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Tags Archives: paura

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Terapia a Seduta Singola per la paura della macchina

Hai paura della macchina?

Non sei il/la sol* è una paura molto più diffusa di quello che si crede.

Il 33% della popolazione ha questa paura!

Si chiama Amaxofobia (da amaxos, in greco: carro) e consiste nel provare ansia quando si è in un veicolo. Sia che si debba guidare o no quest’ultimo.

È molto variabile di intensità a seconda della persona. Può infatti non riguardare solamente la macchina, ma anche l’autobus, il treno o l’aereo.

Si manifesta con i sintomi tipici dell’asia, come tremore, sudorazione, fino ad arrivare a volte ad attacchi di panico.

È quindi spesso limitante per la vita, rendendo alle volte difficile o addirittura impossibile non solo guidare ma anche stare in una macchina.

Potrebbe derivare da esperienze che tu o qualcuno che conosci ha vissuto in auto e che ti hanno colpito molto. Infatti è normale e utile evitare pericoli di cui siamo a conoscenza direttamente o indirettamente. La paura è una grande alleata dell’uomo! Diviene però una spiacevole compagna quando “esagera” e come un’amica troppo premurosa, si attiva e ti attiva anche quando non sarebbe necessario. È in quel caso che la chiamiamo fobia o ansia.

Molte persone oltre alla paura della macchina hanno altre forme di ansia come l’agorafobia o gli attacchi di panico.

L’agorafobia è un’intensa paura di alcune situazioni come utilizzare i mezzi pubblici, stare in spazi aperti, o in spazi chiusi, come l’auto stessa.

Gli attacchi di panico sono caratterizzati da improvvisa paura intensa, senza un apparente pericolo, che raggiunge il culmine in breve tempo. Si manifestano con sintomi somatici come sudorazione, palpitazioni, tremori, sensazione di soffocamento, dolore al petto, vertigini, nausea, brividi, formicolii e sintomi psicologici come paura di perdere il controllo e/o di morire. Tali sintomi sono molto vari e differenti da persona a persona.

Cosa fai e sarebbe meglio non fare?

A volte proviamo a risolvere le nostre difficoltà, ma quello che facciamo è inefficace o addirittura peggiora il problema (in gerco tecnico si chiamano Tentate Soluzioni Disfunzionali).

La tentata soluzione che spesso chi ha paura di guidare o di salire in macchina utilizza è l’evitamento, cioè evitare ciò che fa loro paura. Questo a seconda dell’Amaxofobia può essere differente, c’è chi non sale in un veicolo o usa altri mezzi di trasporto, ma non la macchina, c’è chi non riesce a guidare da solo, chi non riesce a guidare in autostrada, ma solo in caso di tragitti brevi e conosciuti…

Questa strategia però ha come conseguenza a lungo termine di aumentare sempre di più le situazoni temute e quindi evitate, limitando sempre di più la vita. Quindi, ad esempio, potrebbe accadere che chi prima evitava solamente di guidare la macchina in autostrada, poi tenderà ad evitare di guidare anche nelle statali e via dicendo. Portando così a un circolo vizioso. Infatti più si evita più diventa difficlie affrontare la nostra paura e più questa paura tenderà a diventare più grande ed estesa a più ambiti. Pensate ad esempio ad un bambino che per la prima volta bagna i piedini nel mare, ha paura e si allontana, probabilmente la volta successiva il bambino non arriverebbe neppure a riva per il timore. Se invece nella stessa situazione il bimbo restasse a bagnarsi questo si accorgerebbe che non gli è successo nulla, che è in grado di farlo e non ne avrebbe più paura.

Altra tentata soluzione tipica è la ricerca di supporto degli altri, come appunto chi guida solamente in compagnia, per sentirsi protetto, rassicurato, meno sol*. Questo comportamento, però, può diventare limitante, poiché la persona si affida completamente ad altri e non sviluppa le proprie capacità di autoaiuto.

Cosa puoi fare di diverso?

La metodologia a Seduta Singola può essere una delle metodologie efficaci per evidenziare le proprie risorse e creare, insieme all* psicolog* delle strategie efficaci ed autonome per gestire/risolvere l’Amaxofobia.

Infatti, la metodologia a Seduta Singola è caratterizzata da un agire concreto e focalizzato ed ha dimostrato una notevole efficacia di intervento, sia nel breve che nel lungo periodo.

La Consulenza a Seduta Singola permette, fin dal primo incontro, di affrontare il problema dell’Amaxofobia.

Si lavora su come la paura della macchina funziona per te nello specifico, cercando di identificare in quali circostanze specifiche e con quali modalità si presenta per te. Insieme all* psicolog* si indaga cosa hai provato a fare finora per affrontarlo, quando ha funzionato e quando no. In questo modo sarà possibile provare da subito a fare qualcosa di diverso per cambiare le cose. Ad esempio nell’approccio strategico è utilizzata la ristrutturazione strategica tramite la quale ci si serve proprio della paura per cambiare un effetto che la paura stessa ha prodotto.

Chiedere da subito un aiuto ad uno specialista per l’Amaxofobia permetterà di risparmiare tempo prezioso e cominciare ad attuare un cambiamento funzionale e durevole nel tempo.

Prenota il tuo colloquio gratuito con gli psicologi di OneSession.it: puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)

Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti

Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Milano: BUR

Nardone, G. (2007). Paura, panico, fobie. Il trattamento in tempi brevi. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati

https://www.auxologico.it/vincere-paura-guidare-amaxofobia-laiuto-psicologo

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Affrontare il fallimento

Cos’è il fallimento?

Il fallimento è un colpo allo stomaco, una profonda tristezza e anche una grande rabbia. Esso arriva strisciando oppure prende all’improvviso, in ogni caso lascia senza fiato.

Fallire non è un errore: un errore è un inciampo in un passo di danza, uno sbaffo su un quadro ancora imperfetto. Un errore è qualcosa che nella nostra mente può essere corretto. Un fallimento no.

Un fallimento è una macchia indelebile sul tessuto bianco del nostro abito. Rovina certe volte per sempre l’immagine di noi, di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere, di come vorremmo apparire nel mondo.

E allora, come si affronta il fallimento?

  • Una delle tentate soluzioni che istintivamente viene messa in campo è quella di sfogarsi o confidarsi con persone care o con amici per condividere il peso, ma anche per capire meglio che cosa è successo e come si è fatto ad arrivare a quella situazione.
  • Un’altra tentata soluzione è quella di far finta di niente, come se nulla ci possa scalfire o colpirci.
  • Ancora, un’altra tentata soluzione è quella di chiudersi in sé stessi e continuare a rimuginare costantemente sul perché questo è avvenuto, ripercorrendo infinite volte con la mente i fatti accaduti, le nostre azioni, le nostre parole, quello che è stato detto o fatto, andando alla spasmodica ricerca di quegli input che potrebbero cambiare la nostra visione delle cose.

Nulla di tutto questo funziona davvero perché anche se ci sembra all’inizio stare meglio, c’è sempre quella ondata di tristezza che ci coglie all’improvviso nostro malgrado in un momento qualsiasi della giornata. Magari nemmeno ci stavamo pensando oppure ci sveglia nel cuore della notte e ci fa precipitare di nuovo in un abisso di disperazione.

Qual è dunque la ragione del fallimento? Come si affronta? E a cosa ci serve?

Alain Rohet afferma che “accettare il fallimento è un’attitudine da vincenti”. Questo aforisma mi ha sempre lasciato perplessa e non l’ho capito fino in fondo se non recentemente.

Dopo aver affrontato diversi fallimenti importanti posso dire con cognizione di causa che non ci si abitua mai a questa terribile sensazione, ma si impara a utilizzare meglio tutte le proprie risorse e capacità per uscirne in tempi veramente brevi.

So-stare nel momento: sentire le emozioni, accettando tutto quel groviglio di emozioni e stati mentali che contraddistingue il momento.

Non si può pretendere di essere completamente indifferenti. Al contrario, in questo stato di scombussolamento, bisogna dare tempo e spazio al corpo e alla mente per assorbire ciò che stiamo provando, guardando a noi stessi con gentilezza e amore. Sospendere il giudizio e cavalcare l’onda anziché contrastarla.

Riposare per poter lasciare andare.

Pensare: nel giro di poco tempo la nostra mente recupererà il controllo e inizierà a pensare alle alternative, alle soluzioni, alle possibilità.

Esiste un ideogramma giapponese che a mio parere identifica molto bene la definizione di crisi. Si compone di due ideogrammi: pericolo e opportunità.

Quando affrontiamo un fallimento la nostra prima attenzione è tutta concentrata nel pericolo che stiamo correndo e le emozioni che proviamo nella mente e nel corpo ne sono l’espressione concreta.

Tuttavia, la parte potente della situazione si nasconde nel secondo ideogramma: opportunità. Poiché il terremoto della crisi rompe l’equilibrio, l’opportunità che ne nasce è quella di imparare identificando i punti di svolta che hanno determinato la situazione, accettando la responsabilità delle azioni compiute anche se sembra che non ci siano.

Ricordare: nel nostro passato abbiamo già affrontato e “vissuto” successi o fallimenti.

E siamo sopravvissuti ad entrambi. Se recuperiamo alla memoria questi importanti ricordi, ci rendiamo conto quali risorse, capacità, abilità e comportamenti ci hanno permesso di raggiungere quel risultato e trasformare il pericolo in opportunità.

Dopo questi 3 passaggi siamo pronti per cominciare a costruire o ricostruire passo passo il nostro futuro.

Nei percorsi di terapia breve si lavora su ogni singola fase per accompagnare e facilitare il percorso evolutivo necessario.

Diceva Churchill che il successo non è definitivo. Il fallimento non è mai fatale. E’ il coraggio di continuare che conta

Vi auguro coraggio. Tanto coraggio.

Se senti il bisogno di un aiuto professionale, chiedi  a ONE SESSION.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione. Prenota una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram

Riferimenti bibliografici

Bibliografia

http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/adult-health/in-depth/denial/art-20047926?pg=2  http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-relief/art-20044456?pg=2  http://www.pbs.org/thisemotionallife/topic/humor/humor-and-resilience http://www.cognitivetherapyguide.org/negative-thinking-patterns.htm https://www.psychologytoday.com/blog/shyness-is-nice/201305/stop-fighting-your-negative-thoughts http://www.cognitivetherapyguide.org/thought-records.htm http://psychcentral.com/blog/archives/2014/02/16/8-tips-to-help-stop-ruminating/  http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-management/art-20044502?pg=1

http://www.nytimes.com/2014/10/26/opinion/sunday/the-problem-with-positive-thinking.html  

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Paura dei cambiamenti: piccoli passi per superarla.

I cambiamenti fanno paura.

Talvolta fanno così paura da convincerci che tutto dovrebbe rimanere costantemente uguale a se stesso.

Chi teme il cambiamento prova forte disagio e stress di fronte alle novità, arrivando a bloccare ogni istinto di trasformazione.

L’unica costante della vita è il cambiamento

Così recita un famoso detto.

Il cambiamento interessa tutti, costantemente. Cambiare significa crescere, adattarsi a nuove esigenze, acquisire nuovi saperi e nuove conoscenze.

Tutti nella nostra vita affrontiamo costantemente dei cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Talvolta senza accorgercene.

Ci sono tuttavia dei momenti in cui il cambiamento può diventare qualcosa percepito come troppo grande e pericoloso.

Come mai?

Quali aspetti del cambiamento fanno paura?

Ci sono tanti aspetti del cambiamento che possono fare paura.

In primis, il cambiamento porta con sé una sensazione di perdita. Perdita di quello che è stato finora e che conoscevamo molto bene, a favore dell’ignoto. “E se fosse peggio?”, “e se mi accorgessi di aver sbagliato?” sono alcune delle domande che possono accompagnare la fase di cambiamento.

Un secondo aspetto che può favorire l’immobilismo all’evoluzione è la paura di non essere all’altezza. Il fantasma del fallimento, pronto a puntarci il dito contro e a dirci che non siamo abbastanza, ci immobilizza. Finiamo per preferire la situazione spiacevole in cui ci troviamo, piuttosto che rischiare di sbagliare.

Affrontare la paura dei cambiamenti

La paura del cambiamento è normale. Ma la soluzione non può essere l’immobilismo.

In casi come questi può venirti utile la tecnica dei piccoli passi. In cosa consiste?

Invece che proiettare le tue fantasie e il tuo immaginario a cambiamento avvenuto, rischiando di spaventarti, cerca di vedere dove andrà messo il primo passo per cominciare a cambiare. Fatto il primo, penserai al secondo, e poi al terzo, e così via.

Tieni presente la meta, ma ancora di più chiediti qual è il più piccolo passo che ti muova in quella direzione, senza allontanarti troppo da dove sei ora, in modo da metabolizzare di volta in volta piccoli cambiamenti, quasi impercettibili.

Ogni passo aggiungerà qualcosa di nuovo rispetto a dove sei ora, ma non sarà troppo spaventoso da farti desistere e desiderare di non cambiare.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

I nostri psicologi e psicoterapeuti sono disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2009) Problem solving strategico da tasca. Firenze: Ponte alle Grazie

 

 

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Liberarsi dai sensi di colpa si può?

“Solamente l’uomo ostacola la sua felicità con cura,

distruggendo ciò che è,

con pensieri di ciò che dovrebbe essere.”

John Dryden, 1670

Qualcuno diceva che il passato non può essere cambiato, che ciò che è stato è stato e non si può tornare indietro; è vero, ma da quel passato ti trascini dietro a volte un grosso senso di colpa che non ti consente di farci pace.

Perché ti senti in colpa?

Sicuramente sei stato abituato a rimproverarti delle tue azioni fin da piccolo, perché vuoi o non vuoi qualche birbanteria l’avrai combinata e i tuoi genitori ti avranno sgridato, dicendo: “ Se non fai il bravo, mamma si arrabbia” “Se piangi ancora, rendi triste il papà” “Dovresti vergognarti per quello che hai fatto” e potrei continuare a oltranza.

Non sto dicendo che i tuoi genitori sono “colpevoli” ma che sicuramente frasi di questo genere hanno costruito dentro di te un sistema di credenze con cui leggi il mondo circostante e eventi più di altri, fanno emergere il tuo senso di colpa, anche quando colpa non ne hai.

Quindi ti senti in colpa perché qualcuno ti ha “insegnato” a provarlo in determinate circostanze e puoi sentirti in colpa perché sei tu che ti imponi questa emozioni in seguito a comportamenti che hai reputato inadeguati rispetto ai tuoi valori e principi morali; succede quando senti di aver sbagliato, di esser stato manchevole o non aver portato rispetto.

Di solito è un emozione che si manifesta nelle relazioni, piuttosto che in solitaria e che spesso si accompagna ad altri sentimenti come ansia, angoscia o frustrazione; ci sono situazioni infatti dover l’aver sbagliato può avere conseguenze o farti temere che ce ne siano e questo crea scenari catastrofici nella tua mente.

Ma come tutte le emozioni è anche funzionale?

Così come la paura, la rabbia o la tristezza, anche il senso di colpa ha una sua funzione sociale: se esiste è perché svolge un ruolo ben preciso nella nostra vita che, anche se difficile da percepire, è ciò che ti consente di sopravvivere all’interno di una società.

Se ti senti in colpa ti assumi la responsabilità delle tue azioni, ti scusi e fai un passo avanti nell’evoluzione.

Questi comportamenti ti facilitano l’accesso e il riconoscimento del tuo gruppo sociale di appartenenza e ti permette di volta in volta di aggiustare il tiro e non ripetere l’errore.

Oppure no?

È chiaro che se sentirsi in colpa può essere utile, come tutte le cose, se portate all’estremo, diventa disfunzionale e compromette la tua qualità di vita.

Se il senso di colpa è legato al passato, il logorio è interminabile, considerato che indietro non si può tornare e non vi puoi porre rimedio.

Se fa parte di un intreccio relazionale, può comportare la fine di quel rapporto.

In campo lavorativo genera ansia o angoscia per la reputazione che ti sei creato o per paura del giudizio degli altri.

Insomma, sentirti in colpa è nocivo se ti limita nel vivere la tua vita e non riuscire a perdonarti o passare oltre , ti rende un eterna vittima.

Cosa puoi fare?

  1. Puoi scrivere un diario delle colpe: sai che scrivere ha un alta funzione terapeutica? Ti invito a scrivere ogni giorno una pagina del tuo diario, dove ripercorrerai con la mente –e la penna- tutte le tue colpe. Non rileggere.
  1. Blocca il rimuginare: sicuramente se ti senti in colpa, penserai spesso a tutte le probabili conseguenze e a cosa fare per rimediare all’errore. So che pensarci pensi ti possa essere utile ma no se si trasforma in rimuginare: in realtà anche se ti sembra di riflettere, non stai facendo assolutamente niente per risolvere il problema. Schiocca le dita, ogni qualvolta il pensiero target arriva e grida il tuo nome dicendo: “torna qui”.
  2. Il passato non si cambia: accettare il fatto che ciò che è stato è stato, significa smettere di focalizzarsi su qualcosa su cui non puoi agire e pensare piuttosto a incanalare la tua energia verso ciò che veramente puoi cambiare. A questo proposito puoi redigere una lista di ciò che puoi cambiare e ciò che è impossibile cambiare.

 

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a uno specialista in questi casi.

La Terapia a Seduta Singola è utile perché consente individuare le tue tentate soluzioni, ovvero i comportamenti che mantengono in vita il problema, e di bloccarli.

Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Contatta One Session!

Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00. I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

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La Terapia a Seduta Singola per la paura di arrossire

“Arrossire è il colore della virtù” (Diogene)

Che cos’è la paura di arrossire?

L’“ereutofobia o eritrofobia” deriva dal greco éruthros cioè “rossore”. Consiste nel provare ansia e paura anticipatoria rispetto alla possibilità di diventare rossi in situazioni di socialità (ad esempio quando ci si trova a dover parlare in pubblico, a chiedere informazioni, ad affrontare un appuntamento importante…).

La paura di arrossire rientra tra le fobie specifiche sociali, che nel DSM V indicano una paura marcata o ansia provata da una persona rispetto ad una o più situazioni sociali in cui si è esposti al giudizio degli altri, con timore di essere valutati negativamente per questo.

Il problema causa disagio significativo dal punto di vista clinico nel funzionamento sociale e lavorativo della persona e persiste per almeno 6 mesi.

Come si manifesta l’ereutofobia?

Arrossire è una reazione naturale guidata dal nostro sistema nervoso simpatico.

Esso aumenta il flusso di sangue e la temperatura della pelle del viso, del collo e della parte superiore del corpo causando un cambiamento evidente del nostro colorito, che appare più rosso del solito.

Può manifestarsi quando ci sentiamo al centro dell’attenzione e proviamo emozioni positive oppure quando sperimentiamo emozioni negative come la vergogna, il senso di colpa o l’imbarazzo.

Sarà capitato a tutti di fare una “figuraccia” e di sentirsi avvampare improvvisamente.

Arrossire può farci sentire molto esposti al giudizio degli altri, che possono accorgersi di come ci sentiamo semplicemente guardandoci in viso.

A quel punto, ci sentiamo letteralmente “allo scoperto”, soprattutto se qualcuno ce lo fa notare, magari prendendoci in giro.

La paura di essere “sorpresi” ad arrossire in altre situazioni sociali può quindi diventare una costante preoccupazione e una vera e propria paura.

Oltre alle fastidiose sensazioni fisiche dovute all’ansia, infatti, si possono provare anche pensieri negativi di auto-svalutazione. Questi pensieri possono essere: “arrossirò e quindi penseranno tutti che sono stupido/a, che non valgo niente, che sono debole e incapace, nessuna persona mi vorrà come partner…”.

Abbiamo già parlato in altri articoli precedenti della definizione di “paura” (clicca qui se vuoi approfondire) e di come questa nostra emozione primaria possa essere protettiva da un lato, quando ci difende da un imminente e reale pericolo, oppure possa risultare limitante per noi e dannosa se invece finisce per bloccarci ed impedirci lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Come viene gestita la paura di arrossire?

Molte persone prima di rivolgersi ad uno psicologo provano a fare qualcosa per gestire da soli il problema.

Una delle azioni che inizialmente può sembrare efficace per provare a gestire l’ereutofobia è quella di evitare tutte le occasioni sociali in cui si potrebbe rischiare di arrossire.

Questa scelta, che inizialmente può farci sentire al sicuro e protetti, alla lunga rischia di isolarci e di rendere difficile se non impossibile lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Si evita quindi di andare a scuola o al lavoro, di uscire con gli amici, di esporsi nel parlare di fronte agli altri. Un’altra soluzione di solito adottata è quella di provare a nascondere il viso con sciarpe, occhiali grandi o alterarne il colore con trucco pesante e lampade solari.

Purtroppo, spesso questi tentativi di gestire il problema paradossalmente finiscono per peggiorarlo!

L’evitamento sociale ci chiude in una solitudine opprimente che ci impedisce di vivere normalmente e ci fa sentire ancora peggio.

Rinunciare inoltre a mostrare liberamente il nostro volto può farci sentire limitati, inadeguati e insicuri (oltre a rischiare di rovinare la pelle!).

Come liberarsi della paura di arrossire con la Terapia a Seduta Singola?

La paura di arrossire si può affrontare fin dalla prima seduta con uno dei nostri psicologi innanzitutto definendo insieme fin nei minimi dettagli il tuo modo soggettivo ed unico di vivere questo problema.

Si potrà quindi ragionare insieme su tutto quello che hai provato a fare per fronteggiare la paura di arrossire e sui risultati ottenuti: le cose sono effettivamente migliorate oppure sono peggiorate?

Infine, si potranno sperimentare già in seduta alcune nuove soluzioni da poter metter in pratica quotidianamente.

Una strategia utilizzabile fin da subito è provare a rivelare al proprio interlocutore che durante la conversazione si potrebbe arrossire, magari stemperando con una battuta.

Oppure cercare di spostare l’attenzione al di fuori di noi stessi quando parliamo con qualcuno.

Come? Prova a tornare all’inizio di questo articolo e a rileggere l’aforisma di Diogene che ho citato: hai mai pensato che a volte gli altri potrebbero non accorgersi del tuo rossore o addirittura pensare che sia una virtù e non un segno di debolezza?

E se invece di concentrarti su te stesso provassi a vedere se il tuo interlocutore inizia ad arrossire prima di te mentre parlate?

Ricordati che se invece vuoi provare ad affrontare la tua paura di arrossire con uno specialista, quest’anno il nostro team di “One session” ti offre la possibilità di una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola della durata di 30 minuti, ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00.

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Lasciaci un commento se ti va di farci sapere come stai provando a gestire la tua eritrofobia!

Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.)

Drummond, P. D., Shapiro, G. B., Nikolić, M., & Bögels, S. M. (2020). Treatment Options for Fear of Blushing. Current psychiatry reports, 22(6), [28]. https://doi.org/10.1007/s11920-020- 01152-5

Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Bur, Rizzoli.

Veale, D. (2003). Treatment of social phobia. Advances in Psychiatric Treatment, 9(4), 258-264. doi:10.1192/apt.9.4.258

 

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Come superare un trauma

Come superare un trauma? Quando possiamo definire un’esperienza come traumatica? Cosa ci mantiene incastrati in quel limbo tra ciò che era prima e ciò che è stato dopo il trauma?

Cos’è un trauma?

Se consultiamo un vocabolario, la parola trauma verrà definita come lesione improvvisa e violenta. A livello psichico ci si riferisce ad un turbamento determinato da un episodio dotato di una notevole carica emotiva.

Il trauma apre una profonda ferita a livello psichico, e fa da spartiacque a quello che per la persona che lo ha vissuto sarà il “prima” e il “dopo”.

Il trauma è causato da un evento con una grande carica emotiva, dicevamo. Si è soliti pensare che vi siano degli eventi oggettivamente traumatici, ed eventi invece che non possano causare alcun trauma.

Non è così. Un’esperienza viene definita traumatica in base agli effetti che produce nella persona.

Il disturbo post traumatico da stress

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-5, il disturbo post traumatico da stress può insorgere in seguito ad eventi stressanti tali da comportare una gravità oggettiva estrema, con minaccia per la vita o l’integrità fisica propria o di altri (Cagnoni e Milanese, 2009).

Il disturbo post traumatico da stress può insorgere sia che questi eventi siano vissuti direttamente, sia che siano vissuti come testimoni, ma può anche bastare il semplice venire a conoscenza di eventi accaduti a terzi.

Le caratteristiche del disturbo post traumatico da stress includono i seguenti vissuti:

  • Ricordi intrusivi dell’evento traumatico
  • Ricorrenti incubi riguardanti l’evento traumatico o le emozioni ad esso collegate
  • Episodi di flashback, in cui la persona sente o agisce come se l’evento traumatico si stesse ripresentando
  • Intensa sofferenza psicologica in presenza di eventi o fattori che possono ricordare l’evento traumatico
  • Reazioni fisiologiche intense a seguito di fattori scatenanti che possono ricordare l’evento traumatico

Vivere nel trauma

È chiaro come tutti i sintomi tipici del disturbo post traumatico da stress siano estremamente spiacevoli ed invalidanti.

Per questo i tentativi delle persone che si trovano in una condizione simile sono tutti volti ad evitare di dover avere a che fare con pensieri, situazioni e sensazioni che hanno a che fare col trauma vissuto.

Spesso però, sono proprio questi tentativi di liberarsi dal problema che lo mantengono vivo, o addirittura lo esacerbano.

Comportamenti che ti tengono incastrato nel trauma

  • Cercare controllare i propri pensieri. La persona che ha vissuto l’esperienza traumatica cerca in tutti i modi di dimenticare il trauma vissuto cercando di non pensare. Ma “pensare di non pensare è pensare ancora di più”: cercando di scacciare pensieri e immagini legate al trauma, la persona si vincola ad un circolo vizioso paradossale, finendo per intensificare proprio ciò che si vuole estinguere.
  • Evitare tutte le situazioni potenzialmente collegare all’evento traumatico. Si comincerà ad evitare il luogo in cui è avvenuto il trauma, le persone ad esso collegate, fino ad evitare situazioni ed eventi che in un qualche modo possono essere ad esso associate. Quale effetto si otterrà? Questi evitamenti arriveranno a confermare la pericolosità di situazioni che non sono in alcun modo collegate al trauma. La paura incrementerà e la persona finirà per non credere più nelle proprie risorse, aumentando le proprie paure e rendendo il disturbo sempre più invalidante.
  • Richiesta di aiuto e rassicurazioni. La persona sente il bisogno di essere sempre accompagnata, in modo da avere con sé qualcuno che possa intervenire in caso di pericolo o di crisi. Il fatto di affidarsi ad altri non farà però che confermare la propria incapacità di affrontare in autonomia le situazioni temute, rendendo la persona dipendente dagli altri.

La scrittura per superare il trauma

Uno strumento molto potente per riuscire a superare le conseguenze psicologiche di un’esperienza traumatica è la scrittura.

Narrare ogni giorno per iscritto, come se fosse la prima volta, l’evento traumatico, andando nei dettagli di ricordi, sensazioni ed emozioni che l’episodio ha scatenato va esattamente contro quello che chi ha vissuto un trauma cerca di fare: eliminare i ricordi dolorosi.

Abbiamo visto però che il tentativo di eliminarli non fa altro che incrementarli. Dovremo quindi agire seguendo una logica diversa, cioè passandoci in mezzo volontariamente.

Rivivere quotidianamente per iscritto l’esperienza traumatica (senza rileggere) farà in modo che la persona possa esternalizzare i ricordi e le sensazioni che quotidianamente la affliggono, permettendole di prenderne le distanze, mettendo fuori di sé ciò che di solito è dentro.

One Session Center

Se senti il bisogno di un aiuto in più, prenota il tuo appuntamento gratuito con One Session! Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00. I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti Bibliografici

Cagnoni F., Milanese R. (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Firenze: Ponte alle Grazie.

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La Terapia a Seduta Singola per la paura della morte

E’ possibile superare la paura della morte con una Terapia a Seduta Singola? Scopriamolo nell’articolo di oggi.

Il significato della morte

Ciascuna società si è occupata, nel suo tempo, della morte con riti e tradizioni diversi da una cultura all’altra.

Il concetto di morte è parte integrante del concetto di vita. È il riflesso stesso del culto della vita.

Eros e Thanatos hanno ispirato poeti, artisti, pensatori. Amore e morte.

“Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione” recita il Cantico dei Cantici nella tradizione biblica.

La paura della morte accompagna l’uomo da sempre.

Ha provato a spiegarcelo Aristotele: “La cosa più paurosa è la morte. Essa è infatti il nostro termine”.

Hanno provato a spiegarlo le religioni. Da qui l’idea della vita dopo la morte, della reincarnazione e di tante altre credenze affascinanti e mistiche.

Hanno provato a spiegarlo la filosofia e la scienza attraverso miti e teorie.

La paura della morte riguarda molti individui in momenti particolari della loro esistenza.

La pre-adolescenza in cui si inizia a prendere coscienza del fatto che la morte è parte del percorso di vita di ciascuno.

La gravidanza, momento in cui si teme per la propria vita e quella del bambino.

La vecchiaia in cui si avverte che il tempo di lasciare andare è vicino.

La perdita traumatica di persone amate.

La morte richiama l’ignoto, l’ineluttabilità, la mancanza di controllo. Possiamo temere per la nostra vita o quella di chi amiamo.

I balsami che hanno addolcito la paura di morire sono stati nel tempo la religione, il culto dei morti, il pensiero filosofico, l’arte, la cultura, la poesia.

La paura della morte viene esorcizzata e addomesticata dall’uomo attraverso il potere, la guerra, il decidere della vita e della morte stessa.

La paura della morte in psicologia

Molte persone hanno paura di morire. Di certo non sempre questa paura assume una connotazione patologica.

In psicologia, la paura della morte è un disturbo spesso associato alla depressione, ai disturbi di ansia, ai disturbi da ansia di malattia, agli attacchi di panico.

Chi soffre di ansia o di panico, infatti, spesso ha sperimentato questa sensazione.

La paura di morire diventa patologica quando crea ansia e/o pensieri ossessivi. Quando limita, in parte o del tutto, la vita e le abitudini delle persone.

L’irrazionalità e la mancanza di controllo, associate a questa paura, ne rappresentano gli elementi caratteristici ed esasperanti. La perdita dei legami, di ciò che abbiamo costruito nel tempo, è un pensiero che crea angoscia.

Il momento storico, sociale e sanitario che stiamo vivendo ha visto e vede questa paura protagonista nel vissuto di molti.

Chi di noi nel periodo acuto della pandemia non ha pensato almeno una volta alla morte?

Abbiamo visto stare male persone care. Siamo stati bombardati da immagini di malattia e morte. Morti senza corpi, senza riti che ne celebravano il trapasso. Morti senza la condivisione degli affetti e della famiglia.

Un tema dunque molto attuale in questo periodo di incertezza ed emergenza.

La paura della morte nasce con la nascita dell’uomo. È un tema esistenziale. L’uomo, da un certo momento in poi (dai 4 – 5 anni di vita), inizia a fare i conti con la perdita di persone vicine e care e dunque a riflettere e ragionare su di essa.

Il percorso di accettazione della morte, come condizione inevitabile, contribuisce al percorso di crescita. Tuttavia fattori ambientali, fisiologici e psicologici possono anche contribuire ad alimentare questa paura e molto spesso a costruire fobie ben strutturate.

Quando la paura diventa invalidante e condizionante, sarà possibile scontrarsi con un disturbo di personalità.

Terapia a seduta singola e la paura della morte

La Terapia a Seduta Singola si focalizza sui bisogni urgenti della persona.

Manovre e interventi che possono, anche in un solo incontro, rendere utile e concreto l’intervento del professionista.

Soluzioni su misura, capaci di rendere possibile il cambiamento anche in una sola seduta.

Sarà poi la persona a valutare se pensa di poter affrontare da sola la difficoltà che lo ha portato in terapia oppure scegliere di varcare nuovamente quella “porta” che resterà sempre aperta.

La paura spinge la persona a mettere in atto comportamenti che altro non fanno che alimentare il problema. Il disturbo diventa così più strutturato e il cambiamento più difficile da realizzare.

“Guardare in faccia” la paura può aiutare a ridimensionare l’angoscia e l’ansia che essa provoca.

Quali sono le tue paure? Di cosa potresti morire o di cosa potrebbero morire le persone che ami?

Bene. Potresti appuntarlo su un diario, la mattina appena sveglio e la sera, finita la giornata, spuntare quale di quelle paure si è realizzata.

Metterai quella spunta o l’avrai “spuntata”?

Le paure possono essere superate anche da soli. Molto spesso però questo può essere molto difficile e allora non bisogna esitare a chiedere l’aiuto di un professionista. Varcare la porta per ritrovare la propria strada.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook o Instagram.

Bibliografia e sitografia:

Cannistrà F., Piccirilli F. (2021). Terapia Breve Centrata sulla Soluzione. Roma: EPC Editore https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/paura-di-morire-scardinarla-con-la-terapia-breve/

 

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