Solitudine: trasformarla in opportunità
Ci sono uomini soli
Nei carceri, in auto, soli sul web
(Marracash, Soli)
Ci sono momenti in cui la solitudine non è una scelta, ma una condizione che attraversa il nostro quotidiano, nei nostri momenti più intimi o in mezzo agli altri.
Eppure, proprio in quei momenti, può nascere l’opportunità di trasformare quel sentirsi soli in qualcosa di nuovo e di propositivo per noi stessi e per il tempo che viviamo.
La solitudine può arrivare in silenzio, dopo una perdita, un cambiamento, una separazione o semplicemente nel ritmo frenetico delle nostre giornate. Arriva quando si interrompe il senso di connessione con una persona, con un gruppo o con sé stessi.
La solitudine non è solo “stare soli”: è sentirsi soli.
È quella distanza emotiva che si può percepire anche in mezzo alla folla, nel proprio lavoro, o persino in una relazione. Quando ci sentiamo inascoltati o invisibili.
Eppure, dentro questo spazio apparentemente vuoto, può nascondersi un’occasione preziosa di cambiamento.
Ci si può sentire soli in diversi modi:
- dopo la fine di una relazione o di un’amicizia;
- quando si cambia città, lavoro, contesto di vita;
- durante le fasi di cambiamento interiore (maggiore consapevolezza di sé, crescita emotiva, rielaborazione di vecchie convinzioni, comprensione dei propri bisogni).
La solitudine può essere un momento importante di ridefinizione di sé.
Quando attraversiamo una fase in cui i nostri ancoraggi esterni si indeboliscono e questo ci costringe a confrontarci con la nostra dimensione interiore più profonda, abbiamo la possibilità di costruire un passaggio, un tempo sospeso, difficile ma fertile, in cui può nascere qualcosa di nuovo.
Il problema nasce quando la solitudine si trasforma in isolamento, in una trappola che ci fa chiudere ancora di più. Allora, il silenzio diventa pesante, il dialogo interiore si trasforma in autocritica, e il vuoto in mancanza di senso.
La Terapia Breve come ponte
La terapia breve, con la sua natura focalizzata e concreta, aiuta a sperimentare piccoli cambiamenti relazionali che creano senso e connessione. L’obiettivo diventa, trasformare la solitudine in uno spazio di crescita personale.
La solitudine, infatti, può essere vista come un passaggio evolutivo: un momento in cui si può imparare a stare con sé stessi in modo nuovo, più autentico.
Come dice Leonard Cohen nella canzone Anthem, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”La crepa della solitudine può diventare la fessura da cui entra la luce della consapevolezza, la possibilità di ricostruirsi, di riscoprire i propri desideri, di sintonizzarsi sui propri bisogni.
La terapia breve parte da un principio fondamentale: ogni difficoltà contiene già in sé le risorse per essere superata.
Il primo passo è aiutare la persona a riconoscere e dare un nome a ciò che prova. Spesso chi si sente solo prova vergogna o paura di essere “sbagliato”, non compreso. Il terapeuta aiuta a ristrutturare il vissuto come un processo evolutivo.
In terapia breve, si lavora sul momento presente (il mantra contemporaneo del “qui e ora”), ma anche sul futuro immediato.
Lo spazio della solitudine viene esplorato in terapia non come un “vuoto da riempire”, ma come un luogo da abitare consapevolmente e pienamente. La terapia breve aiuta a costruire piccoli obiettivi, piccole esperienze quotidiane di connessione (con sé, con gli altri, con il mondo).
Attraverso domande strategiche, visualizzazioni o esercizi di auto-osservazione, la persona può tornare a sentire sé stessa. La Miracle Question stessa applicata alla solitudine è uno strumento molto potente perché apre uno spazio di possibilità e immaginazione laddove la persona sente vuoto o mancanza.
Quando una persona impara a stare bene da sola, le relazioni o le situazioni non diventano più un bisogno per colmare un’assenza, ma una scelta consapevole di esserci.
Un nuovo modo di stare soli
Quando la solitudine smette di essere un nemico, diventa un’esperienza da cui imparare.
In quello spazio che prima sembrava vuoto, può nascere la capacità di ascoltarsi davvero, di riconoscere i propri limiti e i propri desideri. È in quel silenzio che spesso si riscopre la creatività, la curiosità, la voglia di ricominciare.
La solitudine, accolta e attraversata, diventa spazio di crescita.
Il terapeuta, non riempie il vuoto ma aiuta a costruire ponti: tra il dolore e la possibilità, tra il silenzio e la parola, tra il sé e gli altri. Trasforma il problema in risorsa.
La solitudine forse non è qualcosa da sconfiggere, bensì da comprendere. Lo spazio terapeutico può diventare un luogo in cui esplorare nuovi modi di stare da soli. Questo significa accogliere la possibilità di ascoltare i propri bisogni, riconoscere i propri confini, scoprire o riscoprire le proprie risorse.
Quando la solitudine smette di essere un vuoto da riempire ma spazio da colmare può nascere il cambiamento.
Gli psicologi del team “Onesession” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola.
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Riferimenti bibliografici
Yalom I.D. (1980), Psicoterapia esistenziale. Raffaello Cortina
Nardone G.(2023), La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Tea

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Senso di colpa: cos’è e come gestirlo
Il senso di colpa è una delle emozioni che spesso ricorre nella stanza di terapia. E’ un’emozione complessa e universale: tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita quella stretta allo stomaco o quel peso sul petto dopo aver commesso un errore o aver arrecato un danno a qualcuno. Ma cos’è davvero il senso di colpa? È sempre un’emozione negativa o ha qualche risvolto positivo? Certamente nel momento in cui la si prova non è certo una sensazione piacevole ma, come vedremo nel corso di questo articolo, anche il senso di colpa ha una sua funzione, che se compresa può essere gestita traendone insegnamento.
Cos’è il senso di colpa?
Il senso di colpa è un’emozione legata alla percezione di aver violato una norma (che sia morale, sociale o personale), di aver arrecato danno a qualcuno o di non aver fatto qualcosa che “avremmo dovuto”. In tal senso è un concetto molto collegato al senso morale o etico che iniziamo a sviluppare durante l’infanzia: a differenza delle emozioni primarie infatti (gioia, dolore, rabbia, paura), il senso di colpa si sviluppa gradualmente tra i 3 e i 6 anni di età, quando cioè abbiamo le sufficienti capacità cognitive e sociali per poter comprendere che le nostre azioni hanno delle conseguenze.
In una certa misura il senso di colpa è una guida morale, perché ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, a rispettare le regole sociali e a mantenere l’integrità personale. La sua funzione quindi è anche quella di spingerci a riparare ai comportamenti sbagliati, a rimediare ai nostri errori o a chiedere scusa se abbiamo arrecato danno a qualcuno, anche involontariamente.
Diversi tipi di senso di colpa
Secondo alcuni autori (Mancini e Gangemi, 2008) si può distinguere due diversi tipi di senso di colpa: uno deontologico, che nasce dalla trasgressione di una norma o di un valore morale che sono generalmente comuni al proprio gruppo di appartenenza. Il senso di colpa deontologico può nascere anche quando si disobbedisce all’ordine di un’autorità o quando agiamo contrariamente a quei principi morali che abbiamo fatti nostri. L’altro senso di colpa è quello altruistico o interpersonale: nasce dalla credenza di aver danneggiato ingiustificatamente l’altro o, in senso più generale, di non averlo aiutato. In questo caso il senso di colpa orienta alla riparazione del danno causato e all’espressione di sentimenti e di atteggiamenti positivi verso la vittima. Questo senso di colpa è collegato all’altruismo e alla tendenza dell’uomo a provare empatia verso la sofferenza degli altri.
Capire quale tipo di colpa si sta provando è il primo passo per gestirla. La colpa deontologica si gestisce con la riparazione e l’apprendimento: dagli errori dettati dal senso di colpa possiamo imparare a comportarci meglio in futuro. La colpa altruistica invece richiede un lavoro sulla definizione dei propri limiti di responsabilità e sull’accettazione dell’incertezza.
Quando il senso di colpa diventa disfunzionale
Come abbiamo accennato, il senso di colpa può quindi avere una funzione adattiva e prosociale: in piccole dosi è un’emozione utile a riparare ai propri errori. Tuttavia quando esso è sproporzionato all’evento, persiste nel tempo o si estende a situazioni in cui non abbiamo reale responsabilità può portare a un circolo vizioso di auto-rimprovero e sofferenza. Ci possiamo accorgere del suo impatto negativo da segnali quali ansia, depressione, perfezionismo eccessivo, autosabotaggio, isolamento o pensieri ossessivi sull’errore commesso o temuto.
A volte infatti può capitare che per paura di sbagliare proviamo una sorta di senso di colpa anticipato che ci immobilizza o ci fa tendere al perfezionismo. È importante comprendere che l’errore fa parte in qualche misura della vita di ciascun individuo. Esso può essere piuttosto l’opportunità per correggere il tiro e migliorarsi.
Come gestire il senso di colpa
Cosa fare allora quando ci accorgiamo che il senso di colpa diventa eccessivo o ha un grande impatto sulla nostra vita? Prima cosa da fare è capire quali sono i meccanismi che mantengono il problema. Spesso infatti è ciò che facciamo nel tentativo di uscirne che ci incastra.
Tra questi comportamenti troviamo ad esempio la ricerca di rassicurazioni continue. Chiedendo agli altri se ci siamo comportati male o bene è un modo di delegare il nostro giudizio senza ascoltare il nostro senso morale. Questo infatti come accennato può farci da guida nel discernere e scegliere come comportarci di fronte a situazioni ambigue o di responsabilità, aiutandoci ad esercitare il nostro senso di autoefficacia.
Altro tentativo disfunzionale è quello di eliminare a tutti i costi il senso di colpa, ma più cerchiamo di evitare quelle sensazioni spiacevoli più queste si intensificheranno. La strategia migliore per superarle è concentrarsi su un piccolo passo concreto per riparare o imparare, senza rimanere bloccati nella ruminazione. A volte basta chiedere scusa in modo sincero e poi andare avanti.
Ancora tra le tentate soluzioni c’è la ruminazione ossessiva. Pensare e ripensare all’errore, cercando una soluzione logica a un problema emotivo può farci finire in un labirinto di pensieri dove rimanere incastrati. Dobbiamo saper distinguere il dubbio sano dalla ruminazione tossica, ponendoci le domande giuste: invece di rimuginare sull’evento passato dicendoci “se solo non avessi fatto…” possiamo invece chiederci “Cosa posso fare ora per migliorare la situazione?”.
Infine, tra gli atteggiamenti che possono risultare disfunzionali c’è l’iper-responsabilizzazione: caricarsi del peso di situazioni che non dipendono interamente da noi è controproducente e inefficace. Soprattutto per la colpa altruistica, è importante riconoscere che il benessere dell’altro non può dipendere esclusivamente da noi. È più utile identificare la propria quota di responsabilità (spesso minore di quanto si percepisca) e lasciare all’altro la sua.
Da senso di colpa a responsabilità
Possiamo dire che la migliore strategia per liberarsi da questa scomoda emozione sia quella di spostare il focus dal pensiero all’azione, trasformando la colpa in responsabilità. Il senso di colpa infatti ci fa guardare al passato, all’errore commesso costruendo un labirinto senza uscita. La responsabilità, intesa come abilità di rispondere, è invece più orientata al futuro, all’azione e al rimediare e imparare dagli sbagli. Possiamo quindi chiederci “come posso assumermi meglio la responsabilità?”, facendo attenzione a come ci giudichiamo e a come spesso usiamo un metro diverso nel giudicare gli altri.
Il senso di colpa, se riconosciuto e gestito in modo efficace, può trasformarsi da un peso invalidante a una bussola preziosa per la nostra etica e le nostre relazioni. Comprendere la sua natura, distinguere tra le sue forme e applicare strategie mirate ci permette di non cadere nella sua trappola. Potremo quindi usarlo come stimolo per crescere, imparare dagli errori e vivere una vita più autentica e libera.
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Riferimenti bibliografici
Del Grande, C. (2007). Il diverso ruolo di principi deontologici e altruistici nelle scelte morali, con particolare riferimento a soggetti con alta e bassa tendenza ad avere ossessioni e compulsioni. Tesi di laurea
Mancini, F., & Gangemi, A. (2018). Senso di colpa deontologico e senso di colpa altruistico: una tesi dualista. Giornale italiano di psicologia, 45(3), 483-510.
Nardone, G. (2019). Emozioni: istruzioni per l’uso. Ponte alle Grazie.
Romagnoli, G. (2023). Restare in piedi tra le onde. Manuale di gestione delle emozioni. Mondadori

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
La Terapia a Seduta Singola per gestire la rabbia
“Ho visto tutto rosso/nero dalla rabbia”
“Ho perso il lume della ragione e sono andato su tutte le furie.”
“Mi ribolliva il sangue dalla rabbia.”
“Andare in escandescenze.”
Questi sono modi di dire che tutti conosciamo e spesso sentiamo dire quando, di solito a posteriori, viene raccontato il momento in cui si perde il controllo e si va in collera.
La rabbia viene comunemente considerata come una emozione negativa e spesso, fin dall’infanzia viene rimandato ai bambini che non è lecito esternalizzarla. In realtà tutti hanno provato almeno una volta cosa vuol dire alterarsi e provare ira, è un’esperienza umana naturale che a volte ha delle valide ragioni: subire un torto o sentirsi feriti da qualcuno. Altre volte a farci arrabbiare è una situazione stressante o frustrante, un imprevisto o qualcosa che ci aspettavamo andasse in un certo modo e che poi è disatteso.
Alcune persone sperimentano raramente quest’emozione prorompente, altri si sentono arrabbiati per la maggior parte del tempo. Ciò che rende problematica la rabbia è quando diventa incontrollabile e può portare a rovinare i rapporti con gli altri o a comportamenti dannosi per sé o per chi la subisce.
Infatti, avere a che fare con persone in collera non piace a nessuno e anche per questo motivo la rabbia rappresenta una delle problematiche per cui le persone si rivolgono allo psicologo.
Cos’è la rabbia
La rabbia è un’emozione basilare come la paura, la tristezza e la gioia e come tutte le altre emozioni ha una sua utilità e funzione. Come la paura, la rabbia comporta una attivazione fisiologica che prepara il corpo a reagire: aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue e rilascio di ormoni come adrenalina e cortisolo. Questa attivazione permette infatti di reagire prontamente a situazioni che percepiamo come frustranti, come assistere a un’ingiustizia o sentirci attaccati, sminuiti o non considerati. In questi casi la rabbia, se ben canalizzata, può essere uno stimolo a ribellarsi o a difendere i propri bisogni.
Ci sono però casi in cui la rabbia se mal espressa può essere disfunzionale, perché può potenzialmente sfociare in violenza o sfoghi di aggressività verso gli altri o verso se stessi.
Nel nostro immaginario le persone arrabbiate esternano la loro rabbia urlando o esprimendo aggressività ma anche l’eccesso di controllo può essere motivo di malessere. La rabbia repressa infatti può portare conseguenze anche psicosomatiche importanti.
Quando rivolgersi a uno psicologo
Sebbene si tratti di un’emozione universale, alcune persone trovano difficoltoso gestire la rabbia o esprimerla in modo costruttivo. A volte ci si accorge di questo quando ci rendiamo conto che le nostre relazioni si stanno deteriorando per colpa delle nostre manifestazioni di collera.
O quando sentiamo che pur controllandola siamo come una pentola a pressione che prima o poi esploderà. Anche i comportamenti autolesionisti possono rappresentare un campanello di allarme.
Stando a quanto detto, i nostri tentativi di controllo sono spesso disfunzionali e sappiamo bene quanto sia inutile sentirsi dire “calmati!” durante gli scatti d’ira.
E’ molto comune credere che bisogna sfogare fisicamente questa emozione prorompente (ad esempio spaccando qualcosa o prendendo a pugni un oggetto).
Oppure ignorarla del tutto fingendo autocontrollo ma se nel breve periodo possiamo sentire un lieve sollievo, a lungo andare non abbiamo risolto affatto il problema.
Allora cosa fare?
Attraverso la terapia a seduta singola è possibile trovare delle utili strategie per gestire la rabbia. Questo metodo infatti si presta alla risoluzione di questo problema che affligge molti.
Infatti, attraverso un’analisi di come il problema si esprime concretamente per te, il terapeuta può aiutarti a individuare delle strategie specifiche costruite ad hoc per te.
Mettendo in luce le situazioni che potenzialmente possono scatenare la rabbia diventerai più consapevole di quali possono essere i campanelli di allarme che ti possono portare a sfoghi eccessivi.
Il suo obiettivo sarà anche quello di riconoscere ed evidenziare le tue personali capacità.
Grazie ai tuoi punti di forza potrai affrontare con maggior empowerment le situazioni frustranti che non sempre possiamo prevedere o controllare.
In tal senso si andrà ad individuare quali sono le eccezioni che si sono verificate o si verificano alla manifestazione di rabbia eccessiva.
Sulla base di queste è possibile ravvisare le tue personali risorse da mettere in campo una volta usciti dalla stanza dello psicologo.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, gli psicologi di OneSession.it ti offrono la possibilità di prenotare un primo colloquio gratuito. Per prenotare il tuo incontro, puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore Firenze. Flanigan P.K. (2023) Strategic ways to control your anger. https://www.agegracefullyamerica.com/strategic-ways-to-control-your-anger/ [consultato in data 30/11/2023]
Novaco & Di Giuseppe (2011) Strategies for controlling your anger: Keeping anger in check https://www.apa.org/topics/anger/strategies-controlling [consultato in data 30/11/2023]

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Gestire la rabbia con la Terapia a Seduta Singola
Quali difficoltà possono insorgere se non si riesce a gestire la rabbia? In che modo la Terapia a Seduta Singola può venirci in aiuto? Lo scopriamo in questo articolo.
Definizione di rabbia e sue principali caratteristiche
La rabbia fa parte delle emozioni di base primarie (reazione affettive innate) ed è un’emozione universale e primordiale. A provare rabbia sono tutti gli esseri umani senza distinzione di età, di area geografica, di sesso.
Nella classificazione di Friesen ed Ekman la rabbia fa parte dell’elenco delle emozioni primarie: paura, rabbia, gioia, tristezza, disgusto e sorpresa.
Lo stesso nella classificazione di Plutchik dove le emozioni primarie sono: paura, rabbia, tristezza, gioia, disgusto, sorpresa, attesa, approvazione.
La rabbia ha come funzione adattiva quella di difendersi, di sopravvivere nell’ambiente. Essa aiuta l’individuo a mettere dei confini, ad affermarsi, è inoltre spinta all’attacco.
La rabbia come tutte le altre emozioni citate sopra non ha una connotazione negativa, è foriera anche essa di un messaggio che deve essere ascoltato e vissuto nella piena consapevolezza.
Nella vita di tutti i giorni rispondiamo con rabbia per esempio, di fronte ad un torto subito.
In alcuni casi la rabbia può essere espressa poi con dei comportamenti o delle espressioni verbali (urla, discussioni) in altri casi viene invece repressa o evitata.
Ad ogni modo qualunque sia la reazione, porta l’individuo ad uno stato tensivo molto forte.
L’andamento della rabbia si può presentare con dei picchi che tendono verso l’eccesso e a volte con intensità minore. Se l’andamento è verso l’eccesso la rabbia prenderà comunemente il nome di collera ed ira.
Se invece si dirigerà verso una intensità minore si chiamerà irritazione.
La rabbia, è un processo multi componenziale, in cui possiamo individuare almeno quattro componenti imprescindibili.
Esse sono la componente fisiologica, ossia la attivazione dell’organismo, la componente cognitiva, la componente espressiva e la componente comportamentale.
Nella esperienza individuale dello stato di rabbia rintracciamo tutti questi aspetti visibili nella persona: si accelera il battito, aumenta il flusso sanguigno, aumenta la tensione muscolare, aumenta la sensazione di calore e di sudorazione.
A livello espressivo cambia la mimica e la espressione facciale con cambiamenti generici del volto ravvisabili negli occhi, nelle labbra e nelle sopracciglia che cambiano forma, si modifica anche la postura.
Provare rabbia è un’esperienza che riguarda gli altri, ma potrebbe riguardare anche noi stessi, persone emotivamente lontane da noi, o persone a cui si è più legati sentimentalmente come per esempio a propria famiglia e i propri partner.
Dalla rabbia adattiva alla rabbia disadattiva
In linea generale, la rabbia comunica una funzione autodifensiva.
Si può parlare di una rabbia disadattiva, disfunzionale o patologica, quando crea una sofferenza individuale. E’ disattativa anche quando compromette le relazioni sociali o porta a compiere delle azioni dannose verso persone, cose o se stessi.
Nella maggior parte delle situazioni la rabbia è un campanello d’allarme utile per la nostra sopravvivenza. Altre volte può invece portare la persona a un vero e proprio stato di malessere.
In questo caso la rabbia se cronicizzata e non occasionale può portare a un peggioramento delle condizioni di vita della persona.
Questo peggioramento può poi dare sfogo anche a una serie di sintomatologie fisiche e psichiche in cui viene meno la armonia, l’equilibrio e il benessere in generale ed aumenta la inefficacia relazionale e la difficoltà di rapporti nella vita quotidiana.
Le reazioni disadattive alla rabbia sono di diversa tipologia e sono orientate all’evitamento o a un controllo eccessivo, per cui le persone reagiscono tenendo dentro la rabbia o invece esternalizzandola troppo, spesso esternalizzandola in modo inappropriato, mettendo in atto comportamenti o situazioni sconvenienti.
Si deduce che in un caso o nell’altro, sia trattenendo che tirando fuori, le due modalità, portano solo svantaggi. Se la rabbia inoltre permane a lungo non sarà lo stesso un buon segnale per l’individuo.
Cosa fare per la gestione della rabbia
Non saper gestire la rabbia nella maggior parte dei casi significa rischiare di recare danno agli altri e fare male a se stessi, intaccare i rapporti con chi ci circonda, e danneggiarci anche profondamente. Le ricadute della incapacità di gestione che possono verificarsi sono non solo psicologiche, ma anche fisiche. Alcuni studi hanno dimostrato che una situazione di rabbia costante porta a problemi di diversa natura organica come: la digestione, le funzioni epatiche, la muscolatura, i disturbi del sonno, e le emicranie che sono solo un piccolo esempio.
Quando si arriva a uno stato di malessere cronico diventa sicuramente importante rivolgersi a un terapeuta, che possa lavorare al fine di ripristinare un equilibrio nell’individuo.
Le psicoterapie brevi possono lavorare in pochi incontri ed in modo efficace, laddove sono stati fatti tentativi meditativi, pratiche yoga e si sia provato già ad intervenire cercando di allentare abitudini e comportamenti nocivi errati, tutte modalità che non sempre riescono a intervenire in modo risolutivo.
Imparare a gestire la rabbia, migliora il corretto funzionamento organico e psicologico. Con il terapeuta si può lavorare sulla sua gestione, per ripristinare un modo di vivere in cui l’ autocontrollo non ci fa sentire sopraffatti. Vivere in un costante stato di ruminazione rabbiosa cioè ripercorrere gli eventi che hanno generato la rabbia e rimanere in un loop di pensieri per alcuni diventa uno status quo, ma esso è assolutamente negativo per la mente.
Altra situazione invalidante è quando non si può nascondere la rabbia e se essa, inizia a guidarci in ogni azione che compiamo. Quando essa diventa lo stato emotivo prevalente, può portare a senso di colpa e a vergogna, e in alcuni casi a uno stato di isolamento, fino a sfociare in stati di depressione vera e propria.
La terapia a seduta singola per la gestione della rabbia
La domanda che ci poniamo come terapeuti specializzati nella pratica della Terapia a Seduta Singola è come essere efficaci ed efficienti anche in un solo incontro per lavorare sulla rabbia.
Cosa spaventa più una persona nel concetto di provare rabbia? Potrebbe essere provarla a lungo o provarla in diversi contesti. Oppure potrebbe essere non saper tenere a freno la rabbia, o ancora non riuscire a esternarla. Infine potrebbe temere di rovinare i rapporti, le relazioni per un eccesso della stessa.
Come abbiamo potuto osservare la rabbia può essere affrontata e valutata sotto diversi punti di vista, con la TSS diventa l’obiettivo in una singola sessione. Il paziente potrebbe arrivare nello studio con l’idea di voler abbassare la rabbia, di volerla controllare o diminuirla. Come potremmo lavorare?
Lavoreremo indagando le eccezioni al problema e verificando le tentate soluzioni. Esse sono schemi mentali o comportamenti attuati che in realtà perpetuano e fanno sussistere e mantengono in vita il problema.
Il terapeuta potrà decidere di sperimentare con il paziente già in seduta una nuova soluzione oppure dare un compito che poi la persona sperimenterà.
Un esempio sono le lettere della rabbia. Esse sono un potentissimo strumento per scaricare la rabbia.
La fanno fluire fuori con lo scopo di poter vivere poi con una qualità di vita migliore.
Le lettere consistono nello scrivere su un foglio, sino ad esaurimento dell’argomento. Vanno rivolte a chi o a cosa ha generato rabbia senza rileggere e senza controllare la correttezza della scrittura. Le lettere saranno mantenute dal paziente in un posto segreto o potranno essere distrutte in modo simbolico.
Un’altra modalità che si può sperimentare è quella di far elencare al paziente i segnali indici dell’arrivo della rabbia. Il riconoscerli, visualizzarli in forma scritta, prenderne consapevolezza ci dirige già verso una possibile individuazione di condotte più funzionali.
Se il problema è invece legato alla espressione verbale, può essere risolutiva una costruzione di un dialogo diverso ed efficace in cui la comunicazione può funzionare, senza scadere nella rabbia.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, contatta One Session!
Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 minuti.
Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram
Riferimenti bibliografici
Anolli, L., (2002). Psicologia della comunicazione. Edizione Il Mulino
Cannistrà, F., Piccirilli, F., (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e Pratiche
Di Donato, F., (2021). Counseling Psicologico- Il quaderno degli attrezzi per Psicologi e Dott. in tecniche psicologiche
D’Urso, V., Trentin, R. (2001). Introduzione alla psicologia delle emozioni. Laterza editore.
Ekman, P. & Oster, H. (1979) Facial Expression of emotion. Animal review of psicology. 20, 527-554.
Nardone, G., Watzlawick, P. (2007). L’arte del cambiamento
Secci, E.M., (2016). Le Tattiche del Cambiamento– Manuale di Psicoterapia Strategica

Sono una Psicologa Laureata all’Universita’ La Sapienza di Roma, iscritta all’albo Psicologi dell’Umbria, Mediatrice familiare, iscritta alla scuola di Specializzazione Icnos, formata in Terapia a seduta singola e in Terapia breve centrata sulla soluzione, mi occupo di consulenze brevi e credo fortemente nel fatto che il cambiamento può avvenire anche in una unica seduta.