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Tags Archives: Terapie brevi

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Solitudine: trasformarla in opportunità

Ci sono uomini soli

Nei carceri, in auto, soli sul web

(Marracash, Soli)

Ci sono momenti in cui la solitudine non è una scelta, ma una condizione che attraversa il nostro quotidiano, nei nostri momenti più intimi o in mezzo agli altri.

Eppure, proprio in quei momenti, può nascere l’opportunità di trasformare quel sentirsi soli in qualcosa di nuovo e di propositivo per noi stessi e per il tempo che viviamo.

La solitudine può arrivare in silenzio, dopo una perdita, un cambiamento, una separazione o semplicemente nel ritmo frenetico delle nostre giornate. Arriva quando si interrompe il senso di connessione con una persona, con un gruppo o con sé stessi.

La solitudine non è solo “stare soli”: è sentirsi soli.

È quella distanza emotiva che si può percepire anche in mezzo alla folla, nel proprio lavoro, o persino in una relazione. Quando ci sentiamo inascoltati o invisibili.

Eppure, dentro questo spazio apparentemente vuoto, può nascondersi un’occasione preziosa di cambiamento.

Ci si può sentire soli in diversi modi:

  • dopo la fine di una relazione o di un’amicizia;
  • quando si cambia città, lavoro, contesto di vita;
  • durante le fasi di cambiamento interiore (maggiore consapevolezza di sé, crescita emotiva, rielaborazione di vecchie convinzioni, comprensione dei propri bisogni).

La solitudine può essere un momento importante di ridefinizione di sé.

Quando attraversiamo una fase in cui i nostri ancoraggi esterni si indeboliscono e questo ci costringe a confrontarci con la nostra dimensione interiore più profonda, abbiamo la possibilità di costruire un passaggio, un tempo sospeso, difficile ma fertile, in cui può nascere qualcosa di nuovo.

Il problema nasce quando la solitudine si trasforma in isolamento, in una trappola che ci fa chiudere ancora di più. Allora, il silenzio diventa pesante, il dialogo interiore si trasforma in autocritica, e il vuoto in mancanza di senso.

La Terapia Breve come ponte

La terapia breve, con la sua natura focalizzata e concreta, aiuta a sperimentare piccoli cambiamenti relazionali che creano senso e connessione. L’obiettivo diventa, trasformare la solitudine in uno spazio di crescita personale.

La solitudine, infatti, può essere vista come un passaggio evolutivo: un momento in cui si può imparare a stare con sé stessi in modo nuovo, più autentico.

Come dice Leonard Cohen nella canzone Anthem, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”La crepa della solitudine può diventare la fessura da cui entra la luce della consapevolezza, la possibilità di ricostruirsi, di riscoprire i propri desideri, di sintonizzarsi sui propri bisogni.

La terapia breve parte da un principio fondamentale: ogni difficoltà contiene già in sé le risorse per essere superata.

Il primo passo è aiutare la persona a riconoscere e dare un nome a ciò che prova. Spesso chi si sente solo prova vergogna o paura di essere “sbagliato”, non compreso. Il terapeuta aiuta a ristrutturare il vissuto come un processo evolutivo.

In terapia breve, si lavora sul momento presente (il mantra contemporaneo del “qui e ora”), ma anche sul futuro immediato.

Lo spazio della solitudine viene esplorato in terapia non come un “vuoto da riempire”, ma come un luogo da abitare consapevolmente e pienamente. La terapia breve aiuta a costruire piccoli obiettivi, piccole esperienze quotidiane di connessione (con sé, con gli altri, con il mondo).

Attraverso domande strategiche, visualizzazioni o esercizi di auto-osservazione, la persona può tornare a sentire sé stessa. La Miracle Question stessa applicata alla solitudine è uno strumento molto potente perché apre uno spazio di possibilità e immaginazione laddove la persona sente vuoto o mancanza.

Quando una persona impara a stare bene da sola, le relazioni o le situazioni non diventano più un bisogno per colmare un’assenza, ma una scelta consapevole di esserci.

Un nuovo modo di stare soli

Quando la solitudine smette di essere un nemico, diventa un’esperienza da cui imparare.

In quello spazio che prima sembrava vuoto, può nascere la capacità di ascoltarsi davvero, di riconoscere i propri limiti e i propri desideri. È in quel silenzio che spesso si riscopre la creatività, la curiosità, la voglia di ricominciare.

La solitudine, accolta e attraversata, diventa spazio di crescita.

Il terapeuta, non riempie il vuoto ma aiuta a costruire ponti: tra il dolore e la possibilità, tra il silenzio e la parola, tra il sé e gli altri. Trasforma il problema in risorsa.

La solitudine forse non è qualcosa da sconfiggere, bensì da comprendere. Lo spazio terapeutico può diventare un luogo in cui esplorare nuovi modi di stare da soli. Questo significa accogliere la possibilità di ascoltare i propri bisogni, riconoscere i propri confini, scoprire o riscoprire le proprie risorse.

Quando la solitudine smette di essere un vuoto da riempire ma spazio da colmare può nascere il cambiamento.

Gli psicologi del team “Onesession” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola.

Per maggiori informazioni, puoi cliccare qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc5Gc5chP2TM7P1Yilm2DdOd_Xil2NrHqAwZxJVtUtIa4_xsA/viewform

Riferimenti bibliografici

Yalom I.D. (1980), Psicoterapia esistenziale. Raffaello Cortina

Nardone G.(2023), La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Tea

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Senso di colpa: cos’è e come gestirlo

Il senso di colpa è una delle emozioni che spesso ricorre nella stanza di terapia. E’ un’emozione complessa e universale: tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita quella stretta allo stomaco o quel peso sul petto dopo aver commesso un errore o aver arrecato un danno a qualcuno. Ma cos’è davvero il senso di colpa? È sempre un’emozione negativa o ha qualche risvolto positivo? Certamente nel momento in cui la si prova non è certo una sensazione piacevole ma, come vedremo nel corso di questo articolo, anche il senso di colpa ha una sua funzione, che se compresa può essere gestita traendone insegnamento.

Cos’è il senso di colpa?

Il senso di colpa è un’emozione legata alla percezione di aver violato una norma (che sia morale, sociale o personale), di aver arrecato danno a qualcuno o di non aver fatto qualcosa che “avremmo dovuto”. In tal senso è un concetto molto collegato al senso morale o etico che iniziamo a sviluppare durante l’infanzia: a differenza delle emozioni primarie infatti (gioia, dolore, rabbia, paura), il senso di colpa si sviluppa gradualmente tra i 3 e i 6 anni di età, quando cioè abbiamo le sufficienti capacità cognitive e sociali per poter comprendere che le nostre azioni hanno delle conseguenze.

In una certa misura il senso di colpa è una guida morale, perché ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, a rispettare le regole sociali e a mantenere l’integrità personale. La sua funzione quindi è anche quella di spingerci a riparare ai comportamenti sbagliati, a rimediare ai nostri errori o a chiedere scusa se abbiamo arrecato danno a qualcuno, anche involontariamente.

Diversi tipi di senso di colpa

Secondo alcuni autori (Mancini e Gangemi, 2008) si può distinguere due diversi tipi di senso di colpa: uno deontologico, che nasce dalla trasgressione di una norma o di un valore morale che sono generalmente comuni al proprio gruppo di appartenenza. Il senso di colpa deontologico può nascere anche quando si disobbedisce all’ordine di un’autorità o quando agiamo contrariamente a quei principi morali che abbiamo fatti nostri. L’altro senso di colpa è quello altruistico o interpersonale: nasce dalla credenza di aver danneggiato ingiustificatamente l’altro o, in senso più generale, di non averlo aiutato. In questo caso il senso di colpa orienta alla riparazione del danno causato e all’espressione di sentimenti e di atteggiamenti positivi verso la vittima. Questo senso di colpa è collegato all’altruismo e alla tendenza dell’uomo a provare empatia verso la sofferenza degli altri.

Capire quale tipo di colpa si sta provando è il primo passo per gestirla. La colpa deontologica si gestisce con la riparazione e l’apprendimento: dagli errori dettati dal senso di colpa possiamo imparare a comportarci meglio in futuro. La colpa altruistica invece richiede un lavoro sulla definizione dei propri limiti di responsabilità e sull’accettazione dell’incertezza.

Quando il senso di colpa diventa disfunzionale

Come abbiamo accennato, il senso di colpa può quindi avere una funzione adattiva e prosociale: in piccole dosi è un’emozione utile a riparare ai propri errori. Tuttavia quando esso è sproporzionato all’evento, persiste nel tempo o si estende a situazioni in cui non abbiamo reale responsabilità può portare a un circolo vizioso di auto-rimprovero e sofferenza. Ci possiamo accorgere del suo impatto negativo da segnali quali ansia, depressione, perfezionismo eccessivo, autosabotaggio, isolamento o pensieri ossessivi sull’errore commesso o temuto.

A volte infatti può capitare che per paura di sbagliare proviamo una sorta di senso di colpa anticipato che ci immobilizza o ci fa tendere al perfezionismo. È importante comprendere che l’errore fa parte in qualche misura della vita di ciascun individuo. Esso può essere piuttosto l’opportunità per correggere il tiro e migliorarsi.

Come gestire il senso di colpa

Cosa fare allora quando ci accorgiamo che il senso di colpa diventa eccessivo o ha un grande impatto sulla nostra vita? Prima cosa da fare è capire quali sono i meccanismi che mantengono il problema. Spesso infatti è ciò che facciamo nel tentativo di uscirne che ci incastra.

Tra questi comportamenti troviamo ad esempio la ricerca di rassicurazioni continue. Chiedendo agli altri se ci siamo comportati male o bene è un modo di delegare il nostro giudizio senza ascoltare il nostro senso morale. Questo infatti come accennato può farci da guida nel discernere e scegliere come comportarci di fronte a situazioni ambigue o di responsabilità, aiutandoci ad esercitare il nostro senso di autoefficacia.

Altro tentativo disfunzionale è quello di eliminare a tutti i costi il senso di colpa, ma più cerchiamo di evitare quelle sensazioni spiacevoli più queste si intensificheranno. La strategia migliore per superarle è concentrarsi su un piccolo passo concreto per riparare o imparare, senza rimanere bloccati nella ruminazione. A volte basta chiedere scusa in modo sincero e poi andare avanti.

Ancora tra le tentate soluzioni c’è la ruminazione ossessiva. Pensare e ripensare all’errore, cercando una soluzione logica a un problema emotivo può farci finire in un labirinto di pensieri dove rimanere incastrati. Dobbiamo saper distinguere il dubbio sano dalla ruminazione tossica, ponendoci le domande giuste: invece di rimuginare sull’evento passato dicendoci “se solo non avessi fatto…” possiamo invece chiederci “Cosa posso fare ora per migliorare la situazione?”.

Infine, tra gli atteggiamenti che possono risultare disfunzionali c’è l’iper-responsabilizzazione: caricarsi del peso di situazioni che non dipendono interamente da noi è controproducente e inefficace. Soprattutto per la colpa altruistica, è importante riconoscere che il benessere dell’altro non può dipendere esclusivamente da noi. È più utile identificare la propria quota di responsabilità (spesso minore di quanto si percepisca) e lasciare all’altro la sua.

Da senso di colpa a responsabilità

Possiamo dire che la migliore strategia per liberarsi da questa scomoda emozione sia quella di spostare il focus dal pensiero all’azione, trasformando la colpa in responsabilità. Il senso di colpa infatti ci fa guardare al passato, all’errore commesso costruendo un labirinto senza uscita. La responsabilità, intesa come abilità di rispondere, è invece più orientata al futuro, all’azione e al rimediare e imparare dagli sbagli. Possiamo quindi chiederci “come posso assumermi meglio la responsabilità?”, facendo attenzione a come ci giudichiamo e a come spesso usiamo un metro diverso nel giudicare gli altri.

Il senso di colpa, se riconosciuto e gestito in modo efficace, può trasformarsi da un peso invalidante a una bussola preziosa per la nostra etica e le nostre relazioni. Comprendere la sua natura, distinguere tra le sue forme e applicare strategie mirate ci permette di non cadere nella sua trappola. Potremo quindi usarlo come stimolo per crescere, imparare dagli errori e vivere una vita più autentica e libera.

Se senti che il senso di colpa sta dominando la tua vita, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)

Riferimenti bibliografici

Del Grande, C. (2007). Il diverso ruolo di principi deontologici e altruistici nelle scelte morali, con particolare riferimento a soggetti con alta e bassa tendenza ad avere ossessioni e compulsioni. Tesi di laurea

Mancini, F., & Gangemi, A. (2018). Senso di colpa deontologico e senso di colpa altruistico: una tesi dualista. Giornale italiano di psicologia, 45(3), 483-510.

Nardone, G. (2019). Emozioni: istruzioni per l’uso. Ponte alle Grazie.

Romagnoli, G. (2023). Restare in piedi tra le onde. Manuale di gestione delle emozioni. Mondadori

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Affrontare un colloquio di lavoro: come gestire ansia e stress

Affrontare un colloquio di lavoro è l’esame della vita adulta. Sei alla mercé del giudizio di una o più persone e hai la sensazione che da quella tua performance dipenda tantissimo.

L’ansia rischia di diventare un enorme nemico, capace di bloccarti e farti perdere lucidità.

Di seguito impariamo a conoscere questo nemico e imparare a gestirlo con strumenti semplici ed efficaci.

Preparazione allo specifico colloquio

Le ansie legate alla performance, spesso, nascono dalla percezione di non essere sufficientemente preparati. Esattamente come per un esame, la sensazione di “non sapere abbastanza” alimenta insicurezza e stress. In questo senso la preparazione gioca un ruolo cruciale. La preparazione per un colloquio si gioca su due piani principali. Il primo riguarda la candidatura. Chi è in cerca di lavoro invia spesso molte candidature, al punto che, quando arriva la convocazione per un colloquio, può non ricordare con precisione la posizione per cui si era proposto. È utile quindi tornare sull’annuncio, analizzarne bene i requisiti e cercare di capire cosa cerca davvero l’azienda: competenze, requisiti, mansioni.

Similmente, potrà tornare utile durante il colloquio aver fatto un’accurata ricerca sull’azienda per comprendere meglio i prodotti/servizi di cui si occupa, il tipo di valori e di cultura aziendale.

Il secondo piano riguarda te e il modo in cui ti presenti. Preparare la narrazione di sé è un lavoro che include l’identificazione dei propri punti di forza, ma anche la capacità di parlare delle proprie esperienze come risorse. Un esercizio utile è provare a voce alta — meglio se allo specchio — a rispondere alle domande classiche (“Parlami di te”, “Qual è il tuo punto di forza?”, “Come gestisci le difficoltà?”). Questo tipo di allenamento non serve a “recitare”, ma a ridurre l’incertezza e ad acquisire maggiore fluidità.

Gestire l’ansia durante il colloquio

Se la sensazione di “aver studiato” non dovesse bastare e in sede di colloquio e dovessero presentarsi sintomi di ansia, ci sono altre strategie efficaci da poter mettere in atto. Una delle più utili è spostare l’attenzione da sé all’altro: invece di pensare “come sto andando?”, concentrati sull’ascoltare davvero le domande che ti vengono fatte: più ti concentri sull’esterno, più la tua mente si libera. I dati incoraggiano questa posizione: i recruiter valutano positivamente un candidato che appare assertivo e con un atteggiamento caloroso, piuttosto che focalizzarsi sui segnali di nervosismo (Hebl, Madera, King et al., 2016). Come a dire che conta più ciò che riesci a mostrare, nonostante l’agitazione, che il tentativo di mascherarla.

Anche dichiarare la forte emozione all’inizio del colloquio avrà il beneficio di scaricare e creare nell’interlocutore uno stato di empatia. Dopo tutto, non vivresti una forte emozione se non fossi molto interessato all’offerta!

In conclusione, il giusto mindset può essere di grande aiuto: per quanto ti senta sotto esame, il colloquio di lavoro è a doppio senso: è un’occasione di valutare l’azienda e la posizione offerta per te tanto quanto per chi tiene il colloquio.

Se senti il bisogno di un aiuto in più, contatta One Session. Puoi prenotare il tuo colloquio gratuito cliccando qui.

Riferimenti bibliografici

Nardone, G., & Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento: Manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance. Milano: Ponte alle Grazie.

Nardone, G. (2013). Psicotrappole: Ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli. Milano: Ponte alle Grazie.

Hebl, M. R., Madera, J. M., King, E. B., et al. (2016). Anxiety in the Employment Interview: When Competitive Goals Lead to Performance Undermining. Journal of Business and Psychology, 31(2), 275–289

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L’arrivo di un figlio: mantenere gli equilibri

L’arrivo di un figlio è uno degli eventi più trasformativi nella vita di una persona, di una coppia e della famiglia in generale. Ogni nascita porta con sé un cambiamento profondo negli equilibri, nelle dinamiche relazionali e nei ruoli. Il nuovo assetto familiare infatti deve necessariamente adattarsi alle esigenze primarie del neonato e anche queste si modificano nel giro di pochi mesi e nei primi anni di vita. La coppia deve imparare a conoscere il bambino, i suoi bisogni e il modo in cui li esprime. Allo stesso tempo ciascuno dei due genitori deve ri-conoscere se stesso nel suo nuovo ruolo di caregiver ed educativo, il più delle volte senza avere già le competenze nel suo bagaglio di esperienze.

I genitori di oggi infatti arrivano all’evento della nascita molto spesso preparati su ogni dettaglio del parto, dell’allattamento e dello svezzamento. Seguono corsi preparto e leggono libri su come riconoscere il pianto del neonato. Si informano sulle tipologie di culla e di seggiolini e acquistano accessori per la preparazione di pappe naturali e per rendere il bagnetto un’esperienza rilassante per il bambino.

Tuttavia ben presto si scontreranno con una realtà ben più complessa di quella che avevano immaginato. La giornata sarà scandita dai ritmi di sonno-veglia del bambino, la mancanza di sonno e la stanchezza spesso comportano sbalzi di umore e l’imprevisto sarà all’ordine del giorno nell’organizzazione delle attività che una volta erano gestite con estrema facilità. Questi e altri cambiamenti concreti nella vita familiare impattano molto non solo sull’organizzazione di questa ma anche a un livello più profondo. A livello psicologico entrano in gioco aspetti emotivi e affettivi ma anche una riorganizzazione dei significati che genitori e coppie attribuiscono alla loro vita, al concetto di famiglia e ai ruoli genitoriali.

La nascita come riorganizzazione di significati

Secondo la prospettiva costruttivista, ogni genitore sviluppa una propria “griglia” di significati con cui interpreta il mondo. Quando nasce un figlio, queste griglie vengono messe alla prova. Per esempio, un padre o una madre possono trovarsi a rivedere ciò che pensavano su cosa significhi essere un genitore o su come dovrebbero comportarsi nel loro nuovo ruolo. In questo entrano in gioco anche le aspettative culturali e sociali e molte delle credenze con cui il genitore arriva al suo nuovo ruolo possono cozzare con la realtà con cui si scontra. È importante affrontare questi cambiamenti con apertura e flessibilità, evitando di irrigidirsi su schemi di pensiero che potrebbero non essere più funzionali.

Il mantenimento dell’equilibrio passa attraverso il dialogo aperto, la flessibilità e l’adattamento. Entrambi i partner devono essere pronti a ridefinire le proprie aspettative e a negoziare nuove modalità di interazione che riflettano la presenza del figlio. Questo processo non è solo individuale, ma anche collettivo: la coppia costruisce insieme nuovi significati e nuove narrazioni della loro vita condivisa e ciascuno deve imparare anche a conoscere il partner nel nuovo ruolo di genitore.

Il ruolo della famiglia allargata

Un altro punto importante da tenere in considerazione è che l’arrivo di un figlio non impatta solo sui genitori, ma sull’intero sistema familiare. D’improvviso le famiglie d’origine della coppia

genitoriale rivestono un ruolo diverso per loro e nella crescita dei figli. A volte si acuiscono delle dinamiche conflittuali che erano latenti, altre volte l’arrivo del bambino fa sì che si appianino le divergenze. La nascita di un bambino crea nuove dinamiche tra i membri della famiglia, e queste dinamiche devono essere osservate e comprese per mantenere l’equilibrio.

Una delle idee centrali dell’approccio sistemico è che ogni cambiamento in un membro del sistema influenzi l’intero sistema. Per esempio, le interferenze degli altri nell’educazione dei bambini possono influire sulla vita di coppia. E’ importante che i genitori mantengano i confini e i ruoli ben definiti. E’ fondamentale che i genitori affermino il proprio ruolo e la propria autorità genitoriale in modo chiaro e rispettoso. Dovranno stabilire limiti sani con le figure esterne, come i nonni, per proteggere l’equilibrio familiare. Sebbene il supporto dei nonni possa essere prezioso, è essenziale che i genitori restino i principali decisori riguardo l’educazione e la gestione del bambino. Questa protezione dei confini non riguarda tanto l’esclusione, quanto la creazione di uno spazio sicuro in cui i genitori possano sviluppare il proprio stile educativo senza interferenze o pressioni.

Strategie efficaci per gestire il cambiamento

La terapia strategica suggerisce che la chiave per mantenere l’equilibrio non sia evitare il cambiamento, ma gestirlo con soluzioni concrete e funzionali. Uno degli strumenti della terapia strategica è la capacità di individuare i “tentativi di soluzione disfunzionali”. Sono strategie che, pur essendo messe in atto per risolvere un problema, finiscono per mantenerlo o peggiorarlo. Ad esempio, uno dei problemi più comuni dopo la nascita di un figlio è lo sbilanciamento dei ruoli all’interno della coppia, dove uno dei due partner si sente sovraccaricato mentre l’altro potrebbe sentirsi escluso.

In questi casi, è bene incoraggiare l’individuazione di soluzioni alternative che interrompano il ciclo disfunzionale. Una soluzione può essere il delegare le responsabilità, creare momenti di condivisione della genitorialità. Ancora, ridefinire i ruoli all’interno della coppia in modo più equilibrato. L’importante è che la coppia non si fermi su schemi che non funzionano, ma sperimenti nuove modalità di interazione.

Come mantenere l’equilibrio

Mantenere gli equilibri con l’arrivo di un figlio richiede una combinazione di flessibilità, comunicazione aperta e collaborazione. I genitori devono essere pronti a rinegoziare continuamente i loro ruoli, a comunicare i propri bisogni in modo chiaro e a collaborare per trovare soluzioni che funzionino per tutti.

In definitiva, il segreto per mantenere gli equilibri di fronte a un evento così trasformativo sta nella capacità di adattarsi al cambiamento, senza temerlo. Sta nella volontà di costruire insieme una nuova realtà familiare, fatta di collaborazione, dialogo e comprensione reciproca.

Se anche tu stai affrontando la nascita di un figlio e pensi di non riuscire a gestire da solo questo cambiamento i professionisti di One Session sono pronti ad affiancarti in questa fase (clicca qui)

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2012). Modelli di famiglia. Ponte alle Grazie.

Roth Ledley, D. (2012). Il mio primo anno da mamma. Italia: Erickson.

Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.

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Esperienze traumatiche: primi passi per uscirne

Le esperienze traumatiche possono avere un impatto devastante sulla vita di una persona, lasciandola vulnerabile e talvolta incapace di vedere una via d’uscita. Che si tratti di incidenti, disastri naturali o episodi di violenza, il trauma può mettere in discussione le nostre convinzioni, i nostri sentimenti di sicurezza e la nostra fiducia nelle relazioni, cambiando radicalmente il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo attorno a noi. Le ferite invisibili lasciate da eventi traumatici possono manifestarsi in una vasta gamma di sintomi, e ogni persona reagisce in modo diverso, influenzata da fattori come il supporto ricevuto e le risorse personali.

Tuttavia, uscire dal tunnel del trauma è possibile. In questo articolo, esploreremo i primi passi fondamentali per iniziare il percorso di guarigione.

Riconoscere il dolore

Il riconoscimento del dolore è il primo passo fondamentale per uscire da esperienze traumatiche. Troppo spesso ci troviamo a negare, minimizzare o addirittura a cercare di cancellare quello che abbiamo vissuto, sperando che possa semplicemente svanire nel nulla.

Il trauma, tuttavia, lascia un’impronta profonda in noi, continuando a condizionare i nostri pensieri, emozioni e comportamenti anche quando cerchiamo di ignorarlo. Fingere che non sia mai accaduto, rischia solo di farci sentire ancora più soli e disconnessi dagli altri.

Accettare la realtà dell’esperienza traumatica, significa guardare in faccia ciò che abbiamo vissuto, senza cercare di nascondere o sminuire le nostre esperienze. Significa riconoscere il dolore e la sofferenza che abbiamo provato, senza giudizio o vergogna. È un processo doloroso e spaventoso, poiché ci chiede di confrontarci con eventi che abbiamo cercato di evitare, reprimere, dimenticare.

Ma solo accettando la verità di ciò che ci è successo possiamo cominciare a superarlo. Il riconoscimento del dolore è il primo passo verso la guarigione, perché ci permette di dare valore alle nostre esperienze e iniziare a elaborarle in modo sano e costruttivo.

Routine e cura di sé

Prendersi cura di sé stessi è fondamentale durante il percorso di guarigione da un’esperienza traumatica. Concedersi dei momenti di piacere e relax ci permette di rigenerare le energie, lenire le ferite e riprendere gradualmente fiducia in sé stessi.

Ci sono molte possibilità: ci si può rilassare leggendo un libro, fare una camminata nella natura o semplicemente godersi una tazza di tè caldo. L’auto-cura non è un lusso ma una necessità, soprattutto per chi è stato travolto da un’esperienza traumatica.

È inoltre importante stabilire delle routine nella propria vita quotidiana, che possono essere un faro di sicurezza e stabilità in mezzo alla tempesta del trauma. Sapere cosa ci si aspetta durante il giorno e avere dei moment fissi per svolgere determinate attività può ridurre l’ansia dell’incertezza e fornire un senso di controllo della propria vita. Le routine possono diventare una roccia preziosa, dando una struttura alla giornata e ricostruendo un senso d normalità.

La riscoperta e il potenziamento delle proprie risorse

Il terzo, fondamentale, passo per iniziare il processo di guarigione da un’esperienza traumatica è la riscoperta e il potenziamento delle proprie risorse interne. È come fare un viaggio dentro noi stessi per individuare le forze che possono guidarci verso la guarigione.

Spesso, dopo un’esperienza traumatica, ci si sente sopraffatti, distrutti, incapaci d far fronte alle sfide che la vita quotidiana ci presenta. Tuttavia, anche nei momenti più bui, ci sono risorse dentro di noi alle quali possiamo attingere e che possono aiutarci ad affrontare le difficoltà e la nostra sofferenza.

Riscoprire queste risorse, significa guardare dentro di noi con onestà, gentilezza e compassione, accettando ed onorando le nostre esperienze passate. E significa anche riconoscere che siamo stati in grado di affrontare situazioni difficili in passato e che abbiamo la capacità di farlo ancora una volta.

Una volta identificate, queste risorse possono essere potenziate e rafforzate. Questo ci darà la forza necessaria per affrontare le sfide che incontriamo lungo il percorso di guarigione. Ci permette di vedere oltre al trauma e di costruire una vita significativa e appagante, nella quale possiamo crescere e prosperare nonostante le nostre esperienze passate.

Affrontare un’esperienza traumatica richiede una grande dose di coraggio. Accettare il dolore, concedersi del tempo per sé stessi e riscoprire le proprie risorse sono passaggi cruciali verso la guarigione.

Anche se può sembrare un viaggio difficile, è possibile superare il trauma e ritrovare il proprio equilibrio.

Se senti il bisogno di un aiuto professionale, chiedi aiuto a One Session: puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)

Riferienti bibliografici

Cagnoni F., Milanese R., (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Ponte delle Grazie.

Calogero I. (Curatore) (2016). Dall’emergenza alla normalità. Strategie e modelli di intervento nella psicologia dell’emergenza. Franco Angeli.

Calogero I. (Curatore) (2018). Il trauma psicologico. Nuove frontiere di ricerca. Franco Angeli.

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