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Tags Archives: Terapia Seduta Singola

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La sindrome dell’impostore

Quando parliamo di sindrome dell’impostore a cosa ci riferiamo?

Il termine sindrome ci riporta come significato a un contenuto di classificazione nosografica. Va subito chiarito che la sindrome dell’impostore non è una malattia con una connotazione psichiatrica.

Il termine impostore richiama un concetto legato all’imbroglio, alla frode, all’inganno.

La sindrome dell’impostore è definibile come una serie di sensazioni e di pensieri che l’individuo vive, perché pensa che il successo raggiunto in diversi ambiti non è meritato.

Si tratta quindi di uno spiacevole vissuto che interferisce con il benessere complessivo sotto molti punti di vista.

Alla fine degli anni ’70 sono stati condotti i primi studi di questo fenomeno. Si è osservato come esso sia di natura trasversale e non riguarda specificatamente donne o uomini, coinvolge allo stesso tempo persone con diversi livelli sociali o con competenze diversificate a livello professionale.

Sembrerebbe comunque che siano più le donne a soffrirne, per quanto gli uomini non siano esenti dallo sperimentarla.

Oggi, le ricerche sembrano dimostrare che la sindrome dell’impostore sta aumentando e che, se non viene affrontata, rischia di cronicizzarsi.

Studi sulla sindrome dell’impostore.

Le psicologhe pionieristiche Clance e Imes iniziarono a parlare di tale sindrome nelle loro ricerche  a partire dal ’78.

Durante uno dei loro studi selezionarono un campione di donne che presentavano un alto livello intellettuale e culturale e che si era distinto per risultati accademici e per carriere professionali eccellenti, emerse una grande differenza nel campione.

Le donne con la sindrome dell’impostore, rispetto alle altre, a parità di titoli e posizioni raggiunte, credevano di non avere i numeri giusti per il successo e di non essere brillanti, ma che il loro successo fosse frutto di un inganno. Secondo loro, in buona sostanza, avevano  ingannato tutti gli altri che invece riconoscevano in loro le assolute competenze, le capacità ed i brillanti risultati.

Nonostante il funzionamento intellettuale  delle donne portatrici della sindrome fosse superiore e inconfutabile nelle dimostrazioni,  questa evidenza non veniva  considerata, e permaneva in loro stesse questa credenza.

In altri studi con un campione invece di studenti di diversi atenei Clance e Imes evidenziarono che molti studenti universitari sentivano di aver raggiunto posti prestigiosi senza meritarlo.

Anche questo, come nel primo caso delle donne di successo, veniva percepito da parte loro come un inganno, una vera frode che le persone sentivano di aver compiuto nei confronti della società. I premi, i riconoscimenti ed anche i semplici complimenti venivano giudicati come non meritati e non dovuti.

Come abbiamo già detto in apertura, questo fenomeno non è inserito nel DSM 5 o in qualche trattato diagnostico, ma dati alla mano e scorrendo la letteratura al riguardo, si evidenzia che il 70 % dell’intera popolazione mondiale ha sofferto, soffre nell’arco della vita di almeno un episodio di questa sindrome.

Perché la sindrome dell’impostore è un fenomeno che ha ripercussioni psicologiche?

La sindrome dell’impostore può portare un notevole disagio psicologico. Essa si riflette fortemente nella percezione che le persone hanno di loro stesse e si lega a due aree molto significative della vita: quelle legate alla posizione occupata nella società rispetto agli altri e alla dimensione  lavorativa. Chi soffre della sindrome dell’impostore prova senso di colpa e senso di inefficienza, va in stress più facilmente e rischia anche di entrare in burnout.

In cosa consiste la sindrome dell’impostore?

Chi ne soffre sviluppa una grande paura di fallire e un rimuginare su errori fatti in passato, una sensazione di incompetenza riguardo le proprie capacità.

Chi soffre di questo fenomeno è portato a pensare che il successo che si riscuote a livello personale non è meritato e sarebbe da attribuire al caso, alla fortuna, a condizioni favorevoli esterne e mai interne.

Si ha successo e si pensa sia non dovuto, non giustificabile, è questo lo stato d’animo prevalente. Nulla diventa proporzionale alla quantità di successo che si ha, perché se si soffre di questa sindrome, si vive in una condizione in cui ciò che abbiamo raggiunto non deriva da nostri mezzi, da nostre capacità, da un nostro sforzo ma sempre da qualcosa fuori.

Non ne sono immuni personaggi famosi, tanto per citarne uno su tutti lo stesso Einstein, che è stato vittima di questa sindrome, così emergerebbe da alcune confidenze fatte a un amico. Oltre a Einstein, per arrivare ai nostri giorni e a nomi molto familiari ne hanno parlato Michelle Obama, Serena Williams, Meryl Streep. La sindrome dell’impostore oltrepassa le differenze di genere e colpisce  persone importanti e non, nomi altisonanti e persone comuni.

Cosa si può leggere nella sindrome dell’impostore? A cosa porta questa sindrome?

Essa è legata alla percezione che si ha di sé, è legata alla sfera della autostima, se il livello di autostima è basso si minimizzerà il risultato.

Siccome la sindrome fa sentire costantemente gli individui in uno stato di tensione, perché percepiscono la possibilità che saranno prima o poi smascherati e che saranno scoperti, porta a dei veri e propri vissuti di ansia, che in alcuni casi più estremi sfocia in vissuti di angoscia.

Possono in alcuni casi svilupparsi un profondo senso di fallimento e una costante ricerca di perfezionismo.

L ‘ansia si può ancorare al fatto che chi soffre della sindrome diventa autocritico al massimo. Si ricerca costantemente il raggiungimento della perfezione, andando incontro a costanti rimuginii del pensiero, in un continuum che si spinge verso forme più invalidanti tanto è che si potrebbe approdare a un vero e proprio stato depressivo.

La ricerca della perfezione a tutti i costi è una delle implicazioni più pesanti che si porta dietro la sindrome dell’impostore. Un’altra è la sensazione di perpetuare un inganno ai danni degli altri, un inganno che prima o poi sarà smascherato.

Come aiutare chi soffre di questa sindrome?

Un percorso di terapia breve può permetterci di lavorare in modo efficace ed efficiente.

Attraverso la terapia si punterà alle risorse del paziente e si andranno a ristrutturare le credenze e a ricostruire la percezione di autostima errata, attribuendo il giusto valore alle mete raggiunte, ai risultati ottenuti.

L’autostima non è una caratteristica intrinseca che si possiede, ma un processo a cui si dovrebbe arrivare facendo una valutazione realistica delle proprie capacità.

La Terapia a Seduta Singola per la sindrome dell’impostore

La Terapia a Seduta Singola potrebbe essere preziosa e permetterci di arrivare all’obiettivo già con una sola seduta. In un colloquio si può lavorare sulla riappropriazione di una concezione positiva, che si riverbererà sul senso di autoefficacia individuale.

Con la Terapia a Seduta Singola potremmo far emergere quelli che sono i contenuti di critica interna. Si andranno poi ad esplorare le credenze e confutarle se esse allontanano la persona da una visione obiettiva di se stessa.

Si sottolineano i punti di forza e una rappresentazione di sé più consapevole. L’emergere della consapevolezza crea la base per uscire dalla sindrome.

Lavorare sulla autostima e sulla autoefficacia sgancia il soggetto da una visione aprioristicamente svuotata dal senso di merito ed incentrata invece sul senso di colpa.

Una strategia pratica e che può essere ripetuta quotidianamente e consigliata a chi si trova a vivere con questa sindrome, è quella di far elencare tutte le mete e tutti i traguardi raggiunti dalla persona. Assieme al terapeuta si possono riscrivere i passi conseguiti nella propria carriera, una sorta di carrellata dei successi più significativi.

Mettere in forma scritta gli obiettivi centrati, e visualizzarli in modo concreto, renderà difficile la negazione e darà una consistenza a ciò che si è conseguito. Questo permetterà alla persona di raggiungere la convinzione che essa ha meritato il posto il lavoro o la posizione che sta ricoprendo.

Ti trovi in un momento difficilin cui hai la sensazione di essere imprigionato? 

Vuoi ottenere un cambiamento?

Chiedi aiuto a ONE SESSION.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione. Prenota una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram

 

Riferimenti bibliografici

Clance P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practise

Clance Pauline R.; O’ Toole, Maureen A., 1987. The Imposter Phenomenon: An internal barrier to empowerment and achievement

Flavio Cannistrà, Federico Piccirilli, 2020. Terapia a seduta singola Principi e Pratiche

Sandi Mann, 2021. La sindrome dell’impostore. Perché pensi che gli altri ti sopravvalutino.

Enrico Maria Secci, 2016. Le Tattiche del Cambiamento– Manuale di Psicoterapia Strategica

Francesca Di Donato, 2021. Counseling Psicologico

Flavio Cannistrà- Federico Piccirilli,2021. Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche

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Il ghosting e i suoi effetti: conoscerlo per affrontarlo

Il Ghosting è la volontà di sparire improvvisamente dalla vita di una persona senza alcun tipo di spiegazione, rompendo ogni comunicazione, divenendo appunto un fantasma. Ghost, in inglese.

È un fenomeno relazionale presente da sempre, ma in forme meno frequenti ed evidenti rispetto ad oggi. Quando il Cellulare non esisteva, la persona con cui si usciva non si faceva più viva, non chiamava e non rispondeva al telefono, non apriva la porta di casa. Senza alcuna spiegazione.

Accadeva anche tra amici. Il ghosting infatti può riguardare ogni tipo di relazione: lavorativa, amicale e sentimentale, anche se solitamente è più frequente in quest’ultima. E contrariamente a quanto si pensi, non ha genere sessuale, seppur gli uomini siano i maggiori fruitori di Ghosting.

Oggi iperconnessione e speed date, soprattutto virtuali, hanno generato una maggiore incapacità di sostenere la vicinanza emotiva in molte persone, cosicché il Ghosting è diventato di tendenza. Si evitano sentimenti forti sia in senso positivo che negativo. Si scappa da paura e rabbia o da “troppa felicità”. Non si vogliono affrontare problemi o impegni di sorta.

Quanto è diffuso il ghosting?

Un’intervista del Plenty of Fish su 800 Millenials tra i 18 e 33 anni, svolta nel 2016, ha evidenziato che il Ghosting miete molte vittime in questa fascia di età. L’80% degli intervistati ha risposto di essere stato Ghostato e il 73% vuole una storia seria senza perder tempo. Potremmo dire che alcuni Ghoster sono solo persone che in modo rapido, senza impegno e spiegazioni, perché “si dovrebbe capire”, passano a un altro appuntamento.

Altri sondaggi con soggetti più giovani hanno ottenuto simili risultati. Ghostizzarsi è più facile, con amici e partner, abituati a eliminare con un click un contatto. Il ghost incallito è desensibilizzato verso gli altri.

Eppure basterebbe avere una comunicazione assertiva, onesta e rispettare l’altro come persona.

Perché si finisce per fare ghosting?

Diversi sono i motivi per cui si sceglie di sparire senza motivarsi, in ogni caso alla base c’è un profondo desiderio di evitamento e distanziamento, per:

  • – l’incapacità di gestire le emozioni proprie e dell’altro, nell’affrontare una rottura o una discussione
  • – non essere in grado di comunicare assertivamente una spiegazione di perdita di interesse
  • – alimentare il puro egoismo e assenza di empatia, in cui l’altro è solo qualcosa che mi serve oppure no
  • – evitare lo stress e l’impegno di dare e trovare una spiegazione
  • – deresponsabilizzazione e insicurezza
  • – derealizzazione, perché si ritiene non reale la relazione vissuta, se nata sul web
  • – non vivere più una storia violenta. Questo è l’unico caso in cui chi scappa, può permettersi di farlo senza dover dare spiegazioni.

Alcuni Ghost ritornano, improvvisamente. Sono amanti delle sorprese, potremmo dire che da Ghost diventano Zombie. Lo Zombieng è un ghosting rivisitato, prevede il rientro anch’esso improvviso, dopo un periodo di abbandono totale per poi risparire. Il risultato in chi subisce questa altalena di apparizioni e sparizioni inaspettate, sono una reiterazione di traumi destabilizzanti. Non si sa mai cosa accadrà domani.

Quali conseguenze lascia tutto ciò?

Il Ghosting, così come lo Zombieng, è una tipologia di subdola violenza che lascia la vittima in balìa di sé stessa, rifiutata e abbandonata. Emergono

  • esperienze emotive passate,
  • colpevolizzazioni,
  • ricerca spesso ossessiva, ma fallimentare, di verità e chiarimenti di un ipotetico errore e problema per la maggior parte delle volte sconosciuti, con la speranza di riprendersi.

Ma non trova soluzioni né risposte. E allora la persona si comincia a sentire

  • sbagliata e profondamente sola,
  • ingannata e rifiutata,
  • non meritevole di stima, fiducia e rispetto,
  • impotente,
  • incapace di capire gli altri,
  • impossibilitata a potersi fidare di nuovo… di altre persone,
  • invisibile, che non esiste e non ha valore.

La persona infatti viene “spettrata”. Se non è umano è più facile non provare sentimenti e non parlarne nemmeno con un sms, come accade spesso tra chi è uscito massimo un paio di volte. Un po’ come quando ci si lasciava per lettera.

Non è piacevole e non possiamo dire sia il modo migliore, ma di certo può esserlo rispetto al dileguarsi. C’è anche da dire che meno tempo si è stati assieme (che siano un paio di uscite o un brevissimo tempo online), minore è la sofferenza di un sms di chiusura o di ghosting.

In ogni caso la rottura di un rapporto, soprattutto se lo si subisce, porta con sé disagio, e più è duraturo più provoca sofferenza e stress. Spesso la fine è anche traumatica, con liti e rivendicazioni. E si vive una perdita importante, a cui dover dare un significato personale e relazionale.

Ma con il ghosting, la perdita equivale a un vero e proprio lutto improvviso, senza possibilità di saluto finale. L’iniziale smarrimento incredulo e la frustrazione di non senso, di impotenza, le emozioni di tristezza, rabbia, senso di colpa innescate e i relativi effetti già citati, è possibile che nella persona ghostata si trasformino in vere e proprie sintomatologie da Trauma e Post- Trauma di tipo psico-fisiologico. Per citarne alcune:

  • Malessere generale
  • Emicranie ed insonnia
  • Inappetenza e irrequietezza
  • Minor produzione di endorfine e conseguente maggior dolore
  • Ansia
  • Depressione

Cosa fare per uscire dal corto circuito del Ghosting?

“Il tempo farà” dicevano i nostri nonni. Ma sappiamo che se il tempo non è usato al meglio non si avrà il risultato sperato. Continuare ad arrovellarsi con autocritica per cercare un senso, ma “un senso non ce l’ha”, diceva Vasco, fa rimanere nell’incertezza, alimentare gli effetti psicoemotivi e fisici, e dà potere al fantasma sulla propria persona.

Cosa puoi fare allora?

  1. Fai attività che aumentino pensieri piacevoli, che ti ricordino il tuo valore come persona. Chi sei, le qualità che hai, le passioni… Utilizza il tuo tempo alla riscoperta di te.
  2. Svolgi attività fisica per svuotare la mente, gestire i pensieri, distrarti e scaricare lo stress.
  3. Ricerca attività di rilassamento fisico e mentale, che ti permettano di essere a contatto con la natura e con te.
  4. Decidi di prenderti cura di te, senza pensare a ciò che hai perso ma a quanto hai guadagnato.
  5. Quando scegli di iniziare una relazione affettiva online, frequenta l’altro in presenza per permetterti di conoscerlo realmente.
  6. Incontra amici e persone reali che ti conoscano bene, per sperimentare ancora che una realtà vera esiste, che c’è chi ti ama e si arricchisce della tua presenza. La reciprocità e il rispetto sono alla base di ogni relazione.

A volte la complessità con cui epiloga un ghosting, richiede un supporto professionale. Se sei vittima di ghosting, zombieng, orbiting o deep fake non temere di chiedere aiuto.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.

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Riferimenti Bibliografici

Freedman, G., et al. (2018). Ghosting and destiny: Implicit theories of relationships predict beliefs about ghosting. Journal Of Social And Personal Relationships, 36(3), 905-924.

Manning, J., et al. (2021). Justifications for “Ghosting Out” of Developing or Ongoing Romantic Relationships: Anxieties Regarding Digitally-Mediated Romantic Interaction. In A. Hetsroni & M. Tuncez, It Happened on Tinder: Reflections and Studies on Internet-Infused Dating. Institute of Network Cultures. Retrieved 18 January 2021, from.

Moore, P. (2014, October 28). Poll Results: Ghosting. Retrieved from https://today.yougov.com/topics/lifestyle/articles-reports/2014/10/28/poll-results-ghosting

Morris, C. E., et al. (2011). Frequency, intensity and expression of post-relationship grief. EvoS Journal: The Journal of the Evolutionary Studies Consortium, 3, 1–11.

Sprecher, S., et al. (2010). Choosing Compassionate Strategies to End a Relationship. Social Psychology, 41(2), 66-75.

 

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Paura dei cambiamenti: piccoli passi per superarla.

I cambiamenti fanno paura.

Talvolta fanno così paura da convincerci che tutto dovrebbe rimanere costantemente uguale a se stesso.

Chi teme il cambiamento prova forte disagio e stress di fronte alle novità, arrivando a bloccare ogni istinto di trasformazione.

L’unica costante della vita è il cambiamento

Così recita un famoso detto.

Il cambiamento interessa tutti, costantemente. Cambiare significa crescere, adattarsi a nuove esigenze, acquisire nuovi saperi e nuove conoscenze.

Tutti nella nostra vita affrontiamo costantemente dei cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Talvolta senza accorgercene.

Ci sono tuttavia dei momenti in cui il cambiamento può diventare qualcosa percepito come troppo grande e pericoloso.

Come mai?

Quali aspetti del cambiamento fanno paura?

Ci sono tanti aspetti del cambiamento che possono fare paura.

In primis, il cambiamento porta con sé una sensazione di perdita. Perdita di quello che è stato finora e che conoscevamo molto bene, a favore dell’ignoto. “E se fosse peggio?”, “e se mi accorgessi di aver sbagliato?” sono alcune delle domande che possono accompagnare la fase di cambiamento.

Un secondo aspetto che può favorire l’immobilismo all’evoluzione è la paura di non essere all’altezza. Il fantasma del fallimento, pronto a puntarci il dito contro e a dirci che non siamo abbastanza, ci immobilizza. Finiamo per preferire la situazione spiacevole in cui ci troviamo, piuttosto che rischiare di sbagliare.

Affrontare la paura dei cambiamenti

La paura del cambiamento è normale. Ma la soluzione non può essere l’immobilismo.

In casi come questi può venirti utile la tecnica dei piccoli passi. In cosa consiste?

Invece che proiettare le tue fantasie e il tuo immaginario a cambiamento avvenuto, rischiando di spaventarti, cerca di vedere dove andrà messo il primo passo per cominciare a cambiare. Fatto il primo, penserai al secondo, e poi al terzo, e così via.

Tieni presente la meta, ma ancora di più chiediti qual è il più piccolo passo che ti muova in quella direzione, senza allontanarti troppo da dove sei ora, in modo da metabolizzare di volta in volta piccoli cambiamenti, quasi impercettibili.

Ogni passo aggiungerà qualcosa di nuovo rispetto a dove sei ora, ma non sarà troppo spaventoso da farti desistere e desiderare di non cambiare.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

I nostri psicologi e psicoterapeuti sono disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

Nardone, G. (2009) Problem solving strategico da tasca. Firenze: Ponte alle Grazie

 

 

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Sai riconoscere i campanelli d’allarme di una relazione abusante?

Quando sentiamo il termine “relazione abusante”, pensiamo subito a quella relazione in cui ci sono abusi o violenza fisica all’interno di una coppia. Ma anche quella psicologica può essere altrettanto pericolosa e può portare a danni seri a livello personale e relazionale.

Talvolta questo tipo di violenza è meno evidente, poco riconosciuta, negata e perfino nascosta.

Sono infatti moltissime le situazioni di relazioni abusanti vissute come fossero la normalità, in cui ci si trova in modo quasi del tutto inconsapevole ad essere all’interno di dinamiche di coppia disfunzionali o pericolose. Per questo è fondamentale riconoscerle e chiedere aiuto per poterne uscire.

Come puoi capire se stai subendo una violenza psicologica da parte del partner?

Ecco dei campanelli d’allarme:

1. Isolamento

Ti è mai capitato di rinunciare a fare qualcosa per paura della sua reazione?

O di limitarti nel vedere amici, parenti o frequentare alcuni posti?

E ti è capitato che fosse il partner a chiederti di rinunciare? Di limitarti, di evitare di fare qualcosa?

Essere impegnati con una persona non dovrebbe mai essere un limite per la nostra libertà personale.

Se scegli di non partecipare a una festa, di non uscire con gli amici, di non coltivare più una tua passione perché temi che questo potrebbe togliere del tempo alla relaziono o il partner potrebbe arrabbiarsi, questo è un campanello d’allarme da non sottovalutare.

Ogni cosa che fai (o non fai) per non farlo arrabbiare, è violenza.

Attenzione anche all’aspetto economico: il partner potrebbe isolarti anche impedendoti di lavorare e quindi incentivando in te il bisogno di dipendere da lui.

2. Gelosia e possesso

Non può esistere amore senza fiducia. In una relazione abusante, può succedere spesso che il partner metta in dubbio le parole dell’altro e, nei casi peggiori, metta in atto dei comportamenti di controllo: controllare il telefono, spiare i social, chiamare amici per chiedere conferma dei racconti del partner, pedinare l’altro, reagire con rabbia se non risponde al telefono.

La gelosia estrema e soprattutto immotivata o il bisogno di possedere l’altro possono essere scambiati erroneamente per dimostrazioni di quanto interesse ha l’altro nei propri confronti. In realtà, questi comportamenti sono disfunzionali e non dovrebbero mai essere presenti in un rapporto di coppia sano.

3. Svalutazione

Un elemento sempre presente in una relazione abusante è la svalutazione.

Il tuo valore viene messo costantemente in dubbio e questo ti porta a sperimentare sentimenti di inadeguatezza, di mancanza, e dubiti costantemente delle tue risorse e capacità.

Inoltre, senti di non avere il giusto supporto quando soffri o quando raggiungi un traguardo importante, questo viene sminuito o minimizzato.

Un’ambizione, un progetto lavorativo, un sogno, un nuovo hobby vengono considerate cose di poco conto e per questo svalutate.

In alcuni casi, l’abitudine di sminuire o ridicolizzare potrebbe essere messa in atto anche davanti ad amici, parenti o in altre situazioni sociali.

4. Manipolazione

Ci sono persone che riescono a cambiare volontariamente il comportamento di chi hanno intorno, in modo da trarne beneficio.

All’interno di una relazione abusante partner potrebbe cercare di ottenere quello che vuole attraverso l’estorsione e il senso di colpa, oltre che la paura.

Spesso non riesce a gestire le sue reazioni e ti incolpa per questo: ad esempio potrebbe distruggere un oggetto in uno scatto di rabbia e dare la colpa a te: “Guarda per colpa tua cosa ho fatto!”.

Può anche intimorirti con affermazioni come “non provarci nemmeno”, “non ce la farai mai”.

Tutto questo va a minare la tua autostima, il tuo senso di efficacia e ti impedisce di liberarti di questa relazione.

In conclusione…

Riconoscere i campanelli d’allarme di una relazione abusante spesso non è semplice perché questi comportamenti sono subdoli ed inducono nell’altro inizialmente senso di appagamento e felicità e, successivamente, smarrimento e dipendenza.

Se, all’interno della tua relazione ti senti spesso in confusione, hai paura, senti che la tua libertà viene meno, vieni sempre accusata o messa in discussione, è possibile che sei intrappolata in una relazione abusante.

Per uscire da una situazione simile è necessario innanzitutto prendere consapevolezza della situazione in cui ci si trova ed il primo passo da fare è quello di riuscire a chiedere aiuto.

Ti ricordo che puoi sempre chiedere un incontro agli psicologi di “One session” e prenotare una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola per capire come poter affrontare i primi passi ed uscire da questa situazione nel più breve tempo possibile. I nostri terapeuti sono disponibili gratuitamente per ritagliarti uno spazio di 30 minuti tutti Martedì dalle 18:00 alle 20:00. Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti bibliografici

Cabras E., Saladino V. (2019). La dipendenza affettiva. Testimonianze e casi di manipolazione e violenza. Roma: Carocci Editore. Secci E.M. (2015). I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Youcanprint Self-Publishing

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3 mesi ago Umore

A due anni dal lockdown: la pandemic fatigue

Due anni fa l’Italia intera si trovava in lockdown. Non possiamo negare che la pandemia da Covid – 19 sia stata uno spartiacque tra la nostra vita “prima” e la nostra vita “dopo”, se di dopo si può già parlare.

Non è atipico sentire tutt’oggi gli strascichi psicologici di questo lungo periodo vissuto sotto stress. La Terapia a Seduta Singola, però, può dimostrarsi una valida alleata per riprendere la propria progettualità e uscire dalla crisi.

Come rispondiamo agli eventi stressanti

Cosa succede quando siamo sottoposti a lunghi periodi stressanti? Innanzitutto, cos’è lo stress?

Il termine stress venne introdotto da Seyle nel 1936, inteso come risposta ad eventi (stressors) che alterano un equilibrio (a livello fisico, sociale o ambientale) e che quindi richiedono un investimento di risorse per farvi fronte.

La risposta di stress si divide in tre fasi:

  • Fase di allarme: si attiva nei primi momenti in cui compare l’evento stressante. Le nostre energie sono canalizzate e ben focalizzate per fronteggiare lo stressor, tramite l’attacco o la fuga.
  • Fase della resistenza: di fronte al proseguire della situazione stressante, la nostra mente e il nostro fisico rimangono ben focalizzati, pronti e attivi nel fronteggiare la situazione.
  • Fase dell’esaurimento: sopraggiunge quando non si è più capaci di far fronte allo stress. Il sistema immunitario si indebolisce e ci si scarica anche dal punto di vista emotivo. Questo può avvenire perché non si avevano le risorse sufficienti per affrontare lo stressor, o perché la situazione stressante si è prolungata per troppo tempo.

La Pandemic Fatigue

Definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica” conseguente alla pandemia da Covid – 19, si stima che il 60% della popolazione si sia trovato a provarla.

Essa si manifesta con mancanza di energie, motivazione, programmazione rispetto alla propria vita, come se ci si fosse in un qualche modo “arresi” al fatto che una visione a lungo termine non sia più possibile.

Sono frequenti anche sbalzi d’umore, con rabbia e tristezza che la fanno da padrone, oltre a insonnia e sintomi fisici come tachicardia e capogiri.

La Terapia a Seduta Singola per riprendere in mano la progettualità della propria vita

Come superare questa fatica causata da un periodo di stress così prolungato? La Terapia a Seduta Singola può dare un grande aiuto in questo senso.

Un solo colloquio può aiutarti a trovare un obiettivo che possa essere realistico e raggiungibile (puoi scoprire di più su come imparare a porti degli obiettivi raggiungibili qui) e ad individuare le tue risorse per poter trovare strategie utili e pratiche per ottenere il cambiamento che desideri.

A volte basta un piccolo passo per ottenere un grande cambiamento e restituirti il senso di efficacia!

Vuoi provare? Contatta One Session!

Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.

I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti bibliografici

https://www.psychologytoday.com/us/blog/debunking-myths-the-mind/202203/feeling-fatigued-and-burned-out-inflammation-may-be-playing (consultato in data 11/03/2022)

https://www.euro.who.int/en/health-topics/health-determinants/behavioural-and-cultural-insights-for-health/news2/news/2020/10/how-to-counter-pandemic-fatigue-and-refresh-public-commitment-to-covid-19-prevention-measures (consultato in data 11/03/2022)

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Come imparare a porsi obiettivi raggiungibili

Fatichi a raggiungere i tuoi obiettivi, e questo è causa di grande frustrazione? Sei sicuro di porti degli obiettivi raggiungibili? In questo articolo andremo a capire meglio come impostare i propri obiettivi in maniera efficace.

Definire l’obiettivo

Gli antichi latini insegnavano che “la nave non va da nessuna parte se non conosce la rotta”.

Per conoscere la rotta, definirla ed immaginarla è necessario avere una forte motivazione che fornisce l’energia all’individuo per poter arrivare alla meta.

In una prima fase di ragionamento, circa ciò che si vuole raggiungere, bisogna essere attenti a non confondersi con il desiderio.

Il desiderio può essere inteso come un sentimento di ricerca appassionata o di attesa del possesso, è tutto quello che piacerebbe fare o avere ma non è presente un impegno volontario per il raggiungimento dello stesso.

Manca nel desiderio il concetto di sacrificio e messa in discussione della realtà che circonda l’individuo.

Un obiettivo invece è ciò che siamo in grado di identificare, misurare e quantificare.

E’ ciò che si vuole ardentemente raggiungere, presenta consapevolezza delle azioni molto impegnative per il raggiungimento del proprio scopo.

Nell’obiettivo c’è un investimento personale che accoglie tutte le risorse ed esse vengono investite per volontà conscia.

Il desiderio potrebbe non trasformarsi mai in obiettivo se non viene contestualizzato e se non vengono fatte concretamente le azioni necessarie per trasformarlo in obiettivo.

Un desiderio diventa un obiettivo nel momento in cui viene stabilito un piano d’azione per realizzarlo.

La differenza principale sta nella contestualizzazione, ovvero nella concretezza delle operazioni che svolgiamo per raggiungere ciò che vogliamo.

Obiettivi SMART

Avere un pensiero chiaro è la prima azione utile da mettere in atto.

Ci sono modi di pensare funzionali e altri meno, alcuni costruttivi e altri distruttivi.

Il modo di pensare determina il modo di vivere ed essere perché dal mindset dipendono le reazioni alle situazioni.

Citato per la prima volta in una pubblicazione nel 1981 da George T. Doran e ampliato successivamente dal professor Robert S. Ruben, SMART è un acronimo che significa: Specific (specifico), Measurable (misurabile), Achievable (Raggiungibile), Realistic (Realistico), Time bound (definito nel tempo).

Il criterio SMART afferma che gli obiettivi per essere attuabili devono avere queste caratteristiche.

Specifico: essere chiari e precisi a proposito degli obiettivi e aspettative è il primo passo per arrivare alla meta.

Se la definizione è troppo ampia, gli obiettivi diventano difficili è c’è maggior rischio di incorrere in errori e fraintendimenti.

Misurabile: occorre capire a che punto ci si trova del percorso per pensare ai passi successivi. Quantificare i comportamenti, le azioni sarà utile per valutare le proprie prestazioni e rimanere sulla rotta.

Raggiungibile: è importante considerare gli obiettivi realistici senza essere troppo ambiziosi.

La motivazione dovrà essere alta e bisogna tener conto dei limiti interni ed esterni , il percorso deve essere sostenibile.

Realistico: oltre che realizzabili, gli obiettivi devono essere pertinenti. Avere obiettivi troppo facili non favoriscono il miglioramento se sono troppo complessi il rischio è una bassa motivazione e una perdita di coinvolgimento. Bisogna costantemente verificare in itinere il giusto equilibrio del percorso che si sta effettuando.

Definire il tempo: nella fase di pianificazione delle azioni utili al raggiungimento degli obiettivi occorre pensare alla tempistica.

Un obiettivo definito nel tempo può prevedere un punto di inizio e un punto di fine oppure tappe intermedie.

Utile sarà comprendere il monitoraggio giornaliero, settimanale o mensile.

Azioni strategiche per raggiungere obiettivi

  • Definire le priorità dei comportamenti da attuare prima di compiere il primo passo.
  • Analizzare bene le aree da cui partire e se una parte richiede più sforzo, suddividere il compito in piccoli obiettivi più specifici.
  • Compiere piccoli passi e rispettare il proprio tempo.
  • Essere flessibili con gli imprevisti.
  • Prevedere anticipatamente dei percorsi alternativi nel caso in cui ci fosse un’inconveniente.
  • Prevedere una fase di rivalutazione degli obiettivi iniziale alla luce di ciò che si sta compiendo. Migliorare è sempre possibile!
  • Ricordare di osservare i progressi e di riconoscere a se stessi il valore del proprio lavoro.
  • Celebrare il successo quando sono evidenti i traguardi raggiunti.
  • Essere costanti e creare nuove abitudini consente di consolidare i progressi e dirige verso impegno e disciplina.
  • Ricordare di essere precisi ma poco severi con se stessi.

Impostare un pensiero strategico consente di pensare l’obiettivo finale ma anche di poter risalire al punto in cui ci si trova e ritracciare la propria rotta.

Le ipotesi aiutano a riflettere, il confronto aiuta a scegliere.

Ricordare di porsi sempre obiettivi.

Senti di avere bisogno di un aiuto in più per definire al meglio i tuoi obiettivi e il piano d’azione da seguire?
Contatta One Session!

Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.

I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!

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Riferimenti bibliografici

https://www.metodo-ongaro.com/blog/come-porsi-degli-obiettivi-e-raggiungerli (consultato in data 04/02/2022)

https://www.corriere.it/native-adv/chebanca-longform03-come-imparare-a-darsi-obiettivi.shtml (consultato in data 09/02/2022)

https://www.wikihow.it/Definire-degli-Obiettivi-e-Raggiungerli (consultato in data 09/02/2022)

https://www.mirkocuneo.it/importanza-degli-obiettivi/(consultato in data 09/02/2022)

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La terapia a seduta singola per smettere di procrastinare

Smettere di procrastinare è un desiderio comune a molti.

Riuscire a farlo e mantenere le giuste abitudini, invece, è molto raro e sicuramente più complesso.

Anche se a volte può sembrare un problema irrisolvibile, smettere di procrastinare è possibile. Vediamo come la Terapia a Seduta Singola può aiutarti a farlo.

Perché procrastiniamo e con quali esiti

Può essere occasionale, durare solo per un periodo o diventare un’abitudine quotidiana che fai quasi inconsapevolmente. Quando si parla di procrastinazione non cambia solo la frequenza, ma anche le motivazioni per cui lo fai.

In alcuni casi puoi essere spinto dal bisogno di evitare emozioni negative, come la paura o il dolore, in altre può essere una reazione legata all’incapacità di gestire il tempo e gli impegni presi, in altre ancora può essere una risposta alla paura di fallire e di minare così la tua autostima.

A prescindere dal tempo e dalla motivazione, in psicologia il procrastinare è un meccanismo di coping, ossia una di quelle strategie messe in atto dalle persone per gestire le situazioni stressanti.

In particolare è una forma di evitamento, una strategia che ha un esito positivo sul momento, ma conseguenze negative nel lungo periodo..

Il procrastinare qualcosa, infatti, è vissuto in maniera positiva in un primo momento, in quanto rappresenta una scappatoia da una tensione emotiva, ma rischia nel lungo periodo di farti perdere fiducia nelle tue capacità perché si instaura un circolo vizioso per cui meno fai, meno ti senti capace di fare e meno farai, continuando a procrastinare.

Come può aiutarti la Terapia a Seduta Singola

La Terapia a Seduta Singola è un modello che cerca di trarre il massimo da ogni singola seduta, puntando l’accento sul momento presente e sulle capacità della persona stessa.

In questo senso quindi un incontro con uno psicologo esperto in Terapia a Seduta Singola ti aiuterà ad affrontare la problematica della procrastinazione in diversi step.

Lavorando sul qui e ora, in un primo momento, può aiutarti ad avere maggiore consapevolezza di te e di come funziona il tuo problema.

Arriverai così a capire che eludere il problema ti porta una gratificazione immediata, che però rafforza l’atteggiamento di fuga, chiudendoti così in un labirinto senza uscita.

In un secondo step, si vanno ad indagare le risorse della persona e si identificano le eccezioni positive al funzionamento del problema.

Questo porta ad una maggiore consapevolezza delle tue capacità e delle tue abilità e ti prepara direttamente per l’ultimo step.

L’ultimo step è la strutturazione di strategie studiate ad hoc, sulla base delle tue esperienze e capacità, che ti permetteranno da un lato di interrompere il meccanismo della procrastinazione e, dall’altro, di incentivare le azioni concrete, annullando di fatto il problema.

Cinque consigli pratici

Nell’ambito delle terapie brevi ci sono diverse tecniche e strategie che possono aiutarti ad affrontare le difficoltà per riuscire a portare a termine un compito.

Vediamo quindi cinque consigli che puoi mettere in pratica per evitare di inciampare nei meccanismi della procrastinazione.

1- Identifica gli obiettivi che vuoi raggiungere

Avere chiaro cosa vuoi ottenere ti aiuterà a capire cosa fare per ottenerlo e ti permetterà non solo di identificare le tue priorità, ma anche di strutturare i piccoli passi necessari per raggiungerli.

2- Dedica tempo all’organizzazione

Organizzare il tuo lavoro ti aiuterà a gestire le incognite ed ad intercettare le emozioni negative che sono alla base del meccanismo di procrastinazione.

3- Definisci un tempo di realizzazione

Darti una scadenza ti permetterà di avere uno spazio di manovra nel quale comprendere le tue difficoltà e capire come affrontarle.

4- Limita le distrazioni

Focalizzarti sugli obiettivi è una regola fondamentale per riuscire a raggiungerli e non perderti lungo il percorso.

5- Fai!

Non aspettare il momento perfetto o l’occasione giusta. Agisci!

Avrai tempo poi di aggiustare il tiro e fare le modifiche necessarie per raggiungere il tuo obiettivo.

Conclusioni

Quello del procrastinare è un meccanismo insidioso e difficile da disinnescare.

Tuttavia, una volta identificate le risorse più utili, sarà più facile mantenere le giuste abitudini ed evitare di autosabotarsi.

La Terapia a Seduta Singola con il suo approccio pratico ed altamente funzionale è un ottimo mezzo per capire come implementare in maniera rapida ed efficace queste corrette abitudini.

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Riferimenti bibliografici

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Giunti Editore.

Slive, A. & Bobele, M. (2011). When One Hour is All You Have: Effective Therapy for Walk-in Clients. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/gestire-il-tempo/ (Consultato in data 27/02/2022)

https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/come-fare-quello-che-devi-fare/ (Consultato in data 27/02/2022)

https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/smettere-di-rimandare/ (Consultato in data 27/02/2022)

https://www.terapiasedutasingola.it/blog-post/8-benefici-che-i-tuoi-pazienti-possono-trarre-con-la-sst/ (Consultato in data 27/02/2022)

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Liberarsi dai sensi di colpa si può?

“Solamente l’uomo ostacola la sua felicità con cura,

distruggendo ciò che è,

con pensieri di ciò che dovrebbe essere.”

John Dryden, 1670

Qualcuno diceva che il passato non può essere cambiato, che ciò che è stato è stato e non si può tornare indietro; è vero, ma da quel passato ti trascini dietro a volte un grosso senso di colpa che non ti consente di farci pace.

Perché ti senti in colpa?

Sicuramente sei stato abituato a rimproverarti delle tue azioni fin da piccolo, perché vuoi o non vuoi qualche birbanteria l’avrai combinata e i tuoi genitori ti avranno sgridato, dicendo: “ Se non fai il bravo, mamma si arrabbia” “Se piangi ancora, rendi triste il papà” “Dovresti vergognarti per quello che hai fatto” e potrei continuare a oltranza.

Non sto dicendo che i tuoi genitori sono “colpevoli” ma che sicuramente frasi di questo genere hanno costruito dentro di te un sistema di credenze con cui leggi il mondo circostante e eventi più di altri, fanno emergere il tuo senso di colpa, anche quando colpa non ne hai.

Quindi ti senti in colpa perché qualcuno ti ha “insegnato” a provarlo in determinate circostanze e puoi sentirti in colpa perché sei tu che ti imponi questa emozioni in seguito a comportamenti che hai reputato inadeguati rispetto ai tuoi valori e principi morali; succede quando senti di aver sbagliato, di esser stato manchevole o non aver portato rispetto.

Di solito è un emozione che si manifesta nelle relazioni, piuttosto che in solitaria e che spesso si accompagna ad altri sentimenti come ansia, angoscia o frustrazione; ci sono situazioni infatti dover l’aver sbagliato può avere conseguenze o farti temere che ce ne siano e questo crea scenari catastrofici nella tua mente.

Ma come tutte le emozioni è anche funzionale?

Così come la paura, la rabbia o la tristezza, anche il senso di colpa ha una sua funzione sociale: se esiste è perché svolge un ruolo ben preciso nella nostra vita che, anche se difficile da percepire, è ciò che ti consente di sopravvivere all’interno di una società.

Se ti senti in colpa ti assumi la responsabilità delle tue azioni, ti scusi e fai un passo avanti nell’evoluzione.

Questi comportamenti ti facilitano l’accesso e il riconoscimento del tuo gruppo sociale di appartenenza e ti permette di volta in volta di aggiustare il tiro e non ripetere l’errore.

Oppure no?

È chiaro che se sentirsi in colpa può essere utile, come tutte le cose, se portate all’estremo, diventa disfunzionale e compromette la tua qualità di vita.

Se il senso di colpa è legato al passato, il logorio è interminabile, considerato che indietro non si può tornare e non vi puoi porre rimedio.

Se fa parte di un intreccio relazionale, può comportare la fine di quel rapporto.

In campo lavorativo genera ansia o angoscia per la reputazione che ti sei creato o per paura del giudizio degli altri.

Insomma, sentirti in colpa è nocivo se ti limita nel vivere la tua vita e non riuscire a perdonarti o passare oltre , ti rende un eterna vittima.

Cosa puoi fare?

  1. Puoi scrivere un diario delle colpe: sai che scrivere ha un alta funzione terapeutica? Ti invito a scrivere ogni giorno una pagina del tuo diario, dove ripercorrerai con la mente –e la penna- tutte le tue colpe. Non rileggere.
  1. Blocca il rimuginare: sicuramente se ti senti in colpa, penserai spesso a tutte le probabili conseguenze e a cosa fare per rimediare all’errore. So che pensarci pensi ti possa essere utile ma no se si trasforma in rimuginare: in realtà anche se ti sembra di riflettere, non stai facendo assolutamente niente per risolvere il problema. Schiocca le dita, ogni qualvolta il pensiero target arriva e grida il tuo nome dicendo: “torna qui”.
  2. Il passato non si cambia: accettare il fatto che ciò che è stato è stato, significa smettere di focalizzarsi su qualcosa su cui non puoi agire e pensare piuttosto a incanalare la tua energia verso ciò che veramente puoi cambiare. A questo proposito puoi redigere una lista di ciò che puoi cambiare e ciò che è impossibile cambiare.

 

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a uno specialista in questi casi.

La Terapia a Seduta Singola è utile perché consente individuare le tue tentate soluzioni, ovvero i comportamenti che mantengono in vita il problema, e di bloccarli.

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“Restiamo insieme”. Imparare la fiducia dopo un tradimento

Quando il tradimento entra in una relazione, mettendo alla prova la fiducia, l’incredulità e lo smarrimento iniziali fanno spazio a emozioni e sentimenti come:

  • Umiliazione e tristezza
  • Rabbia
  • Disgusto
  • Senso di fallimento e di colpa
  • Vergogna
  • Dolore e paura di essere nuovamente traditi.

Se la relazione è di coppia, questi sentimenti sono molto intensi e accompagnati da sintomi psicofisici e relazionali. Il tradimento diventa un vero e proprio trauma, detto “Post Infidelity Stress Disorder”.

Che sia stata scoperta o rivelata, chi subisce l’infedeltà vive sempre una grande perdita, quella della fiducia. Non è detto che si perda la persona amata, ma di certo si frantuma il senso di sicurezza e la fiducia. È questa la vera ferita insopportabile, che colpisce il cuore della persona e della coppia.

Tutto crolla, mentre montano i pensieri alla ricerca di un perché.

“Come è possibile? Ho dato fiducia a chi mi ingannava e non l’ho capito.”. Pensi a tutto quello che hai dato, mentre l’altro stava con un’altra persona. Magari il dialogo e/o il sesso non erano granché, eppure pensavi che le cose sarebbero migliorate. Avevi fiducia in voi.

Ti accusi di aver causato il tradimento perché pensi che non sei stata/o accondiscendente, amabile, sexy, presente, i figli o il lavoro sono stati onnipresenti.

Incubi e notti insonni scorrono, pensando a ciò che è andato storto, a cosa faceva, a come riuscire a perdonare o vendicarti, perché ha tradito quel patto sott’inteso di fedeltà ed aspettative, di esclusività reciproca. Motivo per cui a volte la vendetta offre la stessa moneta: la reciprocità almeno è “salva”…forse.

Col tradimento e la fiducia ferita, la crisi travolge la coppia, forse già traballante, e diventa fonte di cambiamento. Che tipo di cambiamento è tutto da decidere. Ma senza fretta.

Ci sono due scelte possibili: dividersi oppure restare insieme. Entrambe accomunate dalla fiducia ferita del tradimento e dal rischio della sopravvivenza estenuante.

Quali strade?

  • Dividersi

Quando la riconciliazione è inapplicabile, la rottura diventa la scelta obbligata.

Ma per non affossare le future relazioni con pregiudizi e gelosie, la persona dovrà leggere la sua storia e farne una risorsa. Affrontare la paura di essere tradita e ritrovare la sua autostima.

  • Restare insieme

Questa scelta può trasformare la crisi in un’opportunità di cambiamento verso una condizione migliore della precedente.

Ma per sortire l’effetto desiderato e non vivere in uno stato di sopravvivenza permanente e deludente, è necessario un tempo di guarigione per fidarsi di nuovo. Dare una chance al Noi, rinegoziandone la costituzione e l’equilibrio.

Come ricostruire una fiducia lacerata nella coppia?

Non c’è una formula, perché ognuno reagisce in modo diverso e il tradimento ha diverse forme e concezioni. Di certo è un percorso importante, di passi interiori e relazionali da compiere, in cui è fondamentale capire che la fiducia coesiste con la credibilità, sempre. Essere credibili e crederci permette di (re)imparare a (ri)fidarsi. E guarire giorno per giorno.

1. Appuratevi che l’altro non sia un/a adultero/a seriale.

2. Domandatevi: “Perché vogliamo rimanere insieme?”.

L’amore è fondamentale, per se stessi e per la coppia, e va ricontattato senza negarselo. Ma basta?

3. Se le bugie e il silenzio hanno contrassegnato il tempo dell’infedeltà e spesso anche quello precedente, ora è il tempo di una comunicazione autentica.

È necessario affrontare i motivi del tradimento, le ferite e le emozioni, senza far finta che non ci siano. Piuttosto bisogna esprimerli e capirli.

4. Accettare il dolore e tirarlo fuori, senza negarlo. Chi ha tradito spieghi il disagio che ha portato all’infedeltà, prendendosi la responsabilità delle sue scelte. Smetta di sminuire quanto ha fatto e pretendendo che scusandosi abbia già risolto tutto. Capisca cosa ha realmente ferito il partner ed entri nei suoi panni, senza stare sulla difensiva. Concedetevi tregue di ascolto senza “il tanto non ti credo” e “sei tu che mi hai portato a farlo”. La persona ferita scelga di non definirsi vittima ma protagonista, e di non chiedere i dettagli del tradimento. Appagano l’ansia ma distruggono l’equilibrio personale.

5. Leggete il tradimento come un sintomo della relazione, di cui prendersi cura per giungere al cambiamento. Create nuovi spazi neutrali. Ricercate ricordi significativi e di intimità. Non va distrutto tutto il passato.

6. Impegnatevi in atti concreti da promettere e compiere, ma non per dovere o sulla scia delle emozioni, ma perché ci credete e siete disposti a farli.

7. Servono costanza, pazienza e volontà quotidiani, da parte di entrambi i partner. Affetto, attenzione e grazie.

8. La riconciliazione e la fiducia richiedono un’altra scelta importante: perdonare. Il perdono aiuta prima di tutto la persona sofferente a non incolparsi e a guarire. Ritrovando il suo equilibrio potrà perdonare davvero il partner. È un percorso difficile ma non impossibile, se si vuole. Il primo step è accettare quanto avvenuto e decidere se andare avanti.

9. Se si sceglie di ricominciare, è importante non cadere nell’errore di recriminare e rivangare l’accaduto continuamente, di controllare il cellulare del partner o pedinarlo, di vendicarsi con dispetti, perché non impedirà che tradisca di nuovo, mentre toglierà forze e sorriso a entrambi. Ma se non ne potete farne a meno e…

10. …il fantasma dell’infedeltà permane, con tutte le sue emozioni dolorose per la fiducia ingannata, si fa assordante e invadente. Si genera una sofferenza costante nella coppia, ci si sente impotenti e senza uscita. Non vergognatevi e cercate un supporto professionale, individuale e/o di coppia.

Ti senti sopraffatto? Chiedi aiuto a One Session!

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Riferimenti bibliografici

Giommi, R. (2010). Tradire. Segnali di confusione amorosa. Edizioni Sperling & Kupfer collana Open Space Paperback.

Glass, S., Coppock Staeheli, J. (2008). Not ‘Just Friends’: Rebuilding Trust and Recovering Your Sanity After Infidelity. Atria Books Editor

Gottman, J., Schwartz Gottman J. (2017). Dieci principi per una terapia di coppia efficace. Raffaello Cortina Editor

Meyers, S. (2012). Chatting or Cheating: How to Detect Infidelity, Rebuild Love and Affair-Proof Your Relationship. Heart Media Publishing

https://www.perspectivesoftroy.com/2020/10/07/post-infidelity-stress-disorder-causes-symptoms-and-treatments/ (consultato in data 8/2/2022)

https://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/adult-health/in-depth/infidelity/art-20048424 (consultato in data 8/2/2022)

 

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Come studiare in modo efficace

Nell’articolo di oggi andremo a capire cosa significa studiare e come imparare a farlo in modo efficace.

Lo studio

Esiste un corpus ampio di indagini sui processi di studio (Hartley,1998). Queste hanno affrontato tematiche quali il rapporto fra lo studio e contesto sociale, differenze di genere, relazione con gli stili cognitivi, implicazioni del contesto, abitudini di studio, idee che lo studente sviluppa sullo studio e il ruolo di specifiche strategie.

Le analisi di tipo evolutivo hanno evidenziato inoltre che i bambini piccoli posseggono un repertorio di strategie di studio più limitato di quello a disposizione di ragazzi più grandi.

Hartley (1998, pp.65) osservava che gli studenti maturi si caratterizzerebbero anche per comportamenti meglio organizzati ai fini dello studio. Per esempio organizzerebbero meglio il loro tempo e orienterebbero maggiormente la loro attenzione verso una comprensione approfondita.

Gli aspetti motivazionali ed emotivi ricoprono una notevole importanza. Un atteggiamento di apertura, curiosità e conoscenza facilita il processo di apprendimento accrescendo l’impegno e la volontà.

Il bambino che ha iniziato da poco la scuola primaria può essere avvantaggiato rispetto allo studente adolescente, poiché avendo avuto meno associazioni studio-insuccesso può sperimentare una più elevata percezione di efficacia (Cornoldi, 2008).

Abilità e crescita

Shneider e Pressley (1989) hanno caratterizzato per punti il progresso che si riscontra fra i 7 e i 18 anni nelle modalità di elaborazione dell’informazione da parte di uno studente.

In particolare aumentano le risorse cognitive di memoria di lavoro necessarie per l’utilizzazione di strategie complesse di studio.

Diventa maggiore la coerenza e la sistematicità di elaborazione, che consente- per esempio- di cercare di recuperare le informazioni memorizzate tenendo conto delle modalità attraverso cui erano state studiate.

E’ presente una capacità superiore di trasferire le strategie conosciute di studio a situazioni nuove.

Si verifica una migliore integrazione fra strategie e tipo di materiale da apprendere ed aumenta il livello metacognitivo generale dello studente.

Questi elementi sono fondamentali per poter apprendere nel percorso di crescita e maturazione dello studente una serie di buone abitudini per poter studiare in modo efficace.

La definizione del termine “studio”, infatti, ci ricorda che esso è l’insieme delle tecniche e delle strategie messe in atto da un soggetto per appropriarsi della conoscenza di una data disciplina e/o delle relazioni intercorrenti fra di essa e le altre conoscenze.

Quindi lo studente se provvisto di tali strumenti e riuscendo ad utilizzarli in modo consapevole potrebbe migliorare il proprio studio.

Strategie

Di seguito suggerimenti pratici per migliorare il proprio metodo di studio ed essere più efficaci.

  • Organizzare il luogo di studio. Risulta fondamentale per predisporre un ambiente favorevole e privo di fonti di distrazione. L’ambiente deve essere ben illuminato ed areato.
  • Pianificare la sequenza del materiale da elaborare. Assegnare priorità, aiutandosi con una “to do list”, semplifica e crea ordine.
  • Decidere il tempo da dedicare allo studio. è fondamentale perché aiuta a dare ritmo alle proprie attività senza sprecare il tempo utile. Una riflessione sulle pause sarà indispensabile per dosare le energie e dunque i tempi di concentrazione sul compito (utilizzare sveglie e timer può essere un ottimo strumento di monitoraggio).
  • Utilizzare strumenti per velocizzare il lavoro. E’ un buon modo per non affaticarsi troppo ed essere più efficaci. E’ utile dedicare nella giusta dose il tempo per: scrivere, rileggere, ripetere, appuntare, ricercare.
  • Quando ci si approccia ad un testo bisogna elaborarlo in modo attivo. Ciò significa fare delle azioni concrete che aiutino a comprendere effettivamente ciò che si sta elaborando. Sarà utile una sottolineatura attenta, focalizzando le parole chiave, la trascrizione di elementi salienti del testo (sottoforma di elenchi puntati, schemi, riassunti, tabelle).
  • Dedicare uno spazio alla verifica delle conoscenze acquisite sarà indispensabile per fornire sicurezza e controllo su ciò che è stato compreso. In questa fase si può utilizzare un audio registratore, ripetizioni orali ed esecuzione di esercizi di ripasso.

E’ importante avere un approccio flessibile per ogni materia e negli strumenti da utilizzare.

Sperimentarsi e fare esperienza sarà il modo per conoscersi meglio.

Pensare di essere sempre in evoluzione darà margine di miglioramento e possibilità di cambiamento.

L’allenamento sarà indispensabile per acquisire nuove competenze!

Se senti il bisogno di un aiuto in più, prenota il tuo appuntamento gratuito con One Session! Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00. I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
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Riferimenti bibliografici

https://www.efficacemente.com (consultato in data 25/01/2022)

https://www.studenti.it (consultato in data 03/01/2022)

C. Cornoldi, R. de Beni, Gruppo MT (2008). Imparare a studiare 2. Strategie, stili cognitivi, metacognizione e atteggiamenti nello studio. Trento: Erickson.

 

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La Terapia a Seduta Singola per la paura di arrossire

“Arrossire è il colore della virtù” (Diogene)

Che cos’è la paura di arrossire?

L’“ereutofobia o eritrofobia” deriva dal greco éruthros cioè “rossore”. Consiste nel provare ansia e paura anticipatoria rispetto alla possibilità di diventare rossi in situazioni di socialità (ad esempio quando ci si trova a dover parlare in pubblico, a chiedere informazioni, ad affrontare un appuntamento importante…).

La paura di arrossire rientra tra le fobie specifiche sociali, che nel DSM V indicano una paura marcata o ansia provata da una persona rispetto ad una o più situazioni sociali in cui si è esposti al giudizio degli altri, con timore di essere valutati negativamente per questo.

Il problema causa disagio significativo dal punto di vista clinico nel funzionamento sociale e lavorativo della persona e persiste per almeno 6 mesi.

Come si manifesta l’ereutofobia?

Arrossire è una reazione naturale guidata dal nostro sistema nervoso simpatico.

Esso aumenta il flusso di sangue e la temperatura della pelle del viso, del collo e della parte superiore del corpo causando un cambiamento evidente del nostro colorito, che appare più rosso del solito.

Può manifestarsi quando ci sentiamo al centro dell’attenzione e proviamo emozioni positive oppure quando sperimentiamo emozioni negative come la vergogna, il senso di colpa o l’imbarazzo.

Sarà capitato a tutti di fare una “figuraccia” e di sentirsi avvampare improvvisamente.

Arrossire può farci sentire molto esposti al giudizio degli altri, che possono accorgersi di come ci sentiamo semplicemente guardandoci in viso.

A quel punto, ci sentiamo letteralmente “allo scoperto”, soprattutto se qualcuno ce lo fa notare, magari prendendoci in giro.

La paura di essere “sorpresi” ad arrossire in altre situazioni sociali può quindi diventare una costante preoccupazione e una vera e propria paura.

Oltre alle fastidiose sensazioni fisiche dovute all’ansia, infatti, si possono provare anche pensieri negativi di auto-svalutazione. Questi pensieri possono essere: “arrossirò e quindi penseranno tutti che sono stupido/a, che non valgo niente, che sono debole e incapace, nessuna persona mi vorrà come partner…”.

Abbiamo già parlato in altri articoli precedenti della definizione di “paura” (clicca qui se vuoi approfondire) e di come questa nostra emozione primaria possa essere protettiva da un lato, quando ci difende da un imminente e reale pericolo, oppure possa risultare limitante per noi e dannosa se invece finisce per bloccarci ed impedirci lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Come viene gestita la paura di arrossire?

Molte persone prima di rivolgersi ad uno psicologo provano a fare qualcosa per gestire da soli il problema.

Una delle azioni che inizialmente può sembrare efficace per provare a gestire l’ereutofobia è quella di evitare tutte le occasioni sociali in cui si potrebbe rischiare di arrossire.

Questa scelta, che inizialmente può farci sentire al sicuro e protetti, alla lunga rischia di isolarci e di rendere difficile se non impossibile lo svolgimento delle nostre attività quotidiane.

Si evita quindi di andare a scuola o al lavoro, di uscire con gli amici, di esporsi nel parlare di fronte agli altri. Un’altra soluzione di solito adottata è quella di provare a nascondere il viso con sciarpe, occhiali grandi o alterarne il colore con trucco pesante e lampade solari.

Purtroppo, spesso questi tentativi di gestire il problema paradossalmente finiscono per peggiorarlo!

L’evitamento sociale ci chiude in una solitudine opprimente che ci impedisce di vivere normalmente e ci fa sentire ancora peggio.

Rinunciare inoltre a mostrare liberamente il nostro volto può farci sentire limitati, inadeguati e insicuri (oltre a rischiare di rovinare la pelle!).

Come liberarsi della paura di arrossire con la Terapia a Seduta Singola?

La paura di arrossire si può affrontare fin dalla prima seduta con uno dei nostri psicologi innanzitutto definendo insieme fin nei minimi dettagli il tuo modo soggettivo ed unico di vivere questo problema.

Si potrà quindi ragionare insieme su tutto quello che hai provato a fare per fronteggiare la paura di arrossire e sui risultati ottenuti: le cose sono effettivamente migliorate oppure sono peggiorate?

Infine, si potranno sperimentare già in seduta alcune nuove soluzioni da poter metter in pratica quotidianamente.

Una strategia utilizzabile fin da subito è provare a rivelare al proprio interlocutore che durante la conversazione si potrebbe arrossire, magari stemperando con una battuta.

Oppure cercare di spostare l’attenzione al di fuori di noi stessi quando parliamo con qualcuno.

Come? Prova a tornare all’inizio di questo articolo e a rileggere l’aforisma di Diogene che ho citato: hai mai pensato che a volte gli altri potrebbero non accorgersi del tuo rossore o addirittura pensare che sia una virtù e non un segno di debolezza?

E se invece di concentrarti su te stesso provassi a vedere se il tuo interlocutore inizia ad arrossire prima di te mentre parlate?

Ricordati che se invece vuoi provare ad affrontare la tua paura di arrossire con uno specialista, quest’anno il nostro team di “One session” ti offre la possibilità di una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola della durata di 30 minuti, ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00.

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Lasciaci un commento se ti va di farci sapere come stai provando a gestire la tua eritrofobia!

Riferimenti bibliografici

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.)

Drummond, P. D., Shapiro, G. B., Nikolić, M., & Bögels, S. M. (2020). Treatment Options for Fear of Blushing. Current psychiatry reports, 22(6), [28]. https://doi.org/10.1007/s11920-020- 01152-5

Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Bur, Rizzoli.

Veale, D. (2003). Treatment of social phobia. Advances in Psychiatric Treatment, 9(4), 258-264. doi:10.1192/apt.9.4.258

 

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Come gestire le abbuffate? 3 consigli utili

Come gestire le abbuffate?

“Il miglior modo per resistere a una tentazione, è cedervi”

Oscar Wilde dà voce a una verità sempreverde nel campo dell’alimentazione.

Ti è mai capitato di mangiare più del necessario?

Oppure di sentire quell’impulso irrefrenabile verso qualcosa di dolce e una volta addentato non sapere come fermarti?

Ok, nella maggior parte dei casi succede e basta. Hai bisogno di concederti degli “eccessi”, dei piaceri alimentari altrimenti privandotene rischi di aumentarne il desiderio.

Tuttavia, ci sono casi in cui questo impulso diventa incontrollabile al punto che gli eccessi si trasformano in abbuffate vere e proprie.

In questo articolo andremo a capire come gestire le abbuffate.

Che cosa sono le “abbuffate”?

Non sto parlando semplicemente di concedersi la pizza o mangiare di più perché è Natale, ma sto parlando di episodi ben precisi che si manifestano nell’arco di una settimana, senza una causa apparente:

  • mangi rapidamente
  • mangi grandi quantità di cibo anche se non hai fame;
  • mani da solo, lontano da occhi indiscreti e spesso compir il cibo appositamente per mangiarlo, perché sei imbarazzato nel permettere agli altri di vederti mangiare con così tanta foga;
  • dopo aver mangiato fino a sentirti male, ti senti in colpa per averlo fatto.

Ripeto non si tratta di una tantum, ma di episodi ricorrenti che si presentano sempre con le stesse caratteristiche.

Questo comportamento non è salutare perché ti impedisce di conquistare un equilibrio alimentare; non sto parlando di stare a dieta, ma di avere uno stile di vita sano e funzionale all’età, allo tipo di vita che conduci e a quanta attività fisica fai.

L’obiettivo è stare bene e in salute, mangiando tutto nelle giuste quantità.

Cosa ti impedisce di farlo?

Spesso utilizzi delle scorciatoie che pensi saranno risolutive alle tue abbuffate:

  • Digiunare
  • Vomitare
  • Fare attività fisica esagerata
  • Usare condotte compensative come i lassativi

Devo dissuaderti: sono tutti comportamenti che mantengono in vita il tuo rapporto complicato con il cibo senza farti raggiungere i risultati sperati.

Per esempio, se vomiti, pensi di aver trovato la strategia giusta per mangiare e al contempo non prendere peso; in realtà stai creando un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire e che comprometterà la tua salute.

Cosa puoi fare?

Ecco tre consigli per imparare a gestire le abbuffate, che abbiamo compreso non essere funzionali al tuo benessere.

  1. Ritagliati del tempo:

La vita di tutti i giorni lascia poco tempo per dedicarti a te stesso.

Ritagliati dei momenti tutti i giorni in cui decidi di compiere un gesto d’amore nei tuoi confronti, una piccola coccola per te stesso, che sia un buon libro, una passeggiata o una maschera per il viso.

 

  1. Lasciati andare alla fantasia:

Soffermati volontariamente sul piacere che deriva dal cibo, accarezzandolo prima con la mente e poi con il corpo. L’immaginazione è un mezzo potentissimo da cui spesso dimentichiamo di attingere.

Per cinque lunghi minuti ogni mattina, immergiti nella tua fantasia culinaria e immagina cosa vorresti mangiare in quella giornata.

 

  1. Impara a controllarti, lasciandoti andare:

«Niente è piu’ irresistibile di un divieto da trasgredire» O. Wilde

Spesso ci imponiamo divieti assoluti verso alcuni cibi. Più ce li vietiamo però, più in realtà li desideriamo. Finiamo per cedere alla tentazione, eccedendo.

Concediti ciò che vuoi mangiare, senza pretendere alcuna forma di controllo sul cibo. Impara a concedertelo, MA solo e soltanto all’interno dei tre pasti principali.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

La Terapia a Seduta Singola può aiutarti anche in un solo incontro con lo psicologo perché ti permette di eliminare i comportamenti che mantengono in vita il problema e ottenere concreti benefici.

Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Puoi al servizio di consulenza gratuita online con i nostri psicologi e psicoterapeuti, disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00.

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti bibliografici:

Nardone, G (2007). La Dieta Paradossale: sciogliere i blocchi psicologici che impediscono di dimagrire e mantenersi in forma, Ponte delle Grazie

 

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Come migliorare la comunicazione con i figli adolescenti

Comunicare con i figli adolescenti sembra essere un’impresa ardua. Nell’articolo di oggi andremo a vedere delle strategie di comunicazione efficaci.

L’adolescenza

L’adolescenza, dal latino “adolescere” che significa “ crescere”, è il momento della vita in cui l’individuo ottiene le competenze e le abilità utili ad assumersi le responsabilità rispetto alla futuro divenir adulto.

Questo periodo di transizione prevede un continuo mutamento e trasformazione.  Talvolta viene interpretato come squilibrio, instabilità e insofferenza.

Il ragazzo sente il bisogno di separarsi dal genitore, individualizzarsi, ma allo stesso tempo desidera la sicurezza di sentirsi amato e accolto.

In adolescenza i ragazzi si trovano quindi in una fase dello sviluppo in cui ricercano continuamente la loro identità, interfacciandosi con i diversi contesti nei quali si trovano ad interagire.

Quotidianamente prendono distanza dalle figure genitoriali, cercando di imporre il loro punto di vista e pretendendo maggiore autonomia ed indipendenza.

Quando il genitore cerca di instaurare un dialogo non è sempre facile avere la predisposizione del proprio figlio a confrontarsi, esprimersi ed aprirsi.

Genitori di adolescenti

I genitori si ritrovano a gestire un forte cambiamento nei comportamenti dei propri figli.

Ciò li porta a riflettere sul concetto di perdita, che si ripercuote sulla relazione e dunque sulla difficoltà di comunicare.

I genitori si ritrovano a gestire la perdita della relazione intima, vissuta con il proprio figlio nel periodo dell’infanzia.

Nella perdita della sicurezza, si ha difficoltà a comprendere il comportamento proprio e le reazioni altrui.

Si fatica ad essere sicuri di quello che dice e di quello che si fa.

Si creano dubbi, perplessità sulle metodologie di interazione, mettendo in discussione anche il tempo dedicato alla comunicazione.

I genitori si ritrovano a pensare alla perdita della soddisfazione di essere indispensabili a qualcuno.

“Perdita della sensazione di essere dei difensori dagli immensi poteri, in grado di tenere i figli al riparo di ogni male”. (A.Faber e E.Mazlish, 2005)

Infine c’è la paura, di dire la cosa giusta, di comprendere, di essere d’aiuto nel momento giusto, di non essere abbastanza presenti, di sbagliare.

Strategie di comunicazione

  • Mostrarsi accoglienti e disponibili nel dialogo.

Essere accoglienti significa ascoltare in modo silente il flusso di parole del proprio interlocutore senza avere pregiudizio, senza valutare e giudicare.

  • Il tono della voce deve essere sereno e privo di prediche.
  • Cercate di porre più domande. Evitate di esprimere giudizi e sentenze.

Le domande possono riguardare un particolare della situazione che vi stanno raccontando, oppure può essere utile chiedere conferma di aver compreso bene quello che vi hanno esposto.

In questo modo si sentiranno capiti, ascoltati e saranno avranno la certezza di essere stati ascoltati e compresi.

  • Evitare confronti generazionali, si verrebbe a creare troppo disequilibrio.

Nel confronto, involontariamente, si possono creare dei malintesi fra ciò il genitore ha fatto di buono e cosa invece c’è di sbagliato nel comportamento del proprio figlio.

  • Non sminuite ciò che loro vi raccontano. Ponete domande sui particolari, cercate di non farvi prendere dall’ansia e dalle preoccupazioni.
  • Ascoltare sarà un buon modo per darsi il tempo giusto per comprendere.
  • Ponete domande sul loro stato emotivo: come si sono sentiti, i loro desideri, obiettivi. Accettate i sentimenti e sappiate cogliere lo stato d’animo che in quel momento provano.
  • Non perdetevi in un eterno monologo, finiranno per non ascoltarvi .
  • Cercate di mettervi nei loro panni, essere empatici aiuta a comprendere meglio il punto di vista dell’altro.

E’ necessario avere tanta pazienza, comprensione e dare per primi l’esempio con le parole.

Se senti il bisogno di un aiuto in più, prenota il tuo appuntamento gratuito con One Session! Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00. I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
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Riferimenti bibliografici:

https://www.adolescienza.it (consultato in data 12/01/2022)

https://viverepiusani.it (consultato in data 12/01/2022)

https://www.psicoterapiarca.it (consultato in data 12/01/2022)

https://www.vivavoceinstitute.com (consultato in data 12/01/2022)

https://www.federicabenassi.com (consultato in data 12/01/2022)

A.Faber,E.Mazlish (2005). Come parlare perché i ragazzi ti ascoltino, e come ascoltare perché ti parlino. Milano: Mondadori.

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Come superare un trauma

Come superare un trauma? Quando possiamo definire un’esperienza come traumatica? Cosa ci mantiene incastrati in quel limbo tra ciò che era prima e ciò che è stato dopo il trauma?

Cos’è un trauma?

Se consultiamo un vocabolario, la parola trauma verrà definita come lesione improvvisa e violenta. A livello psichico ci si riferisce ad un turbamento determinato da un episodio dotato di una notevole carica emotiva.

Il trauma apre una profonda ferita a livello psichico, e fa da spartiacque a quello che per la persona che lo ha vissuto sarà il “prima” e il “dopo”.

Il trauma è causato da un evento con una grande carica emotiva, dicevamo. Si è soliti pensare che vi siano degli eventi oggettivamente traumatici, ed eventi invece che non possano causare alcun trauma.

Non è così. Un’esperienza viene definita traumatica in base agli effetti che produce nella persona.

Il disturbo post traumatico da stress

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-5, il disturbo post traumatico da stress può insorgere in seguito ad eventi stressanti tali da comportare una gravità oggettiva estrema, con minaccia per la vita o l’integrità fisica propria o di altri (Cagnoni e Milanese, 2009).

Il disturbo post traumatico da stress può insorgere sia che questi eventi siano vissuti direttamente, sia che siano vissuti come testimoni, ma può anche bastare il semplice venire a conoscenza di eventi accaduti a terzi.

Le caratteristiche del disturbo post traumatico da stress includono i seguenti vissuti:

  • Ricordi intrusivi dell’evento traumatico
  • Ricorrenti incubi riguardanti l’evento traumatico o le emozioni ad esso collegate
  • Episodi di flashback, in cui la persona sente o agisce come se l’evento traumatico si stesse ripresentando
  • Intensa sofferenza psicologica in presenza di eventi o fattori che possono ricordare l’evento traumatico
  • Reazioni fisiologiche intense a seguito di fattori scatenanti che possono ricordare l’evento traumatico

Vivere nel trauma

È chiaro come tutti i sintomi tipici del disturbo post traumatico da stress siano estremamente spiacevoli ed invalidanti.

Per questo i tentativi delle persone che si trovano in una condizione simile sono tutti volti ad evitare di dover avere a che fare con pensieri, situazioni e sensazioni che hanno a che fare col trauma vissuto.

Spesso però, sono proprio questi tentativi di liberarsi dal problema che lo mantengono vivo, o addirittura lo esacerbano.

Comportamenti che ti tengono incastrato nel trauma

  • Cercare controllare i propri pensieri. La persona che ha vissuto l’esperienza traumatica cerca in tutti i modi di dimenticare il trauma vissuto cercando di non pensare. Ma “pensare di non pensare è pensare ancora di più”: cercando di scacciare pensieri e immagini legate al trauma, la persona si vincola ad un circolo vizioso paradossale, finendo per intensificare proprio ciò che si vuole estinguere.
  • Evitare tutte le situazioni potenzialmente collegare all’evento traumatico. Si comincerà ad evitare il luogo in cui è avvenuto il trauma, le persone ad esso collegate, fino ad evitare situazioni ed eventi che in un qualche modo possono essere ad esso associate. Quale effetto si otterrà? Questi evitamenti arriveranno a confermare la pericolosità di situazioni che non sono in alcun modo collegate al trauma. La paura incrementerà e la persona finirà per non credere più nelle proprie risorse, aumentando le proprie paure e rendendo il disturbo sempre più invalidante.
  • Richiesta di aiuto e rassicurazioni. La persona sente il bisogno di essere sempre accompagnata, in modo da avere con sé qualcuno che possa intervenire in caso di pericolo o di crisi. Il fatto di affidarsi ad altri non farà però che confermare la propria incapacità di affrontare in autonomia le situazioni temute, rendendo la persona dipendente dagli altri.

La scrittura per superare il trauma

Uno strumento molto potente per riuscire a superare le conseguenze psicologiche di un’esperienza traumatica è la scrittura.

Narrare ogni giorno per iscritto, come se fosse la prima volta, l’evento traumatico, andando nei dettagli di ricordi, sensazioni ed emozioni che l’episodio ha scatenato va esattamente contro quello che chi ha vissuto un trauma cerca di fare: eliminare i ricordi dolorosi.

Abbiamo visto però che il tentativo di eliminarli non fa altro che incrementarli. Dovremo quindi agire seguendo una logica diversa, cioè passandoci in mezzo volontariamente.

Rivivere quotidianamente per iscritto l’esperienza traumatica (senza rileggere) farà in modo che la persona possa esternalizzare i ricordi e le sensazioni che quotidianamente la affliggono, permettendole di prenderne le distanze, mettendo fuori di sé ciò che di solito è dentro.

One Session Center

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Riferimenti Bibliografici

Cagnoni F., Milanese R. (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Firenze: Ponte alle Grazie.

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La Terapia a Seduta Singola per la paura della morte

E’ possibile superare la paura della morte con una Terapia a Seduta Singola? Scopriamolo nell’articolo di oggi.

Il significato della morte

Ciascuna società si è occupata, nel suo tempo, della morte con riti e tradizioni diversi da una cultura all’altra.

Il concetto di morte è parte integrante del concetto di vita. È il riflesso stesso del culto della vita.

Eros e Thanatos hanno ispirato poeti, artisti, pensatori. Amore e morte.

“Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione” recita il Cantico dei Cantici nella tradizione biblica.

La paura della morte accompagna l’uomo da sempre.

Ha provato a spiegarcelo Aristotele: “La cosa più paurosa è la morte. Essa è infatti il nostro termine”.

Hanno provato a spiegarlo le religioni. Da qui l’idea della vita dopo la morte, della reincarnazione e di tante altre credenze affascinanti e mistiche.

Hanno provato a spiegarlo la filosofia e la scienza attraverso miti e teorie.

La paura della morte riguarda molti individui in momenti particolari della loro esistenza.

La pre-adolescenza in cui si inizia a prendere coscienza del fatto che la morte è parte del percorso di vita di ciascuno.

La gravidanza, momento in cui si teme per la propria vita e quella del bambino.

La vecchiaia in cui si avverte che il tempo di lasciare andare è vicino.

La perdita traumatica di persone amate.

La morte richiama l’ignoto, l’ineluttabilità, la mancanza di controllo. Possiamo temere per la nostra vita o quella di chi amiamo.

I balsami che hanno addolcito la paura di morire sono stati nel tempo la religione, il culto dei morti, il pensiero filosofico, l’arte, la cultura, la poesia.

La paura della morte viene esorcizzata e addomesticata dall’uomo attraverso il potere, la guerra, il decidere della vita e della morte stessa.

La paura della morte in psicologia

Molte persone hanno paura di morire. Di certo non sempre questa paura assume una connotazione patologica.

In psicologia, la paura della morte è un disturbo spesso associato alla depressione, ai disturbi di ansia, ai disturbi da ansia di malattia, agli attacchi di panico.

Chi soffre di ansia o di panico, infatti, spesso ha sperimentato questa sensazione.

La paura di morire diventa patologica quando crea ansia e/o pensieri ossessivi. Quando limita, in parte o del tutto, la vita e le abitudini delle persone.

L’irrazionalità e la mancanza di controllo, associate a questa paura, ne rappresentano gli elementi caratteristici ed esasperanti. La perdita dei legami, di ciò che abbiamo costruito nel tempo, è un pensiero che crea angoscia.

Il momento storico, sociale e sanitario che stiamo vivendo ha visto e vede questa paura protagonista nel vissuto di molti.

Chi di noi nel periodo acuto della pandemia non ha pensato almeno una volta alla morte?

Abbiamo visto stare male persone care. Siamo stati bombardati da immagini di malattia e morte. Morti senza corpi, senza riti che ne celebravano il trapasso. Morti senza la condivisione degli affetti e della famiglia.

Un tema dunque molto attuale in questo periodo di incertezza ed emergenza.

La paura della morte nasce con la nascita dell’uomo. È un tema esistenziale. L’uomo, da un certo momento in poi (dai 4 – 5 anni di vita), inizia a fare i conti con la perdita di persone vicine e care e dunque a riflettere e ragionare su di essa.

Il percorso di accettazione della morte, come condizione inevitabile, contribuisce al percorso di crescita. Tuttavia fattori ambientali, fisiologici e psicologici possono anche contribuire ad alimentare questa paura e molto spesso a costruire fobie ben strutturate.

Quando la paura diventa invalidante e condizionante, sarà possibile scontrarsi con un disturbo di personalità.

Terapia a seduta singola e la paura della morte

La Terapia a Seduta Singola si focalizza sui bisogni urgenti della persona.

Manovre e interventi che possono, anche in un solo incontro, rendere utile e concreto l’intervento del professionista.

Soluzioni su misura, capaci di rendere possibile il cambiamento anche in una sola seduta.

Sarà poi la persona a valutare se pensa di poter affrontare da sola la difficoltà che lo ha portato in terapia oppure scegliere di varcare nuovamente quella “porta” che resterà sempre aperta.

La paura spinge la persona a mettere in atto comportamenti che altro non fanno che alimentare il problema. Il disturbo diventa così più strutturato e il cambiamento più difficile da realizzare.

“Guardare in faccia” la paura può aiutare a ridimensionare l’angoscia e l’ansia che essa provoca.

Quali sono le tue paure? Di cosa potresti morire o di cosa potrebbero morire le persone che ami?

Bene. Potresti appuntarlo su un diario, la mattina appena sveglio e la sera, finita la giornata, spuntare quale di quelle paure si è realizzata.

Metterai quella spunta o l’avrai “spuntata”?

Le paure possono essere superate anche da soli. Molto spesso però questo può essere molto difficile e allora non bisogna esitare a chiedere l’aiuto di un professionista. Varcare la porta per ritrovare la propria strada.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook o Instagram.

Bibliografia e sitografia:

Cannistrà F., Piccirilli F. (2021). Terapia Breve Centrata sulla Soluzione. Roma: EPC Editore https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/paura-di-morire-scardinarla-con-la-terapia-breve/

 

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5 mesi ago Umore

Winter blues: 10 rimedi per la tristezza d’inverno

“D’inverno mi sento triste, freddo, stanco, giù…come le foglie”

Ci sono persone particolarmente sensibili alle stagioni fredde, durante le quali manifestano sintomi di down psicofisico, per poi sentirsi “rinascere” con le stagioni calde.

Queste persone sono affette dal Disturbo Affettivo Stagionale (SAD) invernale, detto anche Winter Blues. Tutti possiamo sentirci avvolti da tristezza e malumore, è normale, ma se i sintomi durano oltre due settimane si parla di Disturbo.

Il Winter Blues è più frequente:

  • nelle donne,
  • in coloro che, nella loro storia familiare, presentano forme di Depressione, Disturbo Bipolare o Disturbo Affettivo Stagionale,
  • in chi ha bassi livelli di vitamina D e di Folati,
  • nelle persone che vivono in Paesi lontani dall’equatore o abitano in case poco illuminate.

Molte ricerche, svolte per comprendere le cause del Disturbo Affettivo Stagionale Invernale, hanno dimostrato che i livelli dell’ormone del buonumore (Serotonina), diminuiscono in assenza di luce e che il sistema neuroendocrino si modifica in base alla lunghezza delle giornate. Dunque la luce solare e le stagioni, influenzano le funzioni organiche, tra cui metabolismo e ritmo sonno-veglia, e l’umore. Quest’ultimo è legato alla Vitamina D, che a sua volta dipende dalla luce solare. Cosa accade quindi nel periodo autunno/inverno? Diminuiscono le ore di sole delle giornate.

Quali conseguenze?

Il cervello vedendo buio dice: “È notte, andiamo a dormire”, così aumenta l’ormone del sonno, diminuisce l’ormone attivante e la Serotonina. Per cui abbiamo:

Ø scarsa presenza di Serotonina, quindi più tristezza e malumore;

Ø alterazione degli ormoni sonno-veglia, perciò sonnolenza, stanchezza o al contrario insonnia e stress (meno frequente).

Tutti soffrono di Winter Blues? No.

È stata rilevata, in coloro che non sono soggetti al Disturbo Affettivo Stagionale, un’attività equilibrata del sistema neuroendocrino per tutto l’inverno. Siamo tutti soggetti alle variazioni stagionali, tuttavia in alcune persone le modificazioni neurochimiche e conseguenze connesse, sono disfunzionali.

Le caratteristiche sintomatologiche del Winter Blues.

  • Il Tono dell’umore è basso. Spesso ingiustificato. Varia dal semplice malumore, alla tristezza, melanconia, fino a uno stato depressivo. Curioso che l’acronimo SAD, sia anche una parola inglese che significa Triste.
  • La mancanza di piacere, soprattutto in ciò che generalmente lo provoca, e di energia e stimoli, con difficoltà a svolgere attività quotidiane.
  • Aumento di peso finanche all’Obesità, o al contrario perdita di peso, per un alterato stimolo della fame e del desiderio di carboidrati o grassi.
  • Ipersonnia e astenia (mentale e fisica) o al contrario insonnia.
  • Irritabilità, ansia e senso di colpa
  • Isolamento sociale

La gravità dei sintomi è variabile. Ci sono forme lievi, dette anche Subsindromi di Disturbo Affettivo Stagionale, ed altre più severe.

Il Winter Blues di frequente rientra nelle Subsindromi.

La persona è tendenzialmente in grado di condividere gioie ed eventi positivi, quando li vive e, anche se con molta difficoltà, riesce a gestire il quotidiano. Purtroppo per questi motivi, il disagio non severo delle persone con il Disturbo Affettivo Stagionale, è molto spesso sottovalutato sia da

chi ne è affetto, spesso colpevolizzandosi e peggiorando il suo stato, che dagli altri, anche dai medici.

Ma la ricorrenza degli episodi depressivi nelle stagioni autunno/inverno, può portare a un peggioramento nel tempo.

Cosa fare?

Prevenire.

Affrontare l’inverno in stato depressivo, o similare, non è affatto semplice. È possibile però prevenirlo, gestirlo e superarlo. Ecco alcuni rimedi che, se agiti tutto l’anno, possono aiutare a ridurre l’insorgenza di recidive.

1. L’uso di antidepressivi utile in presenza di sintomi severi. Non è la prima scelta dei medici nei casi di Subsindromi di Disturbo Affettivo Stagionale. Il primo antidepressivo è la luce.

2. Light therapy o fototerapia.

Esponiti alla luce di una lampada medica solare, soprattutto se il tempo è cupo. Trenta minuti per un totale di due ore al giorno. Mai la sera, avresti l’effetto contrario. Questa lampada genera un effetto sull’organismo quasi pari a quello del sole. Purtroppo non è adatta per chi soffre di Disturbo Bipolare, di Emicranie e fa uso di psicofarmaci. Né può essere usata nei mesi estivi per prevenzione. Meglio parlarne con un professionista.

Il rimedio più naturale per tutti? La luce solare. Uscire all’aria aperta almeno un’ora, anche se nuvoloso. Stare a contatto con la natura e la luce naturale. Assaporare dettagli, colori e profumi.

3. Assumere cambiamenti nello stile di vita e nella dieta, eliminando nicotina, caffeina e alcool.

4. Esercizio fisico regolare, antistress e antidepressivo efficace. Meglio all’aperto. Se al chiuso svolgetelo davanti alla finestra. L’attività fisica va evitata di sera, altera il ritmo sonno-veglia.

5. Routine dei piccoli piaceri. Un bagno o una doccia calda, una tazza di tè o latte caldo, un incontro tra amici, sorprendersi davanti a un panorama, un massaggio, un libro, un sms… Sollevano dalla tristezza e aiutano a svegliarsi col buon umore, in fondo “il bello deve ancora venire”. E poi…

6. Ridere.

7. Scopri la bellezza delle stagioni fredde. Paesaggi innevati, anche inaspettati come una spiaggia. Avere più tempo per riflettere su cosa lasciar andare (come le foglie) e cosa trattenere (come linfa).

8. Scrivere un diario, in cui appuntare i sintomi, quando iniziano, l’intensità, come evolvono, cosa sta funzionando, cosa no. Cosa ti mantiene il sorriso, cosa ti fa ridere. Valutare il tuo livello di stagionalità, sarà utile per prepararti ad affrontare la stagione invernale successiva. Anticipando l’insorgenza del Winter Blues e rafforzando le tue risorse.

9. Tecniche di respirazione e di meditazione. Se hai già constatato con un professionista quali, e se, sono adatte alla tua persona, potrai praticarle gestendo i sintomi della tristezza invernale.

10. Terapia psicologica. Ricerche hanno evidenziato l’utilità del supporto psicologico, preventivo e non solo in emergenza, per ridurre le recidive stagionali e l’insorgere della Depressione Maggiore.

Ti trovi in difficoltà nel quotidiano? Ti senti giù di morale senza apparente motivo? Vuoi imparare a trovare le strategie più adatte a te per gestire la tristezza? Vuoi affrontare un inverno all’insegna del benessere?

Chiedi aiuto a One Session!

One Session è il nostro servizio di ascolto psicologico attivo il martedì dalle 18.00 alle 20.00,

Ti aiuteremo fornendoti strumenti e tecniche che ti permetteranno di rimetterti in gioco e sbloccare comportamenti non funzionali al tuo benessere. Scrivi a info@onesession.it e consulta le nostre pagine social di Facebook e di Instagram.

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Come superare la fine di una relazione in età adulta

Come superare la fine di una relazione in età adulta, quando tutti i tuoi sogni e i tuoi progetti sono ridotti in frantumi e quando viene percepita come un fallimento personale?

È davvero possibile trasformare una fine in un percorso di rinascita e crescita personale?

La fine di una relazione

In un’interessante studio del professor Edward Smith della Columbia University (Kross et al., 2011) viene evidenziato come il dolore per la fine di una relazione stimoli le stesse aree cerebrali deputate alla percezione del dolore fisico.

Viene quindi da sé che tale evento può generare un’intensa sofferenza psico-fisica.

Non si sa la ragione di una tale associazione, ma si è ipotizzato che sia da ricondursi al naturale e istintivo bisogno di socializzazione dell’essere umano.

Il risultato è che la fine di una relazione, sia voluta che subita, porta spesso con sé un vissuto di dolore e rabbia, capace di intrappolarci in labirinti senza uscita.

Di fronte ad un dolore così grande è difficile riuscire e vedere cosa poter fare per trasformare una fine in opportunità.

Anzi, il nostro stesso futuro diventa un’idea vaga e lontana, e il solo pensare di riuscire a superare questo momento sembra un’offesa al dolore profondo che si sta provando.

Pensare di ricostruirsi una vita diventa, quindi, semplicemente impensabile.

Cosa cambia con l’età adulta

Con l’età adulta la reazione a queste esperienze si complica ulteriormente.

Da un lato perché la rabbia e il dolore sfociano spesso in un vissuto molto intenso di fallimento personale. Dall’altro perché la paura per il futuro e per la possibilità di costruirsi una famiglia sono più forti ed emotivamente più coinvolgenti.

Vivere la rottura come un fallimento personale ci da la sensazione di aver sprecato il proprio tempo, di aver sbagliato a valutare qualcosa e ci porta alla convinzione definitiva che ricostruirsi una vita sia impossibile.

Queste recriminazioni possono diventare delle vere e proprie accuse verso noi stessi e possono minare in maniera profonda la nostra autostima.

Da qui il forte senso di solitudine che ci fa vivere la mancanza del partner con un senso di profondo abbandono.

Anche le paure per il futuro giocano un ruolo fondamentale.

Con l’età adulta, infatti, il cosiddetto “orologio biologico” e le aspettative riguardo la nostra vita relazionale influenzano in maniera diretta la percezione delle nostre esperienze.

Una rottura può farci sprofondare nell’idea di dover ricominciare da capo e di non aver più tempo per ricostruirsi una vita!

Com’è possibile allora non rimanere travolti dalla fine della nostra relazione?

Come ricostruirsi una vita, anche in età adulta

Ricostruirsi una vita dopo una rottura, specie se in età adulta, sembra davvero difficile.

I sentimenti che proviamo e che generano confusione sono forti e connaturati ad un esperienza dal forte impatto emotivo

E allora cosa possiamo fare?

Il primo passo da compiere e ristrutturare la percezione di ciò che stiamo vivendo.

Invece di chiuderci nel labirinto del fallimento personale, dobbiamo muoverci sul piano della crescita personale.

Non siamo persone che hanno perso tempo e che devono ricominciare da zero.

Sei una persona che ha una storia ed un vissuto e devi “ri-scoprire” la tua vita oggi e rimodellarla sulla base di ciò che sei ora.

Cosa ti dice questa esperienza di te? Che cosa hai imparato dopo questo ostacolo? Di Quale insegnamento positivo o negativo puoi fare tesoro?

Tre azioni pratiche da poter implementare nella tua nuova vita da single.

  • Dai sfogo alle emozioni

Reprimere le emozioni non è mai una buona strategia. È molto più efficace trovare il tuo modo per far uscire ciò che hai dentro.

Puoi scrivere, senza rileggerle, le emozioni che stai provando, per distanziarti dai pensieri e arrivare alla consapevolezza che essi sono, appunto, pensieri.

Oppure piangi, lasciando che il corpo faccia uscire anche fisicamente il dolore che stai provando.

Semplicemente, puoi ritagliarti un’ora al giorno nel quale ripensare al dolore che provi. Alla fine di quell’ora, ti lavi la faccia con acqua fresca, ti asciughi il viso e torni alle tue attività.

Non importa la strategia che utilizzi, ciò che conta è far fluire l’emozione negativa che hai dentro.

 

  • Ridi in compagnia

Ridere genera una droga naturale, l’endorfina, mentre intrattenere rapporti sociali riduce lo stress dato dal carico emotivo della rottura.

Dopo gli “enta” o dopo una lunga storia, la rete sociale si riduce e spesso la pigrizia porta ad avere meno voglia di uscire.

Superare questo senso di isolamento e conoscere nuove persone ti aiuterà a ritrovare una tua dimensione e a sviluppare entusiasmo nella possibilità di sperimentarti in nuove relazioni.

Ricorda che non devi fare “tutto e subito”. Mettiti in gioco con dei piccoli passi.

Prima in situazioni più confortevoli e poi aumentando gradualmente la tua esposizione.

In questo modo riuscirai a gestire meglio lo stress e le emozioni che proverai.

 

  • Prenditi cura di te.

È prevedibile che tutto questo dolore, il tentativo di affrontarlo e le azioni di crescita personale generino in te forte ansia e stress. Per questo non devi dimenticarti di sviluppare un atteggiamento non giudicante nei tuoi confronti e accettare l’idea di chiedere aiuto, se ne senti il bisogno.

Le persone che amiamo possono darti un aiuto fondamentale, in questo senso, così some il sostegno di uno specialista può indirizzarti verso la strada giusta.

L’obiettivo finale sarà quello di ricostruire ciò che sei e riprendere in mano la tua vita.

Conclusioni

Ricostruirsi una vita dopo una rottura non è mai facile. Quando questo avviene in età adulta, il coinvolgimento emotivo, le energie spese ed i progetti futuri mettono un ulteriore pressione e rendono tutto il processo più complesso.

Se ti trovi in questa situazione, chiedi aiuto a One Session!

One Session è il nostro servizio di ascolto psicologico attivo il martedì dalle 18.00 alle 20.00,

Ti aiuteremo fornendoti strumenti e tecniche che ti permetteranno di rimetterti in gioco e sbloccare comportamenti non funzionali al tuo benessere. Scrivi a info@onesession.it e consulta le nostre pagine social di Facebook e di Instagram.

Bibliografia

Dunbar, R.I.M. et al. (2012). Social laughter is correlated with an elevated pain threshold. Proceedings of The Royal Society B: Biological Sciences, 279(1731), 1161-7.

Frattaroli, J. (2006). Experimental Disclosure and Its Moderators: A Meta-Analysis. In Psychological Bulletin, Vol. 132, n° 6, pp. 823–865.

Pennebaker, J.W. (2004). Scrivi cosa dice il cuore. Milano: Erickson

Stathopoulou, G. et al (2006). Exercise Interventions for Mental Health: A Quantitative and Qualitative Review. In Clinical Psychology: Science and Pratice, Volume 13, Issue 2, 179–193.

 

Sitografia https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/uscire-storia-finita-male/ https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/superare-fine-storia/ https://www.starbene.it/benessere/psicologia/quando-finisce-amore-come-stare-meglio/ https://www.crescita-personale.it/articoli/relazioni/amore/fallimento-in-amore-superare-la-fine-di-una-relazione.html https://www.ipsico.it/news/fine-di-un-amore-termine-di-una-relazione/

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6 mesi ago Altro

Come ritrovare la motivazione

Oggi parliamo di motivazione.

Cos’è la motivazione? E’ possibile ritrovare la motivazione? E come?

La Motivazione: etimologia e teorie

Il termine motivazione dal punto di vista etimologico deriva dal latino “motus” movimento e “agere” spinta all’azione.

La motivazione è lo stato interiore che orienta l’organismo, attiva il nostro comportamento e direziona l’uomo verso un obiettivo.

In questa semplice definizione la motivazione viene descritta come il nostro carburante e allo stesso tempo l’essenza che ci fa andare avanti e tendere al raggiungimento di un obiettivo e al perseguimento di uno scopo.

Il costrutto psicologico della motivazione non è un costrutto semplice, pertanto sono state prodotte innumerevoli teorie in psicologia e lo stato motivazione può essere analizzato secondo livelli di complessità diversi.

Per semplificare estremamente mi limiterò solo ad esplicitare la distinzione tra motivazione primaria e secondaria e tra motivazione intrinseca ed estrinseca.

Le motivazioni primarie sono basilari per la sopravvivenza dell’individuo e sono dovute a meccanismi fisiologici, quelle secondarie non sono legate a dimensioni biologiche ma a dei meccanismi psicologici.

La motivazione intrinseca è determinata da cause interne e la motivazione estrinseca da cause esterne.

Per cause esterne si intendono fattori esterni all’individuo pensiamo per esempio alle ricompense, ai premi, ai fattori sociali, comunque dipendenti dall’ambiente.

Per cause interne ci riferiamo ai bisogni dell’individuo come i desideri, le passioni, i piaceri.

Perché è fondamentale avere motivazione?

Se la motivazione è il carburante della nostra vita, se è la spinta propulsiva all’azione capiamo che perderla ha un effetto bloccante sul nostro agire quotidiano.

Se sei motivato impiegherai più energie, affronterai i tuoi impegni che siano scolastici o lavorativi con grinta e determinazione.

A tutti può però succedere di avere una battuta d’arresto, passare un periodo pesante, sentirsi svuotati e passare situazioni difficili.

La stanchezza e lo stress incidono fortemente sul nostro livello di motivazione.

Come ritrovare la motivazione?

Con un percorso di terapia breve e anche con una sola seduta con ad esempio la Terapia a Seduta Singola si può lavorare per ricostruire un atteggiamento positivo, imparare ad abbandonare o modificare quegli atteggiamenti che vengono messi in atto inconsapevolmente e che stanno portando ad una situazione di stallo.

E’ possibile ristrutturare i nostri pensieri e rimodulare gli obiettivi e gestire diversamente l’ansia, la preoccupazione e la stanchezza ponendo attenzione sulle proprie risorse con un nuovo mindset.

Vorresti lavorare sulla motivazione? Ti trovi in un momento difficile in cui hai la sensazione di essere imprigionato? La tua performance e il tuo rendimento non sono quelli che vorresti avere o che hai sempre avuto? Vuoi ottenere un cambiamento?

Chiedi aiuto a One Session.

One Session è il nostro servizio di ascolto psicologico attivo il martedì dalle 18.00 alle 20.00,

Ti aiuteremo fornendoti strumenti e tecniche che ti permetteranno di rimetterti in gioco e sbloccare comportamenti non funzionali al tuo benessere.

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Pensieri ossessivi: come liberarsene?

I pensieri ossessivi sono pensieri ricorrenti, rimuginii continui, frequenti ed invasivi.

Hai presente quando ti dicono: smettila di pensarci, rischi di farla diventare un’ossessione?

Ecco. Non siamo molto lontani dalla realtà di chi, come te, si è accorto di avere pensieri costanti che invadono la mente e la occupano per un tempo decisamente eccessivo.

Si tratta di pensieri ossessivi e se accompagnati anche da compulsioni, potrebbero far parte di un quadro più ampio di DOC, un Disturbo ossessivo compulsivo!

Di che stiamo parlando esattamente?

 Ti spiego un po’ meglio quello a cui mi sto riferendo, senza che i spaventi e inizia a pensare che il tuo rimuginare continuo sia a tutti gli effetti un’ossessione.

Ce ne essa di acqua sotto di ponti, però è bene conoscere la differenza.

Il pensiero ossessivo viene definito come “l’irrefrenabile bisogno di mettere in atto pensieri in modo ripetitivo e ritualizzato, sovrastando ogni altra attività” (Nardone, 2013)

Le ossessioni sono pensieri o immagini ripetuti e costanti che invadono la mente e che percepisci come intrusive e fastidiose ma cui non sei in grado di resistere. Ci pensi costantemente, occupando la maggior parte del tuo tempo (paura dello sporco, fare del male agli altri, l’ordine, paura della morte…)

Ciò a cui devi fare attenzione è che ciò che distingue un semplice rimugino da un pensiero ossessivo è il fatto che invalida il tuo funzionamento negli ambiti di vita, occupando tutto il tuo tempo. Sono immagini intrusive e cicliche a cui se rispondi non riesci a sottrarti.

Cosa fai per risolvere il problema?

  1. Eviti ciò che ti spaventa: evitare la paura non la risolverà; al contrario incrementerà la tua convinzione di non essere in grado di superare quell’ostacolo. Più eviti e più eviterai.
  2. Cerchi rassicurazioni: chiedi aiuto a chi ti sta vicino perché da solo non pensi di farcela oppure ti lamenti di ciò che non va con chi ti sta intorno. Eppure anche in questo caso, sono sicura che il chiedere aiuto e rassicurazione non ha funzionato. Sbaglio?
  3. Rispondi al pensiero: rispondi a pensieri che non hanno risposta, ma un infinità di risposte possibili. Scateni così un circolo vizioso in cui rimani intrappolato.

Cosa puoi fare di diverso?

  • Frena le richieste di aiuto!

Ogni volta che chiedi aiuto confermi a te stesso da un lato che sei circondato da persone che ti vogliono bene, dall’altro  di non essere in grado di farcela, che non sei capace e il tuo senso di efficacia diminuisce.

Pensa che ogni volta che chiedi aiuto ricevi questo duplice messaggio.

  • Basta evitare: più eviti e più confermi a te stesso la pericolosità della situazione e di non essere in grado di affrontarla.

So che smettere da un giorno all’altro di evitare certe cose sembra impossibile, ma il consiglio è questo: comincia dalla cosa più piccola, facendo il primo piccolo passo.

  • Schiocca le dita: ogni volta che senti arrivare il pensiero, anziché dargli corda, schiocca le dita e grida a gran voce il tuo nome accompagnato dal “torna qui” – Beatrice, torna qui- Riporta la tua mente al qui e ora, lasciando andare il pensiero intrusivo.

Ci vorrà un po’ affinché tu abbia successo perché rimuginare per te è diventata un abitudine.

Non puoi smettere di pensare, ma puoi smettere di rimuginare, schioccando le dita.

Ti faranno male le dita all’inizio e soprattutto lo farai più volte del necessario perché il pensiero sarà li pronto a tormentarti. Inoltre spesso capiterà che te lo dimentichi; non importa, fallo appena riesci.

Pensi di non farcela?

Puoi ottenere un aiuto immediato, concreto e duraturo, rivolgendoti a One Session!
Ti forniremo strumenti pratici e utilizzabili fin da subito per uscire da questa difficile situazione con le tue stesse risorse!

Ci trovi ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00. Prendi appuntamento scrivendo a info@onesession.it o contattandoci sulle nostre pagine Facebook e Instagram

 

Riferimenti bibliografici

Bartoletti, A (2019). Pensieri Brutti e Cattivi. Ossessioni tabù: come superarli. Francoangeli.

Nardone, G. Portelli, C. (2013). Ossessioni, Compulsioni, Mani. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi. Ponte delle grazie.

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Conflitti a lavoro? Collaborazione come strategia vincente.

Pensando al conflitto, l’immagine che ho avuto è stata il fungo atomico ad Hiroshima e Nagasaki.

Il mondo del lavoro può essere un campo di battaglia, con un effetto distruttivo, causato da un bombardamento, in questo caso emotivo, di rabbia e frustrazione.

Emozioni che montano sempre più nelle persone, che tra l’altro non si sono scelte e debbono convivere sotto lo stesso tetto lavorativo.

Una condivisione psicofisica che richiede energie non indifferenti, in uno spazio in cui regna spesso la competizione più che la collaborazione.

Affrontare discussioni

Affrontare una discussione genera molta tensione, ansia e paura di trovarsi di fronte a divergenze di opinioni.

Inoltre la conflittualità è valutata in modo negativo (non solo in ambito lavorativo), tanto da danneggiare spesso chi la attiva.

Per questi motivi difficilmente ci si espone nel manifestare conflitti e intavolare discussioni.

“La nostra mente evita di confrontarsi con ciò che ci minaccia. Il problema è che, facendo gli struzzi e non affrontando i problemi, si rischia di ingigantirli a dismisura dentro la nostra testa” (Rampin M. 2018).

In sostanza, tranne in pochi casi di pura ingiustizia o particolari patologie mentali, un conflitto nasce principalmente quando sorgono differenze e si ha difficoltà ad accordarsi. La mancanza di flessibilità e collaborazione diventa una delle cause dei conflitti relazionali e interiori.

A scapito della professionalità, si procrastina un confronto maturo, che offre possibili risoluzioni dei problemi e la prevenzione delle conseguenze del disaccordo.

Eppure i conflitti sono parte della vita, ed imparare ad affrontarli è necessario.

I conflitti sul lavoro

Quando il luogo di lavoro diventa costellato di conflittualità, si trasforma in un ambiente scomodo e disagiato. Uno spazio sociale in cui i conflitti interpersonali possono essere vissuti attaccando in modo evidente, o subdolamente, oppure in silenzio, sopportando e covando.

Entrambi i casi sono accompagnati da diffidenza, sguardi inaspriti od evitanti, pensieri frustranti, rimuginii, ansia e insoddisfazione, che spesso rimangono ancoràti nelle maglie emotive delle persone, tanto da essere portati anche a casa e permanere a lungo come effetti indesiderati.

Le conseguenze più comuni sono la riduzione della produttività, della qualità del lavoro e del benessere personale, con un aumento dello stress e del barn out.

Le manifestazioni psicofisiche e comportamentali che ne derivano, sono diverse e a vari livelli. Ad esempio:

  1. minore attenzione e concentrazione
  2. aumento del sospetto e di emozioni negative
  3. impazienza e inquietudine
  4. somatizzazioni: emicrania, mal di schiena, alterazione del sistema digestivo e del ritmo sonno-veglia
  5. isolamento, rottura dei rapporti ostili, abuso di ansiolitici e sostanze (cibo, alcol …)

Superare i conflitti

È possibile prevenire e trasformare un conflitto, in una condizione funzionale e utile?

Si, attivando la collaborazione e strategie per favorirla.

La Oxford Languages descrive il conflitto così: “contesa rimessa alla sorte delle armi, guerra; urto, contrasto, opposizione”.

Se il concetto di guerra lo abbiamo visto, è importante soffermarci un momento sulla parola opposizione, la quale non implica necessariamente incompatibilità.

Basti pensare alla capacità dei poli + e – di attrarsi e condividere spazi in equilibrio.

Ebbene, anche da differenti personalità, possono nascere condivisione e sinergia, dando vita a confronti ed opportunità, anche piccoli ma significativi.

Il “con-fronto” per definizione implica che ci si ponga uno difronte all’altro, in posizione opposta. Si può scegliere se attaccarsi o se cercare la risorsa per poter lavorare assieme, in un ambiente più favorevole per tutti.

Come si può agire la Collaborazione?

Alcuni suggerimenti.

  •  Focalizzate l’attenzione sulla persona e non sul problema relazionale.

Anche l’altro vive il conflitto e probabilmente è stanco quanto voi di questa situazione, ma forse non sa da dove partire per migliorarla. Ascoltatelo, potrebbe dire cose interessanti.

Nel confronto rimanete ancorati all’obiettivo di lavoro/argomento di cui vi state occupando, senza andare sul personale.

L’attacco alla persona genera solo muri di difesa, tensioni e rigidità sulle proprie convinzioni. E se l’altro lo fa con voi, allora in modo assertivo, fatelo presente.

  •  Abbiate perciò chiaro l’obiettivo.

Voglio “con-frontarmi” o prevalere sull’altro? Per risolvere un problema, è essenziale ascoltare l’altro e il suo punto di vista.

L’ascolto permette di focalizzarsi su ciò che dice, non dice e come lo dice. Se le emozioni sono “hot”, fermatevi. Prendetevi un momento.

  •  Dunque usate una comunicazione efficace ed empatica, e create un clima positivo.

Lasciate andare le provocazioni. Usate parole ben pesate, un tono di voce e un ritmo pacato, perché favoriscono il clima sereno, senza mai alzare l’indice come una spada da sguainare.

Partite con dei commenti positivi e con ciò che vi accomuna, per poi confrontarvi su ciò che vi differenzia. A volte l’autoironia spegne dardi infuocati, ma è bene evitare il cinismo.

Non lamentatevi e non parlate male di altri, rimanete sui fatti.

Abbiate un sincero interesse nella sua opinione, e fiducia che dal confronto potreste raggiungere un accordo comune, tale da favorire la collaborazione ed entrare in sinergia di idee e risorse.

Proponete una soluzione da rivedere assieme, ma non scegliete mai per l’altro.

  •  Valorizzate abilità e talenti di ognuno.
  •  Fate autocritica, per riconoscere cosa ostacola in voi la cooperazione.

In conclusione

Ricordate che essere differenti non significa essere per forza oppositivi e incompatibili, ma che si può scegliere di essere collaborativi.

Essere collaborativi, per creare un ambiente professionale più vivibile, aumentare e mantenere il proprio benessere e raggiungere obiettivi, non significa diventare amici.

È naturale che non ci piacciano tutti.

Ma certamente crescere nella capacità di collaborare, di gestire i conflitti e affrontare una discussione, significa fare un salto di qualità personale che si rifletterà in tutte le relazioni.

 

Se stai vivendo una situazione di conflittualità a lavoro, e vuoi ottenere un aiuto immediato, concreto e duraturo, chiedi aiuto a One Session!
Ti forniremo strumenti pratici e utilizzabili fin da subito per uscire da questa difficile situazione con le tue stesse risorse!

Ci trovi ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00. Prendi appuntamento scrivendo a info@onesession.it o contattandoci sulle nostre pagine Facebook e Instagram

 

Riferimenti bibliografici

Funes C. (2014), Come gestire i conflitti. Risolvere i contrasti al lavoro per migliorare la produttività. Ed. De Vecchi, Milano

Rampin M., Mattiolo G. (2018), Con occhi di tigre, Ed. Sperling & Kupfer, Milano

Hollweck I. (2016), Conflict coaching: Allenarsi ad affrontare i conflitti di tutti i giorni con maggiore fiducia, Ed. Franco Angeli, Milano

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