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Tags Archives: coppia

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Come capisco se sono vittima di Gaslighting?

Cosa è il Gaslighting?

Dare un nome a qualcosa significa dare vita ad una realtà.

Il termine gaslighting, letteralmente illuminazione a gas, richiama alla memoria l’immagine del lavoratore che nell’800 girovagava per le strade con un’asta lunga con all’estremità una fiammella che dava luce alle strade e un’asta con un cono capovolto con cui spegneva le fiammelle dei lampioni alle prime luci dell’alba.

Una luce intensa e di lunga durata quella prodotta dal processo di combustione.

Una luce, la cui accensione e il cui spegnimento dipendevano da un uomo che gestiva il giorno e la notte.

Altrettanto intense e durature sono le caratteristiche del fenomeno psicologico che viene identificato con tale termine e che fa riferimento ad una classe di problemi al centro tra il mondo giuridico e quello della clinica psicologica.

Un fenomeno dipendente da un soggetto, il gaslighter, capace di avere il controllo sul complesso meccanismo psicologico di un altro individuo.

Cos’è di preciso il gaslighting?

Potremmo definirlo come una forma di abuso psicologico.

Una tecnica manipolatoria capace di soggiogare al proprio volere la volontà di qualcun altro, sia esso partner, familiare o persona legata da una relazione amicale, affettiva o lavorativa.

Una forma di violenza psicologica, subdola, lenta e sottile.

Un sopruso, spesso complesso da individuare, riconoscere e dimostrare.

Come si manifesta il gaslighting?

Attraverso la manipolazione mentale, con una modalità costante e infida.

La vittima, preda di raggiri e bugie, è portata a dubitare di tutto, di tutti e persino di se stessa spesso senza accorgersene e pertanto senza denunciare.

Un gioco di inganni capace di creare nella vittima una paralisi emotiva che la spinge a vedere una realtà distorta e a vivere un profondo senso di inadeguatezza e smarrimento.

La violenza psicologica ha come caratteristica principale quella di disorientare, portando la persona a credere a false informazioni e a dubitare così della propria memoria e della propria percezione.

Chi è il gaslighter?

La letteratura clinica ha provato a definire e spiegare il fenomeno, analizzandone caratteristiche e aspetti fondamentali.

Fenomeno, quello del gaslighting, che ha ispirato anche la letteratura cinematografica che ha raccontato nel tempo diverse storie di sopraffazione psicologica.

Tormento e potere nel film Gaslight (in italiano Angoscia) del 1946, ispirato all’omonima opera teatrale del 1938.

Racconta la storia di Paula, una donna che verrà portata alla pazzia dal marito capace di controllarla fino anche a manipolare i più piccoli dettagli della loro vita.

Sarà questa pellicola ad ispirare quelle successive, tra cui ricordiamo anche La ragazza del treno del 2016 che ha come protagonista Rachel, una donna a cui il marito ha minato le sicurezze spingendola a non fidarsi neanche di sé stessa.

Cosa ricava il manipolatore dal suo comportamento?

Scopo del gaslighter è quello di ottenere una serie di vantaggi di natura relazionale, materiale, economica che mirano al controllo totale sull’altro. Un desiderio di potere e ti affermazione della propria superiorità.

Si tratta di un disturbo psicologico che definisce una personalità patologica che va ad inserirsi in un quadro relazionale altrettanto patologico, difficile per la vittima da riconoscere e quindi da denunciare.

Il gaslighter riesce a demolire tutti i punti di vista e di riferimento della sua vittima. In che modo?

  •  svalutandone sentimenti, sensazioni e agiti;
  •  insinuando dubbi sul suo sistema valoriale, affettivo, emotivo;
  •  mettendo in dubbio i ricordi che la persona ha e sostituendoli con nuove credenze;
  •  isolando in maniera totale la persona dalle sue passioni, i sui interessi, le sue relazioni.

Questo metterà la vittima in condizione di non potersi confrontare con l’esterno e pertanto di non riconoscere come sbagliate o dannose determinate dinamiche relazionali.

Come in una caccia, la vittima diventa preda di chi se ne impadronisce seguendone tracce e movimenti. Si crea un incastro relazionale soffocante che porta la vittima a sperimentare uno stato di totale sudditanza psichica.

Per comprendere come si crea un rapporto così distruttivo, manipolatorio e invasivo dal punto di vista emotivo, psicologico ed esistenziale bisogna tenere conto della natura inquietante del gaslighting che è dato da una forte pulsione al possesso e al controllo da parte di chi lo esercita.

Come capire se si è vittima di gaslighting?

Il gaslighting è un processo lento.

Una goccia d’acqua che cade incessante da un lavandino malfunzionante.

Un processo perverso che si consuma giorno dopo giorno.

Una vera e propria tecnica di manipolazione mentale che distrugge l’autostima e consiste in:

  •  raccontare bugie in maniera convincente per destabilizzare la vittima e insinuare un dubbio costante;
  •  negare la realtà e affermarne una propria per portare la persona a dubitare dei fatti e delle proprie convinzioni;
  •  fare leva su ciò che si conosce dell’altro per entrare più facilmente nella sfera emotiva e sentimentale;
  •  mirare alla confusione per distruggere gli equilibri dell’altro;
  •  mettere le altre persone contro la vittima per fare in modo che questa non sappia più a chi rivolgersi o a chi credere;
  •  convincere gli altri che la vittima non è affidabile e quindi gli altri avranno dubbi circa le sue eventuali richieste di aiuto;
  •  convincere che tutti mentono e portare la persona a fidarsi solo del manipolatore.

Giunta al suo apice, la manipolazione diventerà cronica e porterà la vittima a vedere il suo abusatore come colui che potrà salvarla dalle bugie e dalla cattiveria del mondo esterno.

Quali sono le conseguenze del gaslighting per la vittima?

Le conseguenze sono diverse e possono portare la vittima a sentirsi in un costante stato confusionale, di stanchezza e di vergogna.

L’isolamento rappresenterà pertanto una via di fuga dalla realtà e una risposta al senso di inadeguatezza fisica ed emotiva.

Nei casi più gravi la via di fuga può essere anche rappresentata dalla messa in atto di azioni suicidiarie.

Paura e dipendenza rendono difficile la denuncia di tali condotte, spesso mascherate da atteggiamenti di attenzione e protezione.

Talvolta si arriva alla richiesta di aiuto per altri motivi (ansia, depressione, etc.) e quindi di fondamentale importanza sarà l’attenzione degli amici, familiari o del clinico per indirizzare la persona verso il reale problema.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare la nostra pagina FB OneSession.it

 

Riferimenti bibliografici

Filippini S. (2005). Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia. Milano: Franco Angeli

Angeli F., Radice E.. (2009). Rose al veleno, stalking. Storie d’amore e d’odio. Milano: Bompiani

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4 settimane ago Problemi sessuali

Disfunzione erettile: perché può essere utile lo psicologo?

Che cosa è e come si manifesta la disfunzione erettile

Si definisce disfunzione erettile l’incapacità ricorrente di mantenere un’erezione adeguata fino al completamento del rapporto sessuale.

Secondo il DSM-5 (ovvero il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) per poter ipotizzare una disfunzione erettile, deve manifestarsi almeno una delle seguenti condizioni:

1. Marcata difficoltà nell’ottenere un’erezione durante l’attività sessuale

2. Marcata difficoltà nel mantenere un’erezione sino al completamento dell’attività sessuale

3. Marcata diminuzione della rigidità erettile.

Inoltre, sempre secondo il DSM-5, i sintomi devono essere presenti da almeno sei mesi e causare disagio clinicamente significativo nell’individuo.

Perché si possa parlare di disfunzione erettile, la problematica non deve essere attribuibile all’effetto di una sostanza/farmaco o ad un’altra condizione medica generale.

La problematica può essere permanente o acquisita. Si tratterà di un disturbo permanente se è comparso quando l’individuo ha iniziato ad essere sessualmente attivo, mentre sarà acquisito se sopraggiunto in seguito, dopo un periodo di attività sessuale normale.

Si tratta di un disturbo organico o psicologico? Ed in quali contesti si manifesta con maggiore frequenza?

Una delle prime cose che ci si chiede è se si tratta di un problema fisico o psicologico.

Purtroppo non esiste una risposta che vada bene per tutti! Ogni persona dovrebbe rivolgersi ad un professionista per valutare la propria situazione nel modo più appropriato.

Alcune volte potrebbe trattarsi di un problema fisico, altre volte potrebbe essere determinante la componente psicologica.

Esclusa la causa medica (es. miopatia cavernosa, malattia di Peyronie etc), la cosa migliore da fare sarebbe rivolgersi ad un professionista. Insieme si valuterà la situazione e si interverrà in ambito psicologico per risolvere il problema.

Molti uomini potrebbero esserne sorpresi, ma la disfunzione erettile può manifestarsi in contesti e momenti di vita differenti.

La problematica può manifestarsi sia in giovani alle prime esperienze sessuali, sia in uomini con una discreta esperienza alle spalle.

Allo stesso modo, può esserne colpito l’uomo che vive una relazione stabile e duratura, ma anche l’uomo che ha appena iniziato una nuova relazione.

In alcuni casi, quando il disturbo si manifesta già dall’inizio della relazione, le coppie cercano di gestirlo a “modo loro”, rinunciando a rapporti sessuali completi.

Perché è importante cercare di risolvere la situazione?

Nonostante sia una problematica più diffusa di quanto si pensi, sono tanti gli uomini che rinunciano ad affrontarla, sperando che questa si risolva magicamente un giorno o l’altro.

Un po’ per imbarazzo, un po’ per sfiducia nella possibilità di risolverla, spesso si tende a sottovalutare la disfunzione erettile, aumentando lo stress ed il disagio ad essa collegati.

In questo modo, però, il problema rischia di peggiorare ulteriormente, perché il pensiero di non essere all’altezza della situazione, unito alla paura di deludere la partner (o il partner!), rendono ancora più difficoltosa l’eccitazione.

Proprio la paura di deludere la partner, anche quando questa si dimostra comprensiva e disposta ad aiutare a risolvere il problema, può essere fonte di profonda frustrazione per l’uomo, che spesso sperimenta sentimenti di rabbia e delusione.

Anche negli uomini che non hanno un partner fisso la problematica può essere motivo di grande frustrazione, perché potrebbe portare l’individuo ad evitare di sperimentarsi in nuove relazioni per non doversi confrontare con il problema.

Se anche tu stai convivendo con una disfunzione erettile, e non vedi l’ora di sistemare la situazione per tornare (o iniziare) a vivere con serenità la tua sessualità, contattare uno psicologo potrebbe essere il primo passo.

Se credi sia arrivato il momento di fare qualcosa, ogni martedì dalle 18:00 alle 20:00 i terapeuti del team One Session si rendono disponibili per degli incontri online gratuiti. Contattaci inviando una email a info@onesession.it oppure visita la nostra pagina Facebook OneSession.it.

 

Riferimenti Bibliografici

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014)

Cannistrà F., Piccirilli F. (2018), Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics.

San Martin, C., Simonelli, C., Sønksen, J., & Patel, S. 2012. Perceptions and opinions of men and women on a man’s sexual confidence and its relationship to ED: results of the European Sexual Confidence Survey. International Journal of Impotence Research, 24, 234–241.

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4 Consigli per far funzionare una relazione a distanza

Le relazioni a distanza funzionano?

Una canzone diceva: “La lontananza sai è come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama”.

E’ vero, quando due persone che stanno insieme vivono separate da chilometri di distanza, il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” può trasformarsi in una realtà e la relazione può essere destinata a finire. 

Il periodo trascorso di quarantena ha messo a dura prove molte relazioni che sono state obbligate a rimanere a distanza per andare in contro alla normativa in atto. 

C’è chi è sopravvissuto alla mancanza e chi invece ha ceduto e ha deciso di mettere la parola fine. 

Cosa vuol dire vivere distanti da chi si ama?

A quanti di voi è capitato di trovarsi lontano dal proprio partner? 

Non parlo ovviamente di una separazione temporanea, ma chi per un motivo o per un altro, viveva in un posto diverso rispetto al proprio compagna/o. 

Questa condizione tanto temuta da alcuni non è in realtà la fine del mondo, nel senso che molte coppie sono riuscite a far funzionare la relazione nonostante la lontananza. 

Ogni relazione comporta delle riflessioni su come gestire il rapporto, su quante volte vedersi, sullo stare insieme e sull’organizzare il proprio tempo. 

A maggior ragione, se si parla di relazioni a distanza che sono uno scenario alquanto interessante. 

Infatti i partner non sono fisicamente disponibili “ al bisogno” e quindi l’organizzazione del tempo diventa più serrata e organizzata di quanto sarebbe nella quotidianità. 

Bisogna interfacciarsi con alcune problematiche: 

  • la modalità di comunicare è relegata a una sola: online. Non c’è modo di “ prendersi un caffè al volo per parlare”. Manca la fisicità dell’altro. 
  • La sfera sessuale è relegata a momenti ben precisi e può diventare preponderante in alcuni casi (per la mancanza e l’affetto) rispetto ai conflitti e/o bisogni della coppia.
  • Si vivono due vite diverse: i partner non condividono lo stesso ambiente sociale e si costruiscono un identità del tutto assestante in questo senso. Spesso sono soli negli eventi o si privano di altri proprio per poter stare insieme. Diventa difficile organizzare la vita sociale e riuscire a venire a patti con le proprie necessità, perché spesso si va incontro a un sacrifico che non sempre è ricambiato e/o compreso.
  • I conflitti, i problemi, la rabbia sono l’aspetto più difficoltoso da gestire a distanza: spesso si va incontro a fraintendimenti, lunghi silenzi e problemi tecnici di comunicazione. 

Cosa puoi fare se hai una relazione a distanza?

L’importante è riuscire a creare un identità comune di coppia, anche se la distanza ci mette lo zampino. 

I presupposti per una relazione funzionante sono gli stessi che per qualsiasi altra relazione, con la differenza che è richiesto un impegno maggiore dai partner poiché i problemi più semplici vengono spesso amplificati. 

1. Create una routine

Decidete quando sentirvi o vedervi. Stabilitelo con chiarezza, creando una routine che vi faccia sentire più vicino, più sicuri e non vi faccia cadere in frustrazione. 

2. Condividete

Solo perché lontano, il partner non deve essere escluso dalla vostra vita; al contrario, coinvolgetelo il più possibile, rendendolo partecipe di ciò che vi succede, di quello che pensate, sentite e fate. In questo modo non solo avrete sempre di che parlare, ma vi permetterà di costruire un intimità più profonda. 

3. Non lasciatevi rodere dai dubbi

E’ facile cadere preda di dubbi e domande poiché il partner non è “sotto il vostro controllo”; la distanza infatti non aumenta o diminuisce la fiducia che riponete in una persona. Se vi rendete conto che siete sospettosi, gelosi o preoccupati, probabilmente è perché non avete costruito delle valide fondamenta di fiducia in principio e/o perché il comportamento del partner è dubbio o poco chiaro. 

In questi casi la miglior strategia è la comunicazione. 

4. Non perdete di vista la vostra vita 

Come in ogni coppia che funzioni, oltre all’identità comune, è sempre importante costruirsi una propria identità con amici, attività, lavoro e quant’altro. 

Solo perché lontani, non rinunciate a ciò che vi piace e non perdete di vista i vostri obiettivi. Ne risentirà anche la relazione. 

Se ti rendi conto che hai bisogno di un sostegno in più, puoi decidere di intraprende un percorso psicologico: in questi casi la Terapia a Seduta Singola è utile per risolvere il problema anche in una sola seduta, definendo l’obiettivo, individuando le risorse e utilizzando strategie mirate per il problema in questione. 

In alternativa puoi usufruire del nostro centro di ascolto psicologico One Session Center che offre una consulenza gratuita di 30 minuti ogni martedì con uno dei nostri professionisti specializzati nella Terapia a Seduta Singola. Contattaci alla pagina Facebook OneSession.it.

 

Riferimenti bibliografici

Algeri, D., Guarasci, V., Lauri, S., (2019). La coppia strategica. EPC Editore

Nardone, G. (2018). Psicotrappole ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle. Ponte alle Grazie

 

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5 suggerimenti per avere una relazione di coppia sana

La relazione di coppia è un legame paritario, tra due persone, basato sulla scelta reciproca di amarsi e rispettarsi con fiducia.

Amore, parità, autonomia, reciprocità, rispetto, fiducia e piacere solo sono alcuni degli ingredienti base per vivere un rapporto sano.

La parola Relazione, dal latino Relatum= “portare indietro”, “ricambiare”, “rinnovare”, ci india un movimento, un dinamismo interiore ed esteriore, dei partners.

La dinamicità è elemento essenziale e imprescindibile alla vita, e in una relazione sana e vitale non poteva mancare… In fondo, chi vuole morir di noia?? Un rapporto fermo perde il piacere di esistere.

In una relazione di coppia c’è uno scambio di elementi, così come all’interno della persona stessa.

Ogni partner porta con sé risorse e limiti, esperienze, tradizioni e amicizie del passato, ma anche credenze ed emozioni costruite nel presente, desideri e aspettative per il futuro personale e della coppia.

Questa molteplicità di dimensioni che si intrecciano, va valorizzata e al contempo confinata nel giusto ordine, per costruire un rapporto sano e piacevole.

Ma, non basta l’amore? Si… e no. È necessario che il sentimento sia accompagnato da scelte e comportamenti concreti e reciproci per essere alimentato.

Vediamone alcuni.

1. Fare squadra

La vita di relazione è un po’ come una partita, in cui ogni giocatore fa la sua parte, concordata, al meglio.

L’avversario non è l’altro, ma la noia e l’abitudine. Il dare tutto per scontato.

Quando una squadra pensa già di vincere, di conoscere ogni mossa, smette di comunicare e guardarsi per decidere una comune strategia. Abbassa la guardia. I componenti si muovono come isole. Risultato, il più delle volte perde.

Siate complici, supportandovi reciprocamente. Aiutatevi nella gestione della casa. Ognuno scelga dei servizi secondo le proprie abilità e passioni. E ruotate per i rimanenti. Condividete le vostre difficoltà, prima che diventino insormontabili, e confrontatevi.

2. Ringraziare

Due volte a settimana ringraziatevi per ciò che l’altro si è proposto di fare, per ciò che ha condiviso, per l’attenzione mostrata, soprattutto per le piccole cose.

Fatevi complimenti, ed esprimete le vostre emozioni positive e negative. A turno, l’altro ascolti senza pregiudizio.

Questo alimenterà la soddisfazione e il piacere di aver pensato all’altro e quindi alla coppia. Soprattutto ci si sentirà accettati e rispettati per ciò che si è, per le differenze che uniscono e non allontanano. E anche la sessualità ne beneficerà.

3. Effetto sorpresa

Essenziale è alimentare la piacevolezza in una relazione di coppia. Dedicate del tempo a voi.

La quotidianità può far credere di passare già troppo tempo insieme o di non averne affatto. Il tram tram può abbassare il desiderio sessuale e l’intimità emotiva e fisica. L’abitudine spegne la voglia di aprirsi alla novità. Non mollate! Puntate all’obiettivo della coppia.

A sorpresa l’uno decida un’attività da fare insieme all’altro, organizzi tutto nei dettagli. E l’altro accolga fiduciosamente. Anche in questo caso, benessere ed equilibrio nascono dall’attenzione e scambio reciproci!

4. Piccoli aggiustamenti

Ognuno è diverso e unico, così come ogni coppia, e incastrarsi non è sempre automatico. Ma soprattutto non è necessario esserlo, non su tutto… anzi! Ciò che è importante è trovare il giusto equilibrio all’interno della coppia. Non aspettare che le cose cambino da sole, o che l’altro cambi.

Si possono fare piccoli aggiustamenti reciproci. Accomodamenti per trovare la vostra conformazione. Diversamente, si possiede la persona, si usa un potere che distrugge la parità e la reciprocità. Elementi fondanti una relazione di coppia sana.

Ricordate, l’opposto dell’amore è il possesso, il potere, non l’odio. Un modo per non cadere in questa trappola è riconfermare la propria scelta, ogni giorno.

5. Autonomia e priorità

La priorità è la coppia.

È vero che ogni partner porta con sé un passato che non va rinnegato, ma deve avere il suo giusto posto nella storia della coppia. È opportuno svincolarsi dalla famiglia d’origine, soprattutto quando per mille motivi interferisce con le scelte della coppia e la sua intimità.

A volte il partner interessato non mette dei confini e l’altro subisce l’invasione. Il risultato? Liti e Separazione.

Tra le priorità non dimenticate i progetti comuni e quelli personali, da supportare e non da ostacolare! La coppia necessita di spazi propri per nutrirsi e crescere, staccando dalla quotidianità. Al contempo è composta da individui che devono coltivare interessi personali.

Prendersi cura di sé e dei propri spazi, non significa escludere l’altro, ma contribuisce ad arricchire la coppia stessa. L’autonomia favorisce l’accettazione delle differenze, dunque a riconfermare la propria scelta e ad evolvere. Diversamente la frustrazione di perdere parti di sé, a lungo andare produce allontanamento, rancori, apatia.

Laddove non ci sia stata evoluzione nella relazione, si avrà un rapporto conflittuale, silente oppure simbiotico.

Se sentissi il bisogno di parlare con uno specialista, non esitare a chiedere aiuto: ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare la nostra pagina FB OneSession.it

Riferimenti Bibliografici

Algeri, D. (2018). La coppia strategica: Guida pratica per un sano rapporto di coppia. Roma- EPC Srl Socio Unico.

Watzawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Astrolabio, Roma.

Compare A., Molinari E., Ruiz J., Hamann H., Coyne J. (2007) Contesto interpersonale e qualità della relazione di coppia come fattore di protezione/rischio in pazienti con malattia cardiaca. In: Mente e cuore. Springer, Milano.

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/09/18/cassazione-nulle-le-nozze-del-marito-mammone_53e6df00-b5ee-4947-b754-421239bdef9c.html (consultato in data 22/7/2021)

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Come superare la separazione dei propri genitori?

La separazione

Nel sistema famiglia possiamo individuare una conflittualità cosiddetta “normale”, caratteristica del ciclo evolutivo di un nucleo.

Una conflittualità che permette al sistema di muoversi ed evolversi verso nuove mete e nuove armonie. De Bono, nel 1993, definiva il conflitto “una situazione che richiede uno sforzo progettuale”.

Questa conflittualità fisiologica può degenerare nel momento in cui si presentano alla famiglia sfide o problemi complessi e meno scontati.

Si pensi ai comportamenti devianti in adolescenza, alla malattia, al lutto, ai problemi di dipendenza dal gioco, da droghe o da alcool.

Attraversare momenti critici o conflittuali accade a tutte le famiglie. Momenti ai quali si risponde con un riadattamento alla nuova situazione o ai nuovi ruoli.

La conflittualità coniugale è uno di questi eventi che mette in crisi l’intero sistema familiare, tenendo in ostaggio i figli dal punto di vista emotivo e relazionale.

Le relazioni possono renderci incredibilmente felici o profondamente infelici.

Esse richiedono negoziazione, compromesso, accettazione delle differenze, comunicazione.

La separazione è una risposta ipotizzabile alle relazioni infelici e caratterizzate da conflitti profondi e complessi da affrontare.

Si tratta di un evento non improvviso ma risultato di un processo più o meno lungo, che vede il deterioramento di sentimenti e rapporti.

La differenza tra chi resta insieme e chi sceglie di separarsi, in situazioni di analoga conflittualità, può talvolta essere nella modalità con cui il conflitto viene affrontato.

Ovviamente questo esclude problemi oggettivamente insanabili, come ad esempio la violenza.

Se affrontato e gestito correttamente, il conflitto può portare crescita e cambiamento. La crescita significa, assunzione di responsabilità, scelta del dialogo e del confronto.

La famiglia scandisce le diverse fasi della nostra vita, attraverso esperienze ed eventi che si imprimono nella memoria di ciascuno.

La separazione rappresenta una frattura in questi tempi. Frattura che costringe inevitabilmente ad un cambio di passo, ridisegnando individui e relazioni.

Essere figli nel conflitto

Si discute da sempre delle conseguenze della separazione dei coniugi sui figli.

È innegabile che il dissolversi del legame di coppia non sia indolore per i figli ma allo stesso tempo non siamo in presenza di una tragedia senza rimedio.

Il punto della questione è anche nella trasformazione dei costumi e dei valori.

Il tema famiglia infatti ha molteplici implicazioni sociologiche, psicologiche, giuridiche, religiose, etiche.

Di fatto la fine della coppia muove un cambiamento dei punti di riferimento di bambini o giovani.

Cambiamento che può provocare in loro incertezza, paura di perdere uno o entrambi i genitori.

Timori spesso alimentati anche dalla scarsa attenzione da parte degli adulti, concentrati sui loro problemi e dinamiche.

Separazioni e divorzi sono diventati ormai sempre più frequenti.

L’esperienza in tal senso dimostra che il disagio è passeggero se mamma e papà riescono a venir fuori dal vortice del conflitto e a tenere presente l’importanza della genitorialità che continua anche se il legame coniugale si è spezzato.

In caso contrario il disagio si cronicizza quando l’ex coppia trascina i figli nelle conflittualità, caratteristiche del momento della separazione.

Accettare che si è, nonostante tutto, genitori significa mettere in discussione atteggiamenti, scelte, comportamenti.

Significa rivedere o superare dei meccanismi di adattamento alla realtà consolidati, ma ormai inutili in questa nuova fase.

L’accettazione comporta un lavoro mentale intenso che talvolta modifica la propria identità, sia come genitore che come persona.

Non tutti potrebbero essere disposti a rivedere il proprio “copione”.

Non tutti potrebbero essere disposti a uscire dal meccanismo del senso di colpa o dell’attribuire la responsabilità all’altro.

La separazione è certamente un evento stressante e delicato in una storia familiare, in quanto comporta una riorganizzazione del percorso familiare.

Tale riorganizzazione dipenderà sia dalle risorse che dalle potenzialità di cui dispone ciascun singolo componente del gruppo famiglia.

La separazione è un processo evolutivo, dinamico che cambia le forme delle interazioni familiari, senza dissolverle (Cigoli, Gulotta, Santi, 1983).

Uno degli obiettivi del processo di rielaborazione di tale evento è proprio quello di conservare le interazioni familiari alla luce dei nuovi assetti.

Le difficoltà a creare nuovi equilibri sono da ricercarsi nella constatazione che la nascita di una coppia e la separazione di questa sono momenti nei quali entrano in gioco emozioni forti e potenti, complicate sia da riorganizzare che da accettare.

Quale aiuto dal percorso terapeutico?

La qualità della relazione tra ex coniugi influenza l’adattamento dei figli al nuovo scenario familiare.

La cooperazione, amichevole e spontanea avrà, nonostante i genitori siano in contrasto su altri aspetti, effetti positivi sui figli.

Il lavoro terapeutico deve essere improntato ad una gestione cooperativa del conflitto e ad una ridefinizione di ruoli e confini che consentirà una riorganizzazione emotiva, oltre che fisica.

Scelta per il futuro e apertura al cambiamento sono i due obiettivi essenziali a cui puntare per offrire ai figli l’opportunità di poter contare su entrambe le figure genitoriali.

Superare e integrare nel nuovo ciò che è accaduto.

La separazione è infatti allo stesso tempo, fine e inizio.

La principale paura dei figli, rispetto alla separazione e al divorzio, è pensare al futuro come ad un domani caratterizzato da angoscia e sospensione.

La sicurezza e le abitudini infatti sono venute a mancare. Se la separazione, prima e poi, viene preparata con attenzione tenendo conto degli aspetti sia educativi che relazionali di coinvolgimento dei figli allora potrà produrre effetti meno dolorosi.

La risposta ad un evento può fare una grande differenza e permettere ai figli di mantenere un legame significativo con entrambi i genitori.

Parlare e ascoltare, andando oltre le parole per evitare di chiudersi in dubbi e paure.

Un’adeguata e onesta comunicazione affettiva consentirà a genitori e figli di andare con serenità verso un nuovo stare insieme.

Consentirà inoltre agli ex coniugi di dare valore ai sentimenti dei figli, senza considerarli vittime o mezzo.

La sofferenza non verrà risparmiata, ma sarà possibile risparmiare il dolore nelle sue forme più dannose ed estreme.

Nella famiglia apprendiamo i sentimenti e le emozioni, anche quelli negativi.

L’amorevole genitorialità deve fare i conti e andare a braccetto con la disamorevole coniugalità al fine di permettere alla famiglia di continuare ad essere un solido riferimento educativo.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare la nostra pagina FB OneSession.it

 

Riferimenti bibliografici:

Cigoli V. (1998). Psicologia della separazione e del divorzio. Bologna: Il Mulino

Iori V. (2006). Separazioni e nuove famiglie . Milano: Raffaello Cortina Editore

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Gelosia: ecco 3 suggerimenti per imparare a gestirla

La gelosia è il disagio che si prova all’idea di perdere l’affetto o l’attenzione di una persona che conta ed è un fenomeno normale in tutti i rapporti umani.

È presente sia nell’amicizia, sia nella coppia, ed è legata all’idea di poter essere messi al secondo posto da un amico o dal partner, vedendosi quindi preferire qualcun altro.

Se moderata e, soprattutto, se limitata ad una situazione specifica e ad un tempo specifico, le gelosia è normale e sana.

Diverso è quando è presente spesso o sempre e quando non è legata ad una situazione specifica, ma a generalizzata a qualsiasi tipo di situazione.

Qualcuno diceva “Se una scintilla è in grado di illuminare una stanza, una fiammata rischia di bruciarne il suolo” ed è questo che fa la gelosia estrema: rade al suolo la tua relazione.

Perciò, è necessario che tu impari a gestirla.

Perché dico gestirla e non eliminarla?

Perché la gelosia è un’emozione come tutte le altre, è certamente più complessa di quelle di base (come la paura, rabbia, felicità e tristezza) ma è sempre una emozione.

Si tratta quindi non di una “cosa fissa” ma di un processo! Per cui se pensavi di eliminare la gelosia mi dispiace dirti che non è possibile così come non è possibile eliminare la tristezza.

Ecco però 3 suggerimenti per gestirla.

1. La profezia che si autoavvera

I continui sospetti, le accuse, i litigi e le ostilità, non fanno altro che aumentare la distanza tra te ed il tuo partner. Immagino che al solo pensiero di perderlo hai paura, ansia ed inizi a controllarlo per sapere tutto sulla sua vita, a spiarlo, a chiedere continue rassicurazioni: devi per forza sciogliere ogni dubbio.

Questo è il paradosso della gelosia: quello di ottenere proprio ciò che più si teme. Stremato dai continui litigi e dalle continue giustificazioni che è costretto a trovare per appianare le discussioni, il partner tenderà a tenerti all’oscuro da certe informazioni, nel tentativo disperato di evitare scenate e non rovinare questo clima di apparente tranquillità. Ma, paradossalmente, il partner geloso diverrà ancora più sospettoso, trovando conferma ai dubbi che lo attanagliano.

Quindi, ciò di cui devi avere veramente paura è di continuare a sottoporre il partner alle tue pressioni, perché è proprio questo che potrebbe indurlo a fare ciò che vuoi evitare che accada.

2. Stop ai confronti!

Questo atteggiamento è indice di bassa autostima e non porterà mai delle risposte utili al vostro rapporto; al contrario, finirà per esaltare i tuoi lati negativi realizzando le tue paure e allontanando l’altro da te.

Focalizzati piuttosto su di te: se non siete sicuri del vostro valore personale, qualsiasi cosa venga fatta per dimostrare amore non sarà mai abbastanza.

Ha scelto voi, esprimete i vostri dubbi quando sono sensati e lasciatevi andare.

Più crederete in voi stesse e più vivrete meglio la relazione.

3. Agisci!

Se davvero vuoi imparare a gestire la tua gelosia, allora devi agire!

È inutile che rimani rinchiuso in casa a rimuginare, ad arrabbiarti da solo, a immaginare gli scenari peggiori del tuo partner con chissà chi.

Smettila di evitare le situazioni dove potresti sentirti “geloso” ed inizia ad affrontarle.

Prima di metterti alla prova può esserti utile tenere un diario di bordo della gelosia: Metti per iscritto gli episodi in cui hai agito spinta dalla gelosia e chiediti: cosa ho fatto, quali sono state le conseguenze nell’immediato e dopo qualche tempo. Sono state conseguenze positive per il rapporto di coppia?

Cerca delle alternative e sperimentale nella quotidianità partendo da quella che percepisci come più semplice e procedendo un piccolo passo alla volta.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

La Terapia a Seduta Singola può aiutarti anche in un solo incontro con lo psicologo perché ti permette di eliminare i comportamenti che mantengono in vita il problema e ottenere concreti benefici.

Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Puoi rivolgerti ai nostri psicologi e psicoterapeuti, disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online. Scrivi sulla pagina Facebook One Session.it

Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2005). Correggimi se sbaglio. Milano: Ponte alle Grazie.

Zeig, J., Kulbatski, T. (2012). I dieci comandamenti della coppia. Milano: Ponte alle Grazie.

 

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5 strategie di comunicazione che danneggiano la tua relazione di coppia

La Comunicazione di coppia è uno degli ingredienti fondamentali per fare in modo che la coppia funzioni.

A volte pensiamo, erroneamente, che debbano accadere sempre grandi eventi – tradimenti, bugie, problemi nell’educare i figli – perché all’interno di una coppia si creino attriti, incomprensioni e litigi.

In realtà dimentichiamo uno degli aspetti fondamentali di una relazione, del vivere l’uno accanto all’altra: mi riferisco al fatto che la coppia, interagendo, prima di qualsiasi altra cosa comunica, dialoga, potremmo dire ‘vive nella comunicazione’.

Proprio per questo motivo è importante riconoscere quali errori comunicativi sono presenti nella comunicazione di coppia per modificarli ed eliminarli.

Vediamo in questo articolo quali sono.

1. Puntualizzare

Come scriveva Oscar Wilde, ‘con le migliori intenzioni si ottengono gli effetti peggiori’. Ed è quello che succede nel momento in cui puntualizzi costantemente qualcosa al partner.

Puntualizzare, significa chiarire, specificare e precisare, anche in modo eccessivo e pesante, le situazioni e le condizioni, le sensazioni e le emozioni nel rapporto con l’altro.

“Guarda che si fa così…”, “Mi raccomando…”, “Guarda che in realtà…”

Puntualizzare è un tipo di comunicazione che apparentemente può far pensare ad una strategia per evitare quegli equivoci e quelle incomprensioni che potrebbero trasformarsi in attriti e conflitti. In realtà avviene esattamente il contrario: è proprio il puntualizzare che prepara il terreno per i conflitti. È, infatti, fastidioso sentirsi sempre dire e spiegare come stanno i fatti o come dovrebbero essere per funzionare meglio.

2. Recriminare

È sicuramente un ingrediente altamente velenoso!

Recriminare fa leva sui sensi di colpa dell’altro, ponendo sul banco degli imputati in un processo infinito. E qualsiasi persona, quando si trova sotto processo, reagirà attaccando o fuggendo.

Le accuse sono facilmente riconoscibili: sono sempre alla seconda persona singolare “TU” e contengono parole come “sempre” e “mai”.

3. Rinfacciare

“Mi sono sacrificato per te!”, “Non sai quanto mi è costato venire a quella cena!”

Colui che rinfaccia si pone come vittima dell’altro e, da questa posizione di dolore, usa la propria sofferenza per indurre il partner a correggere quei comportamenti che l’hanno generata. Spesso con scarsi risultati.

4. Predicare

Questa strategia disfunzionale consiste nel proporre ciò che è giusto o sbagliato a livello morale e, sulla base di questo giudizio, esaminare e criticare il comportamento dell’altro. Ma si sa…l’effetto sermone non fa altro che aumentare la voglia di trasgredire alle regole.

5. Biasimare

Biasimare è una forma di comunicazione che non contiene una critica diretta, diversamente dalle altre forme di comunicazione che abbiamo visto sopra.

Chi biasima solitamente utilizza in un primo momento dei complimenti, ma subito dopo essersi complimentato aggiunge una seconda parte in cui afferma che avrebbe potuto fare di più o fare meglio o fare qualcosa di diverso.

Chi riceve questa comunicazione rimane interdetto perché riceve due messaggi contrastanti.

Biasimare è una strategia incredibilmente efficace per creare problemi quando non ce n’è nemmeno l’ombra!

Altri atti comunicativi fallimentari

“Te l’avevo detto!” una sentenza in grado di scatenare le furie anche della persona più mansueta.

“Lascia…faccio io” che appare come una gentilezza ma che in realtà nasconde una forma di sottile squalifica delle capacità dell’altro.

“Lo faccio solo per te” sacrificandosi per l’altro in modo unidirezionale, facendolo sentire in debito e inferiore poiché bisognoso di tale gesto di “generosità”.

In conclusione…

Parafrasando Wittgenstein: “le parole sono come pallottole”, dobbiamo quindi imparare a usarle accuratamente, per non creare danno a noi stessi e agli altri.

E tu quale tipo di comunicazione rintracci all’interno della tua coppia?

Se sentissi il bisogno di parlare con uno specialista, non esitare a chiedere aiuto: ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare la nostra pagina FB OneSession.it

Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2005). Correggimi se sbaglio. Milano: Ponte alle Grazie.

Zeig, J., Kulbatski, T. (2012). I dieci comandamenti della coppia. Milano: Ponte alle Grazie.

 

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Coppia e primo figlio: quando l’amore (si) trasforma

La nascita del primo figlio costituisce un punto di non ritorno nella traiettoria esistenziale sia delle persone che della coppia stessa.

L’identità delle persone viene arricchita dal ruolo genitoriale ed anche la coppia cambia, assumendo connotazioni di famiglia macroscopicamente più rilevanti.

Il passaggio da due a tre può essere tra i più desiderati da entrambi i componenti della coppia, ma costituisce una transizione impegnativa che richiede un alto livello di investimento, un giro di boa che scopre alle persone e alla coppia stessa scenari che saranno definitivamente differenti da tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento.

 “Un figlio è una granata”

Così affermava Nora Ephron, la regina della commedia romantica, nella sceneggiatura del film Heartburn.

E continuava “Questa è la verità che nessuno ti dice.

Quando hai un figlio, inneschi un’esplosione nel tuo matrimonio.

Quando finalmente la polvere si placa, la tua coppia non è più quella di prima.

Non peggiore, necessariamente.

Non migliore, necessariamente. Ma diversa, per sempre”.

Come il passaggio al cinema, dal bianco e nero al colore, o in musica, dal canto gregoriano alla polifonia, l’arrivo del primo figlio è una svolta epocale per la relazione di coppia che deve modificare i precedenti equilibri. L’armonia originale deve essere ripristina adeguandola alle nuove dimensioni di accudimento e cura.

Lo psicologo americano Jay Belsky già nel 1984 rilevò come le tre dimensioni portanti della relazione di coppia venissero trasformate in maniera sostanziale dall’arrivo del primo figlio.

Negli anni seguenti ha continuato a documentare con ricerche longitudinali che hanno seguito le coppie poi divenute famiglie, come la qualità percepita del rapporto di coppia fosse notevolmente influenzata dall’evento “diventare genitori”.

L’arrivo di un figlio amplifica le dimensioni di solidarietà e comune impegno a scapito della dimensione romantico-erotica e di quella amicale che subiscono un brusco ridimensionamento. E che potrebbe risultare fatale.

Ma l’amore?

Potrebbe venire a crearsi così il paradosso che il frutto dell’amore, quel figlio desiderato e accolto con tanto entusiasmo e disponibilità dalla coppia, si ritrovi a crescere senza più la linfa vitale dell’albero che lo ha generato.

Perché magari i neo genitori, sopraffatti dalle nottate insonni, i budget ridimensionati, le nuove responsabilità, sperimentano un’insoddisfazione crescente e potenzialmente usurante del rapporto di coppia.

Per evitare questo inaridimento e contribuire ad una equilibrata ridistribuzione delle energie, possono essere messe in atto alcune semplici strategie per custodire ed avere cura del rapporto di cui il figlio generato è espressione carnale.

(Continuate a) Fare l’amore non la guerra

La prima attenzione deve essere portata alla componente romantico-erotica.

All’inizio della fase di “transizione a genitori”, spesso si registra una specie di asfissia erotica: tutte le attenzioni sono concentrate verso l’accudimento e  non si trovano più il tempo ed le energie per i rapporti.

Quello che si può fare è ripristinare già da subito un confine spazio temporale per la coppia: individuare un momento quotidiano o almeno settimanale in cui ci si possa ritrovare senza avere l’incombenza dell’accudimento del figlio ma  si possano curare l’intimità e la confidenza reciproca.

Per riuscire occorrerà attivare una serie di risorse di rete quali eventuali nonni, amici, persone di fiducia  che sono essenziali alla coppia per poter continuare ad individuarsi come tale.

Il secondo aspetto da curare è la dimensione dell’amicalità.

I due partner devono continuare a poter esercitare quella curiosità benevolente, quell’interessamento particolare che avevano portato alla formazione della coppia stessa quando ci si era scelti e preferiti.

Guardarsi negli occhi e chiedersi con sincerità almeno una volta al giorno “Come stai?” aspettando il tempo della risposta dell’altro  è una strategia necessaria perché la familiarità di coppia non venga meno ma si possa approfondire ed arricchire di tutte le nuove esperienze in corso.

Tante più energie si riuscirà a convogliare in queste direzioni, tanto maggiore sarà la possibilità che l’asse della coppia non si sbilanci eccessivamente sulle dimensioni genitoriali e rimanga invece ben equilibrato sulla caratura di intima reciprocità che le è propria.

In conclusione…

Passare da coppia a famiglia è una fase impegnativa della vita.

Se desideri un confronto con uno psicologo che possa fornirti indicazioni più mirate alla tua situazione, sulla pagina Facebook di OneSession puoi trovare ogni martedì psicologi qualificati in Terapia a Seduta Singola per un servizio di Consulenze online gratuite.

Anche in una sola seduta si possono sbloccare situazioni ferme da tempo o individuare bacini di risorse che sembravano non esistere.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Belsky J., (1984). The Determinant of Parenting: A process Model, in “Child Development, 55, pp.83-96.

 

 

 

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Scrivere per superare la fine di una relazione

Perché le relazioni finiscono? Perché ad un certo punto la persona che credevamo sarebbe stata al nostro fianco per tutta la vita esce di scena?

Le motivazioni per cui una relazione finisce sono molteplici. Talvolta le cause possono essere degli eventi esterni che portano la coppia a separarsi, forzatamente. Altre volte invece ci si accorge di non condividere più gli stessi valori, perché si è cambiati. Altre volte ancora i partner non riescono più a fidarsi l’uno dell’altro, dopo tradimenti o bugie.

Qualsiasi sia la causa della rottura, entrambi i partner saranno invasi da una serie di vissuti ed emozioni, talvolta difficili da gestire.

Le fasi della fine di una relazione

La fine di una relazione porta con sé la perdita di una persona molto cara. Proprio per questo motivo questo evento può essere paragonato ad un lutto.

E come nel lutto, si passa attraverso una serie di fasi che, dopo rabbia e sofferenza, permetteranno ai protagonisti di riprendere in mano la loro vita. Vediamo quali:

  1. La relazione è finita, ma si fa fatica a crederlo. I protagonisti si rifiutano di credere che la persona amata non condivida più con noi gran parte della nostra quotidianità.
  2. In questa fase si comincia a rendersi conto della fine della relazione. La rabbia può essere rivolta contro se stessi, per non aver fatto funzionare la storia, o contro il patner per averci lasciati. Spesso è rivolta anche contro tutti quelli che vediamo felici, pensando che al loro posto dovremmo esserci noi.
  3. È la fase dei “se”. “E se quella volta mi fossi comportato diversamente? E se potesse esserci un’ulteriore possibilità?” In questa fase si cercano dei modi di ricongiungersi con l’ex partner, rimanendo così ancorati al passato.
  4. Indietro non si può tornare, si prende consapevolezza della fine della relazione. Ci si rifugia così nei ricordi di un passato che è stato anche positivo, soffrendo incredibilmente.
  5. Dopo le prime quattro difficili fasi, ora si diventa consapevoli che indietro non si tornerà. Si custodiscono i momenti positivi della tua storia d’amore, ma è arrivato il momento di dedicarsi a se stessi. Ripensare alla storia finita non trascina più nello sconforto.

Ricominciare a vivere dopo la fine di una relazione

Nella teoria sembra tutto facile, ma a volte il dolore è così insopportabile da non riuscire a credere che prima o poi si supererà. I ricordi della relazione passata tengono costantemente compagnia, al punto da credere che non si sarà mai più felici.

Ecco quindi un piccolo, semplice ma potentissimo esercizio che puoi fare in autonomia per dare spazio al tuo dolore e pian piano farlo defluire.

In una semplice parola: scrivi.

Ogni sera, prima di coricarti, prenditi del tempo (almeno 15 minuti) per mettere nero su bianco i tuoi pensieri, i tuoi ricordi, il tuo dolore. Dev’essere un momento solo per te, il foglio e la penna. Non importa la forma, quanto il contenuto. Lasciati andare, esprimi sul foglio tutto ciò che ti tormenta, i pensieri che durante il giorno ti attanagliano e che cerchi di evitare. Una volta finito, è importante che tu non rilegga quanto hai scritto!

Se ti accorgi che il dolore persiste, prova ad affidarti ad un terapeuta. Anche un solo incontro può bastare!

Ogni martedì dalle 18:00 alle 20:00, gli psicologi del nostro team One Session si rendono disponibili per degli incontri online gratuiti utilizzando la Terapia a Seduta Singola. Per avere maggiori informazioni e prenotare il tuo incontro, puoi contattarci inviando una e-mail a info@onesession.it oppure visitala nostra pagina Fb OneSession.it.

Riferimenti Bibliografici

Pennebaker, J. W. (2017). Il potere della scrittura. Tecniche nuove edizioni.

https://www.psychologytoday.com/us/blog/in-flux/201911/5-tips-respectfully-end-intimate-relationship

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