Solitudine: trasformarla in opportunità
Ci sono uomini soli
Nei carceri, in auto, soli sul web
(Marracash, Soli)
Ci sono momenti in cui la solitudine non è una scelta, ma una condizione che attraversa il nostro quotidiano, nei nostri momenti più intimi o in mezzo agli altri.
Eppure, proprio in quei momenti, può nascere l’opportunità di trasformare quel sentirsi soli in qualcosa di nuovo e di propositivo per noi stessi e per il tempo che viviamo.
La solitudine può arrivare in silenzio, dopo una perdita, un cambiamento, una separazione o semplicemente nel ritmo frenetico delle nostre giornate. Arriva quando si interrompe il senso di connessione con una persona, con un gruppo o con sé stessi.
La solitudine non è solo “stare soli”: è sentirsi soli.
È quella distanza emotiva che si può percepire anche in mezzo alla folla, nel proprio lavoro, o persino in una relazione. Quando ci sentiamo inascoltati o invisibili.
Eppure, dentro questo spazio apparentemente vuoto, può nascondersi un’occasione preziosa di cambiamento.
Ci si può sentire soli in diversi modi:
- dopo la fine di una relazione o di un’amicizia;
- quando si cambia città, lavoro, contesto di vita;
- durante le fasi di cambiamento interiore (maggiore consapevolezza di sé, crescita emotiva, rielaborazione di vecchie convinzioni, comprensione dei propri bisogni).
La solitudine può essere un momento importante di ridefinizione di sé.
Quando attraversiamo una fase in cui i nostri ancoraggi esterni si indeboliscono e questo ci costringe a confrontarci con la nostra dimensione interiore più profonda, abbiamo la possibilità di costruire un passaggio, un tempo sospeso, difficile ma fertile, in cui può nascere qualcosa di nuovo.
Il problema nasce quando la solitudine si trasforma in isolamento, in una trappola che ci fa chiudere ancora di più. Allora, il silenzio diventa pesante, il dialogo interiore si trasforma in autocritica, e il vuoto in mancanza di senso.
La Terapia Breve come ponte
La terapia breve, con la sua natura focalizzata e concreta, aiuta a sperimentare piccoli cambiamenti relazionali che creano senso e connessione. L’obiettivo diventa, trasformare la solitudine in uno spazio di crescita personale.
La solitudine, infatti, può essere vista come un passaggio evolutivo: un momento in cui si può imparare a stare con sé stessi in modo nuovo, più autentico.
Come dice Leonard Cohen nella canzone Anthem, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”La crepa della solitudine può diventare la fessura da cui entra la luce della consapevolezza, la possibilità di ricostruirsi, di riscoprire i propri desideri, di sintonizzarsi sui propri bisogni.
La terapia breve parte da un principio fondamentale: ogni difficoltà contiene già in sé le risorse per essere superata.
Il primo passo è aiutare la persona a riconoscere e dare un nome a ciò che prova. Spesso chi si sente solo prova vergogna o paura di essere “sbagliato”, non compreso. Il terapeuta aiuta a ristrutturare il vissuto come un processo evolutivo.
In terapia breve, si lavora sul momento presente (il mantra contemporaneo del “qui e ora”), ma anche sul futuro immediato.
Lo spazio della solitudine viene esplorato in terapia non come un “vuoto da riempire”, ma come un luogo da abitare consapevolmente e pienamente. La terapia breve aiuta a costruire piccoli obiettivi, piccole esperienze quotidiane di connessione (con sé, con gli altri, con il mondo).
Attraverso domande strategiche, visualizzazioni o esercizi di auto-osservazione, la persona può tornare a sentire sé stessa. La Miracle Question stessa applicata alla solitudine è uno strumento molto potente perché apre uno spazio di possibilità e immaginazione laddove la persona sente vuoto o mancanza.
Quando una persona impara a stare bene da sola, le relazioni o le situazioni non diventano più un bisogno per colmare un’assenza, ma una scelta consapevole di esserci.
Un nuovo modo di stare soli
Quando la solitudine smette di essere un nemico, diventa un’esperienza da cui imparare.
In quello spazio che prima sembrava vuoto, può nascere la capacità di ascoltarsi davvero, di riconoscere i propri limiti e i propri desideri. È in quel silenzio che spesso si riscopre la creatività, la curiosità, la voglia di ricominciare.
La solitudine, accolta e attraversata, diventa spazio di crescita.
Il terapeuta, non riempie il vuoto ma aiuta a costruire ponti: tra il dolore e la possibilità, tra il silenzio e la parola, tra il sé e gli altri. Trasforma il problema in risorsa.
La solitudine forse non è qualcosa da sconfiggere, bensì da comprendere. Lo spazio terapeutico può diventare un luogo in cui esplorare nuovi modi di stare da soli. Questo significa accogliere la possibilità di ascoltare i propri bisogni, riconoscere i propri confini, scoprire o riscoprire le proprie risorse.
Quando la solitudine smette di essere un vuoto da riempire ma spazio da colmare può nascere il cambiamento.
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Riferimenti bibliografici
Yalom I.D. (1980), Psicoterapia esistenziale. Raffaello Cortina
Nardone G.(2023), La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Tea

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Litigi che non si risolvono: come uscire dal ciclo del conflitto
Litigi ed escalation simmetrica
Spesso nelle coppie ci si può trovare “incastrati” in litigi senza fine, in quella che viene definita da Watzlawick Escalation Simmetrica: nelle comunicazioni ognuno tenta di mettersi in posizione sovraordinata rispetto al partner fino al punto di esaurire energie fisiche e mentali oppure alla resa di uno dei due. Ciò va a creare in questi casi un vero ciclo del conflitto dal quale i partner spesso, pur volendo, non sanno come uscire.
Molti litigi sono esplosivi, dovuti alla tendenza ad accumulare tensione emotiva, il cosiddetto “tenersi tutto dentro”. In tutte le discussioni e soprattutto in questi casi, però, non si riesce a comunicare efficacemente quello che si voleva: ciò che fa stare male, quello che non va nella coppia. Questi litigi a volte possono diventare davvero molto frequenti fino a sostituire qualsiasi altra modalità comunicativa. Bisogna quindi trovare nuove modalità per uscire dalla dinamica dell’Escalation Simmetrica e dei conflitti continui e giungere a un sano confronto.
Come disinnescare i litigi?
Per disinnescare questa escalation sono molto utili tre prescrizioni derivanti dalla Terapia Strategica.
• Una modalità alternativa di comunicare potrebbe essere l’utilizzo della Tecnica di Rapaport nella quale ciascuno espone a turno il punto di vista del partner, che potrà poi dire se tale descrizione lo rispecchia o meno e la motivazione.
• Altra tecnica molto utilizzata in questi casi è la tecnica del “pulpito”: ogni sera i partner si dedicano 30 minuti; nei primi 15 uno sta in piedi e uno seduto; chi è in piedi mette una sveglia e inizia a dire tutto ciò che pensa del partner, della situazione, dei propri problemi, della coppia… senza filtri. L’altr* dovrà rimanere in assoluto silenzio. Passati i 15 minuti chi sta parlando si interrompe in qualsiasi punto del discorso si trovi e iniziano i 15 minuti dell’altr* con la stessa modalità. Nelle 23 ore e mezza successive non bisogna far riferimento a quanto detto, ma solamente durante l’esercizio del pulpito della sera si potrà. Se uno dei due infrange la regola, il partner dovrà ricordargli che avrà i suoi 15 minuti.
• Per quando non si riesce a evitare di litigare è presente un’ulteriore tecnica la “stanza del litigio”. Consiste nello scegliere una stanza della casa in cui litigare e da quel momento in poi utilizzare solamente quell’unica stanza. Se inizia una discussione, dovranno interromperla momentaneamente e raggiungere la stanza del litigio per poter continuare.
La Terapia a Seduta Singola per la coppia
A volte può servire uno sguardo esterno che aiuti la coppia a interrompere i circoli viziosi che tengono vivo il conflitto e guidi verso una soluzione e una comunicazione più funzionale. In tal caso, può essere utile una consulenza psicologica.
La Terapia a Seduta Singola di coppia può aiutare a sbloccare i meccanismi disfunzionali che mantengono il conflitto anche in un solo incontro. Il paradigma del metodo a Seduta Singola parte dall’idea che la coppia sia esperta della relazione e il terapeuta abbia invece il compito di facilitare il dialogo e aiutare la coppia a concentrarsi sul fare, sul presente e sul futuro, piuttosto che sul passato. Spesso, le coppie hanno il desiderio di risolvere la questione che portano in terapia nel minor tempo possibile, desiderio comprensibile, data la frequente presenza di figli: il problema della coppia è il problema dell’intero sistema familiare. La Terapia a Seduta Singola è flessibile e permette di concentrarsi sul problema di maggiore rilevanza e di sbloccare meccanismi disfunzionali.
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Riferimenti bibliografici
Garcia T. , Qualche tecnica di Terapia Breve Strategica Sistemica per la terapia di coppia. Rivista Europea di Terapia Breve Strategica e Sistemica. N.1 2004
Nardone G., Watzlawick P., L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. TEA Editore, 2005.
Söderquist, M. (2022). Single session one at a time counselling with couples: Challenge and possibility. Routledge.
Watzlawick, P., Beavin, J. H., & Jackson, D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio, Roma, 35, 1-47.

Quando non riesci a decidere: come uscire dalla paralisi delle scelte
Chi non ha mai titubato di fronte ad una scelta importante, vivendo una paralisi delle scelte?
O non si è mai ripetuto : “Adesso non me la sento, non sono in condizione di poter decidere”?
Quante volte hai pensato: “E se poi sbaglio?”
Attraverso le nostre decisioni, le nostre scelte, ci rendiamo artefici del nostro destino e da questa responsabilità (a volte grande) derivano le paure più comuni e diffuse connesse all’atto di scegliere.
Ogni giorno prendiamo decisioni, dalle più banali alle più complesse: dal momento in cui decidiamo di alzarci al mattino, fino a quando scegliamo di andare a dormire. Eppure, nonostante l’allenamento quotidiano, alcune scelte ci paralizzano, ci bloccano, ci spingono a procrastinare e a vivere uno stato di ansia costante.
Perché accade? Perché alcune decisioni diventano così difficili da sembrare insormontabili?
Le paure più comuni dietro l’indecisione
Dietro la difficoltà di decidere si nascondono paure diverse, tra cui alcune molto comuni:
La paura di rinunciare: ogni scelta implica lasciare indietro qualcosa. Temere di perdere l’equilibrio faticosamente conquistato porta a resistere al cambiamento, a non esplorare nuove possibilità.
La paura di sbagliare: “Scelgo A o scelgo B? È meglio agire o restare fermo?”. L’idea di fare la scelta “sbagliata” può diventare così paralizzante da portare a non scegliere affatto, perdendo così l’occasione di apprendere e crescere.
La paura di non essere all’altezza: soprattutto in ambito lavorativo o genitoriale, ci si chiede se si sarà capaci di sostenere il peso della decisione. Questa paura, strettamente legata all’autostima, spinge ad analizzare all’infinito le opzioni, ritardando qualsiasi azione.
Il timore del giudizio altrui: alcune volte ciò che blocca non è la decisione in sé, ma la paura delle reazioni degli altri – di non essere compresi, accettati o amati.
La paura di sbagliare è forse la paura più diffusa nell’ambito dei processi decisionali e più si ricoprono ruoli di grande responsabilità (lavorativa, ma non solo, pensiamo alla paura di sbagliare connessa al ruolo genitoriale), più questa paura può divenire intensa e quanto mai stressante, aumentando il rischio di resa proprio a causa del forte stress percepito.
Sebbene siano tra le più diffuse, non sono solamente queste le paure dietro l’atto di scegliere: a volte a bloccarci sono le aspettative altrui, la paura di essere rifiutati dalla società alla quale desideriamo appartenere, la paura di non essere più amati compiendo determinate scelte, o la paura di esporci al giudizio altrui.
Le tentate soluzioni che la persona generalmente mette in atto per cercare di fronteggiare le paure connesse ai processi decisionali e di scelta, non sempre contribuiscono a contenere queste paure: al contrario, nella maggior parte dei casi, le mantengono o addirittura le alimentano.
Le trappole dell’evitamento: costruisci ciò che poi subisci
Le soluzioni che mettiamo in atto per ridurre la paura finiscono spesso per rinforzarla: è proprio così che nasce e si mantiene la paralisi delle scelte.
Da un lato, sul piano dell’agire, il rimandare e l’evitare le scelte, delegare e chiedere continue rassicurazioni, consolidano l’idea che scegliere è pericoloso e che la persona da sola non riesce. Dall’altro lato, quello del pensare, analizzare eccessivamente, ricorrere alla logica razionale anche per problemi che hanno evidenti risvolti e componenti emotive, bloccano la persona in un vero e proprio vicolo cieco.
Rimandare o evitare le decisioni rafforza l’idea che “decidere è pericoloso”.
Delegare o chiedere continue rassicurazioni alimenta la convinzione di non essere capaci.
Analizzare all’eccesso e affidarsi solo alla logica, anche quando in gioco ci sono emozioni, porta in un vicolo cieco: in questi modi la persona costruisce le stesse catene che poi la imprigionano.
Come uscire dalla paralisi delle scelte?
1) Prendere decisioni costruisce sicurezza (e non il contrario)
Molti aspettano di sentirsi sicuri prima di prendere una decisione, come se la sicurezza fosse un requisito da raggiungere in anticipo. In realtà è l’opposto: è proprio l’atto di decidere, nonostante i dubbi e le incertezze, che costruisce sicurezza e rafforza l’autostima.
Ogni volta che scegli, dimostri a te stesso di potercela fare. La prontezza non nasce dall’attesa, ma dall’azione. Se resti fermo, rimani insicuro; se decidi, inizi a sentirti capace.
2) Come potresti peggiorare ulteriormente le tue giornate?
Nella quotidianità, procrastinare e rimandare continuamente delle decisioni che dobbiamo prendere, generalmente si associa ad un aumento di tensione e di stress percepito, perché di fatto quelle scelte rimangono li, pendono sulle nostre teste come una spada di Damocle.
Ogni giorno, in particolare ogni mattina, prova a scrivere tutti i modi in cui potresti peggiorare, far andare male la tua giornata, verificando la sera se e quali di questi comportamenti hai messo in atto. Questo tipo di strategia potrà aiutarti ad individuare tutti i comportamenti disfunzionali che magari già stai agendo o che potresti agire, diminuendo quindi la probabilità di metterli e rimetterli in atto.
3) Procedi per piccoli passi: stila la tua top ten delle scelte
Non tutte le scelte hanno lo stesso peso. Per allenare la capacità di decidere, comincia da quelle più piccole, meno spaventose.
“Se vuoi vedere, impara ad agire” affermava Heinz von Foerster, uno dei padri della cibernetica e figura di spicco dell’epistemologia costruttivista. Ciò significa che per imparare a prendere delle decisioni, non possiamo agire prima sui nostri pensieri ma dobbiamo agire prioritariamente sui nostri comportamenti.
Un modo efficace per “allenare” questa capacità potrebbe essere quello di partire da decisioni piccoline, che ti coinvolgono meno da un punto di vista emotivo. Prova allora a stilare una lista di decisioni che devi prendere. Poi ordinale partendo da quella che ti spaventa meno a quella che ti spaventa di più. Ogni giorno prendi una decisione presente nella lista, partendo da quella che ti spaventa meno.
Conclusione
La paura delle decisioni è diffusa e comprensibile, ma non è un ostacolo insormontabile. Attraverso piccoli passi, strategie mirate e soprattutto l’atto stesso del decidere, è possibile trasformare i momenti di scelta da fonte di ansia a opportunità di crescita ed evoluzione.
Ricorda: la paralisi delle scelte non è un destino, ma un meccanismo che puoi superare con piccoli passi concreti.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Nardone, G. (2014). La paura delle decisioni. Milano: Ponte alle Grazie.

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Senso di colpa: cos’è e come gestirlo
Il senso di colpa è una delle emozioni che spesso ricorre nella stanza di terapia. E’ un’emozione complessa e universale: tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita quella stretta allo stomaco o quel peso sul petto dopo aver commesso un errore o aver arrecato un danno a qualcuno. Ma cos’è davvero il senso di colpa? È sempre un’emozione negativa o ha qualche risvolto positivo? Certamente nel momento in cui la si prova non è certo una sensazione piacevole ma, come vedremo nel corso di questo articolo, anche il senso di colpa ha una sua funzione, che se compresa può essere gestita traendone insegnamento.
Cos’è il senso di colpa?
Il senso di colpa è un’emozione legata alla percezione di aver violato una norma (che sia morale, sociale o personale), di aver arrecato danno a qualcuno o di non aver fatto qualcosa che “avremmo dovuto”. In tal senso è un concetto molto collegato al senso morale o etico che iniziamo a sviluppare durante l’infanzia: a differenza delle emozioni primarie infatti (gioia, dolore, rabbia, paura), il senso di colpa si sviluppa gradualmente tra i 3 e i 6 anni di età, quando cioè abbiamo le sufficienti capacità cognitive e sociali per poter comprendere che le nostre azioni hanno delle conseguenze.
In una certa misura il senso di colpa è una guida morale, perché ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, a rispettare le regole sociali e a mantenere l’integrità personale. La sua funzione quindi è anche quella di spingerci a riparare ai comportamenti sbagliati, a rimediare ai nostri errori o a chiedere scusa se abbiamo arrecato danno a qualcuno, anche involontariamente.
Diversi tipi di senso di colpa
Secondo alcuni autori (Mancini e Gangemi, 2008) si può distinguere due diversi tipi di senso di colpa: uno deontologico, che nasce dalla trasgressione di una norma o di un valore morale che sono generalmente comuni al proprio gruppo di appartenenza. Il senso di colpa deontologico può nascere anche quando si disobbedisce all’ordine di un’autorità o quando agiamo contrariamente a quei principi morali che abbiamo fatti nostri. L’altro senso di colpa è quello altruistico o interpersonale: nasce dalla credenza di aver danneggiato ingiustificatamente l’altro o, in senso più generale, di non averlo aiutato. In questo caso il senso di colpa orienta alla riparazione del danno causato e all’espressione di sentimenti e di atteggiamenti positivi verso la vittima. Questo senso di colpa è collegato all’altruismo e alla tendenza dell’uomo a provare empatia verso la sofferenza degli altri.
Capire quale tipo di colpa si sta provando è il primo passo per gestirla. La colpa deontologica si gestisce con la riparazione e l’apprendimento: dagli errori dettati dal senso di colpa possiamo imparare a comportarci meglio in futuro. La colpa altruistica invece richiede un lavoro sulla definizione dei propri limiti di responsabilità e sull’accettazione dell’incertezza.
Quando il senso di colpa diventa disfunzionale
Come abbiamo accennato, il senso di colpa può quindi avere una funzione adattiva e prosociale: in piccole dosi è un’emozione utile a riparare ai propri errori. Tuttavia quando esso è sproporzionato all’evento, persiste nel tempo o si estende a situazioni in cui non abbiamo reale responsabilità può portare a un circolo vizioso di auto-rimprovero e sofferenza. Ci possiamo accorgere del suo impatto negativo da segnali quali ansia, depressione, perfezionismo eccessivo, autosabotaggio, isolamento o pensieri ossessivi sull’errore commesso o temuto.
A volte infatti può capitare che per paura di sbagliare proviamo una sorta di senso di colpa anticipato che ci immobilizza o ci fa tendere al perfezionismo. È importante comprendere che l’errore fa parte in qualche misura della vita di ciascun individuo. Esso può essere piuttosto l’opportunità per correggere il tiro e migliorarsi.
Come gestire il senso di colpa
Cosa fare allora quando ci accorgiamo che il senso di colpa diventa eccessivo o ha un grande impatto sulla nostra vita? Prima cosa da fare è capire quali sono i meccanismi che mantengono il problema. Spesso infatti è ciò che facciamo nel tentativo di uscirne che ci incastra.
Tra questi comportamenti troviamo ad esempio la ricerca di rassicurazioni continue. Chiedendo agli altri se ci siamo comportati male o bene è un modo di delegare il nostro giudizio senza ascoltare il nostro senso morale. Questo infatti come accennato può farci da guida nel discernere e scegliere come comportarci di fronte a situazioni ambigue o di responsabilità, aiutandoci ad esercitare il nostro senso di autoefficacia.
Altro tentativo disfunzionale è quello di eliminare a tutti i costi il senso di colpa, ma più cerchiamo di evitare quelle sensazioni spiacevoli più queste si intensificheranno. La strategia migliore per superarle è concentrarsi su un piccolo passo concreto per riparare o imparare, senza rimanere bloccati nella ruminazione. A volte basta chiedere scusa in modo sincero e poi andare avanti.
Ancora tra le tentate soluzioni c’è la ruminazione ossessiva. Pensare e ripensare all’errore, cercando una soluzione logica a un problema emotivo può farci finire in un labirinto di pensieri dove rimanere incastrati. Dobbiamo saper distinguere il dubbio sano dalla ruminazione tossica, ponendoci le domande giuste: invece di rimuginare sull’evento passato dicendoci “se solo non avessi fatto…” possiamo invece chiederci “Cosa posso fare ora per migliorare la situazione?”.
Infine, tra gli atteggiamenti che possono risultare disfunzionali c’è l’iper-responsabilizzazione: caricarsi del peso di situazioni che non dipendono interamente da noi è controproducente e inefficace. Soprattutto per la colpa altruistica, è importante riconoscere che il benessere dell’altro non può dipendere esclusivamente da noi. È più utile identificare la propria quota di responsabilità (spesso minore di quanto si percepisca) e lasciare all’altro la sua.
Da senso di colpa a responsabilità
Possiamo dire che la migliore strategia per liberarsi da questa scomoda emozione sia quella di spostare il focus dal pensiero all’azione, trasformando la colpa in responsabilità. Il senso di colpa infatti ci fa guardare al passato, all’errore commesso costruendo un labirinto senza uscita. La responsabilità, intesa come abilità di rispondere, è invece più orientata al futuro, all’azione e al rimediare e imparare dagli sbagli. Possiamo quindi chiederci “come posso assumermi meglio la responsabilità?”, facendo attenzione a come ci giudichiamo e a come spesso usiamo un metro diverso nel giudicare gli altri.
Il senso di colpa, se riconosciuto e gestito in modo efficace, può trasformarsi da un peso invalidante a una bussola preziosa per la nostra etica e le nostre relazioni. Comprendere la sua natura, distinguere tra le sue forme e applicare strategie mirate ci permette di non cadere nella sua trappola. Potremo quindi usarlo come stimolo per crescere, imparare dagli errori e vivere una vita più autentica e libera.
Se senti che il senso di colpa sta dominando la tua vita, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Del Grande, C. (2007). Il diverso ruolo di principi deontologici e altruistici nelle scelte morali, con particolare riferimento a soggetti con alta e bassa tendenza ad avere ossessioni e compulsioni. Tesi di laurea
Mancini, F., & Gangemi, A. (2018). Senso di colpa deontologico e senso di colpa altruistico: una tesi dualista. Giornale italiano di psicologia, 45(3), 483-510.
Nardone, G. (2019). Emozioni: istruzioni per l’uso. Ponte alle Grazie.
Romagnoli, G. (2023). Restare in piedi tra le onde. Manuale di gestione delle emozioni. Mondadori

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Quando lo stress diventa troppo: gestire i segnali del corpo e della mente
Che stress questo stress!
Tutti abbiamo vissuto almeno una volta nel corso della nostra vita dei periodi intensi. Se questo capita ogni tanto, possiamo recuperare con facilità. Al contrario, se questo diventa una condizione cronica, l’organismo potrebbe adattarsi abbassando i suoi equilibri e “sacrificando” alcuni livelli di funzionamento.
Hai presente quando sei stanco per un lungo lavoro, per le scadenze pressanti, per gli impegni improrogabili? Gli occhi diventano pesanti, la testa pure…ma devi andare avanti!
E allora, aumenti il controllo, togli il sonno, aumenti il caffè, togli il tempo per te, togli le attività piacevoli che potrebbero farti respirare un po’. Pensi pensi e ripensi nel tentativo di trovare una soluzione a tutti questi problemi, eviti di chiedere aiuto, perché forse, da soli, si finisce prima (si perderebbe ancora più tempo a dare indicazioni a qualcun altro)… il tutto per tenere duro.
La vita quotidiana è disseminata da potenziali fonti di stress che possono metterci i bastoni tra le ruote rispetto alla nostra capacità di vivere serenamente e al meglio delle nostre possibilità.
La pressione della quotidianità, scadenza serrate, relazioni interpersonali difficoltose e conflittuali a lavoro e a casa, mancanza di supporto e rete sociale, difficoltà economiche, preoccupazioni per la salute, cambiamenti nella propria vita, incertezza riguardo al futuro e alle scelte da fare, sono solo alcuni di tutti i potenziali rischi per lo sviluppo di una condizione di stress cronico. Questi possono portarci a compromettere in maniera pervasiva la nostra salute e il nostro benessere psicofisico.
Il raggiungimento del proprio benessere, lungi dall’essere legato esclusivamente all’eliminazione delle fonti di malessere, si ottiene con un costante impegno nella quotidianità. Impegno volto a creare opportunità che ci facciano stare bene con noi stessi, con gli altri e con il mondo.
Il perno su cui costruire queste opportunità sono le nostre energie, che diventano “carburante” per il lavoro quotidiano verso il benessere. Quando viviamo una situazione difficile, la fatica è il primo campanello di allarme da riconoscere per prevenire un periodo di stress negativo. Fatica e stress sono infatti due fenomeni da distinguere e da riconoscere, per poterne fare buon uso.
La fatica: un prezioso campanello d’allarme
La fatica è uno stato in cui il nostro organismo, sottoposto a forti pressioni o stimoli nocivi intensi, siano essi continuativi o improvvisi, si logora, provocando un malfunzionamento generale o di un particolare organo.
In letteratura vengono identificate due tipologie di fatica:
- fatica nervosa, che corrisponde ad uno stato di sofferenza psichica e che può portare al manifestarsi di sintomi oggettivi, quali insonnia e ansia;
- fatica fisiologica, che può portare alla diminuzione di eccitabilità dell’organo interessato e la modifica di costanti organiche, come ad esempio la diminuzione della forza muscolare.
Trascurare o ignorare i segnali di fatica, sebbene possa essere inizialmente una soluzione per affrontare periodi intensi in cui potrebbe sembrare impossibile potersi fermare, a lungo andare potrebbe diventare invece la causa di un malessere via via sempre crescente.
Al contrario, potremmo considerare la fatica come un “termometro” utile per rivedere le modalità attraverso cui viviamo e affrontiamo determinate situazioni “stressanti”.
Ogni persona, infatti, risponde e reagisce allo stress in modo diverso. Questo modo è influenzato soprattutto da come la persona interpreta e valuta gli eventi stressanti nella propria vita: esperienze passate (ad esempio, esperienze di efficacia in situazioni di stress vs di inefficacia), credenze personali (sono in grado di vs non sono in grado di), aspettative, sono tutti elementi che determinano la nostra reazione individuale allo stress.
Oltre al ruolo della soggettività, un altro fattore determinante, e spesso sottovalutato, che contribuisce a far diventare lo stress “cattivo” è il protrarsi della risposta di stress. Situazioni di cronicizzazione possono portare ad un lento esaurimento delle risorse a disposizione, andando ad annullare (anche a livello biologico) quella parte funzionale della risposta di stress che ci rende pronti all’azione.
La difficoltà a svegliarsi, il non riuscire ad ingranare al lavoro fino a metà mattinata, l’andare su tutte le furie per ogni piccolo impedimento sono campanelli d’allarme di una stanchezza che dura da troppo tempo.
Scegli il tuo ritmo
Il nostro organismo funziona ritmicamente, pensiamo all’ispirazione e all’espirazione, alla contrazione e al rilassamento muscolare, al ciclo sonno-veglia.
Dunque, anche il nostro comportamento dovrebbe seguire un ritmo fisiologico che si compone di diverse fasi:
- Azione;
- Percezione dell’affaticamento;
- Riposo;
- Azione.
Riconoscendo tempestivamente i segnali della fatica potresti infatti:
- vivere la quotidianità al meglio delle tue energie;
- rendere più produttive le ore della tua giornata;
- vivere con più soddisfazioni le relazioni sociali e familiari;
- star bene con te stesso.
I ritmi di vita sempre più frenetici ai quali siamo sottoposti, spesso ci inducono a non ascoltare i segnali di stanchezza, a respingerli anche quando sono evidenti, a continuare ad agire producendo però risultati sempre peggiori con l’esaurimento del nostro organismo.
La stanchezza può nascondersi anche dietro ad una persona apparentemente attiva, che si sforza di non sentire la fatica che prima o poi si manifesterà comunque in qualche modo.
Quando siamo nella fase di esaurimento il nostro comportamento non è più fluido. Quando non ci concediamo il riposo necessario, il disagio può insorgere e fermare in modo brusco il nostro andamento e allora accumuliamo stress su stress perché dobbiamo riorganizzare le nostre abitudini in un momento in cui non avevamo dato spazio a questa eventualità.
È importante notare che per riposo non si intende solo dormire ma anche fare attività rigeneranti, che diminuiscano il carico menale e procurino soprattutto piacere.
Altri passi per affrontare lo stress
Un altro passo importante per affrontare lo stress in modo efficace potrebbe essere individuare le strategie che stai usando al momento, per far fronte alle situazioni stressanti presenti nella tua vita:
- Cosa fai quando ti senti stressato/a?
- Questa azione ti fa sentire meglio sul momento? E nel lungo termine?
Ad esempio, se hai un conflitto con un collega, eviti di parlarci? Questo come ti fa sentire nel breve termine? E nel lungo termine è lo stesso?
Un altro passo importante potrebbe essere inserire attività che ti “nutrono”, anziché deprivarti di risorse. Prendere del tempo per te, svolgere attività fisica all’aria aperta o qualsiasi attività che ti fa provare piacere durante il suo svolgimento.
Lo stress non è un nemico da combattere, ma una spinta naturale che ci aiuta a crescere. Invece di cercare di annientarlo, dovremmo concordare con lui un contratto di convivenza, dove entrambi vinciamo. Tuttavia, le soluzioni che possiamo mettere in campo per affrontare momenti di vita o situazioni stressanti, possono trasformarlo in una trappola per il nostro benessere.
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Riferimenti bibliografici
McGonigal, K. (2019). Il lato positive dello stress. Giunti Editore
Nardone, G., & Watzlawick, P. (2005). L’arte del cambiamento. Ponte alle Grazie.
Salmon, P. (2001). Effects of physical exercise on anxiety, depression, and sensitivity to stress: A unifying theory. Clinical Psychology Review, 21(1), 33-61.

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Affrontare un colloquio di lavoro: come gestire ansia e stress
Affrontare un colloquio di lavoro è l’esame della vita adulta. Sei alla mercé del giudizio di una o più persone e hai la sensazione che da quella tua performance dipenda tantissimo.
L’ansia rischia di diventare un enorme nemico, capace di bloccarti e farti perdere lucidità.
Di seguito impariamo a conoscere questo nemico e imparare a gestirlo con strumenti semplici ed efficaci.
Preparazione allo specifico colloquio
Le ansie legate alla performance, spesso, nascono dalla percezione di non essere sufficientemente preparati. Esattamente come per un esame, la sensazione di “non sapere abbastanza” alimenta insicurezza e stress. In questo senso la preparazione gioca un ruolo cruciale. La preparazione per un colloquio si gioca su due piani principali. Il primo riguarda la candidatura. Chi è in cerca di lavoro invia spesso molte candidature, al punto che, quando arriva la convocazione per un colloquio, può non ricordare con precisione la posizione per cui si era proposto. È utile quindi tornare sull’annuncio, analizzarne bene i requisiti e cercare di capire cosa cerca davvero l’azienda: competenze, requisiti, mansioni.
Similmente, potrà tornare utile durante il colloquio aver fatto un’accurata ricerca sull’azienda per comprendere meglio i prodotti/servizi di cui si occupa, il tipo di valori e di cultura aziendale.
Il secondo piano riguarda te e il modo in cui ti presenti. Preparare la narrazione di sé è un lavoro che include l’identificazione dei propri punti di forza, ma anche la capacità di parlare delle proprie esperienze come risorse. Un esercizio utile è provare a voce alta — meglio se allo specchio — a rispondere alle domande classiche (“Parlami di te”, “Qual è il tuo punto di forza?”, “Come gestisci le difficoltà?”). Questo tipo di allenamento non serve a “recitare”, ma a ridurre l’incertezza e ad acquisire maggiore fluidità.
Gestire l’ansia durante il colloquio
Se la sensazione di “aver studiato” non dovesse bastare e in sede di colloquio e dovessero presentarsi sintomi di ansia, ci sono altre strategie efficaci da poter mettere in atto. Una delle più utili è spostare l’attenzione da sé all’altro: invece di pensare “come sto andando?”, concentrati sull’ascoltare davvero le domande che ti vengono fatte: più ti concentri sull’esterno, più la tua mente si libera. I dati incoraggiano questa posizione: i recruiter valutano positivamente un candidato che appare assertivo e con un atteggiamento caloroso, piuttosto che focalizzarsi sui segnali di nervosismo (Hebl, Madera, King et al., 2016). Come a dire che conta più ciò che riesci a mostrare, nonostante l’agitazione, che il tentativo di mascherarla.
Anche dichiarare la forte emozione all’inizio del colloquio avrà il beneficio di scaricare e creare nell’interlocutore uno stato di empatia. Dopo tutto, non vivresti una forte emozione se non fossi molto interessato all’offerta!
In conclusione, il giusto mindset può essere di grande aiuto: per quanto ti senta sotto esame, il colloquio di lavoro è a doppio senso: è un’occasione di valutare l’azienda e la posizione offerta per te tanto quanto per chi tiene il colloquio.
Se senti il bisogno di un aiuto in più, contatta One Session. Puoi prenotare il tuo colloquio gratuito cliccando qui.
Riferimenti bibliografici
Nardone, G., & Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento: Manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2013). Psicotrappole: Ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli. Milano: Ponte alle Grazie.
Hebl, M. R., Madera, J. M., King, E. B., et al. (2016). Anxiety in the Employment Interview: When Competitive Goals Lead to Performance Undermining. Journal of Business and Psychology, 31(2), 275–289

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.
Migliorare la comunicazione con i figli con la Terapia a Seduta Singola
La comunicazione con i figli è tutt’altro che semplice. Figli adolescenti che sfidano le regole imposte dai genitori, mamme frustrate per la mancanza di collaborazione in casa, preadolescenti che si chiudono a riccio e non parlano, genitori che non riescono ad esprimere la rabbia in modo funzionale di fronte ai capricci dei bambini. Le problematiche della genitorialità sono tante.
Tra le tante sfide che devono affrontare quotidianamente i genitori, sicuramente quella della comunicazione è una delle più complesse. La comunicazione con le persone a noi vicine è infatti il canale attraverso cui si costruisce, si determina e si mantiene la relazione. Le incomprensioni, i litigi, le difficoltà nell’ascolto o la mancanza di comunicazione sono tra le cause più frequenti per cui una famiglia o dei genitori si rivolgono allo psicologo. Altre volte, sebbene la motivazione che spinge a cercare il supporto di un professionista sia di altro tipo, la comunicazione rimane comunque una delle principali leve per il cambiamento e per l’intervento sistemico.
Il metodo della terapia a seduta singola per i genitori
La Terapia a seduta singola può essere un valido metodo d’intervento con problematiche legate al sostegno genitoriale e, più nello specifico, alla comunicazione con i figli. Questo approccio infatti permette di lavorare in modo focalizzato e specifico su un problema, con una propensione a cercare soluzioni concrete e rispendibili già dopo la seduta. Il cambiamento infatti, può innescarsi anche dopo un singolo incontro, soprattutto se i genitori e il terapeuta perseguono un obiettivo chiaro, misurabile e concreto.
Tra i principi della Terapia a seduta singola, infatti, la definizione dell’obiettivo è fondamentale per poter lavorare mantenendo il focus sul tema portato dai genitori. Dopo una prima analisi del problema il terapeuta guiderà la coppia nell’individuare le possibili strategie e soluzioni alla sua risoluzione. Altro principio importante poi, è di identificare le risorse già presenti nella famiglia, tra i suoi componenti e nel contesto intorno a loro. Lavorare sui punti di forza permette di amplificare in modo più proficuo le possibili strategie che si definiranno durante l’incontro. Se ad esempio uno dei genitori riesce ad esprimere meglio le proprie emozioni anche quando si arrabbia, possiamo allenare la coppia a validare anche le emozioni del figlio.
Ciò che permette di rendere un solo incontro efficace ed efficiente è sicuramente focalizzare i propri sforzi sul presente: concentrarsi sul presente e sul futuro infatti incoraggia i genitori a non colpevolizzarsi e rimanere bloccati sul problema, ma li orienta al futuro con uno sguardo di speranza. Il terapeuta potrà infatti delineare nel corso della seduta quali sono i primi passi che la coppia può muovere una volta terminata la seduta: identificare un piccolo primo passo verso una comunicazione efficace rende più semplice la via per il cambiamento.
Strategie pratiche per una comunicazione efficace
Ma perché il tema della comunicazione si presta molto bene alla Terapia a seduta singola? Ci sono due motivi principali: il primo dipende dalla domanda che molto spesso portano i genitori. A differenza di altre tematiche, quelle della genitorialità sono spesso mosse da un’urgenza e dalla necessità di trovare strategie concrete e pratiche. Lungi dal fornire soluzioni miracolose, l’approccio si concentra sull’attivazione di risorse esistenti e sull’introduzione di piccoli cambiamenti significativi. Il secondo è che molto spesso ciò che manca ai genitori sono gli strumenti e le conoscenze per sbloccare situazioni che viste da dentro possono apparire complesse e che invece possono risolversi con semplici interventi psicoeducativi.
In questo contesto, la Terapia a Seduta Singola offre ai genitori strumenti pratici e immediatamente applicabili per migliorare la comunicazione con i propri figli. Vediamo alcune strategie chiave che possono emergere durante una singola seduta.
L’Ascolto Attivo come punto di partenza:
Un primo passo per migliorare la comunicazione con i figli, può essere quello di comprendere e praticare l’ascolto attivo. Questo non significa solo sentire le parole del figlio, ma prestare piena attenzione, mostrare interesse attraverso il linguaggio del corpo (contatto visivo, cenni), e riflettere ciò che è stato detto per assicurarsi di aver compreso il messaggio e, soprattutto, il sentimento sottostante. Ad esempio, di fronte a un figlio adolescente che esprime frustrazione per un divieto, il genitore potrebbe essere guidato a rispondere: “Quindi, se ho capito bene, ti senti limitato e arrabbiato perché vorresti…”. Questo semplice atto di validazione può disinnescare la rabbia e aprire un dialogo più costruttivo.
Comunicare con “Messaggi Io”:
Spesso, le interazioni conflittuali sono alimentate da accuse e giudizi espressi con “messaggi tu” (“Tu non mi ascolti mai!”, “Tu sei sempre disordinato!”). Il terapeuta può introdurre l’uso dei “messaggi io”, che permettono al genitore di esprimere i propri sentimenti e bisogni senza attaccare il figlio (“Io mi sento frustrato quando trovo i tuoi vestiti sul pavimento perché per me è importante che la casa sia ordinata”). Questo approccio promuove l’empatia e riduce la reazione difensiva.
Porre domande orientate alla soluzione:
Invece di focalizzarsi sul problema e sulle sue cause, il terapeuta può incoraggiare i genitori a porre domande che orientino il figlio verso la ricerca di soluzioni. Domande come “Cosa ti aiuterebbe a sentirti più ascoltato?”, “Quale piccolo passo potresti fare per risolvere questa situazione?”, o “Come potremmo collaborare per trovare un modo che funzioni per entrambi?” stimolano la riflessione e la responsabilità del figlio, naturalmente in linea con la sua età.
Validare le emozioni, non necessariamente il comportamento:
Un aspetto cruciale della comunicazione con i figli è riconoscerne e accettarne le emozioni, anche quando il comportamento non è condivisibile. Il terapeuta può aiutare i genitori a distinguere tra il sentimento e l’azione, suggerendo frasi come: “Capisco che tu sia molto arrabbiato per quello che è successo, e questo è un tuo diritto. Però, il modo in cui lo esprimi non è accettabile”. Questo permette al figlio di sentirsi compreso nella sua esperienza emotiva, rendendolo più disponibile ad ascoltare i limiti posti al suo comportamento.
Concentrarsi sul presente e sul futuro per innescare il cambiamento:
Come accennato, la TSS spinge i genitori a non rimanere intrappolati nel passato o nella colpevolizzazione. Il terapeuta può guidare la conversazione verso il “cosa possiamo fare adesso?” e “come possiamo fare diversamente in futuro?”. Questo approccio pragmatico incoraggia i genitori a sperimentare nuove modalità comunicative, concentrandosi sui piccoli passi concreti che possono portare a un miglioramento tangibile della relazione. Ad esempio, invece di rimproverare costantemente il figlio per i ritardi, il focus potrebbe spostarsi su come organizzare meglio i tempi insieme per evitare future tensioni.
In conclusione, la Terapia a Seduta Singola offre un’opportunità preziosa per i genitori di acquisire strumenti comunicativi efficaci in tempi brevi. Attraverso la definizione di obiettivi chiari, l’attivazione delle risorse familiari e un focus orientato alla soluzione, anche un singolo incontro può rappresentare un catalizzatore per un cambiamento positivo nella dinamica comunicativa tra genitori e figli, aprendo nuove vie per la comprensione e la connessione. Puoi prenotare il tuo colloquio gratuito con One Session cliccando qui.
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore
Firenze.Hoyt M., Cannistrà F. (2023). Conversazioni di terapia breve. EPC
Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Ponte alle Grazie
Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2012). Modelli di famiglia. Ponte alle Grazie.
Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Il perfezionismo e la trappola del “mai abbastanza”: come liberarsene
Siamo condannati ad essere sempre imperfetti?
Sebbene una certa dose di perfezionismo possa, talvolta, condurre a degli esiti positivi, a risultati tangibili, come ad esempio, un elevato livello di successo, anni e anni di ricerca sul tema, evidenziano, al contrario, come esso si configuri fondamentalmente come un fattore di vulnerabilità per la persona, che ha molto spesso conseguenze negative considerevoli, specialmente quando nella vita si verificano eventi difficili e stressanti (Hewitt & Flett, 2002).
Da questo punto di vista, il perfezionismo rappresenta un approccio alla vita che rende eventuali eventi avversi non solo più sfavorevoli e angoscianti ma anche più probabili: perseguire standard estremi e irrealistici o imporsi traguardi irraggiungibili, rende la vita un vero e proprio tormento, portando la persona a rimanere incastrata nelle sue esigenze di perfezione.
Insomma, si potrebbe riuscire a costruire un “perfetto successo” ma non riuscire mai a goderselo.
Il paradosso della perfezione: più mi sforzo di essere perfett* e più mi sento inadeguat*
Il perfezionismo rappresenta il riflesso di tematiche personali importanti, che hanno a che fare con il senso di sé, l’identità e la propria autostima (Hewitt & Flett, 2002).
In particolare, quando una persona cerca di raggiungere la perfezione per avere autostima, finisce intrappolata in una corsa infinita, dove niente è sufficiente, niente è mai abbastanza per raggiungere quel traguardo (la perfezione), che continua a spostarsi non appena ci sembra di essere quasi sul punto di arrivare.
In altre parole, più la persona cerca di essere perfetta, più si sente inadeguata ed insicura.
Perché questo accade?
Perché la perfezione, a differenza dell’eccellenza, è un obiettivo irraggiungibile, o meglio, in continuo movimento, nel senso che il miglioramento è un processo continuo (Milanese, 2020).
È come inseguire un traguardo che si sposta, non appena tu pensi di essere quasi arrivato a destinazione: non sarai mai abbastanza bravo, mai abbastanza veloce, mai abbastanza in tempo.
Questo è ciò che viene alimentato dal paradosso della perfezione, argomentato ampiamente anche all’interno della cornice strategica, dove il focus viene puntato soprattutto su quello che la persona fa per mantenere attiva la dinamica disfunzionale del perfezionismo, ovvero le tentate soluzioni disfunzionali.
Nella ricerca della perfezione, infatti, la persona mette in atto una serie di comportamenti che sembrano aiutare, ma che in realtà peggiorano la situazione.
Un tipico comportamento è iniziare a controllare ossessivamente ogni cosa, al fine di evitare e scongiurare qualsiasi tipi di errore, con il risultato di arrivare ad un controllo che paralizza o che fa perdere il controllo, generando ancora di più ansia da prestazione e deterioramento della performance (e i temuti errori!).
Nell’intento di alimentare la motivazione e spingere ancora di più, un altro comportamento molto diffuso è l’autocritica feroce. Questa è attivata dal non riuscire ad essere “mai abbastanza”. Il risultato, però, è di arrivare ad irrigidirsi completamente e a rimandare per la paura di commettere errori o sbagliare.
In altre parole:
- Più ti sforzi di essere perfetto, più rischi di focalizzarti sulle tue imperfezioni, confermandoti di non essere abbastanza;
- Più temi di sbagliare, più aumenterà la paura di agire, bloccandoti e confermandoti di non essere abbastanza;
- Più rimandi finché non è tutto perfetto, più ti paralizzi, confermandoti di non essere abbastanza.
Tutte queste soluzioni disfunzionali ti impediscono di alimentare un’autostima sana e sostenibile che si basa su esperienze concrete e reali di efficacia e non sul “sentirti perfetto” .
Come passare da essere “mai abbastanza” ad essere “il meglio possibile” che puoi essere ogni giorno?
Un’autostima realistica e solida nasce da esperienze dirette di efficacia, che si basano su azioni che funzionano e non su azioni che sono perfette.
Per cortocircuitare la dinamica della perfezione, prendiamo in prestito dall’approccio strategico alcune indicazioni utili per alimentare un’autostima sana e libera dal demone della perfezione:
- Sperimenta dei piccoli errori volontari: prova a sbagliare di proposito delle piccole cose ogni giorno, per prendere confidenza con questa esperienza, al fine di ridurne l’impatto emotivo;
- Focalizzati sull’efficacia delle tue azioni: prova a chiederti “questa cosa funziona?”, piuttosto che “questa cosa è perfetta?”
- Sostituisci la perfezione con “il meglio possibile” che puoi fare ogni giorno, con le risorse che hai. Focalizzati sui progressi quotidiani, invece che sulla perfezione delle tue azioni.
- Tira fuori le eccezioni: in quali occasioni hai sentito di avere una buona autostima, senza essere perfetto? Cosa hai fatto di diverso?
- Alza progressivamente la tua asticella, ma non porti obiettivi irrealistici: per riuscire a saltare “molto in alto” bisogna prima imparare a saltare altezze più piccole.
La perfezione è nemica dell’eccellenza: tutti siamo guidati dal bisogno di fare bene e di sentirci competenti, ma spesso questo bisogno ci irrigidisce nella ricerca di una perfezione irrealistica e che tiene in trappola la nostra autostima (Milanese, 2020).
L’eccellenza passa attraverso l’imperfezione, che a sua volta protegge da imperfezioni più grandi. Chi vuole essere sempre perfetto, al contrario, si espone al rischio di cadere in grandi imperfezioni.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, gli psicologi di OneSession.it ti offrono la possibilità di prenotare un primo colloquio gratuito. Per prenotare il tuo incontro, puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (2002). Perfectionism and stress processes in psychopathology. In G. L. Flett & P. L. Hewitt (Eds.), Perfectionism: Theory, research, and treatment (pp. 255–284). American Psychological Association.
Hewitt, P.L., Flett, G.L.& Mikail, S.F. (2020). Perfezionismo. Un approccio relazionale alla comprensione, alla valutazione e al trattamento. Roma: Giovanni Fiorini Editore srl
Milanese, R. (2020). L’ingannevole paura di non essere all’altezza. Milano: Ponte alle Grazie (Adriano Salani Editore)

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Affrontare il burnout professionale
In questo articolo imparerai a conoscere meglio cos’è il burnout professionale e otterrai degli strumenti pratici per migliorare il tuo benessere sul lavoro.
Bruciati dal lavoro: qualche dato bollente
Aumentano sempre di più in Italia le persone che dichiarano di avere sofferenze psicologiche correlate all’ambito lavorativo: secondo i dati raccolti da Inail, infatti, nel primo trimestre 2024 sono state oltre 22.000 le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali, con una crescita del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023 (fonte dati: Inail.it).
Secondo invece il rapporto People at Work 2024 dell’ADP Research, il 64% dei lavoratori italiani segnala livelli elevati di stress, il dato più alto in Europa.
Questi dati rappresentano senza dubbio un campanello d’allarme che evidenzia la necessità di affrontare prontamente e con strumenti concreti, le sfide legate al benessere mentale dei lavoratori.
Infatti, le cause di disagio psicologico sul lavoro sono molteplici, e variano da persona a persona: il protrarsi nel tempo di situazioni di stress, può esitare talvolta nella cosiddetta sindrome da burnout.
Il Burnout: un fenomeno datato ma di recente riconoscimento
Una tipica reazione da stress che ha ricevuto particolare attenzione è il Burnout, una sindrome psicologica che il lavoratore può arrivare a
sperimentare come risultato di una esposizione prolungata a situazioni lavorative stressanti (Maslach, 1982).
Il Burnout però è stato ufficialmente riconosciuto nel 2019 come “fenomeno occupazionale” da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ed incluso nell’11 Edizione dell’ICD (International Classification of Diseases).
Questo fenomeno, che non viene classificato come una condizione medica, viene descritto all’interno dell’ICD, nel capitolo che tratta i “fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari) e viene concettualizzato come una sindrome derivante dallo stress cronico sul posto di lavoro, stress che non è stato gestito con successo.
La Sindrome da Burnout: come si svela
La sindrome da burnout professionale è definita prevalentemente da tre diverse dimensioni:
- Una sensazione di esaurimento, sia sul piano psicofisico che sul piano emotivo;
- Sentimenti di distacco, cinismo e disaffezione nei confronti dell’attività lavorativa;
- Sensazione di inefficacia professionale legata al sentirsi non in grado di contribuire efficacemente al lavoro.
Il Burnout è stato descritto per la prima volta agli inizi degli anni ’80, da parte di Maslach e Leiter, che lo associarono all’ambito delle professioni di aiuto.
Le cosiddette “helping professions”, ossia lavori che prevedono un rapporto a stretto contatto con l’utente/cliente, possono comportare un carico emotivo così elevato che può risultare difficile da gestire in
determinate circostanze e portare al graduale sviluppo di questa forma di esaurimento emotivo e psicofisico.
Ben presto però è stato chiaramente riconosciuto, come il Burnout possa essere l’esito di un processo di esaurimento delle condizioni di salute della persona, potenzialmente riscontrabile in ogni tipo di lavoro e non limitato alle professioni di aiuto (Demerouti et al, 2001).
Come intervenire su queste forme di stress estremo con la Terapia a Seduta Singola
La terapia a seduta singola (TSS) rappresenta senza dubbio un metodo elettivo, nell’ambito della consulenza psicologica o della psicoterapia, per intervenire efficacemente e in tempi brevi sulle diverse forme di stress correlate al lavoro.
Il primo vantaggio è quello di poter intervenire “al bisogno”, aiutando concretamente la persona ad affrontare efficacemente la situazione problematica, al fine di ripristinare, quanto prima, uno stato di benessere psicofisico.
Allo stesso tempo, la metodologia alla base della terapia a seduta singola, prevede la possibilità di poter lavorare su diversi obiettivi, nell’ambito di diverse sedute singole: questo potrebbe supportare la persona a cambiare il proprio modo di reagire alle situazioni stressanti sul lavoro, al fine di rimodulare le proprie risposte disfunzionali allo stress, riducendo con ciò la probabilità degli esiti negativi ad esse associati.
Quali i punti di forza della TSS nell’affrontare la sindrome da Burnout
1) Focus sul problema in termini operativi
Definire il problema in termini operativi, concreti e di funzionamento, è indispensabile per aiutare la persona prima di tutto a fare chiarezza sulla problematica presentata.
In caso di burnout, infatti, possono essere molteplici gli aspetti coinvolti nel funzionamento del problema, dal senso di esaurimento emotivo ed energetico, al negativismo, al sentimento di inefficacia.
2) Focus sull’obiettivo della seduta
Di fronte ad un pervasivo esaurimento emotivo e fisico, potrebbero essere diversi gli obiettivi su cui la persona potrebbe sentire il desiderio di lavorare.
Qualora emergano più obiettivi di lavoro un passaggio fondamentale nella TSS è quello di aiutare la persona a stabilire la priorità per ogni seduta. Questo rende efficace ed efficiente l’intervento in ogni seduta e concretizza la possibilità che la persona riesca a raggiungere l’obiettivo nell’ambito di quell’incontro.
La prioritizzazione è un intervento già di per sé estremamente ristrutturante perché consente alla persona di fare chiarezza e di lavorare su obiettivi specifici nell’ambito di ogni seduta singola.
3) Focus sulle risorse e sulle eccezioni
In situazioni di stress estremo, potrebbe essere molto difficile per la persona riuscire a rintracciare le proprie risorse personali e esterne.
La TSS aiuta la persona a focalizzarsi su situazioni in cui è riuscita a gestire efficacemente disagi e stress, anche al di fuori del contesto lavorativo, facendo emergere così le risorse.
Indagare la presenza di risorse esterne è altrettanto fondamentale al raggiungimento degli obiettivi di ripristino di una condizione di benessere psicofisico. Aiutare la persona ad intercettare la propria rete di sostegno, ovvero tutte quelle persone, quei collegamenti che potrebbero supportarla nella costruzione di strategie di superamento della situazione di stress.
Indagare la teoria del cambiamento del cliente aiuta la persona a focalizzare ciò di cui avrebbe bisogno in quel momento. E’ il punto da cui dovrebbe partire, per affrontare efficacemente il problema.
4) Focus sulle strategie disfunzionali di fronteggiamento della situazione di stress
Portare alla luce ed identificare le soluzioni e i tentativi che la persona ha già messo in atto per cercare di fronteggiare la situazione di stress è un altro passaggio fondamentale.
Aiutare la persona che vive una condizione di estremo esaurimento fisico ed emotivo a portare alla luce tutti quei comportamenti risolutivi solo in apparenza, ma in realtà estremamente disfunzionali.
Rappresenta un passaggio cruciale per l’interruzione o la riduzione di tutti quei che comportamenti che andrebbero interrotti, perché parte del problema o almeno, del suo mantenimento.
Considerando la crescita esponenziale dei fenomeni di stress sul lavoro, la terapia a seduta singola rappresenta un intervento senza dubbio efficace. Essa può aiutare a rispondere in maniera concreta e tempestiva al bisogno di benessere delle persone nei luoghi di lavoro.
Spesso un solo incontro si rivela risolutivo per aiutare la persona a fare chiarezza e ad acquisire quegli strumenti pratici di cui ha bisogno
per avviare il suo cambiamento: la porta, comunque, rimane sempre aperta.
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Riferimenti bibliografici
Cannistrà F. & Piccirilli F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Firenze: Giunti Psychometrics S.r.l.
Demerouti, E., Bakker, A.B., Nachreiner, F. & Schaufeli, W.B. (2001). The job demands resources model of burnout, in Journal of Applied Psychology, 86, 3, pp 499-512
Fraccaroli, F. & Balducci, C. (2011). Stress e rischi psicosociali nelle organizzazioni. Bologna: Il Mulino
Maslach, C. (1982). Burnout: the cost of caring. New York: Prentice Hall

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
L’arrivo di un figlio: mantenere gli equilibri
L’arrivo di un figlio è uno degli eventi più trasformativi nella vita di una persona, di una coppia e della famiglia in generale. Ogni nascita porta con sé un cambiamento profondo negli equilibri, nelle dinamiche relazionali e nei ruoli. Il nuovo assetto familiare infatti deve necessariamente adattarsi alle esigenze primarie del neonato e anche queste si modificano nel giro di pochi mesi e nei primi anni di vita. La coppia deve imparare a conoscere il bambino, i suoi bisogni e il modo in cui li esprime. Allo stesso tempo ciascuno dei due genitori deve ri-conoscere se stesso nel suo nuovo ruolo di caregiver ed educativo, il più delle volte senza avere già le competenze nel suo bagaglio di esperienze.
I genitori di oggi infatti arrivano all’evento della nascita molto spesso preparati su ogni dettaglio del parto, dell’allattamento e dello svezzamento. Seguono corsi preparto e leggono libri su come riconoscere il pianto del neonato. Si informano sulle tipologie di culla e di seggiolini e acquistano accessori per la preparazione di pappe naturali e per rendere il bagnetto un’esperienza rilassante per il bambino.
Tuttavia ben presto si scontreranno con una realtà ben più complessa di quella che avevano immaginato. La giornata sarà scandita dai ritmi di sonno-veglia del bambino, la mancanza di sonno e la stanchezza spesso comportano sbalzi di umore e l’imprevisto sarà all’ordine del giorno nell’organizzazione delle attività che una volta erano gestite con estrema facilità. Questi e altri cambiamenti concreti nella vita familiare impattano molto non solo sull’organizzazione di questa ma anche a un livello più profondo. A livello psicologico entrano in gioco aspetti emotivi e affettivi ma anche una riorganizzazione dei significati che genitori e coppie attribuiscono alla loro vita, al concetto di famiglia e ai ruoli genitoriali.
La nascita come riorganizzazione di significati
Secondo la prospettiva costruttivista, ogni genitore sviluppa una propria “griglia” di significati con cui interpreta il mondo. Quando nasce un figlio, queste griglie vengono messe alla prova. Per esempio, un padre o una madre possono trovarsi a rivedere ciò che pensavano su cosa significhi essere un genitore o su come dovrebbero comportarsi nel loro nuovo ruolo. In questo entrano in gioco anche le aspettative culturali e sociali e molte delle credenze con cui il genitore arriva al suo nuovo ruolo possono cozzare con la realtà con cui si scontra. È importante affrontare questi cambiamenti con apertura e flessibilità, evitando di irrigidirsi su schemi di pensiero che potrebbero non essere più funzionali.
Il mantenimento dell’equilibrio passa attraverso il dialogo aperto, la flessibilità e l’adattamento. Entrambi i partner devono essere pronti a ridefinire le proprie aspettative e a negoziare nuove modalità di interazione che riflettano la presenza del figlio. Questo processo non è solo individuale, ma anche collettivo: la coppia costruisce insieme nuovi significati e nuove narrazioni della loro vita condivisa e ciascuno deve imparare anche a conoscere il partner nel nuovo ruolo di genitore.
Il ruolo della famiglia allargata
Un altro punto importante da tenere in considerazione è che l’arrivo di un figlio non impatta solo sui genitori, ma sull’intero sistema familiare. D’improvviso le famiglie d’origine della coppia
genitoriale rivestono un ruolo diverso per loro e nella crescita dei figli. A volte si acuiscono delle dinamiche conflittuali che erano latenti, altre volte l’arrivo del bambino fa sì che si appianino le divergenze. La nascita di un bambino crea nuove dinamiche tra i membri della famiglia, e queste dinamiche devono essere osservate e comprese per mantenere l’equilibrio.
Una delle idee centrali dell’approccio sistemico è che ogni cambiamento in un membro del sistema influenzi l’intero sistema. Per esempio, le interferenze degli altri nell’educazione dei bambini possono influire sulla vita di coppia. E’ importante che i genitori mantengano i confini e i ruoli ben definiti. E’ fondamentale che i genitori affermino il proprio ruolo e la propria autorità genitoriale in modo chiaro e rispettoso. Dovranno stabilire limiti sani con le figure esterne, come i nonni, per proteggere l’equilibrio familiare. Sebbene il supporto dei nonni possa essere prezioso, è essenziale che i genitori restino i principali decisori riguardo l’educazione e la gestione del bambino. Questa protezione dei confini non riguarda tanto l’esclusione, quanto la creazione di uno spazio sicuro in cui i genitori possano sviluppare il proprio stile educativo senza interferenze o pressioni.
Strategie efficaci per gestire il cambiamento
La terapia strategica suggerisce che la chiave per mantenere l’equilibrio non sia evitare il cambiamento, ma gestirlo con soluzioni concrete e funzionali. Uno degli strumenti della terapia strategica è la capacità di individuare i “tentativi di soluzione disfunzionali”. Sono strategie che, pur essendo messe in atto per risolvere un problema, finiscono per mantenerlo o peggiorarlo. Ad esempio, uno dei problemi più comuni dopo la nascita di un figlio è lo sbilanciamento dei ruoli all’interno della coppia, dove uno dei due partner si sente sovraccaricato mentre l’altro potrebbe sentirsi escluso.
In questi casi, è bene incoraggiare l’individuazione di soluzioni alternative che interrompano il ciclo disfunzionale. Una soluzione può essere il delegare le responsabilità, creare momenti di condivisione della genitorialità. Ancora, ridefinire i ruoli all’interno della coppia in modo più equilibrato. L’importante è che la coppia non si fermi su schemi che non funzionano, ma sperimenti nuove modalità di interazione.
Come mantenere l’equilibrio
Mantenere gli equilibri con l’arrivo di un figlio richiede una combinazione di flessibilità, comunicazione aperta e collaborazione. I genitori devono essere pronti a rinegoziare continuamente i loro ruoli, a comunicare i propri bisogni in modo chiaro e a collaborare per trovare soluzioni che funzionino per tutti.
In definitiva, il segreto per mantenere gli equilibri di fronte a un evento così trasformativo sta nella capacità di adattarsi al cambiamento, senza temerlo. Sta nella volontà di costruire insieme una nuova realtà familiare, fatta di collaborazione, dialogo e comprensione reciproca.
Se anche tu stai affrontando la nascita di un figlio e pensi di non riuscire a gestire da solo questo cambiamento i professionisti di One Session sono pronti ad affiancarti in questa fase (clicca qui)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Ponte alle Grazie.
Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2012). Modelli di famiglia. Ponte alle Grazie.
Roth Ledley, D. (2012). Il mio primo anno da mamma. Italia: Erickson.
Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Esperienze traumatiche: primi passi per uscirne
Le esperienze traumatiche possono avere un impatto devastante sulla vita di una persona, lasciandola vulnerabile e talvolta incapace di vedere una via d’uscita. Che si tratti di incidenti, disastri naturali o episodi di violenza, il trauma può mettere in discussione le nostre convinzioni, i nostri sentimenti di sicurezza e la nostra fiducia nelle relazioni, cambiando radicalmente il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo attorno a noi. Le ferite invisibili lasciate da eventi traumatici possono manifestarsi in una vasta gamma di sintomi, e ogni persona reagisce in modo diverso, influenzata da fattori come il supporto ricevuto e le risorse personali.
Tuttavia, uscire dal tunnel del trauma è possibile. In questo articolo, esploreremo i primi passi fondamentali per iniziare il percorso di guarigione.
Riconoscere il dolore
Il riconoscimento del dolore è il primo passo fondamentale per uscire da esperienze traumatiche. Troppo spesso ci troviamo a negare, minimizzare o addirittura a cercare di cancellare quello che abbiamo vissuto, sperando che possa semplicemente svanire nel nulla.
Il trauma, tuttavia, lascia un’impronta profonda in noi, continuando a condizionare i nostri pensieri, emozioni e comportamenti anche quando cerchiamo di ignorarlo. Fingere che non sia mai accaduto, rischia solo di farci sentire ancora più soli e disconnessi dagli altri.
Accettare la realtà dell’esperienza traumatica, significa guardare in faccia ciò che abbiamo vissuto, senza cercare di nascondere o sminuire le nostre esperienze. Significa riconoscere il dolore e la sofferenza che abbiamo provato, senza giudizio o vergogna. È un processo doloroso e spaventoso, poiché ci chiede di confrontarci con eventi che abbiamo cercato di evitare, reprimere, dimenticare.
Ma solo accettando la verità di ciò che ci è successo possiamo cominciare a superarlo. Il riconoscimento del dolore è il primo passo verso la guarigione, perché ci permette di dare valore alle nostre esperienze e iniziare a elaborarle in modo sano e costruttivo.
Routine e cura di sé
Prendersi cura di sé stessi è fondamentale durante il percorso di guarigione da un’esperienza traumatica. Concedersi dei momenti di piacere e relax ci permette di rigenerare le energie, lenire le ferite e riprendere gradualmente fiducia in sé stessi.
Ci sono molte possibilità: ci si può rilassare leggendo un libro, fare una camminata nella natura o semplicemente godersi una tazza di tè caldo. L’auto-cura non è un lusso ma una necessità, soprattutto per chi è stato travolto da un’esperienza traumatica.
È inoltre importante stabilire delle routine nella propria vita quotidiana, che possono essere un faro di sicurezza e stabilità in mezzo alla tempesta del trauma. Sapere cosa ci si aspetta durante il giorno e avere dei moment fissi per svolgere determinate attività può ridurre l’ansia dell’incertezza e fornire un senso di controllo della propria vita. Le routine possono diventare una roccia preziosa, dando una struttura alla giornata e ricostruendo un senso d normalità.
La riscoperta e il potenziamento delle proprie risorse
Il terzo, fondamentale, passo per iniziare il processo di guarigione da un’esperienza traumatica è la riscoperta e il potenziamento delle proprie risorse interne. È come fare un viaggio dentro noi stessi per individuare le forze che possono guidarci verso la guarigione.
Spesso, dopo un’esperienza traumatica, ci si sente sopraffatti, distrutti, incapaci d far fronte alle sfide che la vita quotidiana ci presenta. Tuttavia, anche nei momenti più bui, ci sono risorse dentro di noi alle quali possiamo attingere e che possono aiutarci ad affrontare le difficoltà e la nostra sofferenza.
Riscoprire queste risorse, significa guardare dentro di noi con onestà, gentilezza e compassione, accettando ed onorando le nostre esperienze passate. E significa anche riconoscere che siamo stati in grado di affrontare situazioni difficili in passato e che abbiamo la capacità di farlo ancora una volta.
Una volta identificate, queste risorse possono essere potenziate e rafforzate. Questo ci darà la forza necessaria per affrontare le sfide che incontriamo lungo il percorso di guarigione. Ci permette di vedere oltre al trauma e di costruire una vita significativa e appagante, nella quale possiamo crescere e prosperare nonostante le nostre esperienze passate.
Affrontare un’esperienza traumatica richiede una grande dose di coraggio. Accettare il dolore, concedersi del tempo per sé stessi e riscoprire le proprie risorse sono passaggi cruciali verso la guarigione.
Anche se può sembrare un viaggio difficile, è possibile superare il trauma e ritrovare il proprio equilibrio.
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Riferienti bibliografici
Cagnoni F., Milanese R., (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Ponte delle Grazie.
Calogero I. (Curatore) (2016). Dall’emergenza alla normalità. Strategie e modelli di intervento nella psicologia dell’emergenza. Franco Angeli.
Calogero I. (Curatore) (2018). Il trauma psicologico. Nuove frontiere di ricerca. Franco Angeli.

Ciao! Sono una Psicologa e Psicoterapeuta in formazione presso l’istituto ICNOS, sono iscritta all’Albo delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto (n.12680) e coordino una comunità per persone disabili.
Come ampliare la rete di relazioni
Le relazioni sono intrinseche alla natura umana. Scopriamo in questo articolo come ampliare la nostra rele di relazioni.
Relazioni sociali
Gli esseri umani sono plasmati dalle loro esperienze con gli altri.
Con il termine: relazione interpersonale (o relazione sociale) ci si riferisce al rapporto che intercorre tra uno o più individui; le relazioni si possono fondare sui sentimenti come l’amore, la simpatia e l’amicizia.
All’interno delle relazioni possono essere condivisi passatempi o impegni professionali e sociali.
Secondo la gerarchia dei bisogni di Abraham Maslow, gli esseri umani hanno bisogno di provare amore e accettazione da parte dei gruppi sociali. Le relazioni interpersonali sono sistemi dinamici che mutano continuamente durante la vita di ciascun individuo. Tendono a crescere e migliorare gradualmente così come possono deteriorarsi.
Uno dei modelli più influenti di sviluppo delle relazioni fu proposto dallo psicologo George Levinger. Egli sosteneva che lo sviluppo naturale di una relazione segue cinque fasi: conoscenza, costruzione, continuazione, deterioramento e fine.
Conosciamo attraverso le nostre esperienze pregresse e costruiamo la socialità attraverso la condivisione di interessi comuni. L’impegno reciproco fra le parti aiuta nella continuazione del rapporto. La fiducia è un elemento importante per sostenere la relazione. Può inoltre capitare che l’insorgenza di problematiche causi una discendenza di relazione che porterà poi alla fine del rapporto.
Relazioni: salute fisica e psichica
I legami sociali sani migliorano la nostra salute fisica e mentale.
Chi ha delle buone relazioni sociali tende a dare alla propria vita un senso e uno scopo.
Stare in buona compagnia migliora il tono dell’umore e mette in circolo i cosiddetti ormoni della felicità: endorfine e dopamina.
Le relazioni positive sono associate ad una serie di benefici tra cui:
- riduzione dello stress, dell’ansia e della depressione,
- aumento della resilienza, della creatività e della produttività,
- miglioramento della salute fisica
Strategie
Concentrati sui tuoi punti di forza. Sarà utile pensare alle proprie unicità e bellezze, questo eserciterà maggior sicurezza nella relazione con l’altro e un maggior controllo sulle proprie capacità relazionali.
Impara a praticare un confronto costruttivo. Utile comportamento da attuare nel gruppo. Pensare in modo flessibile alle opinioni altrui aumenta la curiosità nella scoperta dell’altro, ponete domande costruttive e non siate rigidi e fermi nelle vostre convinzioni, questo genera chiusura, mettetevi in discussione e siate accoglienti.
Coltiva gli interessi. Mettiti in ascolto dei tuoi bisogni e passioni. Crea momenti per poter condividere e sperimentare con motivazione i tuoi piaceri, aiuterà ad avere meno timore di conoscere luoghi e persone ed avrai più energia per intraprendere esperienze nuove.
Liberati dal pregiudizio e fidati. Osserva, ascolta, chiedi e sii incondizionatamente liberi da preconcetti. Un utile strumento di conoscenza è il dialogo. Esplorare l’altro conoscendolo nelle molteplici sfaccettature di azioni e comportamenti ti aiuterà a comprendere meglio la persona e fidarsi reciprocamente.
Amplia la capacità di ascolto. Non è necessario riempire il tempo della conversazione senza avere un obiettivo. Si può lasciare spazio agli altri ascoltando in modo attento per poter successivamente integrare con il proprio pensiero e le proprie esperienze.
Comunica in modo efficace. è un ulteriore strumento per integrarsi, sii chiaro ed esplicito nel linguaggio rispettando i turni di parola.
E ancora…
Essere flessibili e imparare a gestire gli imprevisti è utile per non sentirsi vittime di situazioni apparentemente insolite. Cercate quindi di comprendere al meglio ciò che accade senza essere impulsivi e di trarre conclusioni non adeguate con le realtà.
Uscire dal proprio egocentrismo è importante per avere un atteggiamento aperto ed accogliente, ognuno deve avere il proprio spazio ed è corretto rispettarlo. Invece di osservare te stesso, osserva gli altri.
Frequenta luoghi di aggregazione, avere stimoli dai contesti facilita la relazione e la ricerca di nuove amicizie, partecipa ad aventi locali restando informato e attivandoti.
Supera l’ostacolo del primo approccio e non fingere interesse ma sii te stesso sempre.
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Riferimenti bibliografici
https://www.psyeventi.it ( consultato in data 23/05/2024)
Levingerg, Development and Change in Close Relationships, New York, W.H. Freeman and Company, 1983, pp.315-359
https://www.guidapsicologi.it (consultato in data 23/05/2024)

Psicologa & Psicoterapeuta in formazione. Specializzata in Potenziamento Cognitivo e Psicologia Scolastica. Ordine degli Psicologi della Lombardia n.03/13262
Terapia a Seduta Singola per affrontare la timidezza
La timidezza può essere un ostacolo.
Ti è mai capitato di sentirti a disagio in situazioni sociali? O nell’incontrare altre persone?
Di avere paura del giudizio negativo degli altri?
Ti senti inadeguat* nelle situazioni sociali e questo ti genera sofferenza?
Hai mai avuto difficltà ad avviare una conversazione?
O a creare amicizie, ad innamorarti?
Se è così sappi che sei semplicemente una persona timida, come il 60% degli Italiani, del resto.
La timidezza è definita come l’incapacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni sociali. Come ben saprai, se sei una perosna timida, la timidezza è caratterizzata da componenti affettive, cognitive e comportamentali.
Ma…Allarme spoiler! La timidezza non è né un disturbo, né un tratto di personalità, è semplicemente “un’incompetenza” nell’affrontare situazioni sociali.
C’è quindi un’ottima notizia per te!
Se infatti la timidezza è solamente una questione di mancanza di esperienza o di strategie efficaci allora basterà semplicemente apprendere nuove strategie e diventare un’esperto/a di situazioni sociali per cambiare le cose!
Ovviamente stiamo parlando del caso in cui la tua timidezza tenda a renderti la vita difficile: a crearti barriere personali, sociali, professionali e quindi a portarti un disagio significativo tanto da spingerti a voler affrontare la questione.
È sempre molto importante ascoltare i propri bisogni e migliorarsi per stare meglio. Quindi, in questo caso, può essere importante per te cercare nuove e diverse strategie per vivere in modo più sereno le situazioni sociali.
Infatti, in misura lieve, la timidezza è molto diffusa, dipende solo da te e da quanto essa impatta nella tua vita e da quanto vuoi concederti di stare meglio. In altre parole: come già detto, essa non è una patologia o una problematica di per sè, ma puo’ diventare un’ostacolo a livello soggettivo per la singola persona e le nostre necessità non vanno mai messe in secondo piano.
Cosa fai e sarebbe meglio non fare?
Se stai leggendo questo articolo, molto probabilmente, sei una persona timida. Può darsi che tu tenda spesso a focalizzare l’attenzione sul tuo mondo interiore: sui tuoi pensieri, emozioni e comportamenti. Questa è una delle Tentate Soluzioni che molto spesso infatti i/le timidi/e mettono in atto.
Mi spiego meglio. Se ti trovi ad una festa, da brava persona timida, ti concentrerai molto sui tuoi comportamenti e cercherai di pensare come essi possano essere considerati dagli altri, temendo fortemente il loro giudizio. Spenderai molte energie nel concentrarti sul disagio che provi, nel pensare a come potresti provarne meno. Ti farai domande come: “Sono nel posto giusto?”, “Sono giust* per questo posto?”, “Sono all’altezza?”, “Ho fatto bene a venire?”, “Penseranno che sto malissimo vestit* così?”. Queste ed altre domande simili sono focalizzate sul disagio emotivo che stai provando, sul tuo imbarazzo, sulla paura del giudizio degli altri e sulla tua sensazione di inadeguatezza. Tutte queste domande generano un circolo vizioso alimentando la tua ansia e la tua sensazione di disagio. Infatti più tenterai di sforzarti a risolvere tali interrogativi più te ne verranno inevitabilmente di nuovi : “Sono all’altezza? Beh se mi hanno invitata forse lo sono, ma allora perché mi sento a disagio? Non sono capace a gestire queste situazioni, ma cosa sbeglio?Sicuramente potrei vivermi la festa con più leggerezza, ma perché non ci rieco?…”.
Le Tentate Soluzioni Disfunzionali sono infatti quelle che attuiamo provando a risolvere le nostre difficoltà, ma quello che facciamo risulta inefficace o addirittura peggiora il problema.
In questo caso il cercare di controllare la situazione e il giudizio altrui ponendo molta attenzione ai prorpi comportamenti e ragionando sulle prorpie insicurezze porta solamente ad aumentare la timidezza e a non vivere con serenità la situazione sociale della festa.
Seduta singola: diverse strategie
Sicuramente non basterà importi di non pensare al tuo imbarazzo, alla paura del giudizio ed alla tua timidezza. Infatti più cercherai di sforzarti a non pensarci più ci penserai (paradosso del controllo che fa perdere il controllo).
Puoi però provare ad utilizzare la Tecnica della Distrazione. Quando ti accorgi, in una situazione sociale, di concentrarti troppo sul tuo mondo interiore prova a dedicati ad altro, ad attività che portino la tua mente altrove. Queste distrazioni possono essere diverse per ciascuno a seconda delle risorse che la persona ha in se stessa.
Se ti rendi conto di aver bisogno di un aiuto in più, puoi rivolgerti ad uno/a psicologo/a per una consulenza psicologiga sulla timidezza. Ciò ti permetterà di risparmiare tempo prezioso e cominciare ad attuare da subito un cambiamento funzionale e durevole nel tempo.
La metodologia a Seduta Singola può essere una delle metodologie efficaci per la tua timidezza. Infatti insieme allo/alla psicologo/a potrai evidenziare le tue risorse e lavorare fin dalla prima consulenza sulla tua timidezza e su delle strategie efficaci che potrai utilizzare nelle situazioni sociali, subito dopo la seduta, non permettendo più alla timidezza di averla vinta.
Infatti, la metodologia a Seduta Singola è caratterizzata da un agire concreto e focalizzato (a volte una singola seduta è sufficiente) ed ha dimostrato una notevole efficacia di intervento, sia nel breve che nel lungo periodo. Puoi anche pensare di ricercare una consulenza psicologica online che ha la stessa efficacia di quella dal vivo.
Pront* per la prossima festa?!
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Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti
Coles, M. E., & Horng, B. (2006). Social anxiety disorder. Comprehensive handbook of personality and psychopathology, 138.
Henderson, L., Zimbardo, P., & Carducci, B. (2010). Shyness. The Corsini encyclopedia of psychology, 1-3.
Nardone, G. (1993). Paura, Panico, Fobie. La terapia in tempi brevi. Milano: Ponte alle Grazie.
Watzlawick, P., Weakland, J., Fisch, R. (1974). Change. La formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio, 1975.

Quando il perfezionismo ostacola lo studio
Il perfezionismo può sembrare un’ottima qualità quando si tratta di studio. Come vedremo in questo articolo, in realtà lo può ostacolare!
Difficoltà nello studio
Ad ogni livello di sviluppo possono esserci delle criticità che in modo insidioso potrebbero bloccare lo studente nello studio.
Indipendentemente dalla fascia di sviluppo nella quale lo studente si colloca, nella maggior parte dei casi, la difficoltà degli studenti non riguardi le capacità cognitive (memoria, apprendimento, intelligenza) o motivazionali (passione, interesse, etica o della famiglia), ma sia riconducibile alle strategie disfunzionali utilizzate nell’affrontare lo studio e la performance scolastica.
In altri termini, che sia proprio il trattamento errato delle difficoltà di studio a strutturarla in problema, contribuendo così a perpetuare un basso rendimento o a bloccare definitivamente la performance dello studente.
Durante la vita scolastica, la maggior parte degli studenti convive con delle difficoltà che riesce a tollerare e a superare.
Avere una difficoltà nello studio non si traduce necessariamente in un blocco. Quando però la difficoltà diventa insuperabile si trasforma in problema.
Pefezionismo
Il perfezionismo scolastico può essere un problema.
La precisione, la meticolosità, la dedizione e l’aspirazione a un buon successo scolastico sono qualità elogiabili in qualsiasi studente. Significano impegno e coinvolgimento.
I problemi sorgono quando l’impegno diventa pedanteria, e l’applicazione si trasforma in un controllo asfissiante, motivato più che dal piacere della conoscenza dalla paura di sbagliare.
E’ infatti la paura di commettere errori, di non mostrarsi all’altezza delle richieste dei genitori e degli insegnanti, di non essere considerati “capaci” oppure di non corrispondere ad un ideale interiore di eccellenza.
Per esigenze perfezionistiche nello studio si intende una ricerca ossessiva di completezza, esaustività, impeccabilità. Se spinta all’estremo, più ci si impegna ad avere tutto sotto controllo, più si finisce per perderlo.
L’attenzione data ai compiti da svolgere a casa è maniacale. Programmazione, esecuzione, controllo diventano attività asfissianti nelle quali viene spesso coinvolto anche il genitore.
Inoltre vengono evitate attività ludiche o sportive perché vissute con angoscia togliendo del tempo allo studio.
Un ulteriore esito dell’eccessivo perfezionismo scolastico è lo sviluppo di “inspiegabili” crisi di nervosismo. Le crisi si esprimono sotto forma di pianti immotivati, attacchi di panico o rabbia e diventano ben presto un modo per accentrare tutta la famiglia attorno al proprio figlio generando una forte apprensione scolastica.
Frequenti somatizzazioni, mal di pancia, sintomi (pseudo)neurologici di vario tipo, mal di testa, iperacusie, disturbi della vista, vengono lamentati come causa di malessere che porta all’esplosione.
Come migliorare
Per un miglioramento efficace il primo passo è diventare consapevoli delle proprie risorse e capacità. Sarà utile imparare a comprendere le proprie competenze ripensando alle esperienze in cui siamo riusciti a superare una difficoltà oppure abbiamo messo impegno e dedizione al raggiungimento di un obiettivo.
Il confronto con gli altri deve essere agito in ottica positiva e propositiva. E’ possibile osservare e trarre delle corrette considerazioni su esperienze altrui con il fine di poterci stimolare a fare meglio. Per esempio apprendere delle strategie nuove nelle modalità di preparazione di un esame, oppure nell’organizzazione di compito importante.
Focalizzarsi sui piccoli passi di un miglioramento aiuta a cambiare la prospettiva del nostro pensiero critico, invece di focalizzarsi sulla perfezione ci si può concentrare sul progresso.
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Riferimenti bibliografici
Bartoletti, A. (2021). Lo studente strategico. Milano: Ponte delle Grazie
Cornoldi C., De Beni R., Gruppo MT (2008). Imparare a studiare 2. Trento: Erickson

Psicologa & Psicoterapeuta in formazione. Specializzata in Potenziamento Cognitivo e Psicologia Scolastica. Ordine degli Psicologi della Lombardia n.03/13262
Il workaholism: la dipendenza da lavoro
Dipendenza da lavoro: il lavoro può diventare una malattia
Quando si parla di stress e in particolare di stress correlato al lavoro è necessario riferimento ad alcune caratteristiche individuali centrali nella genesi del processo di stress. I fattori di rischio psicosociale svolgono un ruolo principale e predominante nel favorire lo sviluppo di patologie stress lavoro-correlate. Tuttavia, la letteratura sta evidenziando sempre di più come anche alcune caratteristiche individuali giochino un ruolo non trascurabile.
Questi fattori individuali sono considerati centrali in quanto in grado di modificare la relazione tra gli stressors (le fonti di stress a cui siamo esposti) e le reazioni negative allo stress (definite in letteratura strain, cfr. Quillian-Wolever e Wolever, 2003).
Caratteristiche individuali e risposta allo stress
Tra i fattori di vulnerabilità di cui si trova maggior riscontro in letteratura, il primo ad essere stato studiato e descritto è il Comportamento di tipo A. Questo è stato attenzionato per la prima volta verso la fine degli anni 50 per opera di due cardiologi che avevano iniziato a condurre una serie di osservazioni su dei pazienti coronarici (Friedman & Rosenmann, 1974).
I due medici definirono il Comportamento di tipo A come un insieme di comportamenti e stati affettivi osservabili in tutte quelle persone impegnate incessantemente e senza sosta. Queste sono persone accomunate da caratteristiche come l’ambizione, la competitività, la spinta al successo, l’impazienza, l’aggressività, l’ostilità e il senso di urgenza del tempo.
Un altro fattore di vulnerabilità individuale che ha dei punti in comune con il Comportamento di tipo A è il Workaholism. Esso può essere definito come una sorta di “spinta interna irresistibile e irrefrenabile a lavorare in maniera eccessivamente intensa” (Schaufeli, Taris & Bakker, 2008).
L’interesse per questa caratteristica individuale è cresciuto sempre di più negli ultimi 20 anni circa, tanto nell’ambito clinico che in quello occupazionale.
Workaholism: conosciamolo meglio
Da un punto di vista clinico il Workaholism può essere considerato come una vera e propria dipendenza patologica, pur non essendo formalmente contemplata come tale nei principali manuali diagnostici e statistici dei disturbi mentali. L’interesse per questa caratteristica individuale è stato guidato soprattutto dall’obiettivo di mettere a punto degli strumenti di screening e intercettazione del fenomeno.
Un primo trattodistintivo delle persone dipendenti dal lavoro è che generalmente rimangono impegnate nelle attività lavorative molto più di quanto formalmente richiesto o necessario. Alcuni studi hanno evidenziato che in alcuni casi l’attività lavorativa può protrarsi anche per più di 60 ore settimanali (Brett e Stroh, 2003).
La diretta conseguenza di questo iper-coinvolgimento nell’attività lavorativa porta queste persone a trascurare massicciamente le altre sfere della loro vita.
Tuttavia, il lavoro eccessivo non è l’unica caratteristica che definisce il Workaholism. Ci sono persone, infatti, che possono lavorare molto pur non essendo dipendenti dal lavoro. Ad esempio, per momentanei problemi finanziari oppure per la possibilità di sviluppo della propria carriera.
Nel caso di dipendenza dal lavoro vi è una vera e propria ossessione irresistibile e irrefrenabile nei confronti del lavoro. Essa impedisce alla persona di riuscire a staccare e a fermarsi.
Altri studi hanno portato alla luce come le persone dipendenti dal lavoro tendano ad essere disordinate, estremamente rigide e con evidenti difficoltà a delegare i compiti. Questo spesso le porta a rendere le cose più complicate del necessario e ad avere anche frequenti difficoltà relazionali con i propri colleghi (Van Wijhe, Peeters & Schaufeli, 2010).
I rischi del workaholism
Il Workaholism, dunque, si configura come un vero e proprio fattore di rischio per la salute individuale. Esso predispone lo sviluppo di stress lavoro-correlato, burnout, problematiche psicosomatiche e disturbi d’ansia.
Altrettanto evidenti risultano essere le difficoltà nella vita familiare, personale e relazionale delle persone dipendenti dal lavoro. In casi estremi, possono avere una vita sociale estremamente ritirata se non optare per un vero e proprio isolamento.
La ricerca scientifica sul Workaholism è comunque ancora aperta e sarà necessario che i prossimi studi indaghino ancora più nel dettaglio le correlazioni tra la dipendenza dal lavoro e tutte le problematiche connesse allo stress.
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Riferimenti bibliografici
Fraccaroli, F., Balducci, C. (2011). Stress e rischi psicosociali nelle organizzazioni, Il Mulino: Bologna.

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Terapia a Seduta Singola per la paura della macchina
Hai paura della macchina?
Non sei il/la sol* è una paura molto più diffusa di quello che si crede.
Il 33% della popolazione ha questa paura!
Si chiama Amaxofobia (da amaxos, in greco: carro) e consiste nel provare ansia quando si è in un veicolo. Sia che si debba guidare o no quest’ultimo.
È molto variabile di intensità a seconda della persona. Può infatti non riguardare solamente la macchina, ma anche l’autobus, il treno o l’aereo.
Si manifesta con i sintomi tipici dell’asia, come tremore, sudorazione, fino ad arrivare a volte ad attacchi di panico.
È quindi spesso limitante per la vita, rendendo alle volte difficile o addirittura impossibile non solo guidare ma anche stare in una macchina.
Potrebbe derivare da esperienze che tu o qualcuno che conosci ha vissuto in auto e che ti hanno colpito molto. Infatti è normale e utile evitare pericoli di cui siamo a conoscenza direttamente o indirettamente. La paura è una grande alleata dell’uomo! Diviene però una spiacevole compagna quando “esagera” e come un’amica troppo premurosa, si attiva e ti attiva anche quando non sarebbe necessario. È in quel caso che la chiamiamo fobia o ansia.
Molte persone oltre alla paura della macchina hanno altre forme di ansia come l’agorafobia o gli attacchi di panico.
L’agorafobia è un’intensa paura di alcune situazioni come utilizzare i mezzi pubblici, stare in spazi aperti, o in spazi chiusi, come l’auto stessa.
Gli attacchi di panico sono caratterizzati da improvvisa paura intensa, senza un apparente pericolo, che raggiunge il culmine in breve tempo. Si manifestano con sintomi somatici come sudorazione, palpitazioni, tremori, sensazione di soffocamento, dolore al petto, vertigini, nausea, brividi, formicolii e sintomi psicologici come paura di perdere il controllo e/o di morire. Tali sintomi sono molto vari e differenti da persona a persona.
Cosa fai e sarebbe meglio non fare?
A volte proviamo a risolvere le nostre difficoltà, ma quello che facciamo è inefficace o addirittura peggiora il problema (in gerco tecnico si chiamano Tentate Soluzioni Disfunzionali).
La tentata soluzione che spesso chi ha paura di guidare o di salire in macchina utilizza è l’evitamento, cioè evitare ciò che fa loro paura. Questo a seconda dell’Amaxofobia può essere differente, c’è chi non sale in un veicolo o usa altri mezzi di trasporto, ma non la macchina, c’è chi non riesce a guidare da solo, chi non riesce a guidare in autostrada, ma solo in caso di tragitti brevi e conosciuti…
Questa strategia però ha come conseguenza a lungo termine di aumentare sempre di più le situazoni temute e quindi evitate, limitando sempre di più la vita. Quindi, ad esempio, potrebbe accadere che chi prima evitava solamente di guidare la macchina in autostrada, poi tenderà ad evitare di guidare anche nelle statali e via dicendo. Portando così a un circolo vizioso. Infatti più si evita più diventa difficlie affrontare la nostra paura e più questa paura tenderà a diventare più grande ed estesa a più ambiti. Pensate ad esempio ad un bambino che per la prima volta bagna i piedini nel mare, ha paura e si allontana, probabilmente la volta successiva il bambino non arriverebbe neppure a riva per il timore. Se invece nella stessa situazione il bimbo restasse a bagnarsi questo si accorgerebbe che non gli è successo nulla, che è in grado di farlo e non ne avrebbe più paura.
Altra tentata soluzione tipica è la ricerca di supporto degli altri, come appunto chi guida solamente in compagnia, per sentirsi protetto, rassicurato, meno sol*. Questo comportamento, però, può diventare limitante, poiché la persona si affida completamente ad altri e non sviluppa le proprie capacità di autoaiuto.
Cosa puoi fare di diverso?
La metodologia a Seduta Singola può essere una delle metodologie efficaci per evidenziare le proprie risorse e creare, insieme all* psicolog* delle strategie efficaci ed autonome per gestire/risolvere l’Amaxofobia.
Infatti, la metodologia a Seduta Singola è caratterizzata da un agire concreto e focalizzato ed ha dimostrato una notevole efficacia di intervento, sia nel breve che nel lungo periodo.
La Consulenza a Seduta Singola permette, fin dal primo incontro, di affrontare il problema dell’Amaxofobia.
Si lavora su come la paura della macchina funziona per te nello specifico, cercando di identificare in quali circostanze specifiche e con quali modalità si presenta per te. Insieme all* psicolog* si indaga cosa hai provato a fare finora per affrontarlo, quando ha funzionato e quando no. In questo modo sarà possibile provare da subito a fare qualcosa di diverso per cambiare le cose. Ad esempio nell’approccio strategico è utilizzata la ristrutturazione strategica tramite la quale ci si serve proprio della paura per cambiare un effetto che la paura stessa ha prodotto.
Chiedere da subito un aiuto ad uno specialista per l’Amaxofobia permetterà di risparmiare tempo prezioso e cominciare ad attuare un cambiamento funzionale e durevole nel tempo.
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Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti
Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Milano: BUR
Nardone, G. (2007). Paura, panico, fobie. Il trattamento in tempi brevi. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati
https://www.auxologico.it/vincere-paura-guidare-amaxofobia-laiuto-psicologo

Critiche costruttive e distruttive: come imparare a criticare
Tutti quanti abbiamo avuto almeno un’esperienza in cui abbiamo ricevuto qualche critica e, quando questa è stata troppo diretta, offensiva o svalutante, sarà stata sicuramente poco gradita. Talvolta alcune critiche possono essere così sprezzanti da rimanere impresse nella nostra memoria a lungo o rappresentare quasi delle sentenze che ci hanno segnato l’esistenza.
Perché la critica è difficile da digerire?
Perché se non è ben posta può essere percepita più come un giudizio che come una critica. Ma dove sta la differenza? Il giudizio esprime quello che si reputa di una persona o addirittura può richiamare una morale a cui attenersi. La critica invece implica sì una valutazione ma riguarda più il comportamento, le azioni o i fatti piuttosto che l’identità della persona.
Ecco che già questa impercettibile denotazione può essere un valido aiuto nel formulare una critica.
Infatti, saremo stati sicuramente anche noi qualche volta “giudici” di qualche comportamento, situazione o peggio, di qualche persona! E così come non ci piace ricevere critiche distruttive, dobbiamo a nostra volta metterci in discussione per capire se sappiamo formulare una critica in modo da non ferire o sminuire l’altro. Vediamo come!
Le critiche distruttive
La critica distruttiva è una critica che mira a svalutare la persona, tende a sottolineare gli errori e i difetti piuttosto che il margine di miglioramento, e a volte può essere offensiva se si usano toni sarcastici e denigratori. Questo tipo di critiche lascia un senso di frustrazione nella persona che può sentirsi umiliata, svalutata e demoralizzata. Alcuni modi di esprimersi possono addirittura ledere l’autostima dell’altro.
Uno dei modi per capire subito se una critica è stata posta nel modo sbagliato è fare caso al verbo usato: molto spesso una critica distruttiva comincia con “sei…”, andando quindi a giudicare la persona e la sua identità, piuttosto che il suo modo di comportarsi. “Sei un incapace!”, “Sei un disastro!”, “Sei proprio un insensibile”.
Un altro modo di porre le critiche malamente è quello di usare un linguaggio perentorio e disfattista, usando le negazioni e gli assolutismi: “Non farai mai nulla di buono nella vita!”, “Sei il solito scansafatiche!”, “Guarda cosa hai fatto! Combini sempre pasticci!”
Questo modo di esprimersi non lascia infatti alcuna possibilità di cambiamento e miglioramento e, specie se ripetuto, può incrinare la sicurezza e il potere di agire efficacemente per il proprio futuro. Attenzione quindi a usare certe espressioni con persone sensibili, come i bambini e le persone che vivono un momento di fragilità.
Le critiche costruttive
La critica costruttiva è al contrario una critica che esprime un parere con l’obiettivo di aiutare la persona a crescere e a migliorare. Si tratta quindi di un giudizio non di valore, mosso con riguardo e rispetto verso la persona, aspettandosi quindi che possa fare meglio considerando le sue attitudini e le sue risorse. Il termine costruttiva infatti lascia intendere che ci sia dietro un atteggiamento positivo, volto a incoraggiare e motivare la persona a fare di più. Questo implica che prima di aprire bocca abbiamo in mente di costruire nuove possibilità facendo la nostra critica, che sì, abbiamo notato un limite o una difficoltà nell’altro, ma non per questo lo azzeriamo. Quando una critica è ben posta infatti, può lasciare nella persona che la riceve un senso di fiducia e speranza che le cose possano cambiare.
Come imparare a fare una critica
Un modo per imparare a porre critiche costruttive è quello di individuare un punto di forza nella persona a cui abbiamo da dire qualcosa: sottolineare un errore ad esempio tenendo conto delle risorse che la persona ha, può aiutarci a costruire frasi come: “Ho notato che hai fatto fatica in questa situazione, ma credo che grazie alla tua tenacia saprai trovare una soluzione per andare avanti”.
Tutti infatti hanno delle capacità che spesso sono sottovalutate anche dall’individuo stesso, venire riconosciuti anche per queste capacità gioca un punto a favore dell’autostima e della motivazione al cambiamento.
Inoltre, come abbiamo accennato, la critica costruttiva si concentra sui comportamenti e sulle azioni: esse sono finalizzate a offrire suggerimenti concreti per migliorare. Ad esempio “Penso che potresti migliorare se facessi così”, oppure “Voglio aiutarti a raggiungere il tuo obiettivo: cosa ne pensi di questo suggerimento?”. Occhio però a non dare troppi consigli non richiesti: questo può far sentire la persona incapace di trovare da sola una strategia.
Per ovviare a questo, possiamo far uso di domande nelle quali chiediamo il parere o il punto di vista di chi abbiamo di fronte.
Un altro punto da tenere in conto quando formuliamo una critica è il contesto: prima di muovere una critica è necessario considerare le circostanze e il vissuto della persona, valutare l’ambiente in cui siamo, se in pubblico o in una situazione privata, immaginare che la persona possa vivere delle difficoltà transitorie e ammettere che, anche se conosciamo bene quella persona, non possiamo sapere tutto quello che gli passa per la testa né le motivazioni che l’hanno spinta ad agire in quel modo.
Come reagire alle critiche
E quando siamo noi l’oggetto della critica, come possiamo reagire al meglio?
Innanzitutto ricordiamoci che la nostra autostima e il nostro valore non dipendono dal giudizio degli altri. Se una critica ci sembra troppo tagliente e distruttiva, chiediamoci se c’è qualcosa di vero in quello che ci viene detto. Se la risposta è negativa, consideriamo che quella critica così mal posta ci dice qualcosa piuttosto su chi ce la muove, che su di noi.
Se riceviamo invece una critica costruttiva, ascoltiamo attentamente cosa ci dice quella persona e ringraziamo per il feedback ricevuto. Rifletti poi su quel suggerimento chiedendoti in che modo può esserti utile: se può aiutarti a imparare e a crescere, prendi spunto dal feedback per migliorarti. Una certa dose di umiltà e flessibilità è infatti sinonimo di intelligenza e saggezza.
In conclusione, saper fare delle critiche con rispetto è una abilità che fa parte della comunicazione assertiva, quel tipo di comunicazione che ha un atteggiamento partecipe e non in contrapposizione con l’altro. La critica sortisce il suo effetto se fatta con amicizia e riguardo. Per questo è importante anche ascoltare attentamente l’altro dopo che gli abbiamo fatto una critica, capire le sue ragioni e metterci sempre in discussione con un atteggiamento propositivo.
Riferimenti bibliografici
De Panfilis, A. & Romeo, P. (2020) La cultura del feedback: Dare e ricevere feedback con efficacia ed eleganza per stimolare lo sviluppo professionale ed organizzativo. Fym.it
Nardone, G., & Salvini, A. (2010). Il dialogo strategico. Ponte alle Grazie.
Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.
Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. URL consultato il 14 marzo 2024.

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
La Terapia a Seduta Singola per gestire la rabbia
“Ho visto tutto rosso/nero dalla rabbia”
“Ho perso il lume della ragione e sono andato su tutte le furie.”
“Mi ribolliva il sangue dalla rabbia.”
“Andare in escandescenze.”
Questi sono modi di dire che tutti conosciamo e spesso sentiamo dire quando, di solito a posteriori, viene raccontato il momento in cui si perde il controllo e si va in collera.
La rabbia viene comunemente considerata come una emozione negativa e spesso, fin dall’infanzia viene rimandato ai bambini che non è lecito esternalizzarla. In realtà tutti hanno provato almeno una volta cosa vuol dire alterarsi e provare ira, è un’esperienza umana naturale che a volte ha delle valide ragioni: subire un torto o sentirsi feriti da qualcuno. Altre volte a farci arrabbiare è una situazione stressante o frustrante, un imprevisto o qualcosa che ci aspettavamo andasse in un certo modo e che poi è disatteso.
Alcune persone sperimentano raramente quest’emozione prorompente, altri si sentono arrabbiati per la maggior parte del tempo. Ciò che rende problematica la rabbia è quando diventa incontrollabile e può portare a rovinare i rapporti con gli altri o a comportamenti dannosi per sé o per chi la subisce.
Infatti, avere a che fare con persone in collera non piace a nessuno e anche per questo motivo la rabbia rappresenta una delle problematiche per cui le persone si rivolgono allo psicologo.
Cos’è la rabbia
La rabbia è un’emozione basilare come la paura, la tristezza e la gioia e come tutte le altre emozioni ha una sua utilità e funzione. Come la paura, la rabbia comporta una attivazione fisiologica che prepara il corpo a reagire: aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue e rilascio di ormoni come adrenalina e cortisolo. Questa attivazione permette infatti di reagire prontamente a situazioni che percepiamo come frustranti, come assistere a un’ingiustizia o sentirci attaccati, sminuiti o non considerati. In questi casi la rabbia, se ben canalizzata, può essere uno stimolo a ribellarsi o a difendere i propri bisogni.
Ci sono però casi in cui la rabbia se mal espressa può essere disfunzionale, perché può potenzialmente sfociare in violenza o sfoghi di aggressività verso gli altri o verso se stessi.
Nel nostro immaginario le persone arrabbiate esternano la loro rabbia urlando o esprimendo aggressività ma anche l’eccesso di controllo può essere motivo di malessere. La rabbia repressa infatti può portare conseguenze anche psicosomatiche importanti.
Quando rivolgersi a uno psicologo
Sebbene si tratti di un’emozione universale, alcune persone trovano difficoltoso gestire la rabbia o esprimerla in modo costruttivo. A volte ci si accorge di questo quando ci rendiamo conto che le nostre relazioni si stanno deteriorando per colpa delle nostre manifestazioni di collera.
O quando sentiamo che pur controllandola siamo come una pentola a pressione che prima o poi esploderà. Anche i comportamenti autolesionisti possono rappresentare un campanello di allarme.
Stando a quanto detto, i nostri tentativi di controllo sono spesso disfunzionali e sappiamo bene quanto sia inutile sentirsi dire “calmati!” durante gli scatti d’ira.
E’ molto comune credere che bisogna sfogare fisicamente questa emozione prorompente (ad esempio spaccando qualcosa o prendendo a pugni un oggetto).
Oppure ignorarla del tutto fingendo autocontrollo ma se nel breve periodo possiamo sentire un lieve sollievo, a lungo andare non abbiamo risolto affatto il problema.
Allora cosa fare?
Attraverso la terapia a seduta singola è possibile trovare delle utili strategie per gestire la rabbia. Questo metodo infatti si presta alla risoluzione di questo problema che affligge molti.
Infatti, attraverso un’analisi di come il problema si esprime concretamente per te, il terapeuta può aiutarti a individuare delle strategie specifiche costruite ad hoc per te.
Mettendo in luce le situazioni che potenzialmente possono scatenare la rabbia diventerai più consapevole di quali possono essere i campanelli di allarme che ti possono portare a sfoghi eccessivi.
Il suo obiettivo sarà anche quello di riconoscere ed evidenziare le tue personali capacità.
Grazie ai tuoi punti di forza potrai affrontare con maggior empowerment le situazioni frustranti che non sempre possiamo prevedere o controllare.
In tal senso si andrà ad individuare quali sono le eccezioni che si sono verificate o si verificano alla manifestazione di rabbia eccessiva.
Sulla base di queste è possibile ravvisare le tue personali risorse da mettere in campo una volta usciti dalla stanza dello psicologo.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, gli psicologi di OneSession.it ti offrono la possibilità di prenotare un primo colloquio gratuito. Per prenotare il tuo incontro, puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore Firenze. Flanigan P.K. (2023) Strategic ways to control your anger. https://www.agegracefullyamerica.com/strategic-ways-to-control-your-anger/ [consultato in data 30/11/2023]
Novaco & Di Giuseppe (2011) Strategies for controlling your anger: Keeping anger in check https://www.apa.org/topics/anger/strategies-controlling [consultato in data 30/11/2023]

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Come cambia la coppia dopo l’arrivo di un figlio?
Cambiamento
La transizione, come sempre, porta con sé una crisi. Tale crisi non è necessariamente sinonimo di problema o di patologia. Ma è sinonimo di cambiamento. E il cambiamento, quasi sempre, implica possibilità e rischi.
La nascita di un figlio crea una nuova condizione psicologica. Questa, inevitabilmente, coinvolge il singolo ma anche la coppia.
Mamma e papà vivono in modo individuale l’evento e si preparano già durante la gravidanza a diventare genitori.
In questo periodo di progressivo adattamento la coppia comincia a modificarsi ma è nel momento della nascita che tutto cambia in modo “ufficiale”.
Ciò che era pensato ora diventa concreto.
L’arrivo di un figlio in ogni caso è un momento stressante, non in senso negativo ma come descrizione di un periodo di transizione che inevitabilmente crea fatiche e potenziali rischi.
Durante i primi mesi l’equilibrio fra i partner si modifica. La diade madre-bambino si innesta significativamente fra la coppia poiché il neonato richiede un forte impegno (allattamento, ritmo sonno-veglia).
La fatica sperimentata a livello fisico e psicologico può portare ad un umore negativo, tristezza e irritabilità.
Durante questa fase il rischio è che il padre avverta una distanza sempre maggiore dalla coppia e dalla compagna e dal figlio con il rischio di un isolamento familiare.
Il tempo libero che prima veniva condiviso dalla coppia si modifica per dare spazio al figlio oppure al riposo. Dunque in modo drastico vengono ridotti i momenti di piacere e svago.
Da un punto di vista organizzativo tutto cambia, i tempi del neonato non sono i tempi della coppia. Questo genera una sensazione di “perdita di controllo sulla propria vita” e dispercezione dei carichi di lavoro e impegno profuso.
Queste fatiche possono generare potenziale conflittualità all’interno della coppia e una diminuzione di dialogo e complicità.
In alcuni casi avere le famiglie di origine distanti e non poter contare su un aiuto esterno rende tutto molto più complesso e si sperimenta la solitudine.
Infine le coppie sono talvolta vittime di una società che rimanda l’idea che i neogenitori siano prestanti, reperibili al lavoro nell’immediatezza, avere un’abitazione sempre ordinata ed accogliente per ospiti.
Questa idea genera una pressione significativa che fa perdere il focus della coppia su ciò che è importante e prioritario ovvero cominciare a conoscere il “nuovo arrivato” e costruire con lui una relazione.
Fattori protettivi
Per essere più pronti come coppia prima del lieto evento bisogna avere-trovare un buon equilibrio.
È importante che i partner cerchino di adottare una visione realistica della loro futura vita a tre, Cercando di documentarsi.
E’ buona norma abbandonare una visione unicamente romantica di quella che sarà la loro vita futura prendendo in considerazioni più variabili.
E’ utile, ad esempio, riorganizzare la nuova distribuzione dei compiti, in considerazione dei nuovi impegni a cui ciascuno inevitabilmente andrà incontro.
Così, in una coppia ognuno darà il suo contributo in modo particolare sui compiti domestici. Ognuno dovrà fornire la propria collaborazione per cercare di alleviare la fatica iniziale, soprattutto nei primi anni.
E’ importantissimo lasciarsi uno spazio di dialogo affinché il confronto sia continuo anche nei momenti più duri. Il rischio è quello di sentirsi sempre più distanti, con l’inevitabile accumulo di gelosie e possibili rancori.
Strategie
- Impegnarsi a trovare del tempo per la coppia.
La coppia dovrebbe vivere questo spazio come un appuntamento (quotidiano, settimanale ecc.) irrinunciabile da pianificare a tutti i costi.
- Perdonarsi per le proprie paure.
Avere paura di mettere al mondo un figlio e di accudirlo è la cosa più normale del mondo. Non c’è nulla di patologico nell’avere paura, essa ci serve per mettere in campo tutte le nostre risorse per svolgere al meglio i compiti difficili. Serve per muoverci con cautela e prestare la giusta attenzione su ciò che stiamo facendo.
- Chiedere aiuto
Quando il peso dei problemi e delle difficoltà quotidiane diventa insostenibile è bene allentare la tensione e lasciarsi aiutare. Chiedere aiuto non deve rappresentare una sorta di fallimento. In altri casi la coppia può temere di essere di peso se chiede aiuto e così facendo si priva della possibilità di scoprire che a volte genitori, amici e parenti sono ben contenti di rendersi utili.
- Incoraggiarsi a vicenda sostenendosi nelle fatiche del quotidiano, utilizzare un linguaggio positivo e propositivo.
- Allenare la socialità e le relazioni esterne.
Siete una coppia con un figlio in arrivo e avete bisogno di un aiuto in più?
Potete chiedere aiuto a One Session! Vi basta inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
https://www.guidapsicologi.it/articoli/equilibri-di-coppia-dopo-la-nascita-di-un-figlio (consultato in data 17/11/2023)
https://www.mammasuperhero.com/il-rapporto-di-coppia-dopo-un-figlio-cosa-fare-e-cosa-evitare/ (consultato in data 17/11/2023)
https://www.parentube.it/blog/diventare-genitori/coppia-figlio/ (consultato in data 17/11/2023)

Psicologa & Psicoterapeuta in formazione. Specializzata in Potenziamento Cognitivo e Psicologia Scolastica. Ordine degli Psicologi della Lombardia n.03/13262
Affrontare il rimuginio con uno schiocco di dita
Chi di noi non ha mai sperimentato il tormento del rimuginio, quel vortice di pensieri che si ingarbugliano tra di loro, alimentando preoccupazioni che sembrano non voler dare tregua?
Il rimuginio è un fenomeno comune che coinvolge la ripetizione ossessiva di pensieri negativi o preoccupazioni, spesso legate a esperienze passate o preoccupazioni future.
Questi pensieri possono riguardare esperienze passate, in cui ci colpevolizziamo o rimpiangiamo scelte fatte, oppure preoccupazioni future, in cui ci concentriamo sulle peggiori ipotesi e temiamo il peggio.
Il rimuginio può avere un impatto significativo sulla nostra salute mentale e sul benessere generale.
Effetti del rimuginio sulla nostra salute mentale
Il rimuginio eccessivo può avere una serie di impatti negativi sulla nostra salute mentale e fisica. Ecco alcuni di essi:
- Dissociazione: Essere costantemente immersi nella nostra mente ci allontana dalla realtà. Questo può portare a fenomeni di depersonalizzazione o derealizzazione.
- Depressione: persi nei nostri pensieri, non ci accorgiamo della vita lì fuori. Se non interrotto per tempo, il rimuginio ci porterà a perderci i bei momenti della nostra vita, e a ritirarci da tutte le esperienze che potremmo fare.
- Difficoltà nel Concentrarsi: essere immersi nei pensieri può interferire con la nostra capacità di concentrarci sul presente, riducendo la nostra produttività e la qualità del lavoro svolto.
Risolvere il rimuginio con uno schiocco di dita
Esiste una tecnica semplice, ma non facile, per risolvere il rimuginio.
Si tratta di schioccare le dita.
Lo scopo principale per stoppare i continui pensieri sarà quello di imparare a distogliere l’attenzione dai pensieri assorbenti, e riportarla nel qui ed ora.
Ogni volta che ti rendi conto di essere immerso nei tuoi pensieri, quindi, schiocca le dita, invita la tua attenzione a “tornare qui” e focalizzala su quello che di concreto ti circonda.
Poco dopo sei nuovamente immerso nei pensieri? Schiocca di nuovo le dita, commentando con un “Torna qui!”.
Hai abituato la tua mente ad agganciarsi ai pensieri, il lavoro sta nell’allenarla a sganciarsi.
E l’allenamento richiede impegno costante.
Se stai vivendo un problema di rimuginio persistente, puoi chiedere aiuto a One Session! Puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/un-martello-pneumatico-come-fermare-il-rimuginio-ossessivo/
Bartoletti, A. (2019). Pensieri Brutti e Cattivi: Ossessioni tabù: Come Liberarsene. Angeli.

Il mio lavoro è orientato al futuro e alla valorizzazione delle risorse delle persone che si rivolgono a me, in ottica di totale collaborazione.