Solitudine: trasformarla in opportunità
Ci sono uomini soli
Nei carceri, in auto, soli sul web
(Marracash, Soli)
Ci sono momenti in cui la solitudine non è una scelta, ma una condizione che attraversa il nostro quotidiano, nei nostri momenti più intimi o in mezzo agli altri.
Eppure, proprio in quei momenti, può nascere l’opportunità di trasformare quel sentirsi soli in qualcosa di nuovo e di propositivo per noi stessi e per il tempo che viviamo.
La solitudine può arrivare in silenzio, dopo una perdita, un cambiamento, una separazione o semplicemente nel ritmo frenetico delle nostre giornate. Arriva quando si interrompe il senso di connessione con una persona, con un gruppo o con sé stessi.
La solitudine non è solo “stare soli”: è sentirsi soli.
È quella distanza emotiva che si può percepire anche in mezzo alla folla, nel proprio lavoro, o persino in una relazione. Quando ci sentiamo inascoltati o invisibili.
Eppure, dentro questo spazio apparentemente vuoto, può nascondersi un’occasione preziosa di cambiamento.
Ci si può sentire soli in diversi modi:
- dopo la fine di una relazione o di un’amicizia;
- quando si cambia città, lavoro, contesto di vita;
- durante le fasi di cambiamento interiore (maggiore consapevolezza di sé, crescita emotiva, rielaborazione di vecchie convinzioni, comprensione dei propri bisogni).
La solitudine può essere un momento importante di ridefinizione di sé.
Quando attraversiamo una fase in cui i nostri ancoraggi esterni si indeboliscono e questo ci costringe a confrontarci con la nostra dimensione interiore più profonda, abbiamo la possibilità di costruire un passaggio, un tempo sospeso, difficile ma fertile, in cui può nascere qualcosa di nuovo.
Il problema nasce quando la solitudine si trasforma in isolamento, in una trappola che ci fa chiudere ancora di più. Allora, il silenzio diventa pesante, il dialogo interiore si trasforma in autocritica, e il vuoto in mancanza di senso.
La Terapia Breve come ponte
La terapia breve, con la sua natura focalizzata e concreta, aiuta a sperimentare piccoli cambiamenti relazionali che creano senso e connessione. L’obiettivo diventa, trasformare la solitudine in uno spazio di crescita personale.
La solitudine, infatti, può essere vista come un passaggio evolutivo: un momento in cui si può imparare a stare con sé stessi in modo nuovo, più autentico.
Come dice Leonard Cohen nella canzone Anthem, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”La crepa della solitudine può diventare la fessura da cui entra la luce della consapevolezza, la possibilità di ricostruirsi, di riscoprire i propri desideri, di sintonizzarsi sui propri bisogni.
La terapia breve parte da un principio fondamentale: ogni difficoltà contiene già in sé le risorse per essere superata.
Il primo passo è aiutare la persona a riconoscere e dare un nome a ciò che prova. Spesso chi si sente solo prova vergogna o paura di essere “sbagliato”, non compreso. Il terapeuta aiuta a ristrutturare il vissuto come un processo evolutivo.
In terapia breve, si lavora sul momento presente (il mantra contemporaneo del “qui e ora”), ma anche sul futuro immediato.
Lo spazio della solitudine viene esplorato in terapia non come un “vuoto da riempire”, ma come un luogo da abitare consapevolmente e pienamente. La terapia breve aiuta a costruire piccoli obiettivi, piccole esperienze quotidiane di connessione (con sé, con gli altri, con il mondo).
Attraverso domande strategiche, visualizzazioni o esercizi di auto-osservazione, la persona può tornare a sentire sé stessa. La Miracle Question stessa applicata alla solitudine è uno strumento molto potente perché apre uno spazio di possibilità e immaginazione laddove la persona sente vuoto o mancanza.
Quando una persona impara a stare bene da sola, le relazioni o le situazioni non diventano più un bisogno per colmare un’assenza, ma una scelta consapevole di esserci.
Un nuovo modo di stare soli
Quando la solitudine smette di essere un nemico, diventa un’esperienza da cui imparare.
In quello spazio che prima sembrava vuoto, può nascere la capacità di ascoltarsi davvero, di riconoscere i propri limiti e i propri desideri. È in quel silenzio che spesso si riscopre la creatività, la curiosità, la voglia di ricominciare.
La solitudine, accolta e attraversata, diventa spazio di crescita.
Il terapeuta, non riempie il vuoto ma aiuta a costruire ponti: tra il dolore e la possibilità, tra il silenzio e la parola, tra il sé e gli altri. Trasforma il problema in risorsa.
La solitudine forse non è qualcosa da sconfiggere, bensì da comprendere. Lo spazio terapeutico può diventare un luogo in cui esplorare nuovi modi di stare da soli. Questo significa accogliere la possibilità di ascoltare i propri bisogni, riconoscere i propri confini, scoprire o riscoprire le proprie risorse.
Quando la solitudine smette di essere un vuoto da riempire ma spazio da colmare può nascere il cambiamento.
Gli psicologi del team “Onesession” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola.
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Riferimenti bibliografici
Yalom I.D. (1980), Psicoterapia esistenziale. Raffaello Cortina
Nardone G.(2023), La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Tea

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Quando non riesci a decidere: come uscire dalla paralisi delle scelte
Chi non ha mai titubato di fronte ad una scelta importante, vivendo una paralisi delle scelte?
O non si è mai ripetuto : “Adesso non me la sento, non sono in condizione di poter decidere”?
Quante volte hai pensato: “E se poi sbaglio?”
Attraverso le nostre decisioni, le nostre scelte, ci rendiamo artefici del nostro destino e da questa responsabilità (a volte grande) derivano le paure più comuni e diffuse connesse all’atto di scegliere.
Ogni giorno prendiamo decisioni, dalle più banali alle più complesse: dal momento in cui decidiamo di alzarci al mattino, fino a quando scegliamo di andare a dormire. Eppure, nonostante l’allenamento quotidiano, alcune scelte ci paralizzano, ci bloccano, ci spingono a procrastinare e a vivere uno stato di ansia costante.
Perché accade? Perché alcune decisioni diventano così difficili da sembrare insormontabili?
Le paure più comuni dietro l’indecisione
Dietro la difficoltà di decidere si nascondono paure diverse, tra cui alcune molto comuni:
La paura di rinunciare: ogni scelta implica lasciare indietro qualcosa. Temere di perdere l’equilibrio faticosamente conquistato porta a resistere al cambiamento, a non esplorare nuove possibilità.
La paura di sbagliare: “Scelgo A o scelgo B? È meglio agire o restare fermo?”. L’idea di fare la scelta “sbagliata” può diventare così paralizzante da portare a non scegliere affatto, perdendo così l’occasione di apprendere e crescere.
La paura di non essere all’altezza: soprattutto in ambito lavorativo o genitoriale, ci si chiede se si sarà capaci di sostenere il peso della decisione. Questa paura, strettamente legata all’autostima, spinge ad analizzare all’infinito le opzioni, ritardando qualsiasi azione.
Il timore del giudizio altrui: alcune volte ciò che blocca non è la decisione in sé, ma la paura delle reazioni degli altri – di non essere compresi, accettati o amati.
La paura di sbagliare è forse la paura più diffusa nell’ambito dei processi decisionali e più si ricoprono ruoli di grande responsabilità (lavorativa, ma non solo, pensiamo alla paura di sbagliare connessa al ruolo genitoriale), più questa paura può divenire intensa e quanto mai stressante, aumentando il rischio di resa proprio a causa del forte stress percepito.
Sebbene siano tra le più diffuse, non sono solamente queste le paure dietro l’atto di scegliere: a volte a bloccarci sono le aspettative altrui, la paura di essere rifiutati dalla società alla quale desideriamo appartenere, la paura di non essere più amati compiendo determinate scelte, o la paura di esporci al giudizio altrui.
Le tentate soluzioni che la persona generalmente mette in atto per cercare di fronteggiare le paure connesse ai processi decisionali e di scelta, non sempre contribuiscono a contenere queste paure: al contrario, nella maggior parte dei casi, le mantengono o addirittura le alimentano.
Le trappole dell’evitamento: costruisci ciò che poi subisci
Le soluzioni che mettiamo in atto per ridurre la paura finiscono spesso per rinforzarla: è proprio così che nasce e si mantiene la paralisi delle scelte.
Da un lato, sul piano dell’agire, il rimandare e l’evitare le scelte, delegare e chiedere continue rassicurazioni, consolidano l’idea che scegliere è pericoloso e che la persona da sola non riesce. Dall’altro lato, quello del pensare, analizzare eccessivamente, ricorrere alla logica razionale anche per problemi che hanno evidenti risvolti e componenti emotive, bloccano la persona in un vero e proprio vicolo cieco.
Rimandare o evitare le decisioni rafforza l’idea che “decidere è pericoloso”.
Delegare o chiedere continue rassicurazioni alimenta la convinzione di non essere capaci.
Analizzare all’eccesso e affidarsi solo alla logica, anche quando in gioco ci sono emozioni, porta in un vicolo cieco: in questi modi la persona costruisce le stesse catene che poi la imprigionano.
Come uscire dalla paralisi delle scelte?
1) Prendere decisioni costruisce sicurezza (e non il contrario)
Molti aspettano di sentirsi sicuri prima di prendere una decisione, come se la sicurezza fosse un requisito da raggiungere in anticipo. In realtà è l’opposto: è proprio l’atto di decidere, nonostante i dubbi e le incertezze, che costruisce sicurezza e rafforza l’autostima.
Ogni volta che scegli, dimostri a te stesso di potercela fare. La prontezza non nasce dall’attesa, ma dall’azione. Se resti fermo, rimani insicuro; se decidi, inizi a sentirti capace.
2) Come potresti peggiorare ulteriormente le tue giornate?
Nella quotidianità, procrastinare e rimandare continuamente delle decisioni che dobbiamo prendere, generalmente si associa ad un aumento di tensione e di stress percepito, perché di fatto quelle scelte rimangono li, pendono sulle nostre teste come una spada di Damocle.
Ogni giorno, in particolare ogni mattina, prova a scrivere tutti i modi in cui potresti peggiorare, far andare male la tua giornata, verificando la sera se e quali di questi comportamenti hai messo in atto. Questo tipo di strategia potrà aiutarti ad individuare tutti i comportamenti disfunzionali che magari già stai agendo o che potresti agire, diminuendo quindi la probabilità di metterli e rimetterli in atto.
3) Procedi per piccoli passi: stila la tua top ten delle scelte
Non tutte le scelte hanno lo stesso peso. Per allenare la capacità di decidere, comincia da quelle più piccole, meno spaventose.
“Se vuoi vedere, impara ad agire” affermava Heinz von Foerster, uno dei padri della cibernetica e figura di spicco dell’epistemologia costruttivista. Ciò significa che per imparare a prendere delle decisioni, non possiamo agire prima sui nostri pensieri ma dobbiamo agire prioritariamente sui nostri comportamenti.
Un modo efficace per “allenare” questa capacità potrebbe essere quello di partire da decisioni piccoline, che ti coinvolgono meno da un punto di vista emotivo. Prova allora a stilare una lista di decisioni che devi prendere. Poi ordinale partendo da quella che ti spaventa meno a quella che ti spaventa di più. Ogni giorno prendi una decisione presente nella lista, partendo da quella che ti spaventa meno.
Conclusione
La paura delle decisioni è diffusa e comprensibile, ma non è un ostacolo insormontabile. Attraverso piccoli passi, strategie mirate e soprattutto l’atto stesso del decidere, è possibile trasformare i momenti di scelta da fonte di ansia a opportunità di crescita ed evoluzione.
Ricorda: la paralisi delle scelte non è un destino, ma un meccanismo che puoi superare con piccoli passi concreti.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Nardone, G. (2014). La paura delle decisioni. Milano: Ponte alle Grazie.

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Senso di colpa: cos’è e come gestirlo
Il senso di colpa è una delle emozioni che spesso ricorre nella stanza di terapia. E’ un’emozione complessa e universale: tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita quella stretta allo stomaco o quel peso sul petto dopo aver commesso un errore o aver arrecato un danno a qualcuno. Ma cos’è davvero il senso di colpa? È sempre un’emozione negativa o ha qualche risvolto positivo? Certamente nel momento in cui la si prova non è certo una sensazione piacevole ma, come vedremo nel corso di questo articolo, anche il senso di colpa ha una sua funzione, che se compresa può essere gestita traendone insegnamento.
Cos’è il senso di colpa?
Il senso di colpa è un’emozione legata alla percezione di aver violato una norma (che sia morale, sociale o personale), di aver arrecato danno a qualcuno o di non aver fatto qualcosa che “avremmo dovuto”. In tal senso è un concetto molto collegato al senso morale o etico che iniziamo a sviluppare durante l’infanzia: a differenza delle emozioni primarie infatti (gioia, dolore, rabbia, paura), il senso di colpa si sviluppa gradualmente tra i 3 e i 6 anni di età, quando cioè abbiamo le sufficienti capacità cognitive e sociali per poter comprendere che le nostre azioni hanno delle conseguenze.
In una certa misura il senso di colpa è una guida morale, perché ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, a rispettare le regole sociali e a mantenere l’integrità personale. La sua funzione quindi è anche quella di spingerci a riparare ai comportamenti sbagliati, a rimediare ai nostri errori o a chiedere scusa se abbiamo arrecato danno a qualcuno, anche involontariamente.
Diversi tipi di senso di colpa
Secondo alcuni autori (Mancini e Gangemi, 2008) si può distinguere due diversi tipi di senso di colpa: uno deontologico, che nasce dalla trasgressione di una norma o di un valore morale che sono generalmente comuni al proprio gruppo di appartenenza. Il senso di colpa deontologico può nascere anche quando si disobbedisce all’ordine di un’autorità o quando agiamo contrariamente a quei principi morali che abbiamo fatti nostri. L’altro senso di colpa è quello altruistico o interpersonale: nasce dalla credenza di aver danneggiato ingiustificatamente l’altro o, in senso più generale, di non averlo aiutato. In questo caso il senso di colpa orienta alla riparazione del danno causato e all’espressione di sentimenti e di atteggiamenti positivi verso la vittima. Questo senso di colpa è collegato all’altruismo e alla tendenza dell’uomo a provare empatia verso la sofferenza degli altri.
Capire quale tipo di colpa si sta provando è il primo passo per gestirla. La colpa deontologica si gestisce con la riparazione e l’apprendimento: dagli errori dettati dal senso di colpa possiamo imparare a comportarci meglio in futuro. La colpa altruistica invece richiede un lavoro sulla definizione dei propri limiti di responsabilità e sull’accettazione dell’incertezza.
Quando il senso di colpa diventa disfunzionale
Come abbiamo accennato, il senso di colpa può quindi avere una funzione adattiva e prosociale: in piccole dosi è un’emozione utile a riparare ai propri errori. Tuttavia quando esso è sproporzionato all’evento, persiste nel tempo o si estende a situazioni in cui non abbiamo reale responsabilità può portare a un circolo vizioso di auto-rimprovero e sofferenza. Ci possiamo accorgere del suo impatto negativo da segnali quali ansia, depressione, perfezionismo eccessivo, autosabotaggio, isolamento o pensieri ossessivi sull’errore commesso o temuto.
A volte infatti può capitare che per paura di sbagliare proviamo una sorta di senso di colpa anticipato che ci immobilizza o ci fa tendere al perfezionismo. È importante comprendere che l’errore fa parte in qualche misura della vita di ciascun individuo. Esso può essere piuttosto l’opportunità per correggere il tiro e migliorarsi.
Come gestire il senso di colpa
Cosa fare allora quando ci accorgiamo che il senso di colpa diventa eccessivo o ha un grande impatto sulla nostra vita? Prima cosa da fare è capire quali sono i meccanismi che mantengono il problema. Spesso infatti è ciò che facciamo nel tentativo di uscirne che ci incastra.
Tra questi comportamenti troviamo ad esempio la ricerca di rassicurazioni continue. Chiedendo agli altri se ci siamo comportati male o bene è un modo di delegare il nostro giudizio senza ascoltare il nostro senso morale. Questo infatti come accennato può farci da guida nel discernere e scegliere come comportarci di fronte a situazioni ambigue o di responsabilità, aiutandoci ad esercitare il nostro senso di autoefficacia.
Altro tentativo disfunzionale è quello di eliminare a tutti i costi il senso di colpa, ma più cerchiamo di evitare quelle sensazioni spiacevoli più queste si intensificheranno. La strategia migliore per superarle è concentrarsi su un piccolo passo concreto per riparare o imparare, senza rimanere bloccati nella ruminazione. A volte basta chiedere scusa in modo sincero e poi andare avanti.
Ancora tra le tentate soluzioni c’è la ruminazione ossessiva. Pensare e ripensare all’errore, cercando una soluzione logica a un problema emotivo può farci finire in un labirinto di pensieri dove rimanere incastrati. Dobbiamo saper distinguere il dubbio sano dalla ruminazione tossica, ponendoci le domande giuste: invece di rimuginare sull’evento passato dicendoci “se solo non avessi fatto…” possiamo invece chiederci “Cosa posso fare ora per migliorare la situazione?”.
Infine, tra gli atteggiamenti che possono risultare disfunzionali c’è l’iper-responsabilizzazione: caricarsi del peso di situazioni che non dipendono interamente da noi è controproducente e inefficace. Soprattutto per la colpa altruistica, è importante riconoscere che il benessere dell’altro non può dipendere esclusivamente da noi. È più utile identificare la propria quota di responsabilità (spesso minore di quanto si percepisca) e lasciare all’altro la sua.
Da senso di colpa a responsabilità
Possiamo dire che la migliore strategia per liberarsi da questa scomoda emozione sia quella di spostare il focus dal pensiero all’azione, trasformando la colpa in responsabilità. Il senso di colpa infatti ci fa guardare al passato, all’errore commesso costruendo un labirinto senza uscita. La responsabilità, intesa come abilità di rispondere, è invece più orientata al futuro, all’azione e al rimediare e imparare dagli sbagli. Possiamo quindi chiederci “come posso assumermi meglio la responsabilità?”, facendo attenzione a come ci giudichiamo e a come spesso usiamo un metro diverso nel giudicare gli altri.
Il senso di colpa, se riconosciuto e gestito in modo efficace, può trasformarsi da un peso invalidante a una bussola preziosa per la nostra etica e le nostre relazioni. Comprendere la sua natura, distinguere tra le sue forme e applicare strategie mirate ci permette di non cadere nella sua trappola. Potremo quindi usarlo come stimolo per crescere, imparare dagli errori e vivere una vita più autentica e libera.
Se senti che il senso di colpa sta dominando la tua vita, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Del Grande, C. (2007). Il diverso ruolo di principi deontologici e altruistici nelle scelte morali, con particolare riferimento a soggetti con alta e bassa tendenza ad avere ossessioni e compulsioni. Tesi di laurea
Mancini, F., & Gangemi, A. (2018). Senso di colpa deontologico e senso di colpa altruistico: una tesi dualista. Giornale italiano di psicologia, 45(3), 483-510.
Nardone, G. (2019). Emozioni: istruzioni per l’uso. Ponte alle Grazie.
Romagnoli, G. (2023). Restare in piedi tra le onde. Manuale di gestione delle emozioni. Mondadori

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
La Terapia a Seduta Singola per gestire la rabbia
“Ho visto tutto rosso/nero dalla rabbia”
“Ho perso il lume della ragione e sono andato su tutte le furie.”
“Mi ribolliva il sangue dalla rabbia.”
“Andare in escandescenze.”
Questi sono modi di dire che tutti conosciamo e spesso sentiamo dire quando, di solito a posteriori, viene raccontato il momento in cui si perde il controllo e si va in collera.
La rabbia viene comunemente considerata come una emozione negativa e spesso, fin dall’infanzia viene rimandato ai bambini che non è lecito esternalizzarla. In realtà tutti hanno provato almeno una volta cosa vuol dire alterarsi e provare ira, è un’esperienza umana naturale che a volte ha delle valide ragioni: subire un torto o sentirsi feriti da qualcuno. Altre volte a farci arrabbiare è una situazione stressante o frustrante, un imprevisto o qualcosa che ci aspettavamo andasse in un certo modo e che poi è disatteso.
Alcune persone sperimentano raramente quest’emozione prorompente, altri si sentono arrabbiati per la maggior parte del tempo. Ciò che rende problematica la rabbia è quando diventa incontrollabile e può portare a rovinare i rapporti con gli altri o a comportamenti dannosi per sé o per chi la subisce.
Infatti, avere a che fare con persone in collera non piace a nessuno e anche per questo motivo la rabbia rappresenta una delle problematiche per cui le persone si rivolgono allo psicologo.
Cos’è la rabbia
La rabbia è un’emozione basilare come la paura, la tristezza e la gioia e come tutte le altre emozioni ha una sua utilità e funzione. Come la paura, la rabbia comporta una attivazione fisiologica che prepara il corpo a reagire: aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue e rilascio di ormoni come adrenalina e cortisolo. Questa attivazione permette infatti di reagire prontamente a situazioni che percepiamo come frustranti, come assistere a un’ingiustizia o sentirci attaccati, sminuiti o non considerati. In questi casi la rabbia, se ben canalizzata, può essere uno stimolo a ribellarsi o a difendere i propri bisogni.
Ci sono però casi in cui la rabbia se mal espressa può essere disfunzionale, perché può potenzialmente sfociare in violenza o sfoghi di aggressività verso gli altri o verso se stessi.
Nel nostro immaginario le persone arrabbiate esternano la loro rabbia urlando o esprimendo aggressività ma anche l’eccesso di controllo può essere motivo di malessere. La rabbia repressa infatti può portare conseguenze anche psicosomatiche importanti.
Quando rivolgersi a uno psicologo
Sebbene si tratti di un’emozione universale, alcune persone trovano difficoltoso gestire la rabbia o esprimerla in modo costruttivo. A volte ci si accorge di questo quando ci rendiamo conto che le nostre relazioni si stanno deteriorando per colpa delle nostre manifestazioni di collera.
O quando sentiamo che pur controllandola siamo come una pentola a pressione che prima o poi esploderà. Anche i comportamenti autolesionisti possono rappresentare un campanello di allarme.
Stando a quanto detto, i nostri tentativi di controllo sono spesso disfunzionali e sappiamo bene quanto sia inutile sentirsi dire “calmati!” durante gli scatti d’ira.
E’ molto comune credere che bisogna sfogare fisicamente questa emozione prorompente (ad esempio spaccando qualcosa o prendendo a pugni un oggetto).
Oppure ignorarla del tutto fingendo autocontrollo ma se nel breve periodo possiamo sentire un lieve sollievo, a lungo andare non abbiamo risolto affatto il problema.
Allora cosa fare?
Attraverso la terapia a seduta singola è possibile trovare delle utili strategie per gestire la rabbia. Questo metodo infatti si presta alla risoluzione di questo problema che affligge molti.
Infatti, attraverso un’analisi di come il problema si esprime concretamente per te, il terapeuta può aiutarti a individuare delle strategie specifiche costruite ad hoc per te.
Mettendo in luce le situazioni che potenzialmente possono scatenare la rabbia diventerai più consapevole di quali possono essere i campanelli di allarme che ti possono portare a sfoghi eccessivi.
Il suo obiettivo sarà anche quello di riconoscere ed evidenziare le tue personali capacità.
Grazie ai tuoi punti di forza potrai affrontare con maggior empowerment le situazioni frustranti che non sempre possiamo prevedere o controllare.
In tal senso si andrà ad individuare quali sono le eccezioni che si sono verificate o si verificano alla manifestazione di rabbia eccessiva.
Sulla base di queste è possibile ravvisare le tue personali risorse da mettere in campo una volta usciti dalla stanza dello psicologo.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, gli psicologi di OneSession.it ti offrono la possibilità di prenotare un primo colloquio gratuito. Per prenotare il tuo incontro, puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore Firenze. Flanigan P.K. (2023) Strategic ways to control your anger. https://www.agegracefullyamerica.com/strategic-ways-to-control-your-anger/ [consultato in data 30/11/2023]
Novaco & Di Giuseppe (2011) Strategies for controlling your anger: Keeping anger in check https://www.apa.org/topics/anger/strategies-controlling [consultato in data 30/11/2023]

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Sono in vacanza ma non so come rilassarmi: come staccare la spina
Come staccare la spina quando si è in vacanza? Sai come rilassarti?
Non per tutti le vacanze sono sinonimo di relax, recupero e divertimento; anzi, per molti il periodo delle vacanze può diventare fonte di vero e proprio stress.
Quando siamo stressati tendiamo a trascurare e a sottostimare le attività che potrebbero farci stare meglio, con il rischio di accrescere ulteriormente la nostra condizione di malessere.
Ciò che facciamo durante le nostre giornate ha il potere di influenzare enormemente il nostro benessere, e quindi, la qualità della nostra vita: ogni giorno compiamo decine e decine di scelte che hanno un impatto diretto sul nostro benessere e su quello delle persone intorno a noi.
Ogni giorno scegliamo, ad esempio, cosa mangiare, come vestirci, come utilizzare il tempo libero, se dedicarci ad un’attiva sportiva oppure no, se leggere un libro piuttosto che guardare la televisione, se trascorrere tempo sui social, anziché dedicarsi ad un proprio progetto.
Malessere e disagio sono spesso conseguenze delle scelte che noi agiamo, la maggior parte delle volte sulla base di abitudini, comportamenti automatici che mettiamo in atto, anche se questi nuocciono al nostro benessere psicofisico.
Possiamo, infatti, non renderci conto di non dedicare tempo a sufficienza per il riposo, di sacrificare i progetti che in realtà ci appassionano e danno senso alle nostre giornate, di trascurare i segnali di stanchezza che il nostro corpo ci manda.
Come fare, quindi, ad agire delle scelte per favorire il nostro benessere ed evitare che la vacanza diventi un ripetersi di malsane abitudini?
Non sai come rilassarti? Allora concentrati sul far fallire la tua vacanza!
Effettivamente potremmo non sapere come rilassarci e staccare la spina, perché magari non abbiamo mai prestato attenzione a questa cosa e potremmo avere difficoltà a capire cosa fare: come afferma un antico stratagemma orientale “se vuoi imparare a raddrizzare una cosa impara prima come storcerla di più” (cfr. Nardone (2003), Cavalcare la propria tigre; Nardone & Balbi (2017), Solcare il mare all’insaputa del cielo).
Pertanto, potremmo effettivamente non sapere cosa fare per rilassarci in vacanza: un buon punto di partenza, a tal proposito, potrebbe essere quello di sapere tutto ciò che potrebbe peggiorare ulteriormente la nostra situazione in vacanza, rendendola un vero incubo.
In tal caso, potrebbe tornarti utile una tecnica molto utilizzata nelle terapie brevi strategicamente orientate ovvero la tecnica del come peggiorare:
“Se volessi deliberatamente peggiorare la tua situazione in vacanza, farla fallire, cosa dovresti fare o evitare di fare, dire o evitare di dire, pensare od evitare di pensare, se volessi stressarti ancora di più anziché rilassarti?”
Questa tecnica (che ha una precisa utilità e finalità all’interno del contesto terapeutico, ma che in questo caso possiamo utilizzare per aiutarci a cambiare la prospettiva da cui guardiamo la situazione) ti impone di cambiare punto di vista. Ti impone di non concentrarti su quello che dovresti fare per rilassarti ma su tutto quello che dovresti fare per boicottarti. Porterà alla luce tutte quelle cose che magari stai già facendo e che ti impediscono di riposare, di recuperare le energie e che, al contrario, te le stanno togliendo.
Non sai come rilassarti? Dovrebbe accadere un miracolo!
Un altro passo che potresti attuare per imparare a fare delle buone scelte che rendano la tua vacanza un momento di relax è sicuramente quello di immaginarti in uno scenario senza il problema, in cui riesci finalmente a rilassarti e a staccare la spina.
In questo caso, può risultare utile e possiamo prendere in prestito la tecnica della domanda del miracolo (De Shazer, 1988), intervento principe nella terapia breve centrata sulla soluzione. Questa domanda può aiutarti a concentrarti in maniera concreta e dettagliata sullo scenario desiderato:
“Immagina che domani tu ti sveglierai e starai vivendo la vacanza dei tuoi sogni, quella in cui potrai finalmente rilassarti. Quale sarà, svegliandoti, la prima cosa che noterai che ti farà dire che è così? Quali sono le cose che farai che ti diranno che ti stai rilassando? Che cosa ci sarebbe? Che cosa non ci sarebbe più? Cosa faresti? Cosa non faresti più’?”
Individuati tutti i comportamenti, in maniera dettagliata e concreta, inizia a metterli in pratica attraverso dei piccoli passi….e buona vacanza!
Serve un aiuto in più? Puoi sempre chiedere una consulenza gratuita agli Psicologi di One session.it: puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)

Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Quando rivolgersi ad uno psicologo?
Quando è giusto rivolgersi ad uno psicologo?
Quando si pensa allo psicologo è un pensiero molto diffuso che generalmente si ricorra a questa figura professionale solo in presenza di sintomi e disagi che comprometto la qualità della vita della persona.
Situazioni di perdita, difficoltà nel superare efficacemente determinate fasi del ciclo vitale, difficoltà personali e relazionali che non consentono alla persona di vivere una vita soddisfacente e in linea con i propri obiettivi, sintomi specifici legati ad ansia, tristezza, fobie, stress, sono alcune tra le più diffuse problematiche che possono portare la persona a richiedere un intervento supportivo di natura psicologica.
L’obiettivo, in questi casi, è quello di ripristinare- nel più breve tempo possibile- una condizione di benessere psicologico e aiutare la persona ad uscire dallo stato di sofferenza in cui si trova.
Verranno mobilite le sue risorse interne ed esterne e la persona verrà aiutata a trovare strategie di superamento efficaci.
Se la presenza di un disturbo o di una difficoltà di natura psicologica rappresentano una condizione quasi d’obbligo per richiedere un supporto psicologico, non sono di certo le uniche.
Ma lo psicologo opera solo in condizioni di disagio psicologico?
Per rispondere a questo domanda è opportuno fare un breve riferimento alla Legge 56 del 18 febbraio 1989. Essa istituisce formalmente la figura professionale dello psicologo e nell’articolo 1 vengono definiti quelli che sono gli atti tipici della professione:
“La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.”
Risulta sufficientemente chiaro come lo psicologo, lungi dal poter intervenire efficacemente solo in situazioni di disagio psicologico, possiede altresì le conoscenze e le competenze per poter intervenire anche in altri ambiti legati alla salute mentale.
Lo fa a partire da attività di prevenzione primaria volte ad impedire l’insorgenza di un disagio a attività di sostegno e promozione della salute psicologica, volte a migliorare ed accrescere una condizione di benessere già presente.
Lo psicologo è un promotore di benessere!
Sono infatti sempre di più le situazioni in cui l’intervento psicologico si inserisce all’interno di una situazione di empowerment e di promozione alla salute. L’obiettivo in questo caso è accompagnare la persona in un percorso di potenziamento delle proprie risorse, aumentando l’autoconsapevolezza rispetto alle proprie modalità di azione e reazione, alle proprie capacità e punti di forza. Ma anche alle proprie vulnerabilità, stimolando e facilitando l’emersione di nuove strategie e soluzioni, funzionali al ripristino o al potenziamento di una condizione di benessere.
Lo psicologo non ti da la risposta ma ti aiuta a costruire la tua strada
La figura dello psicologo è da sempre avvolta da una serie di pregiudizi, ancora oggi molto difficili da abbattere. “Lo psicologo è colui che cura i matti”. “Parlare con lo psicologo è come parlare con un amico”. “Siamo tutti un po’ psicologi in fondo”.
La realtà è che andare dallo psicologo aiuta, e molto! Sia in condizioni di disagio che nella condizione in cui ci si voglia prendere cura del proprio benessere e accrescerlo.
Questo perché alla base di ogni intervento psicologico, la persona è considerata come portatrice di risorse e soluzioni. Lo psicologo ha il compito di accompagnarla, supportarla verso il raggiungimento del benessere psicologico e il miglioramento della qualità della vita. Non darà risposte al posto della persona, ma la aiuterà a tracciare il proprio percorso attraverso un lavoro su obiettivi specifici che verrano condivisi insieme.
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Psicologa- specializzanda in psicoterapie brevi sistemico-strategiche. Grazie alle terapie brevi e alla mia formazione nell’ambito dell’orientamento professionale e dello sviluppo delle soft skills, riesco ad aiutare le persone che si rivolgono a me a superare momenti di difficoltà e disagio, sia in ambito personale che lavorativo, riattivando le risorse e abilità personali e aiutandole a realizzare i propri obiettivi e riconquistare una percezione generale di benessere nel più breve tempo possibile
Fare Coming out con la propria famiglia
Cosa significa fare coming out?
Fare coming out significa venire fuori, uscire allo scoperto.
Ci piace tanto prendere in prestito i termini dalla lingua inglese o da altre lingue straniere.
Inglesismi, francesismi, si chiamano. Parole prese in prestito in buona sostanza.
Utilizzate perchè spiegano meglio una determinata cosa, un sentimento, un concetto politico, un pensiero, un’idea. Talvolta parole che ci permettono di esprimere anche concetti sgradevoli, attenuandone in un certo senso la carica emotiva e rendendoli più accettabili.
Penso ad esempio al termine lockdown, utilizzato per esprimere le misure di contenimento adottate dai Governi per affrontare la pandemia da covid-19. Breve e di grande impatto sia linguistico, che sociale ed emotivo. Ha significato concretamente però isolamento, ritiro, chiusura, confinamento.
Fare coming out viene utilizzato specificamente per esternare, comunicare il proprio orientamento, la propria identità sessuale a se stessi e agli altri. Un’espressione, diventata ormai di uso comune, che serve a descrivere quel percorso lungo, doloroso e complesso di riconoscimento, consapevolezza e accettazione di un desiderio o un pensiero prima e di un’identità reale poi.
Un percorso che coinvolge non solo la persona nella sua interezza ma l’intero sistema che ruota attorno all’individuo: dalla famiglia, al lavoro, alla scuola, agli amici, alla società.
Un percorso nel percorso che parte da se e arriva all’esterno attraverso la prepotenza della consapevolezza che diventa misura della coscienza. Lao Tzu, filosofo e scrittore cinese, diceva che “Chi conosce gli altri è sapiente; chi conosce se stesso è illuminato”.
Molti sono i fattori che influenzano o ostacolano il processo di coming out. Alcuni di tipo socioculturale altri di carattere soggettivo. L’educazione ricevuta, l’influenza della religione, il sistema di valori, il luogo in cui si vive (un piccolo paese, la provincia, una grande città, etc.), il livello culturale, le esperienze di vita.
Potremmo continuare all’infinito perché il “sistema individuo” è complesso nel suo definire se stesso e nel suo interagire nell’ambito delle relazioni e dei contesti di riferimento
La difficoltà di comunicare alla famiglia la propria omosessualità
Perché è difficile comunicare alla propria famiglia un orientamento diverso dalla nostra dotazione genetica sessuale?
L’orientamento sessuale non coincide con il genere.
L’identità di genere è la percezione di sé stessi come maschio o femmina o categorie diverse. L’orientamento è il modo di relazionarsi agli altri, di provare attrazione sentimentale o sessuale.
Fare coming out in famiglia è certamente un’esperienza che influenza dinamiche e relazioni in maniera profonda.
La paura di non essere accettati, compresi e di essere rifiutati possono generare emozioni negative che possono influenzare tempi e modalità di comunicazione e molto spesso anche le stesse scelte di vita.
C’è bisogno però, a questo punto, di fare una precisazione.
Il problema non è cosa ci succede ma come lo viviamo. Di conseguenza lo stesso evento viene sentito e vissuto in modo diverso da persone con storie ed esperienze differenti.
Le riflessioni di questo articolo vogliono “fotografare” la sola difficoltà della comunicazione.
Le reazioni alla comunicazione sono altra cosa, certamente differenti a seconda della prospettiva che abbiamo sulla realtà. Ciascuno di noi usa lenti, punti di vista e prospettive diversi per osservare la realtà e questo influenzerà le reazioni e le percezioni.
La paura è un sentimento che accompagna sia il mittente sia il destinatario di un messaggio così importante come quello della ammissione di una “diversità”, una “particolarità”.
La famiglia può trovarsi ad avere paura per via dell’emarginazione, della discriminazione, della violenza a cui potrebbe essere sottoposto il proprio caro in una società in cui ancora il pregiudizio e la denigrazione imperano.
La paura può trovare ragione nel tradimento dei modelli familiari e sociali diffusamente condivisi (matrimonio, genitorialità, etc.).
Questa emozione molto spesso porta all’evitamento, all’allontanamento dalle situazioni che creano disagio.
La necessità quindi di dare tempo per un nuovo adattamento rappresenta un elemento importante nel processo di accettazione.
Al terremoto seguono le scosse di assestamento per permettere alla terra di riadattarsi dopo la forte scossa principale. Lo stesso accade al sistema di cui l’individuo fa parte. Il processo di adattamento alla nuova realtà è graduale e fatto di piccoli passi.
Può la Terapia Breve accompagnare la persona e la famiglia nel processo di coming out?
L’aiuto di un professionista può certamente rappresentare una risorsa molto utile nel supporto del processo di coming out sia per l’individuo sia per il sistema che ruota attorno ad esso.
Processo, il cui iter non è uguale per tutte le persone e le storie.
Sono tante le aspettative che gli altri ripongono in noi e su di noi. Aspettative che talvolta divengono predizioni e quando non riusciamo a definire se ci appartengono davvero, possono diventare delle realtà che accettiamo ma non viviamo pienamente.
Un percorso di terapia offre la possibilità di esplorare tali aspettative e dare loro il giusto peso e la giusta collocazione. Venire a patti con ciò che siamo e farlo in un ambiente protetto come quello della terapia giova al nostro benessere sia fisico che mentale.
Prendere atto della propria identità ha costi alti e importanti: ansia, preoccupazione, paura, frustrazione. Un processo che se ben realizzato può rappresentare un’occasione di crescita e di coraggio e soprattutto una scelta di benessere.
La ricerca delle aspettative realistiche rappresenta un primo importante passo per la costruzione di un percorso di affermazione e di accettazione. Le aspettative realistiche consentono di superare una realtà nuova dinanzi alla quale si è impreparati e spaventati.
La Terapia Breve rappresenta in tal senso una risorsa ulteriore in quanto non si focalizza sull’origine del problema ma su ciò che lo alimenta e lo mantiene e dunque sul “cosa fare” per risolverlo. Questo approccio può rappresentare pertanto una risposta funzionale per l’individuo e il suo sistema, chiamati ad affrontare un momento di crisi che necessita di una soluzione per creare nuovi equilibri.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale per questo momento delicato, contatta OneSession!
Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.
Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram
Riferimenti bibliografici
Leonardi F., Tinacci F. (2021). Manuale di Psicoterapia strategica. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson https://www.stateofmind.it/coming-out/#origine-del-termine-coming-out
https://www.istitutobeck.com/beck-news/coming-out-in-famiglia

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Affrontare il fallimento
Cos’è il fallimento?
Il fallimento è un colpo allo stomaco, una profonda tristezza e anche una grande rabbia. Esso arriva strisciando oppure prende all’improvviso, in ogni caso lascia senza fiato.
Fallire non è un errore: un errore è un inciampo in un passo di danza, uno sbaffo su un quadro ancora imperfetto. Un errore è qualcosa che nella nostra mente può essere corretto. Un fallimento no.
Un fallimento è una macchia indelebile sul tessuto bianco del nostro abito. Rovina certe volte per sempre l’immagine di noi, di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere, di come vorremmo apparire nel mondo.
E allora, come si affronta il fallimento?
- Una delle tentate soluzioni che istintivamente viene messa in campo è quella di sfogarsi o confidarsi con persone care o con amici per condividere il peso, ma anche per capire meglio che cosa è successo e come si è fatto ad arrivare a quella situazione.
- Un’altra tentata soluzione è quella di far finta di niente, come se nulla ci possa scalfire o colpirci.
- Ancora, un’altra tentata soluzione è quella di chiudersi in sé stessi e continuare a rimuginare costantemente sul perché questo è avvenuto, ripercorrendo infinite volte con la mente i fatti accaduti, le nostre azioni, le nostre parole, quello che è stato detto o fatto, andando alla spasmodica ricerca di quegli input che potrebbero cambiare la nostra visione delle cose.
Nulla di tutto questo funziona davvero perché anche se ci sembra all’inizio stare meglio, c’è sempre quella ondata di tristezza che ci coglie all’improvviso nostro malgrado in un momento qualsiasi della giornata. Magari nemmeno ci stavamo pensando oppure ci sveglia nel cuore della notte e ci fa precipitare di nuovo in un abisso di disperazione.
Qual è dunque la ragione del fallimento? Come si affronta? E a cosa ci serve?
Alain Rohet afferma che “accettare il fallimento è un’attitudine da vincenti”. Questo aforisma mi ha sempre lasciato perplessa e non l’ho capito fino in fondo se non recentemente.
Dopo aver affrontato diversi fallimenti importanti posso dire con cognizione di causa che non ci si abitua mai a questa terribile sensazione, ma si impara a utilizzare meglio tutte le proprie risorse e capacità per uscirne in tempi veramente brevi.
So-stare nel momento: sentire le emozioni, accettando tutto quel groviglio di emozioni e stati mentali che contraddistingue il momento.
Non si può pretendere di essere completamente indifferenti. Al contrario, in questo stato di scombussolamento, bisogna dare tempo e spazio al corpo e alla mente per assorbire ciò che stiamo provando, guardando a noi stessi con gentilezza e amore. Sospendere il giudizio e cavalcare l’onda anziché contrastarla.
Riposare per poter lasciare andare.
Pensare: nel giro di poco tempo la nostra mente recupererà il controllo e inizierà a pensare alle alternative, alle soluzioni, alle possibilità.
Esiste un ideogramma giapponese che a mio parere identifica molto bene la definizione di crisi. Si compone di due ideogrammi: pericolo e opportunità.
Quando affrontiamo un fallimento la nostra prima attenzione è tutta concentrata nel pericolo che stiamo correndo e le emozioni che proviamo nella mente e nel corpo ne sono l’espressione concreta.
Tuttavia, la parte potente della situazione si nasconde nel secondo ideogramma: opportunità. Poiché il terremoto della crisi rompe l’equilibrio, l’opportunità che ne nasce è quella di imparare identificando i punti di svolta che hanno determinato la situazione, accettando la responsabilità delle azioni compiute anche se sembra che non ci siano.
Ricordare: nel nostro passato abbiamo già affrontato e “vissuto” successi o fallimenti.
E siamo sopravvissuti ad entrambi. Se recuperiamo alla memoria questi importanti ricordi, ci rendiamo conto quali risorse, capacità, abilità e comportamenti ci hanno permesso di raggiungere quel risultato e trasformare il pericolo in opportunità.
Dopo questi 3 passaggi siamo pronti per cominciare a costruire o ricostruire passo passo il nostro futuro.
Nei percorsi di terapia breve si lavora su ogni singola fase per accompagnare e facilitare il percorso evolutivo necessario.
Diceva Churchill che il successo non è definitivo. Il fallimento non è mai fatale. E’ il coraggio di continuare che conta
Vi auguro coraggio. Tanto coraggio.
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Riferimenti bibliografici
Bibliografia
http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/adult-health/in-depth/denial/art-20047926?pg=2 http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-relief/art-20044456?pg=2 http://www.pbs.org/thisemotionallife/topic/humor/humor-and-resilience http://www.cognitivetherapyguide.org/negative-thinking-patterns.htm https://www.psychologytoday.com/blog/shyness-is-nice/201305/stop-fighting-your-negative-thoughts http://www.cognitivetherapyguide.org/thought-records.htm http://psychcentral.com/blog/archives/2014/02/16/8-tips-to-help-stop-ruminating/ http://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/stress-management/in-depth/stress-management/art-20044502?pg=1
http://www.nytimes.com/2014/10/26/opinion/sunday/the-problem-with-positive-thinking.html

Monica Grassi, Psicologa della prestazione umana con esperienza di lavoro su singoli e gruppi a livello privato e aziendale. Utilizzo le tecniche della Terapia Breve per sostenere e accompagnare i processi di cambiamento personali e professionali. Ai principi della Terapia a Seduta Singola affianco tecniche di contatto del sé attraverso il corpo e la respirazione che aiutano a lavorare ad un livello emotivo profondo.
La sindrome dell’impostore
Quando parliamo di sindrome dell’impostore a cosa ci riferiamo?
Il termine sindrome ci riporta come significato a un contenuto di classificazione nosografica. Va subito chiarito che la sindrome dell’impostore non è una malattia con una connotazione psichiatrica.
Il termine impostore richiama un concetto legato all’imbroglio, alla frode, all’inganno.
La sindrome dell’impostore è definibile come una serie di sensazioni e di pensieri che l’individuo vive, perché pensa che il successo raggiunto in diversi ambiti non è meritato.
Si tratta quindi di uno spiacevole vissuto che interferisce con il benessere complessivo sotto molti punti di vista.
Alla fine degli anni ’70 sono stati condotti i primi studi di questo fenomeno. Si è osservato come esso sia di natura trasversale e non riguarda specificatamente donne o uomini, coinvolge allo stesso tempo persone con diversi livelli sociali o con competenze diversificate a livello professionale.
Sembrerebbe comunque che siano più le donne a soffrirne, per quanto gli uomini non siano esenti dallo sperimentarla.
Oggi, le ricerche sembrano dimostrare che la sindrome dell’impostore sta aumentando e che, se non viene affrontata, rischia di cronicizzarsi.
Studi sulla sindrome dell’impostore.
Le psicologhe pionieristiche Clance e Imes iniziarono a parlare di tale sindrome nelle loro ricerche a partire dal ’78.
Durante uno dei loro studi selezionarono un campione di donne che presentavano un alto livello intellettuale e culturale e che si era distinto per risultati accademici e per carriere professionali eccellenti, emerse una grande differenza nel campione.
Le donne con la sindrome dell’impostore, rispetto alle altre, a parità di titoli e posizioni raggiunte, credevano di non avere i numeri giusti per il successo e di non essere brillanti, ma che il loro successo fosse frutto di un inganno. Secondo loro, in buona sostanza, avevano ingannato tutti gli altri che invece riconoscevano in loro le assolute competenze, le capacità ed i brillanti risultati.
Nonostante il funzionamento intellettuale delle donne portatrici della sindrome fosse superiore e inconfutabile nelle dimostrazioni, questa evidenza non veniva considerata, e permaneva in loro stesse questa credenza.
In altri studi con un campione invece di studenti di diversi atenei Clance e Imes evidenziarono che molti studenti universitari sentivano di aver raggiunto posti prestigiosi senza meritarlo.
Anche questo, come nel primo caso delle donne di successo, veniva percepito da parte loro come un inganno, una vera frode che le persone sentivano di aver compiuto nei confronti della società. I premi, i riconoscimenti ed anche i semplici complimenti venivano giudicati come non meritati e non dovuti.
Come abbiamo già detto in apertura, questo fenomeno non è inserito nel DSM 5 o in qualche trattato diagnostico, ma dati alla mano e scorrendo la letteratura al riguardo, si evidenzia che il 70 % dell’intera popolazione mondiale ha sofferto, soffre nell’arco della vita di almeno un episodio di questa sindrome.
Perché la sindrome dell’impostore è un fenomeno che ha ripercussioni psicologiche?
La sindrome dell’impostore può portare un notevole disagio psicologico. Essa si riflette fortemente nella percezione che le persone hanno di loro stesse e si lega a due aree molto significative della vita: quelle legate alla posizione occupata nella società rispetto agli altri e alla dimensione lavorativa. Chi soffre della sindrome dell’impostore prova senso di colpa e senso di inefficienza, va in stress più facilmente e rischia anche di entrare in burnout.
In cosa consiste la sindrome dell’impostore?
Chi ne soffre sviluppa una grande paura di fallire e un rimuginare su errori fatti in passato, una sensazione di incompetenza riguardo le proprie capacità.
Chi soffre di questo fenomeno è portato a pensare che il successo che si riscuote a livello personale non è meritato e sarebbe da attribuire al caso, alla fortuna, a condizioni favorevoli esterne e mai interne.
Si ha successo e si pensa sia non dovuto, non giustificabile, è questo lo stato d’animo prevalente. Nulla diventa proporzionale alla quantità di successo che si ha, perché se si soffre di questa sindrome, si vive in una condizione in cui ciò che abbiamo raggiunto non deriva da nostri mezzi, da nostre capacità, da un nostro sforzo ma sempre da qualcosa fuori.
Non ne sono immuni personaggi famosi, tanto per citarne uno su tutti lo stesso Einstein, che è stato vittima di questa sindrome, così emergerebbe da alcune confidenze fatte a un amico. Oltre a Einstein, per arrivare ai nostri giorni e a nomi molto familiari ne hanno parlato Michelle Obama, Serena Williams, Meryl Streep. La sindrome dell’impostore oltrepassa le differenze di genere e colpisce persone importanti e non, nomi altisonanti e persone comuni.
Cosa si può leggere nella sindrome dell’impostore? A cosa porta questa sindrome?
Essa è legata alla percezione che si ha di sé, è legata alla sfera della autostima, se il livello di autostima è basso si minimizzerà il risultato.
Siccome la sindrome fa sentire costantemente gli individui in uno stato di tensione, perché percepiscono la possibilità che saranno prima o poi smascherati e che saranno scoperti, porta a dei veri e propri vissuti di ansia, che in alcuni casi più estremi sfocia in vissuti di angoscia.
Possono in alcuni casi svilupparsi un profondo senso di fallimento e una costante ricerca di perfezionismo.
L ‘ansia si può ancorare al fatto che chi soffre della sindrome diventa autocritico al massimo. Si ricerca costantemente il raggiungimento della perfezione, andando incontro a costanti rimuginii del pensiero, in un continuum che si spinge verso forme più invalidanti tanto è che si potrebbe approdare a un vero e proprio stato depressivo.
La ricerca della perfezione a tutti i costi è una delle implicazioni più pesanti che si porta dietro la sindrome dell’impostore. Un’altra è la sensazione di perpetuare un inganno ai danni degli altri, un inganno che prima o poi sarà smascherato.
Come aiutare chi soffre di questa sindrome?
Un percorso di terapia breve può permetterci di lavorare in modo efficace ed efficiente.
Attraverso la terapia si punterà alle risorse del paziente e si andranno a ristrutturare le credenze e a ricostruire la percezione di autostima errata, attribuendo il giusto valore alle mete raggiunte, ai risultati ottenuti.
L’autostima non è una caratteristica intrinseca che si possiede, ma un processo a cui si dovrebbe arrivare facendo una valutazione realistica delle proprie capacità.
La Terapia a Seduta Singola per la sindrome dell’impostore
La Terapia a Seduta Singola potrebbe essere preziosa e permetterci di arrivare all’obiettivo già con una sola seduta. In un colloquio si può lavorare sulla riappropriazione di una concezione positiva, che si riverbererà sul senso di autoefficacia individuale.
Con la Terapia a Seduta Singola potremmo far emergere quelli che sono i contenuti di critica interna. Si andranno poi ad esplorare le credenze e confutarle se esse allontanano la persona da una visione obiettiva di se stessa.
Si sottolineano i punti di forza e una rappresentazione di sé più consapevole. L’emergere della consapevolezza crea la base per uscire dalla sindrome.
Lavorare sulla autostima e sulla autoefficacia sgancia il soggetto da una visione aprioristicamente svuotata dal senso di merito ed incentrata invece sul senso di colpa.
Una strategia pratica e che può essere ripetuta quotidianamente e consigliata a chi si trova a vivere con questa sindrome, è quella di far elencare tutte le mete e tutti i traguardi raggiunti dalla persona. Assieme al terapeuta si possono riscrivere i passi conseguiti nella propria carriera, una sorta di carrellata dei successi più significativi.
Mettere in forma scritta gli obiettivi centrati, e visualizzarli in modo concreto, renderà difficile la negazione e darà una consistenza a ciò che si è conseguito. Questo permetterà alla persona di raggiungere la convinzione che essa ha meritato il posto il lavoro o la posizione che sta ricoprendo.
Ti trovi in un momento difficile in cui hai la sensazione di essere imprigionato?
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Riferimenti bibliografici
Clance P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practise
Clance Pauline R.; O’ Toole, Maureen A., 1987. The Imposter Phenomenon: An internal barrier to empowerment and achievement
Flavio Cannistrà, Federico Piccirilli, 2020. Terapia a seduta singola Principi e Pratiche
Sandi Mann, 2021. La sindrome dell’impostore. Perché pensi che gli altri ti sopravvalutino.
Enrico Maria Secci, 2016. Le Tattiche del Cambiamento– Manuale di Psicoterapia Strategica
Francesca Di Donato, 2021. Counseling Psicologico
Flavio Cannistrà- Federico Piccirilli,2021. Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche

Sono una Psicologa Laureata all’Universita’ La Sapienza di Roma, iscritta all’albo Psicologi dell’Umbria, Mediatrice familiare, iscritta alla scuola di Specializzazione Icnos, formata in Terapia a seduta singola e in Terapia breve centrata sulla soluzione, mi occupo di consulenze brevi e credo fortemente nel fatto che il cambiamento può avvenire anche in una unica seduta.
Come imparare a porsi obiettivi raggiungibili
Fatichi a raggiungere i tuoi obiettivi, e questo è causa di grande frustrazione? Sei sicuro di porti degli obiettivi raggiungibili? In questo articolo andremo a capire meglio come impostare i propri obiettivi in maniera efficace.
Definire l’obiettivo
Gli antichi latini insegnavano che “la nave non va da nessuna parte se non conosce la rotta”.
Per conoscere la rotta, definirla ed immaginarla è necessario avere una forte motivazione che fornisce l’energia all’individuo per poter arrivare alla meta.
In una prima fase di ragionamento, circa ciò che si vuole raggiungere, bisogna essere attenti a non confondersi con il desiderio.
Il desiderio può essere inteso come un sentimento di ricerca appassionata o di attesa del possesso, è tutto quello che piacerebbe fare o avere ma non è presente un impegno volontario per il raggiungimento dello stesso.
Manca nel desiderio il concetto di sacrificio e messa in discussione della realtà che circonda l’individuo.
Un obiettivo invece è ciò che siamo in grado di identificare, misurare e quantificare.
E’ ciò che si vuole ardentemente raggiungere, presenta consapevolezza delle azioni molto impegnative per il raggiungimento del proprio scopo.
Nell’obiettivo c’è un investimento personale che accoglie tutte le risorse ed esse vengono investite per volontà conscia.
Il desiderio potrebbe non trasformarsi mai in obiettivo se non viene contestualizzato e se non vengono fatte concretamente le azioni necessarie per trasformarlo in obiettivo.
Un desiderio diventa un obiettivo nel momento in cui viene stabilito un piano d’azione per realizzarlo.
La differenza principale sta nella contestualizzazione, ovvero nella concretezza delle operazioni che svolgiamo per raggiungere ciò che vogliamo.
Obiettivi SMART
Avere un pensiero chiaro è la prima azione utile da mettere in atto.
Ci sono modi di pensare funzionali e altri meno, alcuni costruttivi e altri distruttivi.
Il modo di pensare determina il modo di vivere ed essere perché dal mindset dipendono le reazioni alle situazioni.
Citato per la prima volta in una pubblicazione nel 1981 da George T. Doran e ampliato successivamente dal professor Robert S. Ruben, SMART è un acronimo che significa: Specific (specifico), Measurable (misurabile), Achievable (Raggiungibile), Realistic (Realistico), Time bound (definito nel tempo).
Il criterio SMART afferma che gli obiettivi per essere attuabili devono avere queste caratteristiche.
Specifico: essere chiari e precisi a proposito degli obiettivi e aspettative è il primo passo per arrivare alla meta.
Se la definizione è troppo ampia, gli obiettivi diventano difficili è c’è maggior rischio di incorrere in errori e fraintendimenti.
Misurabile: occorre capire a che punto ci si trova del percorso per pensare ai passi successivi. Quantificare i comportamenti, le azioni sarà utile per valutare le proprie prestazioni e rimanere sulla rotta.
Raggiungibile: è importante considerare gli obiettivi realistici senza essere troppo ambiziosi.
La motivazione dovrà essere alta e bisogna tener conto dei limiti interni ed esterni , il percorso deve essere sostenibile.
Realistico: oltre che realizzabili, gli obiettivi devono essere pertinenti. Avere obiettivi troppo facili non favoriscono il miglioramento se sono troppo complessi il rischio è una bassa motivazione e una perdita di coinvolgimento. Bisogna costantemente verificare in itinere il giusto equilibrio del percorso che si sta effettuando.
Definire il tempo: nella fase di pianificazione delle azioni utili al raggiungimento degli obiettivi occorre pensare alla tempistica.
Un obiettivo definito nel tempo può prevedere un punto di inizio e un punto di fine oppure tappe intermedie.
Utile sarà comprendere il monitoraggio giornaliero, settimanale o mensile.
Azioni strategiche per raggiungere obiettivi
- Definire le priorità dei comportamenti da attuare prima di compiere il primo passo.
- Analizzare bene le aree da cui partire e se una parte richiede più sforzo, suddividere il compito in piccoli obiettivi più specifici.
- Compiere piccoli passi e rispettare il proprio tempo.
- Essere flessibili con gli imprevisti.
- Prevedere anticipatamente dei percorsi alternativi nel caso in cui ci fosse un’inconveniente.
- Prevedere una fase di rivalutazione degli obiettivi iniziale alla luce di ciò che si sta compiendo. Migliorare è sempre possibile!
- Ricordare di osservare i progressi e di riconoscere a se stessi il valore del proprio lavoro.
- Celebrare il successo quando sono evidenti i traguardi raggiunti.
- Essere costanti e creare nuove abitudini consente di consolidare i progressi e dirige verso impegno e disciplina.
- Ricordare di essere precisi ma poco severi con se stessi.
Impostare un pensiero strategico consente di pensare l’obiettivo finale ma anche di poter risalire al punto in cui ci si trova e ritracciare la propria rotta.
Le ipotesi aiutano a riflettere, il confronto aiuta a scegliere.
Ricordare di porsi sempre obiettivi.
Senti di avere bisogno di un aiuto in più per definire al meglio i tuoi obiettivi e il piano d’azione da seguire?
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Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.
I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
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Riferimenti bibliografici
https://www.metodo-ongaro.com/blog/come-porsi-degli-obiettivi-e-raggiungerli (consultato in data 04/02/2022)
https://www.corriere.it/native-adv/chebanca-longform03-come-imparare-a-darsi-obiettivi.shtml (consultato in data 09/02/2022)
https://www.wikihow.it/Definire-degli-Obiettivi-e-Raggiungerli (consultato in data 09/02/2022)
https://www.mirkocuneo.it/importanza-degli-obiettivi/(consultato in data 09/02/2022)

Psicologa & Psicoterapeuta in formazione. Specializzata in Potenziamento Cognitivo e Psicologia Scolastica. Ordine degli Psicologi della Lombardia n.03/13262
La terapia a seduta singola per smettere di procrastinare
Smettere di procrastinare è un desiderio comune a molti.
Riuscire a farlo e mantenere le giuste abitudini, invece, è molto raro e sicuramente più complesso.
Anche se a volte può sembrare un problema irrisolvibile, smettere di procrastinare è possibile. Vediamo come la Terapia a Seduta Singola può aiutarti a farlo.
Perché procrastiniamo e con quali esiti
Può essere occasionale, durare solo per un periodo o diventare un’abitudine quotidiana che fai quasi inconsapevolmente. Quando si parla di procrastinazione non cambia solo la frequenza, ma anche le motivazioni per cui lo fai.
In alcuni casi puoi essere spinto dal bisogno di evitare emozioni negative, come la paura o il dolore, in altre può essere una reazione legata all’incapacità di gestire il tempo e gli impegni presi, in altre ancora può essere una risposta alla paura di fallire e di minare così la tua autostima.
A prescindere dal tempo e dalla motivazione, in psicologia il procrastinare è un meccanismo di coping, ossia una di quelle strategie messe in atto dalle persone per gestire le situazioni stressanti.
In particolare è una forma di evitamento, una strategia che ha un esito positivo sul momento, ma conseguenze negative nel lungo periodo..
Il procrastinare qualcosa, infatti, è vissuto in maniera positiva in un primo momento, in quanto rappresenta una scappatoia da una tensione emotiva, ma rischia nel lungo periodo di farti perdere fiducia nelle tue capacità perché si instaura un circolo vizioso per cui meno fai, meno ti senti capace di fare e meno farai, continuando a procrastinare.
Come può aiutarti la Terapia a Seduta Singola
La Terapia a Seduta Singola è un modello che cerca di trarre il massimo da ogni singola seduta, puntando l’accento sul momento presente e sulle capacità della persona stessa.
In questo senso quindi un incontro con uno psicologo esperto in Terapia a Seduta Singola ti aiuterà ad affrontare la problematica della procrastinazione in diversi step.
Lavorando sul qui e ora, in un primo momento, può aiutarti ad avere maggiore consapevolezza di te e di come funziona il tuo problema.
Arriverai così a capire che eludere il problema ti porta una gratificazione immediata, che però rafforza l’atteggiamento di fuga, chiudendoti così in un labirinto senza uscita.
In un secondo step, si vanno ad indagare le risorse della persona e si identificano le eccezioni positive al funzionamento del problema.
Questo porta ad una maggiore consapevolezza delle tue capacità e delle tue abilità e ti prepara direttamente per l’ultimo step.
L’ultimo step è la strutturazione di strategie studiate ad hoc, sulla base delle tue esperienze e capacità, che ti permetteranno da un lato di interrompere il meccanismo della procrastinazione e, dall’altro, di incentivare le azioni concrete, annullando di fatto il problema.
Cinque consigli pratici
Nell’ambito delle terapie brevi ci sono diverse tecniche e strategie che possono aiutarti ad affrontare le difficoltà per riuscire a portare a termine un compito.
Vediamo quindi cinque consigli che puoi mettere in pratica per evitare di inciampare nei meccanismi della procrastinazione.
1- Identifica gli obiettivi che vuoi raggiungere
Avere chiaro cosa vuoi ottenere ti aiuterà a capire cosa fare per ottenerlo e ti permetterà non solo di identificare le tue priorità, ma anche di strutturare i piccoli passi necessari per raggiungerli.
2- Dedica tempo all’organizzazione
Organizzare il tuo lavoro ti aiuterà a gestire le incognite ed ad intercettare le emozioni negative che sono alla base del meccanismo di procrastinazione.
3- Definisci un tempo di realizzazione
Darti una scadenza ti permetterà di avere uno spazio di manovra nel quale comprendere le tue difficoltà e capire come affrontarle.
4- Limita le distrazioni
Focalizzarti sugli obiettivi è una regola fondamentale per riuscire a raggiungerli e non perderti lungo il percorso.
5- Fai!
Non aspettare il momento perfetto o l’occasione giusta. Agisci!
Avrai tempo poi di aggiustare il tiro e fare le modifiche necessarie per raggiungere il tuo obiettivo.
Conclusioni
Quello del procrastinare è un meccanismo insidioso e difficile da disinnescare.
Tuttavia, una volta identificate le risorse più utili, sarà più facile mantenere le giuste abitudini ed evitare di autosabotarsi.
La Terapia a Seduta Singola con il suo approccio pratico ed altamente funzionale è un ottimo mezzo per capire come implementare in maniera rapida ed efficace queste corrette abitudini.
Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Contatta One Session!
Ci trovi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.
I nostri terapeuti ti aiutano ad ottenere un cambiamento immediato e duraturo, fornendoti strumenti pratici, concreti ed utilizzabili fin da subito per uscire dalla situazione problematica grazie alle tue stesse risorse!
Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Giunti Editore.
Slive, A. & Bobele, M. (2011). When One Hour is All You Have: Effective Therapy for Walk-in Clients. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.
https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/gestire-il-tempo/ (Consultato in data 27/02/2022)
https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/come-fare-quello-che-devi-fare/ (Consultato in data 27/02/2022)
https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/smettere-di-rimandare/ (Consultato in data 27/02/2022)
https://www.terapiasedutasingola.it/blog-post/8-benefici-che-i-tuoi-pazienti-possono-trarre-con-la-sst/ (Consultato in data 27/02/2022)

Liberarsi dai sensi di colpa si può?
“Solamente l’uomo ostacola la sua felicità con cura,
distruggendo ciò che è,
con pensieri di ciò che dovrebbe essere.”
John Dryden, 1670
Qualcuno diceva che il passato non può essere cambiato, che ciò che è stato è stato e non si può tornare indietro; è vero, ma da quel passato ti trascini dietro a volte un grosso senso di colpa che non ti consente di farci pace.
Perché ti senti in colpa?
Sicuramente sei stato abituato a rimproverarti delle tue azioni fin da piccolo, perché vuoi o non vuoi qualche birbanteria l’avrai combinata e i tuoi genitori ti avranno sgridato, dicendo: “ Se non fai il bravo, mamma si arrabbia” “Se piangi ancora, rendi triste il papà” “Dovresti vergognarti per quello che hai fatto” e potrei continuare a oltranza.
Non sto dicendo che i tuoi genitori sono “colpevoli” ma che sicuramente frasi di questo genere hanno costruito dentro di te un sistema di credenze con cui leggi il mondo circostante e eventi più di altri, fanno emergere il tuo senso di colpa, anche quando colpa non ne hai.
Quindi ti senti in colpa perché qualcuno ti ha “insegnato” a provarlo in determinate circostanze e puoi sentirti in colpa perché sei tu che ti imponi questa emozioni in seguito a comportamenti che hai reputato inadeguati rispetto ai tuoi valori e principi morali; succede quando senti di aver sbagliato, di esser stato manchevole o non aver portato rispetto.
Di solito è un emozione che si manifesta nelle relazioni, piuttosto che in solitaria e che spesso si accompagna ad altri sentimenti come ansia, angoscia o frustrazione; ci sono situazioni infatti dover l’aver sbagliato può avere conseguenze o farti temere che ce ne siano e questo crea scenari catastrofici nella tua mente.
Ma come tutte le emozioni è anche funzionale?
Così come la paura, la rabbia o la tristezza, anche il senso di colpa ha una sua funzione sociale: se esiste è perché svolge un ruolo ben preciso nella nostra vita che, anche se difficile da percepire, è ciò che ti consente di sopravvivere all’interno di una società.
Se ti senti in colpa ti assumi la responsabilità delle tue azioni, ti scusi e fai un passo avanti nell’evoluzione.
Questi comportamenti ti facilitano l’accesso e il riconoscimento del tuo gruppo sociale di appartenenza e ti permette di volta in volta di aggiustare il tiro e non ripetere l’errore.
Oppure no?
È chiaro che se sentirsi in colpa può essere utile, come tutte le cose, se portate all’estremo, diventa disfunzionale e compromette la tua qualità di vita.
Se il senso di colpa è legato al passato, il logorio è interminabile, considerato che indietro non si può tornare e non vi puoi porre rimedio.
Se fa parte di un intreccio relazionale, può comportare la fine di quel rapporto.
In campo lavorativo genera ansia o angoscia per la reputazione che ti sei creato o per paura del giudizio degli altri.
Insomma, sentirti in colpa è nocivo se ti limita nel vivere la tua vita e non riuscire a perdonarti o passare oltre , ti rende un eterna vittima.
Cosa puoi fare?
- Puoi scrivere un diario delle colpe: sai che scrivere ha un alta funzione terapeutica? Ti invito a scrivere ogni giorno una pagina del tuo diario, dove ripercorrerai con la mente –e la penna- tutte le tue colpe. Non rileggere.
- Blocca il rimuginare: sicuramente se ti senti in colpa, penserai spesso a tutte le probabili conseguenze e a cosa fare per rimediare all’errore. So che pensarci pensi ti possa essere utile ma no se si trasforma in rimuginare: in realtà anche se ti sembra di riflettere, non stai facendo assolutamente niente per risolvere il problema. Schiocca le dita, ogni qualvolta il pensiero target arriva e grida il tuo nome dicendo: “torna qui”.
- Il passato non si cambia: accettare il fatto che ciò che è stato è stato, significa smettere di focalizzarsi su qualcosa su cui non puoi agire e pensare piuttosto a incanalare la tua energia verso ciò che veramente puoi cambiare. A questo proposito puoi redigere una lista di ciò che puoi cambiare e ciò che è impossibile cambiare.
Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a uno specialista in questi casi.
La Terapia a Seduta Singola è utile perché consente individuare le tue tentate soluzioni, ovvero i comportamenti che mantengono in vita il problema, e di bloccarli.
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Sono una psicologa che si occupa di consulenze brevi e di TSS: il mio obiettivo è ridurre i tempi della terapia e massimizzare l’efficacia della seduta, offrendo un sostegno focalizzato e concreto per affrontare sia le piccole che le grandi difficoltà della vita
Autostima cercasi!
Che cos’è l’autostima?
Se ti chiedo di pensare a quanta autostima hai di te stesso, a cosa pensi esattamente?
Quali, delle tue caratteristiche fai rientrare nella tua definizione di autostima?
L’autostima è un costrutto psicologico: William James (cit. in Bascelli e all, 2008) la definisce come il risultato che scaturisce dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Per dirla in parole povere, si tratta della percezione che hai di te stesso, delle tue risorse, delle tue capacità, delle tue attitudini declinate nei vari contesti di vita.
Che voto ti dai?
Quando ci chiedono cosa pensiamo di noi stessi, non facile essere oggettivi: a seconda del campo di riferimento, del momento di vita, delle esperienza vissute, ci valutiamo diversamente.
Non è una percezione costante, ma in continua evoluzione.
Quali sono i processi che determinano la tua autostima?
- Il confronto con gli altri
- Giudizio degli altri: “cosa dicono di te gli altri?”
- Auto osservazione: tu valuti e confronti te stesso rispetto agli altri
Sono tre le variabili che entrano in gioco nel determinare la nostra autostima, e vien da se che non avranno sempre la stessa influenza o lo stesso peso sulla percezione di te stesso, poiché saranno soggette a cambiamenti.
Non puoi controllare, soprattutto perché i dati che ottieni non sono mai realmente oggettivi.
Il risultato di queste tre variabili ti porta a valutarti o a svalutarti:
Quando ti svaluti, ti senti incapace, al di sotto delle tue reali capacità. Non credi potercela fare, non senti di avere il controllo sulle tue decisioni, non rincorri i tuoi obiettivi. Hai bisogno degli altri per trovare sicurezza in te.
Quando ti sopravvaluti, ti ritieni più capace rispetto agli altri; dimostri quanto vali e non hai bisogno del confronto per sapere che sei bravo.
Cosa puoi fare per accrescere la tua autostima?
- Basta evitare
Se ti svaluti, vuol dire che hai poca fiducia in te stesso.
Così, anziché affrontare le situazioni le eviti, per perché non ti senti capaci.
Ti dico che devi smetterla: più eviti, e più confermi a te stesso la tua incapacità.
Inizia ad affrontare le tue paure, un passo alla volta.
- No alle rassicurazioni
cerchi sempre il confronto con glia altri per prendere decisioni o per rassicurarti che stai sulla strada giusta.
Inizia ad agire, affidandoti al tuo istinto.
Chiedere costantemente aiuto e riceverlo, ti conferma ogni volta che ne hai effettivamente bisogno. Butta le stampelle e comincia a camminare da solo.
- Impara a dire NO
Soffri della sindrome del San Bernardo e dici sempre si a tutti?
E’ ora di smettere, perché l’unico che ci rimette sei tu.
Esserci per tutti è un attività che ti stressa e ti toglie spazio e rispetto a te stesso.
Impara a dire di no e a stare lontano da ciò che ti sottrae a te stesso.
Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.
La Terapia a Seduta Singola può aiutarti anche in un solo incontro con lo psicologo perché ti permette di eliminare i comportamenti che mantengono in vita il problema e ottenere concreti benefici.
Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Puoi rivolgerti ai nostri psicologi e psicoterapeuti, disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.
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Riferimenti Bibliografici
Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Milano: Adriano Salani.
Rampin, M. (2014). Nel mezzo del casin di nostra vita. Milano: Ponte alle Grazie.
Sellin, R. (2015). Le persone sensibili sanno dire no. Milano: Feltrinelli.

Sono una psicologa che si occupa di consulenze brevi e di TSS: il mio obiettivo è ridurre i tempi della terapia e massimizzare l’efficacia della seduta, offrendo un sostegno focalizzato e concreto per affrontare sia le piccole che le grandi difficoltà della vita
Le ferite (invisibili) dell’autolesionismo
Cos’è l’autolesionismo?
Scena: un ragazzo di 15 anni in bagno al piano di sopra, i genitori in salotto con la tv accesa. Il ragazzo si alza le maniche della felpa, toglie il polsino che usa per giocare a basket e apre il mobiletto. Prende una lametta e si taglia.
Sul volto di chi legge sarà comparsa un’espressione di dolore o paura, ma le ricerche ci dicono che il fenomeno dell’autolesionismo è sempre più diffuso.
Attenzione, però, non tutti i fenomeni sono uguali.
Nel dettaglio, qui si parla di autolesionismo non suicidario, che nell’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-5) tale fenomeno è definito Not Suicidal Self Injury (NSSI).
Alla base del gesto autolesivo, quindi, non c’è intenzione suicidaria.
Nel DSM-5, leggendo i criteri diagnostici, emerge che tra gli scopi dell’autolesionista possono rientrare quello di ottenere sollievo da una sensazione o da uno stato cognitivo negativo, risolvere una difficoltà interpersonale o anche la ricerca da parte dell’autolesionista di una sensazione positiva (APA, 2014).
L’autolesionismo è inoltre associato ad uno o più dei seguenti sintomi:
- Difficoltà interpersonali, stati di ansia, tensione e rabbia precedenti alla condotta autolesiva.
- Preoccupazione difficilmente controllabile riguardo al gesto autolesivo che si intende attuare.
- Pensieri autolesivi presenti anche quando la condotta autolesiva non viene agita.
L’autolesionista, quindi, vive una condizione di difficoltà che cerca di risolvere.
Non è possibile isolare un’unica causa poiché si tratta di elementi estremamente soggettivi che possono spaziare da difficoltà che non si riescono a gestire a problematiche interpersonali che possono riferirsi ai differenti sistemi sociali in cui la persona è inserita: vita familiare, gruppo dei pari, società.
Qual è la fascia d’età più colpita e quali sono i comportamenti autolesivi più frequenti?
Torniamo alla descrizione della scena iniziale, il ragazzo ha quindici anni.
È tra i giovani adolescenti, infatti, che il fenomeno è maggiormente diffuso.
I dati sull’incidenza dell’autolesionismo ci rivelano che la fascia d’età più colpita va tra gli 11 e i 14 anni. In Italia le ricerche su soggetti non clinici stimano che l’incidenza del fenomeno varia tra il 13% e 41,5% negli adolescenti senza la predominanza di uno dei due generi (Di Pierro et al., 2012).
Ricerche dimostrano, infatti, che sempre più adolescenti presentano questa tipologia di comportamenti, e che, tra essi, sono frequenti i casi di gesti autolesionistici condotti in modo ripetuto.
Qui occorre, una ulteriore precisazione, perché c’è una differenza tra autolesionismo occasionale e autolesionismo reiterato.
Lo stesso DSM-5 prevede per la diagnosi che la persona abbia compiuto in un anno almeno 5 condotte autolesive che, è bene ribadirlo, non abbiano generano ferite tali da mettere a rischio la vita della persona.
L’atto lesionista può assumere differenti forme, le più diffuse delle quali sono procurarsi ferite con un oggetto affilato (cutting), provocarsi bruciature o ustioni (burning), marchiarsi con oggetti roventi (branding) ma anche graffiarsi, colpirsi e rallentare volutamente la guarigione di una ferita.
L’autolesionismo ai tempi del Web
Questo fenomeno, fino a qualche tempo fa, era meno conosciuto e praticato.
Nell’ultimo decennio con il boom dei social network anche questo tema ha trovato il suo spazio nel mondo digitale, divenendo così sempre più conosciuto.
La velocità con la quale oggi è possibile divulgare informazioni sul tema ha rappresentato, a conti fatti, un’arma a doppio taglio.
Da un lato sono nati numerosi siti informativi di auto-aiuto (self-help) oppure volti a reindirizzare ad un supporto professionale, dall’altro sono aumentati i siti o le pagine social che stimolano il lettore ad attuare gesti autolesivi. I messaggi sono ambigui, violenti e contagiosi anche se, “ufficialmente” presentati come iniziative volte a contrastare il fenomeno (Boyd et al., 2011).
I risultati dimostrano quanto il “web” generi “impatti reali” nella vita dell’autolesionista: se da un lato è stato dimostrato che la partecipazione a gruppi di supporto online possa diminuire la frequenza e la severità delle condotte autolesive.
L’accedere a contenuti che stimolano la conoscenza di nuove forme di autolesionismo o la condivisione dei gesti auto-inflitti può radicare maggiormente il fenomeno finendo per normalizzarlo e rinforzarlo.
Se nelle statistiche globali, come detto, il fenomeno investiva ugualmente i generi, non è così per il mondo del web.
Sono infatti le ragazze tra i 12 ed i 20 anni ad usare principalmente internet per parlare del tema, con contenuti che spaziano dalla descrizione dettagliata dei propri atti autolesivi alla pubblicazione di foto e video (Niwa e Mandrusiak.;2012).
L’aggregazione di simili contenuti, l’immedesimazione nelle storie dell’altro o la vista di immagini di ferite “simili alle mie” non fanno altro che rafforzare l’agire del lettore che si sentirà compreso.
Quali sono le cause?
Come già sottolineato, non c’è un unico elemento scatenante.
La condizione è estremamente soggettiva.
Quello che è certo e che l’autolesionista viva una condizione di disequilibrio personale ed il più delle volte sono restii alla richiesta d’aiuto.
Centrale, tuttavia, è che l’atto autolesionista rappresenta, di per sé, un gesto che la persona compie perché vive una condizione di malessere.
Non è funzionale alla “soluzione” del problema ma in qualche modo a “lenire” lo stato di difficoltà cognitiva ed emozionale che vive.
Non esistono quindi “ricette” per risolvere comportamenti autolesionistici, perché essi vanno affrontati sulla base delle esigenze e delle difficoltà che spingono la persona ad attuarli.
Di certo, sia che tu stia vivendo questa condizione in prima persona, sia che tu abbia il dubbio che qualcuno a te vicino attui condotte autolesive e credi di aver bisogno di confrontarti con un professionista, fallo.
Ogni martedì per un periodo limitato, dalle 18.00 alle 20.00, i terapeuti del nostro team One Session si rendono disponibili per degli incontri aperti a tutti utilizzando la Terapia a Seduta Singola. Contattaci per maggiori informazioni inviando una email a info@onesession.it oppure visita la nostra pagina Fb OneSession.it.
Riferimenti bibliografici
A.P.A. American Psychiatric Association. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Raffaello Cortina, 2014.
Di Pierro, R., Sarno, I., Perego, S., Gallucci, M., Madeddu, F. (2012). Adolescent nonsuicidal self-injury: the effects of personality traits, family relationships and maltreatment on the presence and severity of behaviours. Eur Child Adolesce Psychiatry.
Boyd, D., Jenny, R., Leavitt, A. (2011). Pro-self-harm and the visibility of youth-generated problematic content. I/S: A Journal of Law and Policy for the Information Society.
Niwa, K.D., Mandrusiak, M.N. (2012). Self-Injury Groups on Facebook. Canadian Journal of Counselling and Psychotherapy.

Psicologa e picoterapeuta in formazione. Utilizzo la terapia a seduta singola per permettere alla persone di raggiungere i propri obiettivi e massimizzare l’efficacia di ogni singolo incontro.
Ricevo a Caserta e On-line (Skype).
Vuoi migliorare la tua autostima? Ecco 3 errori da evitare
Parlare di autostima è tutt’altro che semplice!
Infatti, tutt’altro che semplice è il concetto di autostima.
A questo concetto si legano tante riflessioni, teorie, altri concetti che volerlo riassumere in pochi passi è davvero riduttivo.
In questo articolo, quindi, mi limiterò a indicare 3 errori comuni quando si vuole migliorare la propria autostima.
Iniziamo però a fare una precisazione. Spesso un errore “a monte” è proprio nel concetto stesso di autostima.
Mi spiego meglio: auto-stima è la capacità di dare una stima di se stessi. Ma come possiamo noi stessi essere oggettivi quando definiamo la stima di quello che siamo? È come chiedere ad un fruttivendolo se la sua frutta è di qualità. Vien da sé che il rischio è quello per il quale ciò che influenza la nostra auto-stima è l’autostima stessa: se è bassa, daremo valutazioni di noi tendenzialmente basse, se è alta faremo il contrario.
Proprio per questo, un ulteriore metodo che utilizziamo per capire il nostro “valore” sono gli occhi degli altri ed in particolare la stima che gli altri hanno (o pensiamo che abbiano) nei nostri confronti.
Ed proprio cercando di guardare noi stessi con gli occhi degli altri che possiamo commettere diversi errori, almeno 3.
1. Evitare
Chi ha una bassa autostima sperimenta una scarsa fiducia in se stesso e un forte senso di autocritica. Questo atteggiamento mentale lo porta a vedere il mondo pieno di sfide difficili per lui. Il che spesso induce ad arrendersi troppo facilmente di fronte alle difficoltà e a evitare le situazioni,
Immagino che ti sarà capitato di evitare qualche situazione in cui non ti sentivi a tuo agio oppure in cui sentivi addosso il giudizio e gli occhi degli altri. Evitare quella situazione in un primo momento ti avrà senza dubbio dato sollievo, ma a lungo andare ha confermato il fatto che non fossi sicuro di te e che non fossi abbastanza. Con la conseguenza che a rimetterci è stata proprio la tua autostima.
La persona con poca autostima, temendo di non essere all’altezza degli altri o di essere giudicata inadeguata (non abbastanza attraente, simpatica o intelligente) tende a chiudersi in se stessa. Questo permette di realizzare la profezia del rifiuto sociale con il rischio di andare incontro a una profonda solitudine.
2. Chiedere e ricercare conferme
Un rischio connesso a questa modalità di acquisire autostima è quello di muoversi nel mondo in un’ottica di perfezionismo: darsi degli standard elevatissimi è una trappola nella quale spesso le persone cadono e dalla quale faticano ad uscire. Si possono ricercare conferme nella cura di sé (rispetto al proprio aspetto fisico ed estetico), nel proprio lavoro o nella propria carriera scolastica, nel mondo delle relazioni.
3. Dire sempre di sì
Nel tentativo di piacere di più agli altri o di apparire più socievole e altruista cerchi di renderti sempre disponibile a soddisfare i bisogni e le esigenze degli altri. Quindi, anche se sei sommerso di impegni fai molta fatica a dire no, oppure riesci a dirlo ma poi ti senti in colpa. Assecondi le richieste nell’illusione che dal loro consenso altrui ne puoi trarre beneficio per la tua autostima e quindi un giudizio positivo nei tuoi confronti ed una conferma del tuo valore.
La convinzione che si cela dietro all’incapacità di dire “NO” è che quel “NO” sarà percepito dall’altro come un rifiuto che porterà l’altro a non volerti più bene, a non vederti più come bravo, simpatico e disponibile e ad allontanarti, quindi, da sé e dalla sua vita.
In realtà, non è così.
Devi comprendere che il potere che l’altro ha su di te è il prodotto dalla tua disistima: il poco valore che ti dai, fa sì che l’altro ti appaia più meritevole di attenzioni, più importante dei tuoi bisogni e della tua volontà.
Quindi, il dire sempre sì non fa altro che mantenere in vita e peggiorare il tuo problema, confermandoti che il tuo valore non poi così elevato, dando una sferzata (in negativo) alla tua autostima.
Se vuoi migliorare la tua autostima ed interrompere in modo definitivo questi errori, sappi che ogni martedì, per un periodo limitato, dalle 18:00 alle 20:00 gli Psicologi e gli Psicoterapeuti del nostro team One Session si rendono disponibili per degli incontri gratuiti aperti a tutti utilizzando la Terapia a Seduta Singola.
Contattaci per maggiori informazioni inviando una email a info@onesession.it oppure visita la nostra pagina Fb OneSession.it
Bibliografia
Branden, N. (2006). I sei pilastri dell’autostima. Milano: Tea.
Nardone, G. (2009). Problem solving strategico da tasca. Milano: Ponte alle Grazie.
Rampin, M. (2014). Nel mezzo del casin di nostra vita. Milano: Ponte alle Grazie.

Sono una Psicologa, specializzata in Dipendenze da sostanze, comportamentali (gioco d’azzardo, shopping, ecc) e relazionali (dipendenza affettiva). Sono formata all’utilizzo della Terapia a Seduta Singola (TSS) e della Terapia Centrata sulla Soluzione, per aiutare le persone a risolvere i loro problemi e tornare al benessere nel più breve tempo possibile, imparando a scoprire e sfruttare al meglio tutte le loro risorse.
Sonno disturbato ai tempi del Coronavirus
Capita anche a te di fare sogni più strani del solito? Stai probabilmente sperimentando un nuovo fenomeno: i sogni pandemici da Coronavirus.
La pandemia da Covid-19, infatti, sta influenzando il modo in cui sogniamo a causa degli elevati livelli di stress a cui siamo sottoposti in questo periodo di isolamento forzato.
In questo periodo di auto-isolamento, per molte persone, il materiale onirico appare più inquietante, i risvegli sono frequenti e la qualità del sonno è ridotta.
Cosa sta succedendo?
Le emozioni esperite durante la giornata possono influenzare quello che sogniamo durante la notte. L’Associazione Italiana di Medicina del Sonno (AIMS), che sta studiando la qualità del sonno degli italiani in quarantena, ritiene che molti soggetti stiano facendo incubi in linea con i sintomi del Disturbo da Stress Post Traumatico.
I sogni cambiano perché, in questo periodo particolare, il cervello cerca di indurre la rielaborazione dell’esperienza traumatica attraverso il materiale onirico. Non a caso, alcune persone, rievocano durante la notte parti dell’evento traumatico. Sognano, ad esempio, di aver contratto il virus o di perdere la vita. Altri invece fanno sogni bizzarri ricchi di elementi simbolici. La paura del virus, in questo caso, viene sostituita da elementi metaforici come insetti, mostri, catastrofi naturali e così via.
<L’oggetto della nostra paura, il virus, è invisibile e necessita di essere visualizzato in qualcosa di concreto> Deirdre Barrett, Harvard University
Tuttavia i sogni non bastano. Potrebbero essere inoltre un campanello di allarme, se frequenti, disturbanti e protratti nel tempo, di stati di ansia e di stress che vanno affrontati direttamente.
Possiamo iniziare a prenderci cura dei nostri sogni (e di noi stessi) partendo dal benessere che sperimentiamo durante la veglia.
In questo articolo ti fornisco 4 indicazioni che ti permettano di affrontare meglio questo momento critico e gestire lo stress ad esso collegato:
1. Focalizzati su quello che fai durante le giornate
Introduci piccoli cambiamenti in positivo. Aggiungi piccoli momenti di piacere che possano rendere bella la tua giornata. Se preferisci puoi fare un programma quotidiano dei momenti di piacere e spuntare a fine giornata quelli che hai messo in atto
2. Prenditi 15 minuti al giorno per scrivere
Le tue preoccupazioni, le tue paure e i tuoi pensieri. Lo stesso tempo dovrebbe essere dedicato, e circoscritto, per la ricerca delle informazioni sulla situazione attuale. Non dedicarci più di 15 minuti. Decidi tu quando farlo e come farlo
3. Riduci lo stress per alleggerire la mente
Esercizi di rilassamento e/o mindfulness possono essere buoni alleati durante il giorno. Anche solo la respirazione diaframmatica può aiutarti a ri-centrarti e focalizzarti sul qui e ora. La respirazione 4-7-8 può invece aiutarti, prima di dormire, ad indurre un rilassamento profondo
4. Riscrivi il sogno e cambia il finale
Come avresti voluto che andasse? Se ci sono dei sogni che ti hanno particolarmente disturbato, riscrivili in positivo e inizia da qui la tua giornata
Se lo stress e l’ansia non passano ma iniziano ad essere invalidanti, lo psicologo può aiutarti a superare la tua momentanea difficoltà.
In particolare la Terapia a Seduta Singola condensa in un solo incontro efficacia e efficienza per permetterti di sperimentare benefici sin dal primo incontro. Contatta, cercandolo sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta formato in Terapia a Seduta Singola più vicino a te.
Bibliografia
Deirdre, Barrett, Creative Dreams that Change Our Lives, In Dreams that Change Our Lives, R. Hoss & R. Gongloff (Eds) Chiron Publications, Ashville, NC. 2017.
Deirdre, Barrett, The “Committee of Sleep”: A Study of Dream Incubation for Problem Solving, In Dreaming, Vol. 3, No. 2, 1993
Ellemarije Altena , Chiara Baglioni, Colin A. Espie, Jason Ellis, Dimitri Gavriloff, Brigitte Holzinger, Angelika Schlarb, Lukas Frase, Susanna Jernelöv, and Dieter Riemann, Dealing with sleep problems during home confinement due to the COVID-19 outbreak: practical recommendations from a task force of the European CBT-I Academy, Journal of Sleep Research, 10.1111/jsr.13052.
Rebecca Renner, (April 15, 2020), The pandemic is giving people vivid, unusual dreams. Here’s why. Researchers explain why withdrawal from our usual environments -due to social distancing- has left dreamers with a dearth of “inspiration.”, Science, National Geographic.
Smettere di procrastinare: alcuni consigli
Quante volte ti è capitato di dire “Lo faccio dopo, tanto c’è tempo” e poi trovarti all’ultimo con una serie di compiti da portare a termine ancora da iniziare?
Cos’è la procrastinazione?
La procrastinazione è la tendenza a rimandare continuamente i propri doveri, trovandosi ad affrontarli all’ultimo minuto, con una serie di conseguenze negative sia per la performance che per la propria autostima (Dewitte e Schouwenburg, 2002). Anche se la credenza dei procrastinatori è del tipo “Lavoro meglio sotto pressione”, in realtà le loro performance “dell’ultimo minuto” sono qualitativamente minori rispetto a chi si prende per tempo. Questo inficia anche sull’umore, potendo portare a fare emergere sintomi ansiosi e depressivi.
A tutti capita di rimandare di tanto in tanto, ma per qualcuno può essere una vera e propria abitudine difficile da eliminare.
Ecco alcuni suggerimenti che ti possono aiutare a smettere di procrastinare
1. Fai chiarezza
Spesso avere in mente i compiti da portare a termine può non bastare e creare confusione.
Un buon modo di fare chiarezza è quello di mettere nero su bianco ciò che devi fare: fai una lista dei tuoi doveri annotando anche entro quando li devi compiere.
Mano a mano che li porti a termine, cancellali dalla lista; questo ti aiuterà a vedere i tuoi successi e aumenterà la motivazione e il senso di autoefficacia (Tracy, 2008)
2. Priorizza
Non c’è da illudersi: se pensi di cominciare a dedicarti alle tue scadenze a lungo termine “non appena avrai finito di dedicarti a tutto il resto” non comincerai mai.
Le cose da fare saranno sempre più del tempo a disposizione per farle, quindi la prima chiave è priorizzare.
Nella tua “to do list” identifica le attività molto importanti, quelle mediamente importanti, quelle carine da fare ma non necessarie, quelle delegabili e infine quelle eliminabili. Parti dalle prime e via via prosegui verso le successive.
3. Un passo alla volta
Limita l’investimento che stai chiedendo a te stesso, cominciando a piccoli passi. La guru dell’economia domestica Marla Cilley suggerisce questo semplice metodo per affrontare compiti spiacevoli, come pulire casa: imposta un timer a 5 minuti e datti al riordino finché non suona.
Non sembra pesante, giusto?
Certo, in 5 minuti non riuscirai a pulire tutta casa, ma avrai dato inizio al cambiamento! E cominciare è molto più difficile che continuare.
Questo metodo può essere utilizzato in tutte le attività che fatichi ad intraprendere. (Heat, 2010)
4. Prepara l’ambiente
Sarà più difficile procrastinare se avrai tutto ciò che ti serve a tua disposizione.
Prepara la tua postazione con il necessario per portare a compimento i tuoi doveri, senza la necessità di alzarti per prendere materiale mancante.
Cerca di creare il tuo spazio di lavoro in modo che sia confortevole ma anche attrattivo, che ti invogli a lavorarci.
5. Agganciati ad azioni che farai con certezza
Lo psicologo Gollwitzer le chiama “action-trigger” (in italiano, letteralmente “azioni-innesco”): sono eventi che sicuramente avverranno, in seguito alle quali viene suggerito di immaginare un compito che tendi a procrastinare.
Facciamo un esempio: continui a rimandare l’iscrizione in palestra. Potresti dirti “domattina, dopo che ho portato fuori il cane, mi iscriverò in palestra”.
L’azione “portare fuori il cane” è certa e domattina ti farà da innesco per iscriverti in palestra.
Attenzione, però: questo non significa che semplicemente immaginare di fare un’azione ti porterà sicuramente a farla. Devi essere anche motivato.
Se questi consigli non dovessero bastare, puoi pensare di rivolgerti ad uno specialista. Sul sito www.onesession.it puoi trovare un elenco di professionisti formati in Terapia a Seduta Singola che possono aiutarti a raggiungere i risultati sperati!
Bibliografia:
Heat & Heat (2010), Switch, How to Change Things when Change is Hard
Tracy (2008), Eat that frog, 21 Great Ways to Stop Procrastinating and Get More Done in Less Time
Dewitte S., Schouwenburg H.C., (2002), Procrastination, Temptations, and Incentives:The Struggle between the Present and the Future in Procrastinators and the Punctual, European Journal of personality, 16: 469-489

Il mio lavoro è orientato al futuro e alla valorizzazione delle risorse delle persone che si rivolgono a me, in ottica di totale collaborazione.
Sbagliare è umano, perseverare…pure!
Il fallimento non è sinonimo di insuccesso ma di realizzazione personale
Ti sei mai sentito un buono a nulla?
Ogni persona, una volta nella vita, si è trovata nella condizione di dover fare i conti con il fallimento: che sia stato un brutto voto a scuola, un colloquio di lavoro andato male, una relazione finita, ognuno di noi ha avuto a che fare con l’errore, lo sbaglio, la terribile sensazione di aver, appunto, fallito.
Gli errori costituiscono una condizione ineluttabile dell’essere umano, eppure un gran numero di persone ha paura di sbagliare, è terrorizzata dalla possibilità di commettere errori e si trova paralizzata di fronte alle scelte importanti della vita.
Tenderà quindi a non agire o a procrastinare per un tempo che diventerà infinito.
Sbagliando, s’impara?
Thomas Edison, riferendosi alla sua invenzione della lampadina, disse:
“Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecento-novantanove modi su come non va fatta una lampadina”
Sbagliare significa tentare, provare, mettersi in gioco. Fallire aiuta a crescere.
Gli errori non costituiscono una condanna ma sono sintomo di un evoluzione in corso, di una crescita personale.
Nonostante sia una sensazione sgradevole, combatterla potrebbe rivelarsi controproducente poiché provoca l’immobilità e spesso non si valuta che non agendo si perde più di quanto si potrebbe guadagnare agendo.
Negli anni 50, lo psicologo Thorndike, studiò l’ apprendimento “per prove ed errori”, dimostrando come il fallimento fosse utile proprio per apprendere, in quanto permetteva – ad ogni nuovo tentativo – di rivalutare le scelte, ricalibrare le risorse, cambiare direzione e soprattutto spingere ad agire, agire, agire!
Sbagliando quindi, s’impara eccome. Il fallimento è da considerarsi un diritto di cui nessuno deve essere privato; consente infatti di acquisire consapevolezza di se e delle proprie risorse, guidandoti verso la strada più adatta a noi.
E’ un utile strategia per renderti conto se la facoltà che hai scelto non va bene, quali sono le tue attitudini, quale tipo di lavoro preferisci…e cosi via. Al contempo ti costringe a rialzarti e a riprovare nuovamente, aggiustando il tiro per migliorare.
Come reagisci di fronte al fallimento?
Ecco alcune possibilità:
- Ipergeneralizzare: l’errore diventa totalizzante e ti costringe a pensare che sei un fallimento totale, sei tu l’errore. Non è cosi. Ridimensiona/normalizza il fatto che l’errore appartenga a un SOLO aspetto della tua vita e che quindi hai numerose altre risorse su cui contare.
- Indecisione: Non sai scegliere. Di fronte a una scelta, piuttosto che sbagliare preferisci non muoverti, rimanere in disparte, prolungare l’attesa. Che succede? Che niente di quello che volevi si realizza.
- Procrastinare: rimandi, rimandi, rimandi sempre. Più l’errore ti viene incontro e più tu lo scansi. Il tempo è tuo alleato perché preferisci rimandare, darti scadenze che mai rispetterai piuttosto che affrontare l’errore.
Alla ricerca della perfezione…
Temi lo sbaglio al tal punto che lo previeni , anelando alla perfezione della tua performance? Se sarai perfetto, non ci sarà possibilità di errore, no? Sarà solo la tua ansia a cresce irrimediabilmente ad ogni prova.
Anche il tuo cervello reagisce agli sbagli; forse non lo sapevi, ma il cervello è in grado di adattarsi all’errore: possiede meccanismi di correzione e rivelazione degli errori che plasmano l’attività cerebrale e gli consentono di imparare.
Potresti dunque provocargli un danno sottraendoti allo sbaglio perché bloccheresti i naturali processi di apprendimento.
Qualora sottrarsi al timore dell’errore fosse più difficile del previsto, puoi sempre rivolgerti a un professionista, uno psicologo qualificato.
Sul sito www.onesession.it, per esempio, è presente un elenco di professionisti formati in Terapia a Seduta Singola che potranno aiutarti a raggiungere i risultati sperati, anche in un singolo incontro; ebbene sì, anche una sola seduta con il terapeuta potrebbe apportare benefici, individuare le tue risorse e aiutarti a priorizzare l’obiettivo da raggiungere.
Bibliografia
Cannistrà F., Piccirilli F. (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics
Fanget F. (2018). Gli errori che aiutano a crescere. Mind, Mente & Cervello, 157, p. 24-33.
Procyk E., Meunier M. (2018), L’errore plasma il cervello, Mind, Mente & Cervello, 157, p. 36-43.

Sono una psicologa che si occupa di consulenze brevi e di TSS: il mio obiettivo è ridurre i tempi della terapia e massimizzare l’efficacia della seduta, offrendo un sostegno focalizzato e concreto per affrontare sia le piccole che le grandi difficoltà della vita
Paura del fallimento: ciò che non mi uccide, mi fortifica?
E’ tutto pronto per la partenza. Sei in prima fila e potrebbe essere la gara della tua vita: qualora riuscissi a vincerla, ti consacreresti campione del mondo. I semafori si accendono, manca poco al via, ma all’improvviso sei assalito dai dubbi: “E se non riuscissi a portare a termine la gara? e se non arrivassi primo? quale tremenda delusione sarà! No, no, meglio rinunciare e non partire, piuttosto che correre il rischio di perdere!”. E così, alla fine rimani fermo sulla griglia di partenza, senza nemmeno partecipare a quella che poteva essere davvero la gara della tua vita.
Quello che ti ho appena descritto ha un nome: paura del fallimento. E’ un tipo di paura che attanaglia la mente, la blocca e la immobilizza di fronte a qualsiasi prova dell’esistenza.
So già che non raggiungerò l’obiettivo
La paura del fallimento è quel pensiero debilitante e ricorrente che subentra in tutti coloro che hanno paura di non riuscire a realizzare qualcosa. La persona interessata, per il solo timore di fallire, interrompe qualsiasi azione sia destinata al raggiungimento dei propri obiettivi. La paura di non riuscire è così tanta, che alcune volte finisce persino per non provarci nemmeno!
La paura di fallire implica importanti stravolgimenti dal punto di vista psicologico. Oltre all’immobilizzazione nei confronti della vita e delle scelte che si operano, crea dentro la persona un profondo senso di sfiducia. Quest’ultimo, a lungo andare, determinerà una considerevole disistima nelle proprie capacità, un giudizio negativo di sé e una profonda sensazione di disfatta di fronte a qualsiasi scelta ci sarà da compiere.
Ci sono alcuni precisi sintomi della paura del fallimento tra cui, oltre la bassa autostima e fiducia (“Non sarò mai capace di superare questo esame”), il rifiuto categorico a provare esperienze nuove, il procrastinare e la tendenza al perfezionismo (“Non riuscirò mai a fare quella cosa come vorrei, per cui non ci provo nemmeno”).
Con queste caratteristiche, il circolo vizioso della paura di fallire inibirà la persona in ogni campo della vita, da quello lavorativo a quello sociale. Piuttosto che dare adito a nuovi progetti, ci si accontenterà di quel che si ha, perché un eventuale fallimento della novità sarebbe una delusione troppo grande da dover digerire.
Le possibili cause: mancanza di fiducia
E’ difficile conoscere con esattezza quali possano essere, in generale, le cause della paura di fallire.
Dall’esperienza clinica se ne possono ricavare alcune più frequenti. Partendo dall’esperienza più precoce, una delle possibili è l’aver avuto genitori critici e poco supportivi.
I genitori critici non supportano né incoraggiano il proprio figlio nel raggiungimento degli obiettivi (qualunque essi siano, dal più semplice al più complesso). Ciò vuol dire che, spesso, si sostituiscono a lui nelle scelte, lo umiliano in pubblico (anche solo verbalmente) e non riconoscono né apprezzano i traguardi da lui raggiunti. Questo comportamento genitoriale, messo in atto spesso in modo inconsapevole, crea nel bambino un sentimento negativo, di sfiducia e di scarsa autostima nelle proprie capacità. Sensazioni che lui si porterà dietro anche da adulto, il ché, nel migliore dei casi, alimenterà la vera e propria paura del fallimento.
Un’altra possibile causa del timore di fallire è l’aver vissuto un evento traumatico.
Con evento traumatico si intende un’esperienza particolarmente dolorosa o umiliante che ha segnato la nostra vita. Un’esperienza traumatica, nell’ambito del fallimento, potrebbe essere, ad esempio, l’aver fatto una pessima figura in pubblico, durante una presentazione, oppure l’aver ricevuto un’importante umiliazione durante una prestazione sportiva.
La persona, scottata dalle emozioni negative vissute, sarà portata a evitare qualsiasi situazione che le ricorderà quella originaria, pur di non rischiare di riprovare le stesse sensazioni negative.
Fallimento: ciò che non mi uccide, mi fortifica!
Qualunque sia la tua storia personale, a tutto c’è un rimedio! Devi solo provare a vedere il fallimento in maniera non del tutto negativa, ma come un’occasione di crescita e di apprendimento. Vedendolo sotto questa prospettiva, esso potrà farti meno timore.
La paura di fallire, infatti, fa parte della vita di tutti: chiunque si è confrontato con una qualche forma di fallimento, prima di arrivare alla vita adulta. Vuoi per un amore non corrisposto, vuoi per un lavoro andato male o per una semplice amicizia interrotta. Il fallimento è, in fin dei conti, un modo per imparare dall’esperienza, per fortificarci e diventare adulti più sani e coraggiosi. Rinunciare a priori è, invece, indice di malessere.
Per alleviare la tua paura di fallire, quando hai di fronte un obiettivo che vuoi raggiungere, prima di rinunciare del tutto ai tuoi propositi, prova a seguire questi semplici consigli.
Innanzitutto, cambia il tuo punto di vista sul fallimento, come sopra ti ho suggerito di fare. In seguito, analizza tutte le conseguenze possibili che la tua azione potrà avere (a volte è la paura dell’ignoto che fa più timore, piuttosto che il fallimento in sé). Impara quindi a pensare positivo e datti fiducia, magari prefigurandoti lo scenario peggiore di quello che potrà succedere (ti aiuterà ad essere più ottimista!). E infine, fai e impegnati in quello che volevi fare!
Ricorda che la paura del fallimento viene meno solo con l’esperienza. Se reputi, invece, che, nel tuo caso, il timore di fallire sia ben più radicato, affidati a un terapeuta a sessione singola: in una sola seduta potrà cambiare il tuo modo di vedere le cose, nonché sbloccare e inibire molte delle tue paure, per iniziare, così, a non aver più paura!
Bibliografia
Morschitzky, H. (2013). Vincere la paura del fallimento. Superare ansie, timori e sconfitte per tornare a guardare al futuro, Apogeo, Adria.
Il mio corpo che cambia
Durante la vita c’è un periodo in cui avvengono repentine trasformazioni dal punto di vista fisico, sociale e psicologico. E’ un periodo che tutti noi attraversiamo, perché vuol dire crescere. Potremmo paragonarlo a un ponte a senso unico che collega tra loro due isole: l’infanzia e la vita adulta. All’età di circa 10-13 anni, infatti, abbandoniamo l’infanzia per approdare, dopo una decina d’anni, alla vita adulta. Questo “ponte” prende il nome di adolescenza.
Quando mi accorgo che il mio corpo sta cambiando: la pubertà
La strada che percorriamo su questo ponte, possiamo immaginarla come formata da tre corsie. Una prima corsia rappresenta tutti i cambiamenti psicologici cui si va incontro, la seconda i cambiamenti sociali, infine la terza i cambiamenti somatici. Se ci riferiamo soltanto ai cambiamenti fisici che intervengono durante l’intera adolescenza, allora la definiremo col termine di pubertà.
Sia per i maschi che per le femmine, la pubertà rappresenta quel momento che va dalla comparsa dei primi caratteri sessuali, fino alla loro completa maturazione. In altre parole, alla fine di questo lasso di tempo, le femmine diventeranno donne, e i maschi uomini.
In rari casi, la pubertà può iniziare anche prima dei 10 anni o, diversamente, avviarsi dopo i 13 anni. In queste circostanze si parla di pubertà anticipata o ritardata, cosa che potrà rinviare a disturbi psicofisiologici di differente natura.
Diventare donna
Per le femmine, l’inizio della pubertà coincide spesso con un graduale aumento dell’altezza di 15-20 cm, che al contempo comporta altri cambiamenti corporei. I più evidenti sono l’ingrandimento del seno, nonché la comparsa di peli nel pube e nelle ascelle. Il corpo, inoltre, tenderà ad allargarsi sui glutei, sui fianchi e sulle cosce. Si attiveranno anche le ghiandole sudoripare (quelle che fanno sudare).
La prima mestruazione (menarca) rappresenterà il vero e proprio addio all’infanzia. Hai presente il ponte di cui ti parlavo prima? Ecco, al momento della prima mestruazione, è come se le ragazze si trovassero già a metà di quel percorso che le condurrà all’età adulta. Almeno dal punto di vista fisico, da quel momento in poi, non sarà per loro più possibile tornare indietro.
In termini scientifici, infatti, la prima mestruazione rappresenta la maturazione del sistema nervoso e ormonale del cervello, nonché dei collegamenti nervosi tra utero e ovaie. La ragazza si sta preparando cioè a diventare a tutti gli effetti una donna, capace di riprodursi e dare al mondo, in futuro, anche dei figli. Il vero motivo di tutti i cambiamenti fisici puberali, d’altronde, è proprio la maturazione del proprio apparato sessuale e riproduttivo.
Diventare uomini
Contrariamente alle femmine, nei maschi l’inizio della pubertà non coincide spesso con un aumento della statura, che pur si verifica. La vera e propria pubertà, invece, inizia nel ragazzo soltanto due anni più tardi rispetto alla crescita in altezza. I futuri uomini avvertono un ingrandimento di tuttol’organo riproduttivo (il pene) e al contempo la comparsa dei peli nelle zone intime, sotto le ascelle o in faccia (barba e baffi).
Maggiormente rispetto alle donne, vi è un aumento della massa muscolare e scheletrica, un cambiamento nel tono della voce (che si fa più basso), nonché la comparsa di acne sul volto (i fastidiosissimi brufoli!). Così come avviene per le donne con la prima mestruazione, anche i ragazzi maturano internamente il proprio sistema ormonale e riproduttivo. In questo periodo, infatti, i maschi aumenteranno la produzione di spermatozoi (la cellula riproduttiva maschile).
Quando un ragazzo non vuole diventare adulto
I cambiamenti fisici in adolescenza sono molti e intensi. Spesso, però, capita che il ragazzo, o la ragazza, non si riconosca nelle mutazioni somatiche cui va incontro. In un certo senso, accade che “non vuole” diventare grande. Hai presente Peter Pan, che non voleva crescere? Ecco, avviene più o meno la stessa cosa. Ma se da un punto di vista psicologico il ragazzo non desidera crescere, da un punto di vista fisico il corpo lo fa ugualmente (i due processi sono, infatti, distinti). L’immagine mentale infantile che il ragazzo ha di sé, a quel punto, non coinciderà più con quella fisica, che continuerà comunque a svilupparsi. L’adolescente stenterà, di conseguenza, a riconoscersi nella propria immagine corporea, dando vita a svariati problemi psicologici (in genere transitori).
Potrà capitare, ad esempio, che si vedrà troppo magro, e quindi inizierà a mangiare fino a diventare obeso. O, al contrario, una ragazza si vedrà grossa, decidendo per questo di non mangiare più, al punto da diventare anoressica. Oppure ancora, un adolescente, se non riuscirà ad adattarsi ai cambiamenti somatici, potrà muoversi in modo goffo, non si piacerà, potrà addirittura ritirarsi da un punto di vista sociale e psicologico.
Quando vi è una discrepanza tra l’immagine corporea e quella mentale, allora è probabile che un aiuto psicologico può essere utile. Non preoccuparti! In genere non si tratta di lunghe terapie, ma brevi; a volte basta anche una seduta singola per risolvere la problematica.
In questi casi, infatti, spesso è necessario un semplice sostegno psicologico, ma che sia capace di aiutarti a unire l’immagine mentale che hai di te stesso, con quella che il tuo corpo sta sviluppando. E dunque arrivare alla fine di quel ponte (la vita adulta), senza rischiare di sbagliare strada.
Bibliografia consigliata
Palmonari, A. (2011). Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna.
Perkins, R. (2006). The effectiveness of one session of therapy using a single-session therapy approach for children and adolescents with mental health problems, The British Psychological Society, Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice,79.
Talmon, M. (1990). Psicoterapia a seduta singola, Erickson, Milano.
