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Tags Archives: Terapia Seduta Singola

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Superare l’insonnia, anche in una sola seduta

L’insonnia è davvero una spiacevole compagnia. All’interno di questo articolo scoprirai come superare l’insonnia e come anche una sola seduta può essere risolutiva del problema.

I disturbi del sonno

Si stima che gli italiani che soffrono di insonnia siano 12 milioni, con un maggiore interessamento per le donne.

L’insonnia ha diverse forme: non solo quella della persona che, girandosi e rigirandosi tutta la notte nel letto, non riesce a chiudere occhio e si sveglia che sembra uno zombie.

L’assenza totale di sonno è una delle manifestazioni dell’insonnia. Si aggiungono a questa le difficoltà di addormentamento, ridotti cicli di sonno, risvegli frequenti con difficoltà a riaddormentarsi o risvegli precoci senza riaddormentamento.

Le conseguenze del poco sonno o del sonno disturbato si fanno sentire a più livelli. Scarsa concentrazione, ansia e irritabilità, mal di testa e problemi relazionali e lavorativi sono spesso lamentati da chi dorme poco e male.

Cosa fai per combattere l’insonnia?

Sono piuttosto certa che, se soffri di sonno disturbato o di assenza di sonno, hai messo in atto almeno una volta uno di questi comportamenti.

  • Sforzarti di dormire. Se il sonno non viene da sé, cerchi di farlo arrivare intenzionalmente, impegnandoti ad addormentarti.
  • Ti rilassi a tutti i costi. Musica rilassante, tisane, luci soffuse, perché no un po’ di training autogeno o meditazione. Le provi tutte per metterti in una condizione di relax che, a rigor di logica, dovrebbe farti poi addormentare.
  • Rimani nel letto per ore nonostante tu non riesca ad addormentarti. Ti giri e rigiri, ma non hai la minima intenzione di alzarti, DEVI a tutti i costi addormentarti.

Funzionano queste tecniche? Direi di no, altrimenti non staresti leggendo questo articolo 😊

Questi stratagemmi che ben conosci altro non fanno che peggiorare i tuoi problemi col sonno! Ebbene sì. Il sonno è una funzione fisiologica spontanea (come il respiro, il battito cardiaco) e quindi non può essere indotto con la volontà. Ogni tentativo fatto di generare intenzionalmente una condizione spontanea, avrà esito contrario. Come avrai potuto sperimentare sulla tua pelle.

Superare l’insonnia in tre semplici mosse

Niente strani stratagemmi o assurde tecniche per riuscire a dormire sonni tranquilli!
Il dott. Fabio Leonardi, psicoterapeuta, propone queste semplici 3 mosse che nel giro di pochi giorni ti faranno tornare a avere un rapporto sereno col tuo letto.

  1. Stai sul letto, a luce spenta, per otto ore esatte, in attesa del suono della sveglia
  2. Mentre attendi la sveglia non dovrai fare nulla per sforzarti di dormire. Niente conta delle pecore, niente tisana prima di coricarti, niente musica orientale.
  3. Anche se non avrai dormito per il tempo che ritieni adeguato, non dovrai compensare la mancanza di sonno con sonnellini durante il girono.

Ti accorgerai come, già nel giro di due o tre giorni, il sonno arriverà, e con qualche altro giorno si stabilizzerà definitivamente.

La Terapia a Seduta Singola per l’Insonnia

La Terapia a Seduta Singola è un ottimo metodo per contrastare i disturbi del sonno: un solo colloquio può essere sufficiente e utile per individuare quali comportamenti disfunzionali ti stanno impedendo di dormire quanto e come desidereresti, sostituendoli con comportamenti più sani e funzionali.

Conosci il nostro servizio gratuito di consulenza psicologica a Seduta Singola?
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Riferimenti Bibliografici

Cannistrà, F., Piccirilli, F., (2018). Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

Leonardi, F., Tinacci, F., (2021). Manuale di psicoterapia strategica. 80 tecniche d’intervento. Erickson: Trento

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Come imparare a dire di no

Vuoi imparare a dire di no?

Prima però ti racconto delle mie vacanze…

Questa estate sono andata a fare un bellissimo viaggio alle Baleari insieme al mio compagno. Una sera, camminando per le vie del centro di Minorca, sono rimasta catturata da un paio di sandali in una vetrina: di istinto, senza neanche guardare l’orologio, sono entrata all’interno del negozio. Con mia grande sorpresa sono stata messa alla porta dalla commessa, che con tono educato ma deciso ha esclamato:“Disculpe, está cerrado!” (trad. “perdonami, siamo chiusi!”). Ricordo come se fosse ieri di essere rimasta basìta, mi sono voltata verso il mio compagno e ho commentato: “ma ci rendiamo conto? Ma solo io se un cliente mi si presenta ad orario di chiusura ufficio lo accolgo lo stesso?” e lui, seraficamente, mi ha risposto: “eh mi sa di sì! Forse potresti imparare a fare come la signora!”.

Ho scelto di iniziare l’articolo di oggi con questo aneddoto di vita vissuta per affrontare un argomento sempre più attuale: la difficoltà che alcune persone hanno a dire di no di fronte alle continue richieste degli altri.

Che cosa significa non saper dire di no?

Immaginiamo di trovarci al lavoro. Siamo alla fine di una lunga giornata, pronti ad uscire finalmente dall’ufficio, quando il capo si palesa sulla porta, con un’espressione allarmata sul viso: “sai, dobbiamo assolutamente fare questa cosa entro domani mattina ma io devo proprio scappare…potresti trattenerti tu oltre l’orario previsto oggi?”

Oppure potremmo ricevere, proprio prima di spegnere il pc, un’email da parte di un nostro cliente. L’oggetto “URGENTE” già la dice lunga sul contenuto: “so di essermi ridotto tardi ma ho assolutamente bisogno di questo preventivo, grazie di inviarmelo entro un’ora!”

Per non parlare di quando nostro figlio, di fronte all’ennesimo elenco di compiti da fare per la scuola, irrompe piagnucolando nel salone e ci chiede: “ti prego mi aiuti? Non mi va proprio di farli!” magari giusto nel momento clou di quel film che stavamo vedendo.

In ognuna di queste situazioni, ci sentiremo come di fronte ad un bivio: dire di sì oppure dire di no alla richiesta che ci è stata avanzata da persone per noi importanti, in un modo o nell’altro.

Scegliere di dire sì spesso è la soluzione d’elezione, per tanti motivi: il primo è sicuramente l’educazione e la sincera volontà di aiutare l’altro, in evidente stato di difficoltà. Fare del bene agli altri, può regalare un piacere che scalda il cuore e fa sentire in pace perché si è fatta “una buona azione”.

Senza contare la speranza di ottenere in cambio la benevolenza dell’altro o una ricompensa per la nostra disponibilità.

Nel caso di un datore di lavoro ad esempio, potremmo ambire ad una promozione: “se dirò di sì e mi fermerò fuori orario, il capo si renderà conto di quanto io sia indispensabile e mi premierà di conseguenza”.

Il nostro cliente magari, di fronte alla nostra tempestiva risposta, probabilmente acquisterà il nostro prodotto e ci sceglierà di nuovo nel futuro.

Nostro figlio infine, apprezzerà di avere un genitore sempre prodigo nel sostenerlo e grazie al nostro aiuto prenderà degli ottimi voti a scuola.

Aspettarsi qualcosa in cambio dei nostri sì, tuttavia, potrebbe aprire la porta a qualcosa di molto diverso dall’altruismo sincero e disinteressato: pur di ottenere l’approvazione degli altri e la loro riconoscenza, potremmo iniziare a dire sempre di sì, non solo quando effettivamente lo vogliamo, ma anche quando preferiremmo fare qualcosa di diverso.

Questo comportamento inizialmente positivo per noi, se ripetuto nel tempo, può quindi diventare un’abitudine problematica.

Gli altri infatti, a forza di chiedere aiuto da noi e riceverlo, potrebbero iniziare a pretenderlo sempre di più. Del resto dal loro punto di vista, se abbiamo detto di sì una volta, potremmo benissimo farlo di nuovo. E ancora, ancora e ancora.

Di conseguenza, noi ci sentiremo obbligati a dire nuovamente di sì, incastrandoci in un loop senza fine. Impossibile a questo punto iniziare a dire dei “no” anche quando vorremmo farlo: il rischio di passare improvvisamente per “i cattivi” della situazione, sarebbe troppo alto e intollerabile.

Quali sono le conseguenze del non riuscire a dire di no?

Potrebbe capitarci di renderci conto che la nostra grande disponibilità è diventata a tutti gli effetti una strada a senso unico. Siamo sempre pronti a dare agli altri, più di quanto diamo a noi stessi e riceviamo.

Anteponiamo i loro bisogni ai nostri e invece di sentirci pieni di gioia per questo, ci iniziamo a sentire svuotati.

Eppure nonostante ciò, non riusciamo proprio a pronunciare quella parola che potrebbe fermare tutto: un semplice “no”.

Il solo pensiero di rifiutarci di dare l’aiuto che ci viene richiesto ed è ormai diventato atteso, ci fa sentire in colpa.

In questi casi, di fronte ad una nuova richiesta, potremmo iniziare a sentire uno strano peso sull’addome, come se avessimo digerito male qualcosa.

Oppure potremmo iniziare ad avere dei pensieri minacciosi che suonano più o meno così: “cosa penserà di me se non lo faccio? Potrebbe giudicarmi una cattiva persona! Rischierò di perdere il posto di lavoro e l’affetto dei miei cari!”.

Con il tempo, dire sempre di sì, diventerà per noi una lama dal doppio taglio.

Lo spazio per noi stessi e i nostri interessi si azzera, il tempo sembra non bastarci mai, il nostro umore peggiora e il nervosismo rischia di farci discutere proprio con le persone che pensavamo di voler aiutare.

E’ necessario imparare a dire di no.

Ma come imparare a dire di no?

Se ci troviamo di nuovo di fronte al bivio e vogliamo provare a fare qualcosa di diverso, possiamo iniziare a riflettere su questa semplice ma potente affermazione: “ogni volta che dico no agli altri, dico sì a me stesso”.

In questa nuova ottica, proviamo ad attribuire anche alla parola no un nuovo significato: non un rifiuto, ma una “nobile obiezione” (Mike Clayton, 2013).

Nobile sia per i modi educati con cui viene pronunciata, sia perché quando si decide di rispondere così, lo si fa con la piena consapevolezza delle proprie motivazioni e delle conseguenze su noi stessi e gli altri.

Infine, proviamo ad introdurre delle piccole violazioni alla nostra tendenza a dire sempre di sì.

Proviamo quindi, di fronte all’ennesima richiesta da parte del nostro capo, a rispondere diversamente: “mi rendo conto della tua necessità, ma oggi ho preso un altro impegno e proprio non ho la possibilità di trattenermi”.

Nel nostro programma di posta elettronica, impostiamo una risposta automatica per ricordare all’utenza gli orari di apertura dell’ufficio.

E al nostro bambino così angosciato dai suoi compiti, proviamo a dire che in questo momento siamo impegnati, ma che potrà iniziare intanto da solo.

Solitamente, di fronte alla nostra porta improvvisamente chiusa, gli altri modificheranno gradualmente il loro atteggiamento nei nostri confronti e diminuiranno le richieste.

Se vuoi scoprire altre strategie concrete e funzionali per imparare a dire di no, puoi sempre rivolgerti agli psicologi di www.onesession.it:  prendi appuntamento compilando il form (clicca qui) e consulta le nostre pagine social di Facebook e di Instagram.

Riferimenti bibliografici

Clayton, M. (2013). Si può dire NO: Sbattersi di meno per ottenere di più. Italia: De Agostini.

Marson, J. (2013). Come imparare a dire di no senza sensi di colpa. Italia: Newton Compton Editori.

 

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La drunkoressia: bere di più per mangiare di meno

La Drunkoressia è un termine coniato per la prima volta dal “New York Times” nel 2008. Esso descrive un’eccessiva restrizione alimentare aumentando l’assunzione di alcool senza aumentare di peso (CBS News, 2008; Kershaw, 2008; Smith, 2008; Stoppler, 2008).

Attrae molto gli adolescenti e i giovani adulti. La Drunkoressia permette di consumare e/o continuare a consumare grandi quantità di alcool, pur mantenendo, o a volte diminuire, il peso corporeo.

La drunkoressia viene inserita nel DSM-5 tra i disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificato (NAS). L’età di insorgenza è la più varia.

Drunkoressia: l’importanza del contesto sociale

Nella società odierna, in cui forma fisica perfetta e controllo del cibo sono due pilastri fondanti delle abitudini ed attenzioni degli adolescenti, la Drunkoressia ha una grande influenza.

Tale comportamento influenza in particolar modo il sesso femminile, in quanto sempre più spesso vi è un ricorso eccessivo all’attività sportiva (Mond et al. 2008), in modo tale da poter bruciare drasticamente quantità eccessive di calorie, agendo cosi sulla riduzione di peso e la percentuale di grasso corporeo (Johnstone and Rickard 2006).

Nel momento in cui l’esercizio fisico viene in qualche modo cancellato o posticipato, la persona è pervasa da forti sensi di colpa (Mond et al. 2008).

Tra criteri diagnostici e sintomi

La Drunkoressia viene considerata nel DSM-5 come un disturbo del comportamento alimentare non altrimenti specificato (NAS).

I criteri diagnostici sono molto simili a quelli dell’anoressia nervosa: alimentazione selettiva, digiuno, ossessività per la magrezza.

Tale disturbo può insorgere a qualunque età, come nella maggior parte dei disturbi del comportamento alimentare. L’età della prima diagnosi negli ultimi anni si è abbassata da 15 a 9 anni.

I sintomi tipici riscontrati sono simili ad a quelli di un’intossicazione da alcool: Cefalea, sonnolenza, nausea, calo dell’attenzione, vomito e nei casi più gravi coma etilico.

Segnali d’allarme: Come riconoscere i comportamenti specifici

Diversi sono i comportamenti che possono destare allarme verso tale patologia:

  • saltare i pasti, evitando così di assumere troppe calorie compensando l’apporto calorico dovuto dal consumo di bevande alcoliche,
  • un eccessivo esercizio fisico, comportamento atto a compensare le calorie assunte dal bere
  • assumere una quantità eccessiva di alcol al fine di avere la nausea e vomitare (Chambers 2008).

Il concetto di drunkoressia si compone quindi di tre dimensioni distinte: l’uso o abuso di alcol, disturbi alimentari e attività fisica.

Conseguenze fisiche tra comorbilità e patologie associate

La drunkoressia si accompagna molto spesso con la bulimia o anoressia. La persona arriva ad indursi il vomito per potersi disfare delle calorie in eccesso.

Altre volte non è presente nessun altro disturbo alimentare associato.

Diverse le patologie mediche associate alla drunkoressia a carico di vari organi: dall’apparato cardiovascolare, al sistema nervoso centrale, al fegato e l’apparato gastrointestinale. Denutrizione e anemia sono i sintomi fisici più frequenti. Carenza di vitamine e minerali creano reazioni fisiche come il collasso dell’organismo.

L’abuso di alcool può causare cirrosi epatica. La persona con drunkoressia considera le bevande alcoliche come un sostituto della dieta sana ed equilibrata. La gran quantità di alcool ingerita porta ad anestetizzare la fame.

Dalle cause ai fattori di rischio

L’insorgenza della drunkoressia è causa di un’adesione a modelli sociali e stereotipati di magrezza, difficoltà familiari o predisposizione individuale. All’origine della drunkoressia vi sono fattori biologici, psicologici, ambientali e culturali.

La drunkoressia se non trattata precocemente ed in modo adeguato tende a cronicizzarsi. Il suo decorso può essere caratterizzato da miglioramenti e successive ricadute. Molteplici fattori portano all’aggravarsi della sintomalogia come le complicanze mediche, il sottopeso e la scarsa motivazione al cambiamento.

Drunkoressia: Prevenzione e trattamento

Importante per una buona prevenzione è l’educare gli adolescenti al contrasto della cultura dello “sballo”. È fondamentale che i genitori o persone vicine ne possano individuare i primi segnali di allarme. Non è facile il lavoro con chi è affetto da drunkoressia, come d’altronde per qualsiasi altro disturbo del comportamento alimentare. Si rimanda per la buona riuscita del trattamento ad interventi di psicoterapia individuale e/o di gruppo. (Larimer, M. E., & Cronce, J. M. 2002)

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Riferimenti Bibliografici

CBS News (2008). Drunkorexia: Health dangers for women. Retrieved on May 25, 2009

Chambers, R. (2008) Drunkorexia. Journal Of Dual Diagnosis 4, 414-416.

Johnstone, J.R. and K.M. Rickard (2006) Perceptions of college women with disordered eating and exercise patterns. Social Behavior & Personality: An International Journal 34, 1035-1050.

Kershaw, S. (2008, March 2). Starving themselves, cocktail in hand. New York Times.

Larimer, M. E., & Cronce, J. M. (2002). Identification, prevention, and treatment: A review of individual-focused strategies to reduce problematic alcohol consumption by college students. Journal of Studies on Alcohol, 63(Suppl.14), 148-163.

Mond, J., T. Meyers, R. Crosby, P. Hay and J. Mitchell (2008) Excessive exercise and eating-disordered behaviour in young adult women: further evidence from a primary care sample. European Eating Disorders Review 16, 215-221.

Smith, R. (2008). Drunkorexia slimmers skip means for alcohol. Daily Telegraph. Retrieved on May 25, 2009

Stoppler, M.C. (2008). Drunkorexia, manorexia, diabulimia: New eating disorders? MedicineNet. Retrieved on May 25, 2009.

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Elementi per una buona comunicazione di coppia

Quando si parla di buona comunicazione di coppia? Ci sono dei trucchi, dei suggerimenti, che possono migliorare la comunicazione tra i partner? Lo scopriamo in questo articolo.

La coppia in terapia

Le terapie di coppia hanno avuto un grande incremento negli ultimi anni.

Possiamo annoverare diversi fattori di varia natura che hanno contribuito alla crisi delle coppie e di varia natura: sicuramente economica e sociale in primis, ma possiamo affermare altresì che la coppia ha subito diversi cambiamenti dovuti anche all’evolversi dei modi di stare insieme.

La terapia rappresenta un modo, un tentativo incisivo e carico di aspettativa che la coppia sceglie per ritrovare una chiave di lettura a problemi e conflitti e utile per ridare nuovi significati e per rafforzare la identità, in alcuni casi con la aspettativa di farla rinascere e darle dei nuovi basamenti.

Uno degli aspetti più significativi che vengono affrontati in sede di terapia è l’aspetto legato alla comunicazione.

Dopo che una coppia si è stabilizzata nella relazione, uno dei fattori che ne determineranno la sua durevolezza sarà indubbiamente la comunicazione che sarà adottata dalla stessa.

Una comunicazione sbagliata fa diventare la coppia un terreno di scontro e di affronto in cui le distanze divengono incolmabili e non si riescono più a esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni.

Tutto sembra perduto, perché non ci si comprende, quasi a far diventare la quotidianità un ring in cui a colpi di parole infuocate o di silenzi assoluti si perde intimità e il clima si fa irrespirabile.

La comunicazione e i suoi assiomi

Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D.Jackson, sono i principali ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto in California e scrivono “Pragmatica della comunicazione umana”, in questo meraviglioso volume del 1967, che segna profondamente un’epoca e supera tutte le teorie precedenti, gli autori si occupano di comunicazione partendo dall’assunto che ”la comunicazione è la conditio sine qua non della vita umana e dell’ordinamento sociale”.

Alla base di tutto il presupposto fondante della comunicazione che non è più intesa come una comunicazione lineare, ma circolare perché chi comunica e fornisce una informazione a chi riceve, provoca una modifica che viene rimandata a chi aveva iniziato la comunicazione.

Gli autori giungono a identificare cinque assiomi, cioè delle proprietà assolute che la comunicazione possiede e che sono fondanti per lo studio delle interazioni interpersonali.

Gli assiomi che elencherò sono riscontrabili chiaramente nella comunicazione di tutti gli esseri umani e quindi anche di quella che intercorre nella coppia.

Gli assiomi sono così enucleati:

il primo assioma ci dice che è impossibile non comunicare, il secondo che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, il terzo che la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione, il quarto che gli esseri umani comunicano con il modulo numerico e con quello analogico, il quinto che gli scambi della comunicazione sono di due tipi o simmetrico o complementare.

Nel non si può non comunicare si esprime il fatto che qualsiasi sia la scelta che facciamo noi comunichiamo sempre qualcosa, anche quando non parliamo e scegliamo il silenzio, il distogliere lo sguardo anche quello comunica un’intenzione.

Il secondo ci dice che comunicando non diamo una semplice informazione all’interno di un messaggio: esiste certamente un aspetto di notizia cioè le informazioni ed i contenuti che vengono trasmessi, ma esiste un aspetto di relazione cioè quello relativo alla modalità con cui si esprime la comunicazione.

Il terzo fa riferimento al fatto che la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze tra gli interlocutori, la decodificazione segue una punteggiatura personale che organizza le interpretazioni.

Il quarto riguarda il fatto che la comunicazione contiene un aspetto di tipo analogico, cioè legato al piano del non verbale e un aspetto digitale del verbale, i gesti, le espressioni, le inflessioni della voce, il movimento nello spazio sono comunicazione e tutte le componenti di un messaggio dorrebbero andare sulla stessa linea e i piani del verbale e non verbale coincidere per una comunicazione chiara.

Infine, nel quinto si esprime il concetto per cui nella comunicazione si verificano due situazioni quella di simmetria o di complementarità, la simmetria avviene quando gli interlocutori si trovano in una condizione che li vede alla pari, e la complementarità quando uno dei due interlocutori si trova in un piano inferiore o superiore e la comunicazione dal piano superiore mette l’altro in una posizione subordinata.

Gli assiomi della comunicazione nella coppia

Se ora pensiamo alla coppia, non risulta complesso rintracciare tutti gli elementi sopra descritti, ci appare chiaro inoltre che la comunicazione non si esprime solo con le parole, ma gli aspetti del non verbale hanno un peso e una grande influenza, tanto è che il nostro linguaggio si esprime con la mimica, la postura e il tono della voce.

Tutto questo ci fa affermare comunicare è complesso e avere un a buona comunicazione efficace è indispensabile e possedere un dialogo costruttivo può rimettere ordine e pace se ci troviamo in una situazione di conflitto e se siamo in mezzo a situazioni di contrasto e litigio.

Comunicare bene significa avere un rapporto più funzionale.

La buona notizia è che la comunicazione con una guida nella terapia può essere esercitata e migliorata, acquisendo ad esempio nuove strategie e nuovi strumenti, basta avere gli ingredienti giusti.

La relazione di coppia e il benessere nella relazione

Pensiamo a quando cuciniamo, cosa facciamo per rendere piacevole e gustoso un piatto, per farlo essere prelibato e appetitoso per i nostri commensali dobbiamo porre attenzione nel dosare con cura tutti gli ingredienti.

Allo stesso modo in una relazione con il nostro partner, abbiamo bisogno di accorgimenti.

La comunicazione è alla base della nostra ricetta, e se in cucina dobbiamo controllare grammature e dosi, nella comunicazione di coppia dobbiamo parlare ed esprimerci nel modo migliore, al fine di trasformare i disaccordi e i conflitti in accordi ed alleanze.

Comunicare bene in coppia significa essere in sintonia con il partner, saper chiedere quello di cui si ha bisogno, esprimere le proprie emozioni.

Difficoltà nella comunicazione

La difficoltà che si incontra nel comunicare deriva dal fatto che ognuno di noi ha interiorizzato un proprio stile comunicativo a partire proprio da quelle interazioni importantissime che si sono sviluppate con le figure di riferimento nell’infanzia e nel corso dello sviluppo evolutivo e si porta dietro appunto uno stile comunicativo sbagliato che spesso è improntato quasi a una sfida in cui si pensa che possa esserci un vincitore ed un perdente.

Ma è proprio su questo che si insinua l’errore più grande, perché nelle relazioni affettive o si perde entrambi o si vince entrambi.

Nella coppia i conflitti più esacerbati, nella maggior parte dei casi, partono da una cattiva comunicazione.

Una comunicazione alcune volte addirittura fallimentare dove fratture, incomprensioni si generano e si rigenerano.

Non è facile cambiare. Le coppie subiscono nel tempo, oltre al retaggio familiare, anche l’influenza di una vita sempre più stressante. Una vita piena di pressioni a livello lavorativo e familiare che possono minare con facilità la solidità del rapporto.

Una comunicazione efficace ci permette però di rafforzare la relazione e ci dà più possibilità di resistere nel tempo.

Comunicare in coppia: gli errori che si commettono e che rendono fallimentare il dialogo

In questo viaggio nella comunicazione efficace che una coppia dovrebbe acquisire, mi riallaccerò a quello che ha scritto lo psicologo psicoterapeuta Giorgio Nardone allievo di Watzlawick e fondatore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, nel suo libro “Correggimi se sbaglio. Strategie di comunicazione per appianare i conflitti nelle relazioni di coppia”.

Nardone ci fa vedere nel suo volume come alcune modalità che utilizziamo nel comunicare in coppia non fanno altro che trascinare la coppia in un crescendo fallimentare.

Nardone individua i seguenti elementi fallimentari:

  • il puntualizzare al livello razionale una cosa che funziona anche e soprattutto sulle sensazioni, le emozioni e i sentimenti- sfere non riconducibili a una fredda logica-, impoverisce i legami che tengono unite le persone”;
  • il recriminare che “trasforma il suo oggetto, ovvero le colpe dell’altro, in diritti legittimi”. Il recriminare sottopone praticamente il partner quasi ad un processo;
  • il rinfacciare che porta a un totale insuccesso e scatena un crescente senso di rabbia;
  • il fare prediche che fa scattare un senso di ribellione;
  • utilizzare frasi standard che provocano sempre rabbia in chi le riceve, riescono ad evocare immediatamente nell’altro le sensazioni di provocazione, irritazione o squalifica. Esempi die frasi sono “Lascia….faccio io “, “Lo faccio solo per te”, “Te l’avevo detto” dichiarazioni che fanno scatenare rabbia.

Comunicare in coppia: le strategie che rendono la comunicazione efficace

Si contrappone a una comunicazione fallimentare sempre secondo Giorgio Nardone un dialogo strategico che è funzionale alla coppia, qui sotto gli elementi ravvisati da Nardone per una comunicazione costruttiva ed efficace:

– domandare piuttosto che affermare, parafrasare le risposte ricevute con un linguaggio evocativo, agire piuttosto che pensare.

Questi sono i tre capisaldi che permettono alla coppia di uscire dalla catena delle incomprensioni.

Domandare piuttosto che affermare significa porre delle domande. Esse vengono costruite in modo strategico, utilizzano la forma di domande con alternativa di risposta e ci servono per guidare il partner nelle sue risposte, senza sentenze o condanne.

Si crea un clima di collaborazione e si va nella direzione del comprendere a tutto tondo il problema.

Questo modo di condurre la conversazione fa leva su uno scambio comunicativo più ampio, si costruiscono le risposte in due e la conversazione diventa equilibrata e costruttiva.

Parafrasare crea immediatamente un accordo, cambia la prospettiva del problema “correggimi se sbaglio, da quanto mi hai detto, sembrerebbe che…” rafforzo con queste formule l’intesa, chiedo una verifica e non sentenzio, questo ci sposta su un asse di intento comune.

Se inoltre si utilizza nel domandare e nel parafrasare un linguaggio evocativo si apre il nostro modo di comunicare a tutto quello che è il linguaggio emotivo, fatto di sensazioni.

E’ un linguaggio di suggestione che lavora anche sul piano sensoriale.

Agire piuttosto che pensare, ci porta in finale ad una idea di progettualità, verso azioni concrete che possiamo realizzare con il partner.

In due possiamo arrivare al cambiamento, ci accordiamo per andare nella stessa direzione, ci focalizziamo su un fine comune, cambiamo il modo di agire.

Vorresti lavorare sulla coppia?

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ONE SESSION è un servizio di ascolto psicologico che lavora con una sola seduta.

Ogni settimana saremo a tua disposizione. Scrivi a info@onesession.it e consulta le nostre pagine social di Facebook e di Instagram.

Riferimenti bibliografici

Bartoletti, M. Pagliai, M. (2021). Ritratti di coppia con terapeuta. La terapia breve strategica con le coppie.

Cannistrà, F. ,Piccirilli, F. (2021) . Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche

Haley, J. (1985). Cambiare le coppie. Conversazioni con Milton H. Erickson

Nardone, G., Watzlawick, P., (2007). L’arte del cambiamento

Nardone, G. (2005). Correggimi se sbaglio. Strategie di comunicazione per appianare i conflitti nelle relazioni di coppia.

Secci, E. M. (2016). Le Tattiche del Cambiamento

Watzlawick, P. e Nardone G., (1997). Terapia breve strategica

Watzlawick, P., Beavin, J.H. Jackson, D.D. (1967). Pragmatica della Comunicazione Umana

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5 mesi ago Umore

Vuoi liberarti della depressione? Rompi questi 3 meccanismi

Liberarti dalla depressione è il tuo più grande desiderio.

Questo grande male ti ha ormai spento, portandoti a perdere gran parte della tua vita di “prima”.

Come una macchia d’olio si è insinuata nella tua vita e si è espansa in tutte le sfere: lavorativa, affettiva, relazionale.

Nell’articolo di oggi vedremo cos’è la depressione e quali meccanismi la mantengono, per cominciare, a piccoli passi, a liberarcene!

Cos’è la depressione?

Secondo il DSM 5, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ciò che caratterizza i disturbi depressivi è

“La presenza di umore triste, vuoto o irritabile, accompagnato da modificazioni somatiche e cognitive che incidono in modo significativo sulla capacità di funzionamento dell’individuo”.

Sempre secondo questo manuale, vi sono dei sintomi specifici caratteristici della depressione, che devono mantenersi per un certo periodo di tempo.

Alcuni di questi sintomi sono: astenia, insonnia, perdita di piacere, tristezza e senso di vuoto, agitazione, ridotta capacità di concentrazione, autosvalutazione, senso di colpa.

Tutti questi sintomi portano la persona a comportarsi con modalità che, invece che risolvere il problema, lo mantengono.

Dobbiamo partire proprio da questi comportamenti per spianarci la strada verso il superamento di questa condizione!

Rinunciare

Tutto sembra difficile, insormontabile. Al punto da pensare “se non ci riesco, ci rinuncio”.

Ci si pone nei confronti della vita in modo passivo, abbandonandosi agli eventi, convincendosi di non poter fare niente per cambiare le cose.

Come puoi rompere questo meccanismo?

Innanzitutto comincia a renderti conto che stai basando la tua vita sulla rinuncia, sulla non azione. E se non sei tu il protagonista della tua vita, chi potrà mai esserlo?

In secondo luogo, comincia a riprendere in mano il tuo senso di autoefficacia rendendoti conto di tutte le più piccole azioni che, senza che tu te ne renda conto, sono sotto il tuo controllo!

Tieni un diario giornaliero dove ogni sera annoti 3 azioni che hai volontariamente deciso di fare durante la giornata: più piccole sono, meglio è!

Questo esercizio va bene anche per combattere la seconda trappola tipica della depressione, che vediamo di seguito.

Delegare

Delegare è di fatto una rinuncia. Contare sull’aiuto degli altri da una parte sembra di tenga in piedi e ci permetta di non sprofondare del tutto nel male che stiamo provando.

Dall’altra sta, ancora di più, rendendoci spettatori della nostra vita!

Per uscire dalla depressione non servono grandi imprese, basta iniziare dal riprendere in mano le più piccole cose della quotidianità!

Lamentarsi

Questo è il terzo meccanismo che dovremo andare a rompere.

Sfogarsi ci fa sentire più leggeri. Per il depresso è la valvola di sfogo quotidiana.

Ma c’è il lato oscuro della medaglia. Continuando a lamentarti, la tua attenzione sarà focalizzata sempre e solo su ciò che non sta funzionando! E continuando su questa strada il problema non farà altro che autoalimentarsi e ingigantirsi.

Cosa puoi fare per rompere questo meccanismo?

Sul diario dove annoti le azioni quotidiane di cui ti sei reso protagonista, prendi l’abitudine di annotare 3 piccole cose di cui sei grato.

Ogni sera chiediti “Della giornata di oggi, cos’è che posso ricordare positivamente?”. Anche per questo esercizio, ciò che dovrai annotare saranno aspetti della tua quotidianità piccoli e concreti.

Prova per qualche settimana, e facci sapere come ti senti!

Se senti il bisogno di un aiuto professionale per questo momento delicato, contatta OneSession!

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram

Riferimenti bibliografici

Nardone G. (2013), Psicotrappole. Ponte alle Grazie, Milano.

Yapko, M. (1998). Rompere gli schemi della depressione. Milano: Ponte alle Grazie, 2002

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Come superare la tricotillomania

La tricotillomania consiste nello strapparsi peli e capelli nelle diverse parti del corpo.

È un disturbo altamente invalidante, che incide in maniera evidente sull’immagine della persona e, di conseguenza, sulla sua socialità.

In questo articolo cercheremo di descrivere in breve in cosa consiste questo disturbo e come la terapia breve può aiutarti a superarlo.

Un Disturbo Ossessivo-Compulsivo

La tricotillomania è un disturbo caratterizzato dal bisogno irrefrenabile ed incontrollabile di strapparsi peli e capelli dalle diverse parti del nostro corpo.

Nonostante possa colpire a qualunque età è maggiormente frequente nei bambini e negli adolescenti.

Per queste sue caratteristiche specifiche, in aggiunta alla ritualità ed alla ripetitività del comportamento tricotillomanico, nel DSM-5 è stato inserito tra i “disturbi ossessivo-compulsivi”, invece che nei “disturbi del controllo degli impulsi” come nel DSM-IV-TR.

La tricotillomania può interessare qualsiasi parte del corpo dove siano presenti peli o capelli, anche se generalmente le zone più colpite sono cuoio capelluto e viso, per la presenza di capelli, ciglia e sopracciglia.

Il comportamento è messo in atto generalmente da soli, anche mentre si compiono azioni semplici come guardare la televisione o leggere un libro, ma generalmente è preceduto da un alto livello di tensione interna.

A volte la persona è consapevole di cosa sta facendo ma, il più delle volte, è un comportamento inconsapevole e messo in atto in modo automatico.

Cause, insorgenza e conseguenze della tricotillomania

Non sono state chiarite le cause del disturbo, ma sono stati identificati alcuni fattori di rischio:

  • fattori genetici,
  • ansia e stress prolungati
  • eventi stressanti acuti
  • Comorbidità psichiatriche

Nonostante questo disturbo possa colpire a qualunque età, alcuni studi hanno evidenziato come l’insorgenza avvenga generalmente nell’infanzia e il picco d’incidenza nei bambini si collochi tra i 2 ed i 6 anni, anche se in questa fase i sintomi possono essere transitori.

Quando invece i sintomi compaiono in adolescenza o pre-adolescenza il disturbo tende ad emergere in concomitanza con i passaggi critici dell’età ed essere più pervasivo e duraturo nel tempo.

Le conseguenze di questo disturbo possono essere diverse e di diversa entità.

Riguardano in generale la perdita di capelli, infiammazioni e dermatiti e, in presenza di tricofagia, ovvero di ingestione dei peli dopo averli strappati, può portare alla creazione di bezoari che possono bloccare le funzioni gastrointestinali.

Tuttavia le conseguenze più d’impatto di questo disturbo si evidenziano a livello sociale. La persona arriva spesso a vergognarsi del proprio aspetto fisico, soprattutto se i danni riguardano i capelli e l’alopecia in particolare, e questo porta a limitare le uscite sociali e all’autoisolamento.

Le terapie brevi per la tricotillomania

Il percorso terapeutico ha il duplice intento di bloccare il comportamento autolesivo e di portare la persona a gestire in maniera più efficace lo stress.

Bloccare il comportamento tipico di questo disturbo è difficile. Soprattutto perché lo strapparsi peli e capelli può trasformarsi da un qualcosa di doloroso in qualcosa di piacevole.

Questo è un meccanismo tipico di tutti i comportamenti di automutilazione: metterli in atto può portare ad avere un piacevole sollievo da sensazioni dolorose e distrae da situazioni stressanti o pensieri ossessivi. Bloccare comportamenti che, anche procurando un danno, hanno l’effetto di farci stare bene è difficile e impegnativo.

Tra le strategie più efficaci in questi casi ci sono le tecniche paradossali, ossia delle tecniche, tipiche della psicologia strategica, nelle quali è il sintomo stesso che viene utilizzato per mandare in cortocircuito il disturbo.

In particolare nei casi tricotillomania si usa la “ritualizzazione del rituale”: si chiede alla persona di mettersi di fronte ad uno specchio tutti i giorni, ad un orario stabilito e di strapparsi peli o capelli per quindici minuti.

Anche se sembra una richiesta illogica risulta efficace perché:

  • permette alla persona di riprendere il controllo sull’irrefrenabilità della compulsione,
  • dà un contenitore di spazio-tempo nel quale concentrare il comportamento, liberando il resto del tempo e creando spazio per azioni positive,
  • crea avversione verso il comportamento di piacere perché è legato alla costrizione di doverlo fare seguendo delle regole esterne.

Generalmente questa strategia permette di ridurre il sintomo fino ad eliminarlo in breve tempo.

In alcuni casi può bastare anche una sola seduta per modificare drasticamente in positivo la situazione.

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Riferimenti bibliografici

Nardone G. (1993), Paura panico fobie. Ponte alle Grazie.
Nardone G. (2004), Il dialogo strategico. Ponte alle Grazie.
Nardone G., Portelli C., (2013), Ossessioni compulsioni manie. Ponte alle Grazie.

www.lostudiodellopsicologo.it/strapparsi-i-peli

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Fare Coming out con la propria famiglia

Cosa significa fare coming out?

Fare coming out significa venire fuori, uscire allo scoperto.

Ci piace tanto prendere in prestito i termini dalla lingua inglese o da altre lingue straniere.

Inglesismi, francesismi, si chiamano. Parole prese in prestito in buona sostanza.

Utilizzate perchè spiegano meglio una determinata cosa, un sentimento, un concetto politico, un pensiero, un’idea. Talvolta parole che ci permettono di esprimere anche concetti sgradevoli, attenuandone in un certo senso la carica emotiva e rendendoli più accettabili.

Penso ad esempio al termine lockdown, utilizzato per esprimere le misure di contenimento adottate dai Governi per affrontare la pandemia da covid-19. Breve e di grande impatto sia linguistico, che sociale ed emotivo. Ha significato concretamente però isolamento, ritiro, chiusura, confinamento.

Fare coming out viene utilizzato specificamente per esternare, comunicare il proprio orientamento, la propria identità sessuale a se stessi e agli altri. Un’espressione, diventata ormai di uso comune, che serve a descrivere quel percorso lungo, doloroso e complesso di riconoscimento, consapevolezza e accettazione di un desiderio o un pensiero prima e di un’identità reale poi.

Un percorso che coinvolge non solo la persona nella sua interezza ma l’intero sistema che ruota attorno all’individuo: dalla famiglia, al lavoro, alla scuola, agli amici, alla società.

Un percorso nel percorso che parte da se e arriva all’esterno attraverso la prepotenza della consapevolezza che diventa misura della coscienza. Lao Tzu, filosofo e scrittore cinese, diceva che “Chi conosce gli altri è sapiente; chi conosce se stesso è illuminato”.

Molti sono i fattori che influenzano o ostacolano il processo di coming out. Alcuni di tipo socioculturale altri di carattere soggettivo. L’educazione ricevuta, l’influenza della religione, il sistema di valori, il luogo in cui si vive (un piccolo paese, la provincia, una grande città, etc.), il livello culturale, le esperienze di vita.

Potremmo continuare all’infinito perché il “sistema individuo” è complesso nel suo definire se stesso e nel suo interagire nell’ambito delle relazioni e dei contesti di riferimento

La difficoltà di comunicare alla famiglia la propria omosessualità

Perché è difficile comunicare alla propria famiglia un orientamento diverso dalla nostra dotazione genetica sessuale?

L’orientamento sessuale non coincide con il genere.

L’identità di genere è la percezione di sé stessi come maschio o femmina o categorie diverse. L’orientamento è il modo di relazionarsi agli altri, di provare attrazione sentimentale o sessuale.

Fare coming out in famiglia è certamente un’esperienza che influenza dinamiche e relazioni in maniera profonda.

La paura di non essere accettati, compresi e di essere rifiutati possono generare emozioni negative che possono influenzare tempi e modalità di comunicazione e molto spesso anche le stesse scelte di vita.

C’è bisogno però, a questo punto, di fare una precisazione.

Il problema non è cosa ci succede ma come lo viviamo. Di conseguenza lo stesso evento viene sentito e vissuto in modo diverso da persone con storie ed esperienze differenti.

Le riflessioni di questo articolo vogliono “fotografare” la sola difficoltà della comunicazione.

Le reazioni alla comunicazione sono altra cosa, certamente differenti a seconda della prospettiva che abbiamo sulla realtà. Ciascuno di noi usa lenti, punti di vista e prospettive diversi per osservare la realtà e questo influenzerà le reazioni e le percezioni.

La paura è un sentimento che accompagna sia il mittente sia il destinatario di un messaggio così importante come quello della ammissione di una “diversità”, una “particolarità”.

La famiglia può trovarsi ad avere paura per via dell’emarginazione, della discriminazione, della violenza a cui potrebbe essere sottoposto il proprio caro in una società in cui ancora il pregiudizio e la denigrazione imperano.

La paura può trovare ragione nel tradimento dei modelli familiari e sociali diffusamente condivisi (matrimonio, genitorialità, etc.).

Questa emozione molto spesso porta all’evitamento, all’allontanamento dalle situazioni che creano disagio.

La necessità quindi di dare tempo per un nuovo adattamento rappresenta un elemento importante nel processo di accettazione.

Al terremoto seguono le scosse di assestamento per permettere alla terra di riadattarsi dopo la forte scossa principale. Lo stesso accade al sistema di cui l’individuo fa parte. Il processo di adattamento alla nuova realtà è graduale e fatto di piccoli passi.

Può la Terapia Breve accompagnare la persona e la famiglia nel processo di coming out?

L’aiuto di un professionista può certamente rappresentare una risorsa molto utile nel supporto del processo di coming out sia per l’individuo sia per il sistema che ruota attorno ad esso.

Processo, il cui iter non è uguale per tutte le persone e le storie.

Sono tante le aspettative che gli altri ripongono in noi e su di noi. Aspettative che talvolta divengono predizioni e quando non riusciamo a definire se ci appartengono davvero, possono diventare delle realtà che accettiamo ma non viviamo pienamente.

Un percorso di terapia offre la possibilità di esplorare tali aspettative e dare loro il giusto peso e la giusta collocazione. Venire a patti con ciò che siamo e farlo in un ambiente protetto come quello della terapia giova al nostro benessere sia fisico che mentale.

Prendere atto della propria identità ha costi alti e importanti: ansia, preoccupazione, paura, frustrazione. Un processo che se ben realizzato può rappresentare un’occasione di crescita e di coraggio e soprattutto una scelta di benessere.

La ricerca delle aspettative realistiche rappresenta un primo importante passo per la costruzione di un percorso di affermazione e di accettazione. Le aspettative realistiche consentono di superare una realtà nuova dinanzi alla quale si è impreparati e spaventati.

La Terapia Breve rappresenta in tal senso una risorsa ulteriore in quanto non si focalizza sull’origine del problema ma su ciò che lo alimenta e lo mantiene e dunque sul “cosa fare” per risolverlo. Questo approccio può rappresentare pertanto una risposta funzionale per l’individuo e il suo sistema, chiamati ad affrontare un momento di crisi che necessita di una soluzione per creare nuovi equilibri.

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Riferimenti bibliografici

Leonardi F., Tinacci F. (2021). Manuale di Psicoterapia strategica. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson https://www.stateofmind.it/coming-out/#origine-del-termine-coming-out

https://www.istitutobeck.com/beck-news/coming-out-in-famiglia

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La Terapia a Seduta Singola per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Seguendo i manuali di Psicologia il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è definito come:

«un disturbo caratterizzato da ossessioni e/o compulsioni.» (Giorgio Nardone)

In particolare nel DSM-5 ossessioni le compulsioni vengono così specificate:

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti spesso come intrusivi e indesiderati, e che possono causare ansia o disagio. Spesso la persona tenta di ignorarli o scacciarli, e a volte lo fa con altri pensieri, formule mentali o azioni: in questo caso si parla di “compulsioni”.

Le compulsioni sono dei comportamenti ripetitivi di qualunque genere (lavarsi, riordinare, controllare ecc.) oppure delle azioni mentali (pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in determinate circostanze.

Questi rituali tipici del Disturbo Ossessivo Compulsivo sono involontari, inevitabili e irrefrenabili e possono avere tre scopi principali:

  1. Preventivi, per evitare un evento negativo.
  2. Propiziatori, per far avverare un evento desiderato.
  3. Riparatori, per sistemare una situazione problematica.

Così la mente viene racchiusa in una trappola sulla base di presupposti logici insindacabili che “non puoi smettere di mettere in pratica perché ti senti obbligato a farlo”.

Le ossessioni e le compulsioni tipiche del Disturbo Ossessivo Compulsivo sono estremizzate e ripetute nel tempo e portano alla messa in atto di comportamenti stereotipati.

Come possono aiutarti le Terapie Brevi

Le Terapie Brevi hanno sviluppato delle strategie molto efficaci per combattere il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Il nucleo centrale del problema consiste nel fatto che si cerca di bloccare in maniera razionale un qualcosa che è invece del tutto irrazionale.

Questi comportamenti danno un iniziale senso di sollievo alla persona, senza tuttavia soddisfarla completamente e si vengono così a classificare come tentate soluzioni disfunzionali, ossia come soluzioni che, dopo un iniziale effetto positivo, hanno un definitivo e sostanziale effetto negativo.

Il risultato è che i rituali che vengono messi in atto e che avrebbero il compito di gestire e fermare i pensieri intrusivi e ossessivi, hanno in realtà l’effetto di sostenere il problema stesso e spesso peggiorarlo.

Le terapie brevi, attraverso delle strategie concrete, puntano a creare dei contro-rituali basati sulle stesse logiche che sorreggono il problema, rendendole nulle.

La persona è così in grado di superare i normali percorsi razionali arrivando alla risoluzione del Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Come risolvere il Disturbo Ossessivo Compulsivo con la Terapia a Seduta Singola

Così come esistono diversi tipi di terapie brevi, esistono diversi tipi di intervento per il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

In particolar modo la Terapia a Seduta Singola, con il suo agire concreto e focalizzato, ha dimostrato una notevole efficacia di intervento sia nel breve che nel lungo periodo.

Le strategie messe in atto hanno il duplice scopo da un lato di bloccare le Tentate Soluzioni Disfunzionali e, dall’altro, di massimizzare l’efficacia di ogni azione.

Evitare di parlare continuamente del problema, smettere di evitare le situazioni che mettono a disagio, identificare le risorse personali in grado di posticipare la compulsione. Sono solo alcune delle possibili strategie che possono aiutare la persona a limitare inizialmente e poi estinguere le proprie compulsioni.

Iniziare dalla cosa più semplice, fare la più piccola azione possibile, identificare il proprio obiettivo concreto e stabilire i passi necessari per raggiungerlo. Sono invece alcune delle strategie in grado di aumentare l’efficacia dell’agire della persona.

Conclusioni

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è considerato uno dei disturbi più ostici, tuttavia anni di esperienza ci dicono che le terapie brevi hanno dimostrato una notevole efficacia nel suo trattamento anche in poche sedute.

In particolar modo la Terapia a Seduta Singola può essere uno strumento molto efficace per ridimensionare il disturbo in maniera netta e duratura.

Ovviamente ogni disturbo ha la sua peculiarità e la sua complessità, ma è proprio la duttilità di questo modello il suo punto di forza. Uno psicologo formato in Terapia a Seduta Singola può aiutarti ad identificare i tuoi obiettivi e, nel contempo, utilizzare le tue risorse per valutare le strategie pratiche più adatte alla tua situazione.

Se pensi di aver bisogno di un aiuto professionale, puoi rivolgerti a un professionista del One Session Center.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Riferimenti bibliografici

Gingerich, W.T. & Peterson, L.T. (2013). Effectiveness of solution-focused brief therapy: a systematic qualitative review of controlled outcome studies. Research on Social Work Practice, 23(3), 266-283.

Frankl, V. (1975). Paradoxical intention and dereflection. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, Vol 12(3), 226-237.

Nardone, G. & Portelli, C. (2011). Ossessioni, Compulsioni, Manie. Milano: Ponte alle Grazie.

Mancini F. (a cura di) (2016). La mente ossessiva. Curare il Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Milano: Raffaello Cortina Editore

https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/terapia-disturbo-ossessivo-compulsivo/ (Consultato in data 14/07/2022)

https://www.lostudiodellopsicologo.it/ossessioni/le-3-forme-di-disturbo-ossessivo-compulsivo/ (Consultato in data 14/07/2022)

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Concedersi una pausa

Hai mai ragionato sull’importanza di concedersi una pausa, o tendi a farti trascinare solo dal flusso dei doveri? In questo articolo analizzeremo perché è fondamentale concedersi una pausa, e una strategia utile per riuscire a farlo!

Organizzando la giornata in blocchi di pensiero focalizzato, intervallati con pause di «spegnimento» del cervello, si permette alla mente di operare in modo più efficiente.

(Jenny Brockis)

Cultura del non stop vs salute mentale

E’ mattina, suona la sveglia, apri gli occhi e già pensi a tutto quello che dovrai fare durante la giornata. Andare a lavoro, sbrigare faccende di ordine quotidiano, appuntamenti, spese, gestione della casa, della famiglia. E’ mattina, suona la sveglia, apri gli occhi e sei già stanco/a.

La società moderna ci ha abituato a correre, a destra ed a sinistra, avanti e indietro. Un criceto che non si arresta mai sulla sua ruota. La cultura del “non-stop”: il tempo è denaro e chi non fa attivamente qualcosa sta “sprecando” il denaro o non lo sta generando bene.

Il lavoro, a volte, può essere impegnativo e se vi affannate ora dopo ora, è probabile che questa fatica vi costi più della produttività; così ciò prima sembrava produttivo, a lungo andare potrebbe rivelarsi distruttivo.

Quando si spendono tantissime energie sul lavoro e sugli impegni quotidiani, si può essere assaliti dalla sensazione di avere troppe cose da fare, ed è facile convincersi di non avere il tempo di potersi concedere delle pause.

In realtà, bisognerebbe trovare il tempo per tutto. Del resto, anche la vita insegna che esistono tempi per seminare e altri per raccogliere. Così è necessario sapersi concedere una pausa, fermarsi, riflettere, ritagliarsi del tempo anche per se stessi.

Trovare momenti lontani dallo stress è fondamentale per la salute del nostro cervello “Mens sana in corpore sano”. Negando al cervello delle pause diminuiamo la capacità di pensare in modo creativo e strategico nella gestione di problemi complessi. La nostra mente pensa più chiaramente quando si ferma per qualche istante, quando si concede di lasciare scendere quel criceto dalla sua ruota.

 I benefici del concedersi una pausa

Diversi studi scientifici hanno dimostrato che un cervello, se costantemente stimolato e se non riesce a rilassarsi, finirà per sovraccaricarsi, iniziando a commettere degli errori. La produttività nello svolgere un determinato compito, è direttamente correlata al livello di concentrazione che riusciamo a mantenere mentre lo svolgiamo.

Per dare il meglio di sé, è necessario avere del tempo libero, e non solo per le vacanze. Chi riesce a concedersi un momento di riflessione o di meditazione, e lo fa quotidianamente, è più rilassato e più produttivo nel corso della giornata.

In uno studio (Bennett, et al. 2020) è stata valutata l’utilità di prendersi o meno delle pause durante le attività utilizzando un disegno sperimentale in un ambiente di lavoro simulato. I loro risultati hanno mostrato come tutte le condizioni di pausa hanno giovato non solo a ricaricare l’energia, ma anche a migliorare l’ attenzione, aiutando le persone a riprendersi completamente.

Concedersi delle pause ha un effetto benefico sul nostro stato d’animo, sul benessere generale e sulla capacità di rendimento “Mens sana in corpore sano”. Staccarsi regolarmente dalle attività lavorative, sia durante la giornata lavorativa che nelle ore libere, può aiutare a recuperare le energie a breve termine, e a prevenire il burnout a lungo termine. Concentrare l’attenzione per troppo tempo, saltare i pasti, pranzare mentre si lavora, può a lungo termine logorare.

Una strategia per gestire al meglio le pause: la tecnica del pomodoro!

Può essere che tu ne abbia già sentito parlare della tecnica del pomodoro, ma vediamo insieme come funziona e quali sono i passaggi per far si che questa funzioni e aiuti a gestire al meglio il tempo da dedicare al lavoro… e soprattutto alle pause!

Ti servirà solo un timer e un block notes!

Il timer avrà il compito di suddividere il tempo tra lavoro e pausa, il block notes servirà per riportare le attività della giornata in ordine di priorità.

5 semplici passaggi:

  1. Seleziona l’attività da svolgere secondo le priorità decise (stima il tempo di durata massimo trascrivendolo sul taccuino)
  2. Imposta il tuo timer a 25 minuti (evitando sia quello del telefono).
  3. Comincia a lavorare sull’attività scelta.
  4. Quando suona il timer inserisci una spunta sul block notes e concediti la pausa di circa 5 minuti.
  5. Dopo quattro blocchi da 25 minuti ciascuno si potrà effettuare una pausa più lunga (tra i 15 e i 20 minuti prima di ritornare al punto 1).

Regola fondamentale della pausa è evitare qualunque attività che richieda un qualsiasi sforzo mentale. Evitare anche di utilizzare la pausa per connettersi al cellulare. Piuttosto è consigliabile ascoltare musica, fare due passi, cambiare ambiente, fare stretching.

Hai solo l’imbarazzo della scelta sulle attività da poter fare, concedi alla tua mente di prendersi una pausa!

Se pensi di aver bisogno di un aiuto professionale, puoi rivolgerti a un professionista del One Session Center.

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Riferimenti bibliografici

Bennett, A. A., Gabriel, A. S., & Calderwood, C. (2020). Examining the interplay of micro-break durations and activities for employee recovery: A mixed-methods investigation. Journal of Occupational Health Psychology.

Fritz, C., et al. (2013). Embracing Work Breaks: Recovering From Work Stress. Organizational Dynamics.

Cirillo, F. (2019). La tecnica del pomodoro: Il celebre metodo per gestire al meglio il proprio tempo e diventare più efficienti e organizzati. Tre60.

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Genitori iperprotettivi: quali rischi?

I genitori iperprotettivi vogliono proteggere e prevenire qualsiasi forma di male, dolore e infelicità ai figli.

Potrebbe sembrare un nobile proposito, spinto dall’amore incondizionato per essi, ma dietro a questo si celano risvolti negativi.

Questo eccesso di premura porta infatti i genitori a soccorrere i figli dalle brutte esperienze, dai fallimenti, dal rifiuto dei pari e da qualsiasi forma di delusione. Inoltre, essendo molto attenti a ogni pericolo o rischio che può verificarsi nella vita dei figli, anticipano ogni eventuale difficoltà.

Visto da fuori, un genitore iperprotettivo non è un “cattivo” genitore, anzi i suoi modi sono accoglienti e premurosi. Cercando di rendere la vita più facile al figlio, interviene al primo ostacolo eliminando ogni problema che esso incontra lungo il percorso di crescita. Questo può portare anche a sostituirsi al figlio o addirittura a fare le cose più sgradevoli al posto suo.

Dietro alle cure eccessive del genitore iperprotettivo si nasconde la convinzione che il figlio non possa farcela da solo. Il genitore percepisce come vulnerabile il bambino/ragazzo e finisce per trasmettere questa insicurezza anche al figlio. Spesso questi genitori bilanciano uno scarso senso di controllo delle difficoltà genitoriali con strategie di iper-controllo.

Questa percezione del figlio come fragile impedisce inoltre al genitore di essere autorevole nei suoi confronti, per cui trova improprio punirlo, stabilire delle regole e mantenerle.

Questi genitori hanno la tendenza a giustificare sempre il figlio anche di fronte agli altri e talvolta anche di fronte a comportamenti scorretti. Questi genitori investono molte energie e impegno per il successo del figlio, perché questo qualifica l’immagine del genitore stesso.

I genitori iperprotettivi rappresentano un modello genitoriale dominante nella società italiana degli ultimi anni (Nardone et al. 2012), sebbene la vita attuale appaia molto più sicura di quanto non sia stata in passato.

Tratti distintivi del genitore iperprotettivo

Le preoccupazioni dei genitori iperprotettivi possono riguardare qualsiasi aspetto della vita del figlio: la salute, l’aspetto estetico, l’alimentazione, così come l’istruzione, l’attività sportiva o le amicizie. Ciò che non è direttamente controllabile da loro viene indagato attraverso molte domande rivolte al figlio su cosa fa fuori casa, chi frequenta, come si relazionano gli altri con lui, ecc.

In base all’età dei figli questi genitori possono mettere in atto diversi comportamenti.

In età prescolare tenderanno ad esempio a limitarne l’esplorazione temendo che possano farsi male, oppure accorrono immediatamente dopo una semplice caduta senza danni.

Con i figli in età scolare potrebbero preoccuparsi di organizzare loro lo zaino e i compiti da svolgere, oppure che il figlio sia vestito alla moda e abbia gli stessi giocattoli dei compagni.

In età adolescenziale infine, si assicurerebbe che il figlio sia all’altezza dello status symbol prevalente e per questo non gli farebbero mancare nulla, dal cellulare al motorino alla festa di compleanno nel locale più in.

Questi sono solo alcuni esempi, ma in linea generale i comportamenti dei genitori iperprotettivi seguono questo stile:

  • Fa molte domande al figlio per sapere e avere pieno controllo della situazione;
  • Di fronte a un problema del figlio cerca di risolverlo in prima persona e a volte se ne assume la responsabilità;
  • Cerca di anticipare e prevenire le possibili difficoltà a cui può andare incontro il figlio;
  • E’ molto coinvolto nella vita scolastica o sportiva del figlio;
  • Limita la sua libertà ed esplorazione;
  • Si preoccupa molto dell’immagine che il figlio può mostrare;
  • Ricopre il figlio di attenzioni, beni e privilegi;
  • Ha molta difficoltà a stabilire delle regole e a farle rispettare con punizioni e correzioni.

I rischi di uno stile iperprotettivo

La peggiore conseguenza dello stile genitoriale iperprotettivo è di crescere figli impreparati alla vita.

Soccorrendo sempre il figlio e gestendo la sua vita gli togliamo il bisogno di sperimentare il rischio e la possibilità di assumersi le responsabilità, perché c’è sempre qualcuno pronto a risolvere i problemi.

Ma c’è dell’altro. Sostituirsi a qualcuno equivale a trasmettere questo messaggio squalificante: “faccio tutto per te perché in fondo tu non sei capace”. Questo può sedimentare insicurezza nella personalità del futuro adulto. Quando un genitore mostra paura nei confronti di molte cose, il figlio a sua volta sarà eccessivamente timoroso e insicuro nell’affrontare il mondo.

Ci sono molti studi che mostrano una correlazione tra l’ipercontrollo parentale e l’insorgenza di disturbi d’ansia, disturbi fobici e ossessivi e sintomi depressivi (Thomasgard, 1998; Chockalingam et al, 2022).

Diffidenza verso gli altri, insicurezza, dipendenza dal sostegno dell’adulto, scarsa autostima e sfiducia sono altri possibili risvolti di questo stile genitoriale.

In adolescenza sono stati riscontrati sintomi somatici, comportamenti devianti e una tendenza a chiudersi o mentire ai genitori per sfuggire al loro ipercontrollo (Janssens et al, 2009).

C’è infine un altro rischio: non far mancare nulla al figlio può far passare l’idea che questi nella vita abbia diritto a tutto per il solo fatto di esistere, piuttosto che impegnarsi per raggiungere dei traguardi. Molti di questi figli finiscono per arrendersi senza combattere, demandando ai genitori le sfide evolutive della transizione all’età adulta.

Consigli per genitori iperprotettivi

Di fronte a tutti questi rischi ci si può chiedere: può il troppo amore fare così tanti danni? In fondo questi genitori sono così premurosi perché pensano di dimostrare in questo modo il loro amore per i figli. Ma come abbiamo visto, a fronte di un fine amorevole, i mezzi sono a discapito del figlio.

Ciò che possiamo fare se ci rendiamo conto di ricoprire di eccessive cure i nostri figli è innanzitutto immaginare che tipo di persona ci aspettiamo diventi un domani. E questo possiamo farlo già dalla tenera età.

Prima di elargire un ennesimo regalo non richiesto, prima di un mancato rimprovero o di un “pronto soccorso” al figlio, chiediamoci se questo comportamento può essere utile in un’ottica futura della sua crescita.

Altre piccole cose che possiamo fare:

  • Di fronte a un pericolo, siediti vicino al bambino e spiegagli con calma perché quello che sta facendo è pericoloso. Reazioni esagerate non porterebbero a risultati migliori;
  • Informati sulle capacità tipiche dell’età di tuo figlio: se a quell’età può già conquistare autonomia nel fare qualcosa, abbi pazienza che impari a farlo da solo e non sostituirti a lui/lei nel farlo;
  • Quando tuo figlio si fa male, conta fino a 10 per vedere come reagisce lui prima di precipitarti;
  • Di fronte a una difficoltà, chiedi prima a lui/lei come pensa di affrontarla e superarla;
  • Piuttosto che riempire di domande tuo figlio per colmare il tuo bisogno di controllo, chiedigli cosa gli è piaciuto di più di quella giornata o cosa pensa di quella data situazione;
  • Aspetta che sia tuo figlio a esprimere un bisogno prima di anticiparlo tu;
  • Confrontati con genitori che hanno uno stile genitoriale più rilassato e autorevole.

Infine, ricordiamoci che è normale voler proteggere i nostri figli dalle brutte esperienze, ma avendo sempre presente che le difficoltà sono parte della vita.

Se pensi di non riuscire a gestire da solo questo aspetto dell’essere genitori puoi rivolgerti a un professionista del One Session Center.

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Riferimenti bibliografici

Chockalingam, M., Skinner, K., Melvin, G., & Yap, M. B. (2022). Modifiable Parent Factors Associated with Child and Adolescent School Refusal: A Systematic Review. Child Psychiatry & Human Development, 1-17.

Janssens, K. A., Oldehinkel, A. J., & Rosmalen, J. G. (2009). Parental overprotection predicts the development of functional somatic symptoms in young adolescents. The Journal of pediatrics, 154(6), 918-923.

Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2012). Modelli di famiglia. Ponte alle Grazie.

Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.

Thomasgard, M. (1998). Parental perceptions of child vulnerability, overprotection, and parental psychological characteristics. Child Psychiatry and Human Development, 28(4), 223-240.

Ungar, M. (2009). Overprotective parenting: Helping parents provide children the right amount of risk and responsibility. The American Journal of Family Therapy, 37(3), 258-271.

https://www.canr.msu.edu/news/overprotective_parenting_style (consultato in data 27/06/2022).

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Come risolvere gli attacchi di panico

E’ possibile risolvere gli attacchi di panico? In questo articolo vedremo cosa si intende per attacco di panico, quali sono le sue conseguenze e cosa si può fare per poterli risolvere.

La paura evitata diventa timor panico, la paura guardata in faccia diventa coraggio.

(Antico detto sumero)

Che cosa si intende per “attacco di panico”?

Per “attacco di panico” si intende un episodio di forte ansia, paura e angoscia che invade improvvisamente una persona, senza un pericolo apparente.

Può manifestarsi con sintomi anche molto diversi tra loro: sensazioni fisiche (es. palpitazioni, sudorazione, dolori all’addome, nausea, vertigini e capogiri, senso di soffocamento o svenimento…), stati emotivi (ansia, preoccupazione, paura) e cognitivi (pensieri, dubbi e domande martellanti). In alcuni casi si può sperimentare anche senso di irrealtà (derealizzazione) come se il mondo ci apparisse diverso e non “messo a fuoco”.

Talvolta ci si potrebbe anche sentire “distaccati dal proprio corpo”, senza averne più il controllo (depersonalizzazione). L’attacco di panico per via della sua imprevedibilità diviene un evento significativo nella vita di una persona, capace di far crollare le proprie certezze e trasmettere un forte senso di insicurezza.

Se l’esperienza si ripete nel tempo, la persona potrebbe sviluppare il cosiddetto “disturbo da attacchi di panico”, che consiste nella paura di poter avere nuovamente altri episodi di questo tipo, con tutte le sue conseguenze.

Cosa si prova durante un attacco di panico?

Per chi non ha mai avuto un attacco di panico è spesso difficile capire che cosa succeda in quel momento.

L’idea più comune è che l’attacco di panico sia qualcosa di visibile a occhio nudo, ad esempio una crisi fatta di urla e gesti inconsulti.

L’esperienza dell’attacco di panico invece è estremamente soggettiva: è importante quindi cercare di capire che cosa significhi averli per ciascuna persona e come si manifestano concretamente i suoi sintomi.

Alcune persone durante gli attacchi di panico rimangono impassibili e dall’esterno può essere impossibile capire che cosa stiano provando e di conseguenza fare qualcosa per aiutarle.

L’emozione prevalente dell’attacco di panico ad esempio potrebbe essere la paura, che può manifestarsi in diverse modalità: la paura di perdere il controllo oppure la paura di morire.

Nel primo caso la persona potrebbe avere pensieri di forte angoscia e non riuscire a sopportare la condizione in cui si trova. Potrebbe iniziare a convincersi di essere sul punto di impazzire e iniziare a immaginare di fare gesti folli pur di fuggire dal proprio malessere (come lanciarsi da un treno in corsa).

In questa situazione è probabile che la sofferenza venga tenuta per se stessi per vergogna o timore di non essere capiti dagli altri. Quando predomina invece la paura di morire, la persona potrebbe sperimentare una serie di sintomi così gravi da essere associati all’infarto: battito cardiaco accelerato, fame d’aria, dolori lancinanti al petto e dolori all’addome.

Quello che potrebbe lasciare l’attacco di panico è un profondo senso di solitudine, impotenza e insicurezza. La persona si ritrova così di punto in bianco in una spirale di sofferenza che può solo peggiorare.

Quali conseguenze può avere un attacco di panico?

Purtroppo nella maggior parte dei casi, dopo aver sperimentato il primo attacco di panico, si ha l’impressione che niente sia più come prima.

Quello che si desidera maggiormente è cercare di non provare più questa brutta esperienza.

La persona quindi potrebbe cercare di fronteggiare da sola il problema con diverse strategie, rischiando di peggiorare ulteriormente la propria condizione senza volerlo.

Ad esempio, si potrebbe iniziare a “scappare” dalla propria paura, evitando tutti i luoghi e le situazioni in cui si è già verificato o potrebbe verificarsi un nuovo attacco di panico.

Si potrebbe smettere di prendere i mezzi pubblici o la propria auto, oppure scegliere di non frequentare più quei posti specifici dove ci si è sentiti male.

In questo modo si potrebbe pensare di essere al sicuro ma a lungo andare ci si ritroverà isolati e limitati nelle proprie attività quotidiane, con la propria vita fortemente compromessa.

Chiudendo sempre più le proprie vie di uscita infatti, ci si infilerà in un tunnel ancora peggiore senza neanche rendersene conto.

Un altro modo per provare a fronteggiare il problema potrebbe essere chiedere aiuto alle persone care, parlando continuamente degli episodi vissuti e della propria paura.

Anche questo inizialmente potrebbe farci sentire meglio ma alla lunga non farà che incastrarci ancora di più nel problema. Inoltre rischieremmo di renderci insopportabili agli occhi degli altri!

Più si alimenta il problema infatti, più crescerà fino a divenire un gigante nella nostra vita.

Quando la parola non basta, si potrebbe chiedere ai propri cari di accompagnarci nelle nostre attività quotidiane. In questo modo non rischieremmo di trovarci da soli ad affrontare un nuovo attacco.

Questo supporto dall’esterno senz’altro potrebbe farci sentire molto amati da chi tiene a noi, ma alla lunga la presenza degli altri ci dirà una sola cosa. Ovvero che da soli non possiamo farcela, che abbiamo perso la nostra autonomia.

Come risolvere gli attacchi di panico?

La parola re-solvere ha già in sé la soluzione: si tratta di provare a “sciogliere” il problema, trovando nuove soluzioni rispetto a quelle che finora non sono risultate utili.

Chiedere da subito un aiuto ad uno specialista permetterà di risparmiare tempo prezioso e cominciare ad attuare un cambiamento funzionale e durevole nel tempo.

La Consulenza a Seduta Singola permette fin dal primo incontro di affrontare il problema definendolo in tutti i suoi aspetti peculiari. Si lavora su come il problema funziona per ciascuna persona e su cosa si è provato a fare finora per affrontarlo. In questo modo sarà possibile provare da subito a fare qualcosa di diverso per provare a cambiare le cose.

Se non sai da dove cominciare, potresti intanto chiedere un incontro agli psicologi di “One session”.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Se pensi che questo articolo possa essere utile, condividilo con chi potrebbe averne bisogno e lasciaci un commento sulla tua esperienza. Sentirsi meno soli potrebbe essere già un primo passo per uscire dal problema.

Riferimenti Bibliografici

Nardone, G. (2015). La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Ponte alle Grazie.

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Gestire la rabbia con la Terapia a Seduta Singola

Quali difficoltà possono insorgere se non si riesce a gestire la rabbia? In che modo la Terapia a Seduta Singola può venirci in aiuto? Lo scopriamo in questo articolo.

Definizione di rabbia e sue principali caratteristiche

La rabbia fa parte delle emozioni di base primarie (reazione affettive innate) ed è un’emozione universale e primordiale. A provare rabbia sono tutti gli esseri umani senza distinzione di età, di area geografica, di sesso.

Nella classificazione di Friesen ed Ekman la rabbia fa parte dell’elenco delle emozioni primarie: paura, rabbia, gioia, tristezza, disgusto e sorpresa.

Lo stesso nella classificazione di Plutchik dove le emozioni primarie sono: paura, rabbia, tristezza, gioia, disgusto, sorpresa, attesa, approvazione.

La rabbia ha come funzione adattiva quella di difendersi, di sopravvivere nell’ambiente. Essa aiuta l’individuo a mettere dei confini, ad affermarsi, è inoltre spinta all’attacco.

La rabbia come tutte le altre emozioni citate sopra non ha una connotazione negativa, è foriera anche essa di un messaggio che deve essere ascoltato e vissuto nella piena consapevolezza.

Nella vita di tutti i giorni rispondiamo con rabbia per esempio, di fronte ad un torto subito.

In alcuni casi la rabbia può essere espressa poi con dei comportamenti o delle espressioni verbali (urla, discussioni) in altri casi viene invece repressa o evitata.

Ad ogni modo qualunque sia la reazione, porta l’individuo ad uno stato tensivo molto forte.

L’andamento della rabbia si può presentare con dei picchi che tendono verso l’eccesso e a volte con intensità minore. Se l’andamento è verso l’eccesso la rabbia prenderà comunemente il nome di collera ed ira.

Se invece si dirigerà verso una intensità minore si chiamerà irritazione.

La rabbia, è un processo multi componenziale, in cui possiamo individuare almeno quattro componenti imprescindibili.

Esse sono la componente fisiologica, ossia la attivazione dell’organismo, la componente cognitiva, la componente espressiva e la componente comportamentale.

Nella esperienza individuale dello stato di rabbia rintracciamo tutti questi aspetti visibili nella persona: si accelera il battito, aumenta il flusso sanguigno, aumenta la tensione muscolare, aumenta la sensazione di calore e di sudorazione.

A livello espressivo cambia la mimica e la espressione facciale con cambiamenti generici del volto ravvisabili negli occhi, nelle labbra e nelle sopracciglia che cambiano forma, si modifica anche la postura.

Provare rabbia è un’esperienza che riguarda gli altri, ma potrebbe riguardare anche noi stessi, persone emotivamente lontane da noi, o persone a cui si è più legati sentimentalmente come per esempio a propria famiglia e i propri partner.

Dalla rabbia adattiva alla rabbia disadattiva

In linea generale, la rabbia comunica una funzione autodifensiva.

Si può parlare di una rabbia disadattiva, disfunzionale o patologica, quando crea una sofferenza individuale. E’ disattativa anche quando compromette le relazioni sociali o porta a compiere delle azioni dannose verso persone, cose o se stessi.

Nella maggior parte delle situazioni la rabbia è un campanello d’allarme utile per la nostra sopravvivenza. Altre volte può invece portare la persona a un vero e proprio stato di malessere.

In questo caso la rabbia se cronicizzata e non occasionale può portare a un peggioramento delle condizioni di vita della persona.

Questo peggioramento può poi dare sfogo anche a una serie di sintomatologie fisiche e psichiche in cui viene meno la armonia, l’equilibrio e il benessere in generale ed aumenta la inefficacia relazionale e la difficoltà di rapporti nella vita quotidiana.

Le reazioni disadattive alla rabbia sono di diversa tipologia e sono orientate all’evitamento o a un controllo eccessivo, per cui le persone reagiscono tenendo dentro la rabbia o invece esternalizzandola troppo, spesso esternalizzandola in modo inappropriato, mettendo in atto comportamenti o situazioni sconvenienti.

Si deduce che in un caso o nell’altro, sia trattenendo che tirando fuori, le due modalità, portano solo svantaggi. Se la rabbia inoltre permane a lungo non sarà lo stesso un buon segnale per l’individuo.

Cosa fare per la gestione della rabbia

Non saper gestire la rabbia nella maggior parte dei casi significa rischiare di recare danno agli altri e fare male a se stessi, intaccare i rapporti con chi ci circonda, e danneggiarci anche profondamente. Le ricadute della incapacità di gestione che possono verificarsi sono non solo psicologiche, ma anche fisiche. Alcuni studi hanno dimostrato che una situazione di rabbia costante porta a problemi di diversa natura organica come: la digestione, le funzioni epatiche, la muscolatura, i disturbi del sonno, e le emicranie che sono solo un piccolo esempio.

Quando si arriva a uno stato di malessere cronico diventa sicuramente importante rivolgersi a un terapeuta, che possa lavorare al fine di ripristinare un equilibrio nell’individuo.

Le psicoterapie brevi possono lavorare in pochi incontri ed in modo efficace, laddove sono stati fatti tentativi meditativi, pratiche yoga e si sia provato già ad intervenire cercando di allentare abitudini e comportamenti nocivi errati, tutte modalità che non sempre riescono a intervenire in modo risolutivo.

Imparare a gestire la rabbia, migliora il corretto funzionamento organico e psicologico. Con il terapeuta si può lavorare sulla sua gestione, per ripristinare un modo di vivere in cui l’ autocontrollo non ci fa sentire sopraffatti. Vivere in un costante stato di ruminazione rabbiosa cioè ripercorrere gli eventi che hanno generato la rabbia e rimanere in un loop di pensieri per alcuni diventa uno status quo, ma esso è assolutamente negativo per la mente.

Altra situazione invalidante è quando non si può nascondere la rabbia e se essa, inizia a guidarci in ogni azione che compiamo. Quando essa diventa lo stato emotivo prevalente, può portare a senso di colpa e a vergogna, e in alcuni casi a uno stato di isolamento, fino a sfociare in stati di depressione vera e propria.

La terapia a seduta singola per la gestione della rabbia

La domanda che ci poniamo come terapeuti specializzati nella pratica della Terapia a Seduta Singola è come essere efficaci ed efficienti anche in un solo incontro per lavorare sulla rabbia.

Cosa spaventa più una persona nel concetto di provare rabbia? Potrebbe essere provarla a lungo o provarla in diversi contesti. Oppure potrebbe essere non saper tenere a freno la rabbia, o ancora non riuscire a esternarla. Infine potrebbe temere di rovinare i rapporti, le relazioni per un eccesso della stessa.

Come abbiamo potuto osservare la rabbia può essere affrontata e valutata sotto diversi punti di vista, con la TSS diventa l’obiettivo in una singola sessione. Il paziente potrebbe arrivare nello studio con l’idea di voler abbassare la rabbia, di volerla controllare o diminuirla. Come potremmo lavorare?

Lavoreremo indagando le eccezioni al problema e verificando le tentate soluzioni. Esse sono schemi mentali o comportamenti attuati che in realtà perpetuano e fanno sussistere e mantengono in vita il problema.

Il terapeuta potrà decidere di sperimentare con il paziente già in seduta una nuova soluzione oppure dare un compito che poi la persona sperimenterà.

Un esempio sono le lettere della rabbia. Esse sono un potentissimo strumento per scaricare la rabbia.

La fanno fluire fuori con lo scopo di poter vivere poi con una qualità di vita migliore.

Le lettere consistono nello scrivere su un foglio, sino ad esaurimento dell’argomento. Vanno rivolte a chi o a cosa ha generato rabbia senza rileggere e senza controllare la correttezza della scrittura. Le lettere saranno mantenute dal paziente in un posto segreto o potranno essere distrutte in modo simbolico.

Un’altra modalità che si può sperimentare è quella di far elencare al paziente i segnali indici dell’arrivo della rabbia. Il riconoscerli, visualizzarli in forma scritta, prenderne consapevolezza ci dirige già verso una possibile individuazione di condotte più funzionali.

Se il problema è invece legato alla espressione verbale, può essere risolutiva una costruzione di un dialogo diverso ed efficace in cui la comunicazione può funzionare, senza scadere nella rabbia.

Se senti il bisogno di un aiuto professionale, contatta One Session!

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Riferimenti bibliografici

Anolli, L., (2002). Psicologia della comunicazione. Edizione Il Mulino

Cannistrà, F., Piccirilli, F., (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche

Di Donato, F., (2021). Counseling Psicologico- Il quaderno degli attrezzi per Psicologi e Dott. in tecniche psicologiche

D’Urso, V., Trentin, R. (2001). Introduzione alla psicologia delle emozioni. Laterza editore.

Ekman, P. & Oster, H. (1979) Facial Expression of emotion. Animal review of psicology. 20, 527-554.

Nardone, G., Watzlawick, P. (2007). L’arte del cambiamento

Secci, E.M., (2016). Le Tattiche del Cambiamento– Manuale di Psicoterapia Strategica

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Perfezionismo: è una risorsa o una trappola?

Il perfezionismo è una risorsa o una trappola? Essere persone precise, può rivelarsi sicuramente una risorsa. Ma l’eccesso di controllo, come vedremo in questo articolo, porta a perdere il controllo, rivelandosi una trappola.

Precisione e perfezione

Essere precisi, cercare di non lasciare le cose al caso, è sicuramente un atteggiamento apprezzabile. Permette di eseguire i compiti della nostra quotidianità con un certo impegno. Fa sì che non ci accontentiamo della mediocrità. Ci fa anche risparmiare energie, perché la precisione ci permette di vivere in maniera più ordinata, permettendoci di gestire il nostro spazio e il nostro tempo in maniera agile.

C’è chi però non si accontenta della precisione. Vuole la perfezione.

La perfezione è l’eccesso della precisione. E, lasciatemelo dire, è una condizione irrealistica.

Perfezionismo patologico

Questa ricerca assidua di perfezione può diventare causa di molta ansia: a mano a mano ci si renderà conto che esiste una perfezione ancora più perfetta e ci si andrà alla ricerca, senza mai porvi una fine.

I compiti portati a termine non saranno più fonte di gratificazione, ma pretesto per rimproverarsi. Farà capolino la paura di sbagliare, di fallire. La quotidianità diventerà fonte di forte stress.

Uno degli esiti è lo sviluppo del disturbo ossessivo – compulsivo.

Mantenere la precisione grazie all’imperfezione

Per poter mantenere il bello della precisione e non cadere nello stress dell’imperfezione, la cosa migliore da fare è “immunizzarsi” all’imperfezione. Creare, attraverso un allenamento graduale, una sorta di abituazione al fatto che la vita è imperfetta e non tutto può essere sempre sotto il nostro controllo.

Come fare?

Prenditi l’impegno quotidiano di mantenere una piccola imperfezione nelle tue attività. Imperfezione che, paradossalmente, sarà totalmente sotto il tuo controllo!

Sei abituato a pretendere il 100% in quello che fai? Lascia volontariamente incompleto il tuo compito del 10% e sperimenta quello che succede.

L’allenamento costante ti permetterà di rimanere una persona precisa, pur nell’imperfezione di questo mondo!

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Riferimenti bibliografici

Cannistrà, F., Piccirilli, (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

Nardone G. (2013), Psicotrappole. Firenze: Ponte alle Grazie

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Affrontare il fallimento

Cos’è il fallimento?

Il fallimento è un colpo allo stomaco, una profonda tristezza e anche una grande rabbia. Esso arriva strisciando oppure prende all’improvviso, in ogni caso lascia senza fiato.

Fallire non è un errore: un errore è un inciampo in un passo di danza, uno sbaffo su un quadro ancora imperfetto. Un errore è qualcosa che nella nostra mente può essere corretto. Un fallimento no.

Un fallimento è una macchia indelebile sul tessuto bianco del nostro abito. Rovina certe volte per sempre l’immagine di noi, di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere, di come vorremmo apparire nel mondo.

E allora, come si affronta il fallimento?

  • Una delle tentate soluzioni che istintivamente viene messa in campo è quella di sfogarsi o confidarsi con persone care o con amici per condividere il peso, ma anche per capire meglio che cosa è successo e come si è fatto ad arrivare a quella situazione.
  • Un’altra tentata soluzione è quella di far finta di niente, come se nulla ci possa scalfire o colpirci.
  • Ancora, un’altra tentata soluzione è quella di chiudersi in sé stessi e continuare a rimuginare costantemente sul perché questo è avvenuto, ripercorrendo infinite volte con la mente i fatti accaduti, le nostre azioni, le nostre parole, quello che è stato detto o fatto, andando alla spasmodica ricerca di quegli input che potrebbero cambiare la nostra visione delle cose.

Nulla di tutto questo funziona davvero perché anche se ci sembra all’inizio stare meglio, c’è sempre quella ondata di tristezza che ci coglie all’improvviso nostro malgrado in un momento qualsiasi della giornata. Magari nemmeno ci stavamo pensando oppure ci sveglia nel cuore della notte e ci fa precipitare di nuovo in un abisso di disperazione.

Qual è dunque la ragione del fallimento? Come si affronta? E a cosa ci serve?

Alain Rohet afferma che “accettare il fallimento è un’attitudine da vincenti”. Questo aforisma mi ha sempre lasciato perplessa e non l’ho capito fino in fondo se non recentemente.

Dopo aver affrontato diversi fallimenti importanti posso dire con cognizione di causa che non ci si abitua mai a questa terribile sensazione, ma si impara a utilizzare meglio tutte le proprie risorse e capacità per uscirne in tempi veramente brevi.

So-stare nel momento: sentire le emozioni, accettando tutto quel groviglio di emozioni e stati mentali che contraddistingue il momento.

Non si può pretendere di essere completamente indifferenti. Al contrario, in questo stato di scombussolamento, bisogna dare tempo e spazio al corpo e alla mente per assorbire ciò che stiamo provando, guardando a noi stessi con gentilezza e amore. Sospendere il giudizio e cavalcare l’onda anziché contrastarla.

Riposare per poter lasciare andare.

Pensare: nel giro di poco tempo la nostra mente recupererà il controllo e inizierà a pensare alle alternative, alle soluzioni, alle possibilità.

Esiste un ideogramma giapponese che a mio parere identifica molto bene la definizione di crisi. Si compone di due ideogrammi: pericolo e opportunità.

Quando affrontiamo un fallimento la nostra prima attenzione è tutta concentrata nel pericolo che stiamo correndo e le emozioni che proviamo nella mente e nel corpo ne sono l’espressione concreta.

Tuttavia, la parte potente della situazione si nasconde nel secondo ideogramma: opportunità. Poiché il terremoto della crisi rompe l’equilibrio, l’opportunità che ne nasce è quella di imparare identificando i punti di svolta che hanno determinato la situazione, accettando la responsabilità delle azioni compiute anche se sembra che non ci siano.

Ricordare: nel nostro passato abbiamo già affrontato e “vissuto” successi o fallimenti.

E siamo sopravvissuti ad entrambi. Se recuperiamo alla memoria questi importanti ricordi, ci rendiamo conto quali risorse, capacità, abilità e comportamenti ci hanno permesso di raggiungere quel risultato e trasformare il pericolo in opportunità.

Dopo questi 3 passaggi siamo pronti per cominciare a costruire o ricostruire passo passo il nostro futuro.

Nei percorsi di terapia breve si lavora su ogni singola fase per accompagnare e facilitare il percorso evolutivo necessario.

Diceva Churchill che il successo non è definitivo. Il fallimento non è mai fatale. E’ il coraggio di continuare che conta

Vi auguro coraggio. Tanto coraggio.

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Riferimenti bibliografici

Bibliografia

http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/adult-health/in-depth/denial/art-20047926?pg=2  http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-relief/art-20044456?pg=2  http://www.pbs.org/thisemotionallife/topic/humor/humor-and-resilience http://www.cognitivetherapyguide.org/negative-thinking-patterns.htm https://www.psychologytoday.com/blog/shyness-is-nice/201305/stop-fighting-your-negative-thoughts http://www.cognitivetherapyguide.org/thought-records.htm http://psychcentral.com/blog/archives/2014/02/16/8-tips-to-help-stop-ruminating/  http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-management/art-20044502?pg=1

http://www.nytimes.com/2014/10/26/opinion/sunday/the-problem-with-positive-thinking.html  

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La sindrome dell’impostore

Quando parliamo di sindrome dell’impostore a cosa ci riferiamo?

Il termine sindrome ci riporta come significato a un contenuto di classificazione nosografica. Va subito chiarito che la sindrome dell’impostore non è una malattia con una connotazione psichiatrica.

Il termine impostore richiama un concetto legato all’imbroglio, alla frode, all’inganno.

La sindrome dell’impostore è definibile come una serie di sensazioni e di pensieri che l’individuo vive, perché pensa che il successo raggiunto in diversi ambiti non è meritato.

Si tratta quindi di uno spiacevole vissuto che interferisce con il benessere complessivo sotto molti punti di vista.

Alla fine degli anni ’70 sono stati condotti i primi studi di questo fenomeno. Si è osservato come esso sia di natura trasversale e non riguarda specificatamente donne o uomini, coinvolge allo stesso tempo persone con diversi livelli sociali o con competenze diversificate a livello professionale.

Sembrerebbe comunque che siano più le donne a soffrirne, per quanto gli uomini non siano esenti dallo sperimentarla.

Oggi, le ricerche sembrano dimostrare che la sindrome dell’impostore sta aumentando e che, se non viene affrontata, rischia di cronicizzarsi.

Studi sulla sindrome dell’impostore.

Le psicologhe pionieristiche Clance e Imes iniziarono a parlare di tale sindrome nelle loro ricerche  a partire dal ’78.

Durante uno dei loro studi selezionarono un campione di donne che presentavano un alto livello intellettuale e culturale e che si era distinto per risultati accademici e per carriere professionali eccellenti, emerse una grande differenza nel campione.

Le donne con la sindrome dell’impostore, rispetto alle altre, a parità di titoli e posizioni raggiunte, credevano di non avere i numeri giusti per il successo e di non essere brillanti, ma che il loro successo fosse frutto di un inganno. Secondo loro, in buona sostanza, avevano  ingannato tutti gli altri che invece riconoscevano in loro le assolute competenze, le capacità ed i brillanti risultati.

Nonostante il funzionamento intellettuale  delle donne portatrici della sindrome fosse superiore e inconfutabile nelle dimostrazioni,  questa evidenza non veniva  considerata, e permaneva in loro stesse questa credenza.

In altri studi con un campione invece di studenti di diversi atenei Clance e Imes evidenziarono che molti studenti universitari sentivano di aver raggiunto posti prestigiosi senza meritarlo.

Anche questo, come nel primo caso delle donne di successo, veniva percepito da parte loro come un inganno, una vera frode che le persone sentivano di aver compiuto nei confronti della società. I premi, i riconoscimenti ed anche i semplici complimenti venivano giudicati come non meritati e non dovuti.

Come abbiamo già detto in apertura, questo fenomeno non è inserito nel DSM 5 o in qualche trattato diagnostico, ma dati alla mano e scorrendo la letteratura al riguardo, si evidenzia che il 70 % dell’intera popolazione mondiale ha sofferto, soffre nell’arco della vita di almeno un episodio di questa sindrome.

Perché la sindrome dell’impostore è un fenomeno che ha ripercussioni psicologiche?

La sindrome dell’impostore può portare un notevole disagio psicologico. Essa si riflette fortemente nella percezione che le persone hanno di loro stesse e si lega a due aree molto significative della vita: quelle legate alla posizione occupata nella società rispetto agli altri e alla dimensione  lavorativa. Chi soffre della sindrome dell’impostore prova senso di colpa e senso di inefficienza, va in stress più facilmente e rischia anche di entrare in burnout.

In cosa consiste la sindrome dell’impostore?

Chi ne soffre sviluppa una grande paura di fallire e un rimuginare su errori fatti in passato, una sensazione di incompetenza riguardo le proprie capacità.

Chi soffre di questo fenomeno è portato a pensare che il successo che si riscuote a livello personale non è meritato e sarebbe da attribuire al caso, alla fortuna, a condizioni favorevoli esterne e mai interne.

Si ha successo e si pensa sia non dovuto, non giustificabile, è questo lo stato d’animo prevalente. Nulla diventa proporzionale alla quantità di successo che si ha, perché se si soffre di questa sindrome, si vive in una condizione in cui ciò che abbiamo raggiunto non deriva da nostri mezzi, da nostre capacità, da un nostro sforzo ma sempre da qualcosa fuori.

Non ne sono immuni personaggi famosi, tanto per citarne uno su tutti lo stesso Einstein, che è stato vittima di questa sindrome, così emergerebbe da alcune confidenze fatte a un amico. Oltre a Einstein, per arrivare ai nostri giorni e a nomi molto familiari ne hanno parlato Michelle Obama, Serena Williams, Meryl Streep. La sindrome dell’impostore oltrepassa le differenze di genere e colpisce  persone importanti e non, nomi altisonanti e persone comuni.

Cosa si può leggere nella sindrome dell’impostore? A cosa porta questa sindrome?

Essa è legata alla percezione che si ha di sé, è legata alla sfera della autostima, se il livello di autostima è basso si minimizzerà il risultato.

Siccome la sindrome fa sentire costantemente gli individui in uno stato di tensione, perché percepiscono la possibilità che saranno prima o poi smascherati e che saranno scoperti, porta a dei veri e propri vissuti di ansia, che in alcuni casi più estremi sfocia in vissuti di angoscia.

Possono in alcuni casi svilupparsi un profondo senso di fallimento e una costante ricerca di perfezionismo.

L ‘ansia si può ancorare al fatto che chi soffre della sindrome diventa autocritico al massimo. Si ricerca costantemente il raggiungimento della perfezione, andando incontro a costanti rimuginii del pensiero, in un continuum che si spinge verso forme più invalidanti tanto è che si potrebbe approdare a un vero e proprio stato depressivo.

La ricerca della perfezione a tutti i costi è una delle implicazioni più pesanti che si porta dietro la sindrome dell’impostore. Un’altra è la sensazione di perpetuare un inganno ai danni degli altri, un inganno che prima o poi sarà smascherato.

Come aiutare chi soffre di questa sindrome?

Un percorso di terapia breve può permetterci di lavorare in modo efficace ed efficiente.

Attraverso la terapia si punterà alle risorse del paziente e si andranno a ristrutturare le credenze e a ricostruire la percezione di autostima errata, attribuendo il giusto valore alle mete raggiunte, ai risultati ottenuti.

L’autostima non è una caratteristica intrinseca che si possiede, ma un processo a cui si dovrebbe arrivare facendo una valutazione realistica delle proprie capacità.

La Terapia a Seduta Singola per la sindrome dell’impostore

La Terapia a Seduta Singola potrebbe essere preziosa e permetterci di arrivare all’obiettivo già con una sola seduta. In un colloquio si può lavorare sulla riappropriazione di una concezione positiva, che si riverbererà sul senso di autoefficacia individuale.

Con la Terapia a Seduta Singola potremmo far emergere quelli che sono i contenuti di critica interna. Si andranno poi ad esplorare le credenze e confutarle se esse allontanano la persona da una visione obiettiva di se stessa.

Si sottolineano i punti di forza e una rappresentazione di sé più consapevole. L’emergere della consapevolezza crea la base per uscire dalla sindrome.

Lavorare sulla autostima e sulla autoefficacia sgancia il soggetto da una visione aprioristicamente svuotata dal senso di merito ed incentrata invece sul senso di colpa.

Una strategia pratica e che può essere ripetuta quotidianamente e consigliata a chi si trova a vivere con questa sindrome, è quella di far elencare tutte le mete e tutti i traguardi raggiunti dalla persona. Assieme al terapeuta si possono riscrivere i passi conseguiti nella propria carriera, una sorta di carrellata dei successi più significativi.

Mettere in forma scritta gli obiettivi centrati, e visualizzarli in modo concreto, renderà difficile la negazione e darà una consistenza a ciò che si è conseguito. Questo permetterà alla persona di raggiungere la convinzione che essa ha meritato il posto il lavoro o la posizione che sta ricoprendo.

Ti trovi in un momento difficilin cui hai la sensazione di essere imprigionato? 

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Riferimenti bibliografici

Clance P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practise

Clance Pauline R.; O’ Toole, Maureen A., 1987. The Imposter Phenomenon: An internal barrier to empowerment and achievement

Flavio Cannistrà, Federico Piccirilli, 2020. Terapia a seduta singola Principi e Pratiche

Sandi Mann, 2021. La sindrome dell’impostore. Perché pensi che gli altri ti sopravvalutino.

Enrico Maria Secci, 2016. Le Tattiche del Cambiamento– Manuale di Psicoterapia Strategica

Francesca Di Donato, 2021. Counseling Psicologico

Flavio Cannistrà- Federico Piccirilli,2021. Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche

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Il ghosting e i suoi effetti: conoscerlo per affrontarlo

Il Ghosting è la volontà di sparire improvvisamente dalla vita di una persona senza alcun tipo di spiegazione, rompendo ogni comunicazione, divenendo appunto un fantasma. Ghost, in inglese.

È un fenomeno relazionale presente da sempre, ma in forme meno frequenti ed evidenti rispetto ad oggi. Quando il Cellulare non esisteva, la persona con cui si usciva non si faceva più viva, non chiamava e non rispondeva al telefono, non apriva la porta di casa. Senza alcuna spiegazione.

Accadeva anche tra amici. Il ghosting infatti può riguardare ogni tipo di relazione: lavorativa, amicale e sentimentale, anche se solitamente è più frequente in quest’ultima. E contrariamente a quanto si pensi, non ha genere sessuale, seppur gli uomini siano i maggiori fruitori di Ghosting.

Oggi iperconnessione e speed date, soprattutto virtuali, hanno generato una maggiore incapacità di sostenere la vicinanza emotiva in molte persone, cosicché il Ghosting è diventato di tendenza. Si evitano sentimenti forti sia in senso positivo che negativo. Si scappa da paura e rabbia o da “troppa felicità”. Non si vogliono affrontare problemi o impegni di sorta.

Quanto è diffuso il ghosting?

Un’intervista del Plenty of Fish su 800 Millenials tra i 18 e 33 anni, svolta nel 2016, ha evidenziato che il Ghosting miete molte vittime in questa fascia di età. L’80% degli intervistati ha risposto di essere stato Ghostato e il 73% vuole una storia seria senza perder tempo. Potremmo dire che alcuni Ghoster sono solo persone che in modo rapido, senza impegno e spiegazioni, perché “si dovrebbe capire”, passano a un altro appuntamento.

Altri sondaggi con soggetti più giovani hanno ottenuto simili risultati. Ghostizzarsi è più facile, con amici e partner, abituati a eliminare con un click un contatto. Il ghost incallito è desensibilizzato verso gli altri.

Eppure basterebbe avere una comunicazione assertiva, onesta e rispettare l’altro come persona.

Perché si finisce per fare ghosting?

Diversi sono i motivi per cui si sceglie di sparire senza motivarsi, in ogni caso alla base c’è un profondo desiderio di evitamento e distanziamento, per:

  • – l’incapacità di gestire le emozioni proprie e dell’altro, nell’affrontare una rottura o una discussione
  • – non essere in grado di comunicare assertivamente una spiegazione di perdita di interesse
  • – alimentare il puro egoismo e assenza di empatia, in cui l’altro è solo qualcosa che mi serve oppure no
  • – evitare lo stress e l’impegno di dare e trovare una spiegazione
  • – deresponsabilizzazione e insicurezza
  • – derealizzazione, perché si ritiene non reale la relazione vissuta, se nata sul web
  • – non vivere più una storia violenta. Questo è l’unico caso in cui chi scappa, può permettersi di farlo senza dover dare spiegazioni.

Alcuni Ghost ritornano, improvvisamente. Sono amanti delle sorprese, potremmo dire che da Ghost diventano Zombie. Lo Zombieng è un ghosting rivisitato, prevede il rientro anch’esso improvviso, dopo un periodo di abbandono totale per poi risparire. Il risultato in chi subisce questa altalena di apparizioni e sparizioni inaspettate, sono una reiterazione di traumi destabilizzanti. Non si sa mai cosa accadrà domani.

Quali conseguenze lascia tutto ciò?

Il Ghosting, così come lo Zombieng, è una tipologia di subdola violenza che lascia la vittima in balìa di sé stessa, rifiutata e abbandonata. Emergono

  • esperienze emotive passate,
  • colpevolizzazioni,
  • ricerca spesso ossessiva, ma fallimentare, di verità e chiarimenti di un ipotetico errore e problema per la maggior parte delle volte sconosciuti, con la speranza di riprendersi.

Ma non trova soluzioni né risposte. E allora la persona si comincia a sentire

  • sbagliata e profondamente sola,
  • ingannata e rifiutata,
  • non meritevole di stima, fiducia e rispetto,
  • impotente,
  • incapace di capire gli altri,
  • impossibilitata a potersi fidare di nuovo… di altre persone,
  • invisibile, che non esiste e non ha valore.

La persona infatti viene “spettrata”. Se non è umano è più facile non provare sentimenti e non parlarne nemmeno con un sms, come accade spesso tra chi è uscito massimo un paio di volte. Un po’ come quando ci si lasciava per lettera.

Non è piacevole e non possiamo dire sia il modo migliore, ma di certo può esserlo rispetto al dileguarsi. C’è anche da dire che meno tempo si è stati assieme (che siano un paio di uscite o un brevissimo tempo online), minore è la sofferenza di un sms di chiusura o di ghosting.

In ogni caso la rottura di un rapporto, soprattutto se lo si subisce, porta con sé disagio, e più è duraturo più provoca sofferenza e stress. Spesso la fine è anche traumatica, con liti e rivendicazioni. E si vive una perdita importante, a cui dover dare un significato personale e relazionale.

Ma con il ghosting, la perdita equivale a un vero e proprio lutto improvviso, senza possibilità di saluto finale. L’iniziale smarrimento incredulo e la frustrazione di non senso, di impotenza, le emozioni di tristezza, rabbia, senso di colpa innescate e i relativi effetti già citati, è possibile che nella persona ghostata si trasformino in vere e proprie sintomatologie da Trauma e Post- Trauma di tipo psico-fisiologico. Per citarne alcune:

  • Malessere generale
  • Emicranie ed insonnia
  • Inappetenza e irrequietezza
  • Minor produzione di endorfine e conseguente maggior dolore
  • Ansia
  • Depressione

Cosa fare per uscire dal corto circuito del Ghosting?

“Il tempo farà” dicevano i nostri nonni. Ma sappiamo che se il tempo non è usato al meglio non si avrà il risultato sperato. Continuare ad arrovellarsi con autocritica per cercare un senso, ma “un senso non ce l’ha”, diceva Vasco, fa rimanere nell’incertezza, alimentare gli effetti psicoemotivi e fisici, e dà potere al fantasma sulla propria persona.

Cosa puoi fare allora?

  1. Fai attività che aumentino pensieri piacevoli, che ti ricordino il tuo valore come persona. Chi sei, le qualità che hai, le passioni… Utilizza il tuo tempo alla riscoperta di te.
  2. Svolgi attività fisica per svuotare la mente, gestire i pensieri, distrarti e scaricare lo stress.
  3. Ricerca attività di rilassamento fisico e mentale, che ti permettano di essere a contatto con la natura e con te.
  4. Decidi di prenderti cura di te, senza pensare a ciò che hai perso ma a quanto hai guadagnato.
  5. Quando scegli di iniziare una relazione affettiva online, frequenta l’altro in presenza per permetterti di conoscerlo realmente.
  6. Incontra amici e persone reali che ti conoscano bene, per sperimentare ancora che una realtà vera esiste, che c’è chi ti ama e si arricchisce della tua presenza. La reciprocità e il rispetto sono alla base di ogni relazione.

A volte la complessità con cui epiloga un ghosting, richiede un supporto professionale. Se sei vittima di ghosting, zombieng, orbiting o deep fake non temere di chiedere aiuto.

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Riferimenti Bibliografici

Freedman, G., et al. (2018). Ghosting and destiny: Implicit theories of relationships predict beliefs about ghosting. Journal Of Social And Personal Relationships, 36(3), 905-924.

Manning, J., et al. (2021). Justifications for “Ghosting Out” of Developing or Ongoing Romantic Relationships: Anxieties Regarding Digitally-Mediated Romantic Interaction. In A. Hetsroni & M. Tuncez, It Happened on Tinder: Reflections and Studies on Internet-Infused Dating. Institute of Network Cultures. Retrieved 18 January 2021, from.

Moore, P. (2014, October 28). Poll Results: Ghosting. Retrieved from https://today.yougov.com/topics/lifestyle/articles-reports/2014/10/28/poll-results-ghosting

Morris, C. E., et al. (2011). Frequency, intensity and expression of post-relationship grief. EvoS Journal: The Journal of the Evolutionary Studies Consortium, 3, 1–11.

Sprecher, S., et al. (2010). Choosing Compassionate Strategies to End a Relationship. Social Psychology, 41(2), 66-75.

 

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Paura dei cambiamenti: piccoli passi per superarla.

I cambiamenti fanno paura.

Talvolta fanno così paura da convincerci che tutto dovrebbe rimanere costantemente uguale a se stesso.

Chi teme il cambiamento prova forte disagio e stress di fronte alle novità, arrivando a bloccare ogni istinto di trasformazione.

L’unica costante della vita è il cambiamento

Così recita un famoso detto.

Il cambiamento interessa tutti, costantemente. Cambiare significa crescere, adattarsi a nuove esigenze, acquisire nuovi saperi e nuove conoscenze.

Tutti nella nostra vita affrontiamo costantemente dei cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Talvolta senza accorgercene.

Ci sono tuttavia dei momenti in cui il cambiamento può diventare qualcosa percepito come troppo grande e pericoloso.

Come mai?

Quali aspetti del cambiamento fanno paura?

Ci sono tanti aspetti del cambiamento che possono fare paura.

In primis, il cambiamento porta con sé una sensazione di perdita. Perdita di quello che è stato finora e che conoscevamo molto bene, a favore dell’ignoto. “E se fosse peggio?”, “e se mi accorgessi di aver sbagliato?” sono alcune delle domande che possono accompagnare la fase di cambiamento.

Un secondo aspetto che può favorire l’immobilismo all’evoluzione è la paura di non essere all’altezza. Il fantasma del fallimento, pronto a puntarci il dito contro e a dirci che non siamo abbastanza, ci immobilizza. Finiamo per preferire la situazione spiacevole in cui ci troviamo, piuttosto che rischiare di sbagliare.

Affrontare la paura dei cambiamenti

La paura del cambiamento è normale. Ma la soluzione non può essere l’immobilismo.

In casi come questi può venirti utile la tecnica dei piccoli passi. In cosa consiste?

Invece che proiettare le tue fantasie e il tuo immaginario a cambiamento avvenuto, rischiando di spaventarti, cerca di vedere dove andrà messo il primo passo per cominciare a cambiare. Fatto il primo, penserai al secondo, e poi al terzo, e così via.

Tieni presente la meta, ma ancora di più chiediti qual è il più piccolo passo che ti muova in quella direzione, senza allontanarti troppo da dove sei ora, in modo da metabolizzare di volta in volta piccoli cambiamenti, quasi impercettibili.

Ogni passo aggiungerà qualcosa di nuovo rispetto a dove sei ora, ma non sarà troppo spaventoso da farti desistere e desiderare di non cambiare.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

I nostri psicologi e psicoterapeuti sono disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2009) Problem solving strategico da tasca. Firenze: Ponte alle Grazie

 

 

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Sai riconoscere i campanelli d’allarme di una relazione abusante?

Quando sentiamo il termine “relazione abusante”, pensiamo subito a quella relazione in cui ci sono abusi o violenza fisica all’interno di una coppia. Ma anche quella psicologica può essere altrettanto pericolosa e può portare a danni seri a livello personale e relazionale.

Talvolta questo tipo di violenza è meno evidente, poco riconosciuta, negata e perfino nascosta.

Sono infatti moltissime le situazioni di relazioni abusanti vissute come fossero la normalità, in cui ci si trova in modo quasi del tutto inconsapevole ad essere all’interno di dinamiche di coppia disfunzionali o pericolose. Per questo è fondamentale riconoscerle e chiedere aiuto per poterne uscire.

Come puoi capire se stai subendo una violenza psicologica da parte del partner?

Ecco dei campanelli d’allarme:

1. Isolamento

Ti è mai capitato di rinunciare a fare qualcosa per paura della sua reazione?

O di limitarti nel vedere amici, parenti o frequentare alcuni posti?

E ti è capitato che fosse il partner a chiederti di rinunciare? Di limitarti, di evitare di fare qualcosa?

Essere impegnati con una persona non dovrebbe mai essere un limite per la nostra libertà personale.

Se scegli di non partecipare a una festa, di non uscire con gli amici, di non coltivare più una tua passione perché temi che questo potrebbe togliere del tempo alla relaziono o il partner potrebbe arrabbiarsi, questo è un campanello d’allarme da non sottovalutare.

Ogni cosa che fai (o non fai) per non farlo arrabbiare, è violenza.

Attenzione anche all’aspetto economico: il partner potrebbe isolarti anche impedendoti di lavorare e quindi incentivando in te il bisogno di dipendere da lui.

2. Gelosia e possesso

Non può esistere amore senza fiducia. In una relazione abusante, può succedere spesso che il partner metta in dubbio le parole dell’altro e, nei casi peggiori, metta in atto dei comportamenti di controllo: controllare il telefono, spiare i social, chiamare amici per chiedere conferma dei racconti del partner, pedinare l’altro, reagire con rabbia se non risponde al telefono.

La gelosia estrema e soprattutto immotivata o il bisogno di possedere l’altro possono essere scambiati erroneamente per dimostrazioni di quanto interesse ha l’altro nei propri confronti. In realtà, questi comportamenti sono disfunzionali e non dovrebbero mai essere presenti in un rapporto di coppia sano.

3. Svalutazione

Un elemento sempre presente in una relazione abusante è la svalutazione.

Il tuo valore viene messo costantemente in dubbio e questo ti porta a sperimentare sentimenti di inadeguatezza, di mancanza, e dubiti costantemente delle tue risorse e capacità.

Inoltre, senti di non avere il giusto supporto quando soffri o quando raggiungi un traguardo importante, questo viene sminuito o minimizzato.

Un’ambizione, un progetto lavorativo, un sogno, un nuovo hobby vengono considerate cose di poco conto e per questo svalutate.

In alcuni casi, l’abitudine di sminuire o ridicolizzare potrebbe essere messa in atto anche davanti ad amici, parenti o in altre situazioni sociali.

4. Manipolazione

Ci sono persone che riescono a cambiare volontariamente il comportamento di chi hanno intorno, in modo da trarne beneficio.

All’interno di una relazione abusante partner potrebbe cercare di ottenere quello che vuole attraverso l’estorsione e il senso di colpa, oltre che la paura.

Spesso non riesce a gestire le sue reazioni e ti incolpa per questo: ad esempio potrebbe distruggere un oggetto in uno scatto di rabbia e dare la colpa a te: “Guarda per colpa tua cosa ho fatto!”.

Può anche intimorirti con affermazioni come “non provarci nemmeno”, “non ce la farai mai”.

Tutto questo va a minare la tua autostima, il tuo senso di efficacia e ti impedisce di liberarti di questa relazione.

In conclusione…

Riconoscere i campanelli d’allarme di una relazione abusante spesso non è semplice perché questi comportamenti sono subdoli ed inducono nell’altro inizialmente senso di appagamento e felicità e, successivamente, smarrimento e dipendenza.

Se, all’interno della tua relazione ti senti spesso in confusione, hai paura, senti che la tua libertà viene meno, vieni sempre accusata o messa in discussione, è possibile che sei intrappolata in una relazione abusante.

Per uscire da una situazione simile è necessario innanzitutto prendere consapevolezza della situazione in cui ci si trova ed il primo passo da fare è quello di riuscire a chiedere aiuto.

Ti ricordo che puoi sempre chiedere un incontro agli psicologi di “One session” e prenotare una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola per capire come poter affrontare i primi passi ed uscire da questa situazione nel più breve tempo possibile. I nostri terapeuti sono disponibili gratuitamente per ritagliarti uno spazio di 30 minuti tutti Martedì dalle 18:00 alle 20:00. Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti bibliografici

Cabras E., Saladino V. (2019). La dipendenza affettiva. Testimonianze e casi di manipolazione e violenza. Roma: Carocci Editore. Secci E.M. (2015). I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Youcanprint Self-Publishing

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11 mesi ago Umore

A due anni dal lockdown: la pandemic fatigue

Due anni fa l’Italia intera si trovava in lockdown. Non possiamo negare che la pandemia da Covid – 19 sia stata uno spartiacque tra la nostra vita “prima” e la nostra vita “dopo”, se di dopo si può già parlare.

Non è atipico sentire tutt’oggi gli strascichi psicologici di questo lungo periodo vissuto sotto stress. La Terapia a Seduta Singola, però, può dimostrarsi una valida alleata per riprendere la propria progettualità e uscire dalla crisi.

Come rispondiamo agli eventi stressanti

Cosa succede quando siamo sottoposti a lunghi periodi stressanti? Innanzitutto, cos’è lo stress?

Il termine stress venne introdotto da Seyle nel 1936, inteso come risposta ad eventi (stressors) che alterano un equilibrio (a livello fisico, sociale o ambientale) e che quindi richiedono un investimento di risorse per farvi fronte.

La risposta di stress si divide in tre fasi:

  • Fase di allarme: si attiva nei primi momenti in cui compare l’evento stressante. Le nostre energie sono canalizzate e ben focalizzate per fronteggiare lo stressor, tramite l’attacco o la fuga.
  • Fase della resistenza: di fronte al proseguire della situazione stressante, la nostra mente e il nostro fisico rimangono ben focalizzati, pronti e attivi nel fronteggiare la situazione.
  • Fase dell’esaurimento: sopraggiunge quando non si è più capaci di far fronte allo stress. Il sistema immunitario si indebolisce e ci si scarica anche dal punto di vista emotivo. Questo può avvenire perché non si avevano le risorse sufficienti per affrontare lo stressor, o perché la situazione stressante si è prolungata per troppo tempo.

La Pandemic Fatigue

Definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica” conseguente alla pandemia da Covid – 19, si stima che il 60% della popolazione si sia trovato a provarla.

Essa si manifesta con mancanza di energie, motivazione, programmazione rispetto alla propria vita, come se ci si fosse in un qualche modo “arresi” al fatto che una visione a lungo termine non sia più possibile.

Sono frequenti anche sbalzi d’umore, con rabbia e tristezza che la fanno da padrone, oltre a insonnia e sintomi fisici come tachicardia e capogiri.

La Terapia a Seduta Singola per riprendere in mano la progettualità della propria vita

Come superare questa fatica causata da un periodo di stress così prolungato? La Terapia a Seduta Singola può dare un grande aiuto in questo senso.

Un solo colloquio può aiutarti a trovare un obiettivo che possa essere realistico e raggiungibile (puoi scoprire di più su come imparare a porti degli obiettivi raggiungibili qui) e ad individuare le tue risorse per poter trovare strategie utili e pratiche per ottenere il cambiamento che desideri.

A volte basta un piccolo passo per ottenere un grande cambiamento e restituirti il senso di efficacia!

Vuoi provare? Contatta One Session!

Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.

I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!

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Riferimenti bibliografici

https://www.psychologytoday.com/us/blog/debunking-myths-the-mind/202203/feeling-fatigued-and-burned-out-inflammation-may-be-playing (consultato in data 11/03/2022)

https://www.euro.who.int/en/health-topics/health-determinants/behavioural-and-cultural-insights-for-health/news2/news/2020/10/how-to-counter-pandemic-fatigue-and-refresh-public-commitment-to-covid-19-prevention-measures (consultato in data 11/03/2022)

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Come imparare a porsi obiettivi raggiungibili

Fatichi a raggiungere i tuoi obiettivi, e questo è causa di grande frustrazione? Sei sicuro di porti degli obiettivi raggiungibili? In questo articolo andremo a capire meglio come impostare i propri obiettivi in maniera efficace.

Definire l’obiettivo

Gli antichi latini insegnavano che “la nave non va da nessuna parte se non conosce la rotta”.

Per conoscere la rotta, definirla ed immaginarla è necessario avere una forte motivazione che fornisce l’energia all’individuo per poter arrivare alla meta.

In una prima fase di ragionamento, circa ciò che si vuole raggiungere, bisogna essere attenti a non confondersi con il desiderio.

Il desiderio può essere inteso come un sentimento di ricerca appassionata o di attesa del possesso, è tutto quello che piacerebbe fare o avere ma non è presente un impegno volontario per il raggiungimento dello stesso.

Manca nel desiderio il concetto di sacrificio e messa in discussione della realtà che circonda l’individuo.

Un obiettivo invece è ciò che siamo in grado di identificare, misurare e quantificare.

E’ ciò che si vuole ardentemente raggiungere, presenta consapevolezza delle azioni molto impegnative per il raggiungimento del proprio scopo.

Nell’obiettivo c’è un investimento personale che accoglie tutte le risorse ed esse vengono investite per volontà conscia.

Il desiderio potrebbe non trasformarsi mai in obiettivo se non viene contestualizzato e se non vengono fatte concretamente le azioni necessarie per trasformarlo in obiettivo.

Un desiderio diventa un obiettivo nel momento in cui viene stabilito un piano d’azione per realizzarlo.

La differenza principale sta nella contestualizzazione, ovvero nella concretezza delle operazioni che svolgiamo per raggiungere ciò che vogliamo.

Obiettivi SMART

Avere un pensiero chiaro è la prima azione utile da mettere in atto.

Ci sono modi di pensare funzionali e altri meno, alcuni costruttivi e altri distruttivi.

Il modo di pensare determina il modo di vivere ed essere perché dal mindset dipendono le reazioni alle situazioni.

Citato per la prima volta in una pubblicazione nel 1981 da George T. Doran e ampliato successivamente dal professor Robert S. Ruben, SMART è un acronimo che significa: Specific (specifico), Measurable (misurabile), Achievable (Raggiungibile), Realistic (Realistico), Time bound (definito nel tempo).

Il criterio SMART afferma che gli obiettivi per essere attuabili devono avere queste caratteristiche.

Specifico: essere chiari e precisi a proposito degli obiettivi e aspettative è il primo passo per arrivare alla meta.

Se la definizione è troppo ampia, gli obiettivi diventano difficili è c’è maggior rischio di incorrere in errori e fraintendimenti.

Misurabile: occorre capire a che punto ci si trova del percorso per pensare ai passi successivi. Quantificare i comportamenti, le azioni sarà utile per valutare le proprie prestazioni e rimanere sulla rotta.

Raggiungibile: è importante considerare gli obiettivi realistici senza essere troppo ambiziosi.

La motivazione dovrà essere alta e bisogna tener conto dei limiti interni ed esterni , il percorso deve essere sostenibile.

Realistico: oltre che realizzabili, gli obiettivi devono essere pertinenti. Avere obiettivi troppo facili non favoriscono il miglioramento se sono troppo complessi il rischio è una bassa motivazione e una perdita di coinvolgimento. Bisogna costantemente verificare in itinere il giusto equilibrio del percorso che si sta effettuando.

Definire il tempo: nella fase di pianificazione delle azioni utili al raggiungimento degli obiettivi occorre pensare alla tempistica.

Un obiettivo definito nel tempo può prevedere un punto di inizio e un punto di fine oppure tappe intermedie.

Utile sarà comprendere il monitoraggio giornaliero, settimanale o mensile.

Azioni strategiche per raggiungere obiettivi

  • Definire le priorità dei comportamenti da attuare prima di compiere il primo passo.
  • Analizzare bene le aree da cui partire e se una parte richiede più sforzo, suddividere il compito in piccoli obiettivi più specifici.
  • Compiere piccoli passi e rispettare il proprio tempo.
  • Essere flessibili con gli imprevisti.
  • Prevedere anticipatamente dei percorsi alternativi nel caso in cui ci fosse un’inconveniente.
  • Prevedere una fase di rivalutazione degli obiettivi iniziale alla luce di ciò che si sta compiendo. Migliorare è sempre possibile!
  • Ricordare di osservare i progressi e di riconoscere a se stessi il valore del proprio lavoro.
  • Celebrare il successo quando sono evidenti i traguardi raggiunti.
  • Essere costanti e creare nuove abitudini consente di consolidare i progressi e dirige verso impegno e disciplina.
  • Ricordare di essere precisi ma poco severi con se stessi.

Impostare un pensiero strategico consente di pensare l’obiettivo finale ma anche di poter risalire al punto in cui ci si trova e ritracciare la propria rotta.

Le ipotesi aiutano a riflettere, il confronto aiuta a scegliere.

Ricordare di porsi sempre obiettivi.

Senti di avere bisogno di un aiuto in più per definire al meglio i tuoi obiettivi e il piano d’azione da seguire?
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Riferimenti bibliografici

https://www.metodo-ongaro.com/blog/come-porsi-degli-obiettivi-e-raggiungerli (consultato in data 04/02/2022)

https://www.corriere.it/native-adv/chebanca-longform03-come-imparare-a-darsi-obiettivi.shtml (consultato in data 09/02/2022)

https://www.wikihow.it/Definire-degli-Obiettivi-e-Raggiungerli (consultato in data 09/02/2022)

https://www.mirkocuneo.it/importanza-degli-obiettivi/(consultato in data 09/02/2022)

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