti. Questo comportamento genitoriale, messo in atto spesso in modo inconsapevole, crea nel bambino un sentimento negativo, di sfiducia e di scarsa autostima nelle proprie capacità.  Sensazioni che lui si porterà dietro anche da adulto, il ché, nel migliore dei casi, alimenterà la vera e propria paura del fallimento.

Un’altra possibile causa del timore di fallire è l’aver vissuto un evento traumatico.
Con evento traumatico si intende un’esperienza particolarmente dolorosa o umiliante che ha segnato la nostra vita. Un’esperienza traumatica, nell’ambito del fallimento, potrebbe essere, ad esempio, l’aver fatto una pessima figura in pubblico, durante una presentazione, oppure l’aver ricevuto un’importante umiliazione durante una prestazione sportiva.
La persona, scottata dalle emozioni negative vissute, sarà portata a evitare qualsiasi situazione che le ricorderà quella originaria, pur di non rischiare di riprovare le stesse sensazioni negative.

Fallimento: ciò che non mi uccide, mi fortifica!

Qualunque sia la tua storia personale, a tutto c’è un rimedio! Devi solo provare a vedere il fallimento in maniera non del tutto negativa, ma come un’occasione di crescita e di apprendimento. Vedendolo sotto questa prospettiva, esso potrà farti meno timore.

La paura di fallire, infatti, fa parte della vita di tutti: chiunque si è confrontato con una qualche forma di fallimento, prima di arrivare alla vita adulta. Vuoi per un amore non corrisposto, vuoi per un lavoro andato male o per una semplice amicizia interrotta. Il fallimento è, in fin dei conti, un modo per imparare dall’esperienza, per fortificarci e diventare adulti più sani e coraggiosi. Rinunciare a priori è, invece, indice di malessere.

Per alleviare la tua paura di fallire, quando hai di fronte un obiettivo che vuoi raggiungere, prima di rinunciare del tutto ai tuoi propositi, prova a seguire questi semplici consigli.

Innanzitutto, cambia il tuo punto di vista sul fallimento, come sopra ti ho suggerito di fare. In seguito, analizza tutte le conseguenze possibili che la tua azione potrà avere (a volte è la paura dell’ignoto che fa più timore, piuttosto che il fallimento in sé). Impara quindi a pensare positivo e datti fiducia, magari prefigurandoti lo scenario peggiore di quello che potrà succedere (ti aiuterà ad essere più ottimista!). E infine, fai e impegnati in quello che volevi fare!

Ricorda che la paura del fallimento viene meno solo con l’esperienza. Se reputi, invece, che, nel tuo caso, il timore di fallire sia ben più radicato, affidati a un terapeuta a sessione singola: in una sola seduta potrà cambiare il tuo modo di vedere le cose, nonché sbloccare e inibire molte delle tue paure, per iniziare, così, a non aver più paura!

Bibliografia

Morschitzky, H. (2013). Vincere la paura del fallimento. Superare ansie, timori e sconfitte per tornare a guardare al futuro, Apogeo, Adria.

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Fobia sociale: sto bene anche da solo ma ho bisogno di te

Sarà capitato anche a te di fare un discorso in pubblico, di affrontare un colloquio di lavoro o di vivere qualsiasi altra situazione sociale. Spesso magari con la paura di “fare brutta figura”. E se l’ansia, di fronte a situazioni di questo tipo, diventasse intensa e invalidante? In questo caso, parleremo di fobia sociale, detta anche ansia sociale.

La paura del giudizio: che penseranno di me?

La fobia sociale fa parte dei disturbi d’ansia e comporta il provare un’immotivata ansia generalizzata, nonché una paura intensa e pervasiva, di fronte a svariati contesti sociali, per paura del giudizio altrui o di mettere in atto comportamenti imbarazzanti (come tossire, starnutire, perdere il controllo…).

Le occasioni in cui si presenta possono essere varie, come il parlare in pubblico, o semplicemente il fare la spesa al supermercato. Sono tutte situazioni in cui, in un modo o nell’altro, il soggetto si sente al centro dell’attenzione. Non credere però che si tratti di una patologia che ha un’unica modalità di espressione: tutt’altro!

Come in ogni altro disturbo psicologico, anche qui alcuni ne soffrono in maniera più lieve, altri in forma più grave. Alcune persone mostrano la propria ansia attraverso semplici manifestazioni fisiche, come sudorazione, palpitazioni, tremori o addirittura veri e propri attacchi di panico. Altri ancora, invece, vivono pure una sorta di angoscia e inquietudine perenne, che preclude loro di fare qualsiasi cosa presupponga un contatto con gli altri.

Bagnarsi ancor prima che piova: l’evitamento

L’elemento fondamentale che dunque caratterizza la fobia sociale è che la persona viene sopraffatta da un’ansia eccessiva di fronte a un determinato evento sociale. L’esporsi in pubblico, però, genera un disagio persistente che non si presenterà soltanto durante l’esperienza, ma anche molto tempo prima rispetto alla data in cui tale esposizione avverrà: si chiama ansia anticipatoria. 
Tale ansia influenzerà negativamente qualsiasi tipo di comportamento il soggetto deciderà di compiere in futuro, specialmente riguardo quello specifico evento. In un certo senso, chi soffre di fobia sociale si bagnerà ancor prima che inizi a piovere!

Supponi, per esempio, di dover affrontare un colloquio di lavoro con l’equipe di un’azienda. Normalmente, prima di un colloquio di lavoro, può subentrare in chiunque un po’ d’ansia. Nel caso della fobia sociale, però, quest’ansia incomincerà già parecchi giorni prima. Il solo pensiero del colloquio, causerà una persistente paura del giudizio, intenso disagio, agitazione, il timore di mettere in atto comportamenti umilianti. E quale sarà la conseguenza di queste paure ansiose? Naturalmente, evitare di andare al colloquio, pur di non provare più quel fastidioso disagio interno.

Le conseguenze: “Sto bene anche da solo, ma ho bisogno di te”

Il disagio che prova chi soffre di fobia sociale è talmente elevato che condurrà quest’ultimo all’evitamento di qualsiasi situazione presupponga un contatto con gli altri. La fobia sociale predilige la solitudine, piuttosto che la relazione. Il soggetto metterà in atto una serie di atteggiamenti e stratagemmi in grado di consentirgli di evitare le relazioni, ma perseguire ugualmente le proprie attività quotidiane.

E’ una modalità di vivere l’esistenza altamente invalidante: qualsiasi persona è, infatti, immersa in un contesto sociale dal quale non può prescindere. Anche il semplice andare a fare la spesa o prendere un autobus, presuppone un contatto con qualcuno. Riusciresti a fare qualsiasi delle tue attività quotidiane, senza entrare in relazione con altri? Impossibile. Eppure è quello che illusoriamente vorrebbe chi soffre di fobia sociale: l’ansia sperimentata è talmente elevata che induce, talvolta, a non uscire nemmeno di casa, specie nelle forme più invalidanti.

Per questo motivo, chi soffre di ansia sociale, ha spesso poche amicizie, fa un lavoro in cui le relazioni col pubblico sono pari a zero e soffre anche di bassa autostima. L’evitamento delle situazioni sociali, tuttavia, non farà altro che aumentare la fobia, anziché diminuirla. Ridurrà, ovvero, il livello di autostima, mantenendo al contempo alti i sentimenti di inferiorità e inadeguatezza. Non è raro, d’altronde, che, assieme alla fobia sociale, sono presenti anche altri disturbi, specie di tipo ansioso-depressivo.

La via breve per superare la fobia sociale

L’uomo è un essere sociale: se al contatto con gli altri prova intenso disagio, allora c’è qualcosa che non va. Non sto parlando di chi è introverso, perché il problema principale non è provare ansia durante alcune relazioni sociali (capita di continuo a tutti), ma di esperire un disagio che conduce a mettere in atto comportamenti di evitamento per la paura del giudizio altrui.

Dayhoff, per l’ansia sociale di lieve entità, suggerisce alcuni piccoli stratagemmi, come fare telefonateprendere parte a eventi sociali (per aumentare le interazioni con gli altri), oppure anticipare l’imbarazzo alle persone con cui ci si relaziona (“Ti avverto, diventerò rosso: non farci caso”). Stratagemmi che servono per normalizzare l’ansia e non essere del tutto ingabbiati dentro comportamenti evitanti.

Se con questi piccoli metodi non riuscirai a risolvere la tua situazione, allora è probabile che la fobia di cui soffri è più radicata. Prendi coraggio, e prova a parlarne con uno psicoterapeuta. So che anche questo presuppone un contatto con un’altra persona, ma in quel caso sei nel posto giusto: lui non aspetta altro che cercare di capire insieme te, qual’è la soluzione più adatta al tuo caso.

La soluzione c’è, e si può ottenere anche in poche sedute, se non che in un’unica seduta. Si tratta di trovare la chiave per “sbloccare” ciò che è rimasto “bloccato”. E la strada per farlo è, manco a dirlo, riprendere, gradualmente, a stare con gli altri!

Bibliografia consigliata

Dayhoff, S.A. (2008). Come vincere l’ansia sociale, Erickson, Trento.

Nardone G. (2014), Paura, panico, fobie, Tea, Milano.

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Alzi la mano chi non conosce gli attacchi di panico!

Cosa sono gli Attacchi di Panico?

Lo so, forse non devo neanche spiegartelo dato che se ne parla e scrive tantissimo, d’altronde questo disturbo pare che interessi circa 2 milioni di italiani, quasi quasi potresti spiegarmelo meglio tu, soprattutto se l’hai vissuto.

Se anche solo una volta ti è capitato di avere un attacco di panico conoscerai bene le terribili sensazioni che si provano in quei momenti.

Ti sei sentito morire, sembrava che avessi sul petto il peso del mondo intero tanto da non riuscire a respirare, la testa girava all’impazzata e avevi difficoltà a rimanere in piedi, il cuore batteva così forte che hai pensato ti stesse venendo un infarto.

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Eri totalmente in balia degli eventi!

In un attimo ti sarà forse sembrato che tutta la tua vita ti passava davanti e hai pensato che era arrivata veramente la tua ora, senza capire cosa ti accadeva e avere modo di combattere.

Ti sei sentito completamente impotente!

Sai però che gli Attacchi di Panico sono una delle problematiche più facilmente curabili con poche sedute di terapia e soprattutto senza l’ausilio degli psicofarmaci?

Sia chiaro! Non sono contro i farmaci, ma fondamentalmente essi permettono solo di far smettere di suonare il campanello ma non di risolvere il problema.

Quale campanello?

Ma l’attacco di panico ovvio. Se ci pensi bene, l’attacco di panico altro non è che un campanello d’allarme che ci dice: “Ehi! Nella tua vita c’è qualcosa che non va. Che ne dici di sbrigarci a capire cosa?”.

Come possiamo fare? Be, la Terapia permette proprio di fare questo. Pensa, non solo spesso non servono molte sedute, ma alcune ricerche sugli attacchi di panico, come quella di Nuthall e Townend (2007) hanno dimostrato che già con una Singola Seduta puoi ottenere dei risultati inaspettati.

La Terapia a Seduta Singola, ha uno scopo ben preciso: aiutarti a identificare e utilizzare le tue risorse e i tuoi punti di forza. Potrai così cominciare ad affrontare gli attacchi di panico usando le armi migliori che hai: le tue, e quindi affrontare il tuo problema su un campo di gioco che già conosci.

Inoltre, la Terapia a Seduta Singola focalizzandosi sul problema in questione, ti potrà fornire delle tecniche che potrai utilizzare immediatamente per dominare la paura dell’attacco di panico e non che sia lui a dominare te, diventando così ancora più forte di prima perché sarai armato di una nuova arma: la tua forza.

Mi raccomando, prima intervieni meglio è!

Quindi, cosa aspetti a liberarti dall’attacco di panico? Prova a contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola, cercando sul sito OneSession.it il terapeuta più adatto alle tue esigenze e più vicino alla tua zona.

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Dismorfobia: la convinzione di essere brutti!

Immagina di svegliarti e, come ogni mattina, di guardarti allo specchio. Nel momento in cui osservi il tuo riflesso, però, ti accorgi all’improvviso di quanti difetti esso abbia. Il tuo naso, i tuoi capelli, le orecchie, ti sembra che abbiano un aspetto orrendo. E ogni giorno che passa, ti convinci sempre più della bruttezza del tuo corpo, al punto da non sentirti più attraente.

Che cosa sta accadendo? Si chiama dismorfofobia.

“Sono brutto, sono brutto, sono brutto!”

La dismorfofobia, o disturbo di dimorfismo corporeo, è un’intensa preoccupazione per un ipotetico difetto fisico, che conduce alla convinzione o al timore di essere brutti e inattraenti agli occhi degli altri. Questo seppure, nella maggior parte dei casi, l’aspetto fisico della persona dismorfofobica non è cambiato, ma al contrario è rimasto lo stesso. Vi sono alcune zone del corpo che, in genere, sono più soggette alla dismorfofobia, quali le parti del viso (naso, capelli, occhi, orecchie, labbra), forse perché più esposte all’esterno rispetto ad altre. Non vengono tuttavia lasciate da parte nemmeno il seno o i glutei, in quanto importanti per l’attrazione sessuale.

Più in particolare, la dismorfofobia può essere definita come un’idea distorta del proprio corpo che si radica nella mente della persona, cui il soggetto pensa in maniera ossessiva e involontaria. Questa idea, alla fine, sarà talmente ripetitiva che si tradurrà in una vera e propria concezione alterata della propria immagine corporea.

Per spiegarti bene come si innesta tale idea, ti faccio un esempio. Pensa a quando ti alzi la mattina e, senza sapere perché, inizi a ripeterti in testa il ritornello di una canzone in maniera ininterrotta. Supponi adesso che anziché il ritornello di quella canzone, tu ti ripeta assiduamente “sono brutto, sono brutto, sono brutto!”, al punto da convincertene. Proprio come il ritornello della canzone, questa idea ti accompagnerà per tutto il giorno e anche per i giorni a venire. Ti puoi già rendere conto di quanto difficile possa essere vivere con un’idea di questo tipo, eppure è proprio quello che accade nella dismorfofobia.

L’interminabile ricerca del difetto fisico

Come ogni disturbo psicologico, anche la dismorfofobia ha vari livelli di gravità, specialmente nell’adulto. Si parte da una semplice preoccupazionefisica per una determinata parte del corpo, fino ad arrivare a un vero e proprio atteggiamento delirante. La convinzione distorta della propria immagine corporea può essere transitoria, o permanente; oltretutto, la persona può esserne consapevole o meno.

Puoi accorgerti di essere in presenza di una persona dismorfofobica quando la vedi continuamente specchiarsi, oppure evitare accuratamente di vedere la propria immagine corporea riflessa. In genere è un individuo che evita il contatto con gli altri perché ha il timore di essere giudicato. Capita spesso, inoltre, che queste persone, pur di aggiustare il loro difetto fisico, eseguano ripetuti interventi di chirurgia plastica. Dopo ogni intervento, però, anziché migliorare l’atteggiamento verso il proprio corpo, lo peggiorano, al punto che seguono altri interventi per sperare di rimediare al danno fatto. Si innescherà, di lì in poi, un circolo vizioso senza fine, volto a modificare continuamente il corpo, tipico di un atteggiamento dismorfofobico.

Attenzione, però, stiamo parlando di atteggiamenti che si ripetono ogni giorno, in maniera continua, al punto da influenzare negativamente la normale vita quotidiana. In altre parole, non è dismorfofobico chi ricorre a operazioni chirurgiche per reali difetti fisici, o chi si guarda più volte allo specchio la mattina, prima di andare a lavoro!

E nell’adolescenza?

Negli adolescenti la preoccupazione per il corpo è già di per sé piuttosto elevata, motivo per cui compare spesso un disturbo di dismorfofobia, in particolare nel sesso femminile. Nell’adolescenza, d’altronde, il corpo è un mezzo di comunicazione, di attrazione verso gli altri, rappresenta il vero e proprio cambiamento verso l’età adulta.

In questi casi, la dismorfofobia è in genere transitoria. L’atteggiamento dismorfofobico, infatti, scomparirà quando, col l’avvicinarsi della vita adulta, l’immagine che si avrà di sé stessi coinciderà completamente con quella del corpo. Se questa integrazione armonica non avverrà, probabilmente il corpo diverrà un estraneo e il disturbo dismorfofobico evolverà in una vera e propria patologia.

Ritornare a sentirsi belli

Se c’è un disturbo dismorfofobico conclamato, almeno nei caratteri essenziali di cui ho parlato in questo articolo, una soluzione c’è. Una delle tecniche più efficaci è stata messa a punto da Nardone, e si pone come obiettivo quello di smontare gradualmente le convinzioni di queste persone, per rendere vane le idee dismorfofobiche.

Il terapeuta, dopo aver compreso le cause che hanno portato al disturbo, attraverso una serie di manovre ad hoc, inviterà il paziente a una graduale riesposizione alle situazioni sociali e alla propria immagine corporea. Così facendo, permetterà di aggiustare la sua percezione distorta favorendo, al contempo, il recupero di una relazione positiva sia col proprio corpo che con gli altri.

Per problematiche più lievi e transitorie, inoltre, come suggeriscono Ollendick e Davis, una sessione di terapia a seduta singola, potrebbe già avere importanti benefici.

Bibliografia consigliata

Nardone, G., Salvini, A. (2004). Il dialogo strategico. Comunicare persuadendo: tecniche evolute per il cambiamento, Ponte alle Grazie, Firenze.

Nardone, G. (1993). Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie, Firenze.

Ollendick, T.H., Davis, T.E. (2013). One-session treatment for specific phobias: a review of Ost’s single-session exposure with children and adolescent, Cogn. Behav. Ther, 42 (4), 275-283.

Talmon, M., (1990). Psicoterapia a Seduta Singola. Trento: Centro Studi Erickson, 1996.

 

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Fobia o non fobia: questo è il problema

Hai mai ragionato su questi termini? Quotidianamente senti parlare di paura, panico, fobia, ansia e compagnia cantando, ma proviamo a fare un po’ di chiarezza ed inquadrare la fobia o la non fobia.

Se nella tua vita c’è un oggetto, una situazione o un animale che ti causa ansia costante, allora potresti soffrire di una qualche forma di fobia. Con questo termine, infatti, si intende il provare sensazioni e comportamenti di paura marcati di fronte a particolari stimoli.

Attento però, perché per parlare di fobia, l’ansia che scaturisce deve essere clinicamente significativa, irrazionale e immotivata (APA, 2015), in parole povere deve essere sufficientemente forte da causare ripercussioni più o meno serie nel tuo stile di vita.

Ad esempio, poniamo il caso della fobia dei cani.

Sai benissimo che non c’è alcun motivo di aver paura di un cucciolo di cane, eppure appena ne vedi uno ti prende subito il desiderio di evitarlo, di fuggire e andare in cerca di rassicurazioni.

Sei consapevole, ovvero, che la tua ansia è del tutto irrazionale e potrebbe interferire con la tua quotidianità, ma non riesci a controllarla.

Per contro, non si può parlare di fobia qualora ti prenda la paura e il desiderio di fuggire di fronte a un cane feroce o a un serpente: in quel caso sì che la tua ansia è più che giustificata! Anzi, è addirittura adattiva, poiché non interferisce con la tua vita quotidiana, ma piuttosto la salvaguarda!

Sarebbe davvero lungo, oltre che noioso, elencarti tutte le tipologie di fobie esistenti, poiché all’interno dei manuali clinici ogni anno se ne aggiungono sempre di nuove.

In clinica si è soliti suddividerle in due tipi:

fobie sociali, come la claustrofobia (paura degli spazi chiusi) o l’agorafobia (paura degli spazi aperti);
fobie semplici o specifiche, come la fobia dei gatti, dei cani, dei topi o dei ragni.
Sono sicuro che adesso tu ti stia chiedendo se alcune delle tue paure quotidiane sono o meno delle fobie.

A tal proposito, è importante che tu capisca che l’ansia connessa con l’oggetto o la situazione in questione, qualunque essa sia, per poter essere definita “fobica” deve essere sempre sproporzionata, invasiva e ti deve portare ad adottare comportamenti di evitamento che interferiscono con la tua quotidianità. Se l’ansia non influenza in modo rilevante la tua vita, stai pur certo che non sei un soggetto fobico. In caso contrario, allora è probabile che tu lo sia.

Lo sapevi? No? Bene, adesso lo sai!! Ma non disperare: se hai una qualche forma di fobia ci sono molte cose che si possono fare per superarla.

In genere all’origine delle fobie vi sono dei piccoli/grandi traumi che incidono sulla capacità di vivere determinate situazioni. Per farla breve, la tua mente nel tempo ha sì elaborato quel trauma, ma per poterlo fare ha dovuto sviluppare un’ansia elevata nei confronti di un oggetto o una situazione di per sé innocente: ecco il motivo dell’irrazionalità della fobia! Elaborando il trauma connesso alla fobia, quest’ultima tenderà a scomparire.

Queste tematiche potrebbero aver destato in te ulteriori curiosità. Potresti ora domandarti: perché ho proprio questo tipo di fobia, e non un’altra? Qual è il trauma che non ho elaborato? E come faccio, adesso, a superare quest’ansia che ho?

Ecco, sono splendide domande, a cui purtroppo qui non so risponderti: ogni storia di vita è personale, e per poterla conoscere è opportuno approfondirla. L’unica risposta che riesco a darti in questa sede è indicarti, almeno sommariamente, la strada da seguire per poter superare questo tuo disagio.

La psicoterapia è sicuramente una di queste.

Ne esistono molte, tra quelle più efficaci, considerando anche che si tratta di un approccio breve, è la Solution Focused (TBSF), terapia centrata sulla soluzione, un approccio sviluppato ad inizi degli anni 80 negli Stati Uniti ad opera di Steve de Shazer, Insoo Kim Berg e dal loro gruppo di lavoro presso il Brief Family Therapy Center. È uno dei modelli che fa parte dei modelli di intervento chiamati short-term goal-focused therapeutic approaches (approcci terapeutici di breve durata focalizzati sui risultati).

Seppure l’approccio Solution-Focused sia di recente sviluppo, le ricerche ne dimostrano: un’ottima percentuale di efficacia, l’effettiva brevità nel raggiungere l’obiettivo, l’adattabilità a numerose problematiche.

Un’altra valida possibilità è quella della Terapia a Seduta Singola, in cui all’interno di un’unica sessione potranno essere ottenuti risultati già notevoli. Il must della Terapia a Seduta Singola è massimizzare l’efficacia di ogni singola seduta, che a volte può essere l’unica, come molte ricerche hanno dimostrato e che puoi approfondire leggendo “1 è il numero di sedute più frequente in psicoterapia”.

A volte, infatti, basta una singola e intensa seduta per avviarti già al processo di guarigione.

Per approfondirla ti invito ad andare al sito www.terapiasedutasingola.it.

Bibliografia

American Psychiatric Association (2015). DSM V, Raffaello Cortina, Milano.

Davanloo, H. (1986a). Intensive short-term psychotherapy with highly resistant patients. I. Handling resistance, International Journal of Short-Term Psychotherapy, Vol. 1, pp. 107-133.

Malan, D.H. (1986). The frontier of brief psychotherapy, Tavistock, London.

Sitografia

www.terapiasedutasingola.it

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