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Category Archives: Altro

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1 mese ago Altro

Come mettere dei paletti alle richieste degli altri

Nell’articolo di oggi andremo ad analizzare quanto è complicato mettere dei paletti alle richieste altrui, perché è invece importante farlo e come imparare a farlo.

Quanto è complicato riuscire a dire di no?

Quale è il modo giusto, o meglio, c’è un modo giusto per dire di no alle richieste degli altri?

Hai la forza per dire di no alle persone che ti circondano e ti chiedono di fare qualcosa che non vuoi o non è nelle tue corde fare?

Tutte le volte che mettiamo da parte i nostri bisogni e i nostri desideri perché non sappiamo o non riusciamo a farli prevalere sulle richieste o le aspettative degli altri, abbiamo perso.

Tutte le volte che diciamo di si, mettendoci da parte, perdiamo la fiducia in noi stessi. Ci sottovalutiamo e ci costringiamo in situazioni o condizioni che liberamente non avremmo scelto.

Le richieste degli altri possono manifestarsi in tantissimi modi e in contesti diversi.

Il collega o la collega di lavoro che ci chiede, per l’ennesima volta, di aiutarlo a terminare un lavoro. Sa che noi lo faremo, aggiungendo altro carico al nostro impegno e al nostro tempo.

Un amico che ti chiede un altro prestito in denaro, sapendo che avrà difficoltà a restituirlo, perché è finito di nuovo in cattive acque.

Un familiare che continua a chiederti di fare un passo indietro per appianare le liti in famiglia, quando la pace non dipende solo da te.

Il partner che ti impone la presenza di quegli amici che proprio non sopporti.

Il vicino di casa che non riesce a smettere di fare rumori e dare fastidio e, dopo averti chiesto scusa, continua inesorabile.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Quando si è troppo disponibili si rischia di chiudere un occhio tante e tante volte.

Sia chiaro che non è negativo o criticabile essere altruisti e generosi verso gli altri.

Il problema arriva quando le proprie esigenze vengono messe in secondo piano.

Quando i bisogni e i diritti degli altri vengono sopravvalutati; quando la disponibilità diventa obbligo di assecondare le richieste altrui.

Se la reciprocità viene meno e lascia il posto allo sfruttamento, all’opportunismo, all’egoismo.

Perché è difficile dire di no?

Alla base della difficoltà a dire di no possono esserci diverse modalità di interazione e di relazione.

Il desiderio di apparire disponibili in ogni circostanza per dimostrare a se stessi e agli altri di avere un valore. Una “brava persona” capace di dare una mano agli altri sempre. Una risorsa. Un punto di riferimento.

Essere a disposizione incondizionata degli altri significa costruire un’immagine basata più sul fare che sull’essere.

Una modalità di relazione che può nascondere il desiderio di conquistare l’amicizia e la benevolenza degli altri con l’essere al loro servizio. Un modo di essere, risultato di un’educazione improntata alla rigidità e all’obbedienza.

Dire di si incondizionatamente rivela certamente una relazione passiva sia con gli altri che con se stessi. Relazione che può col tempo portare ad accumulare malcontento, rabbia, frustrazione in chi non riesce ad esprimere se stesso e il proprio sentire attraverso un no.

Cadere nella spirale del dire sempre di si, significa essere esposti a richieste che divengono via via più impegnative e creano conflitto tra obiettivi e desideri propri e altrui.

A tendere spesso il tranello peggiore è il grande potere del senso di colpa.

Sul senso di colpa fanno difatti leva le richieste degli altri, a volte insistenti altre volte crescenti. Ci si sente cattivi a dire di no. Il si è quasi dovuto.

Identificare il senso di colpa ci permette di depotenziarlo e di agire in maniera più libera e orientata alla costruzione di rapporti sereni e bilanciati.

L’obiettivo è puntare alla reciprocità.

Come imparare a dire di no

Dire di si è sicuramente più facile che dire no.

Il no fa emergere il conflitto, la vergogna, la colpa.

Il no però fa emergere anche i nostri bisogni, il nostro essere diversi dagli altri, la nostra individualità.

Imparare a dire di no significa imparare a mettere dei limiti.

Mettere dei limiti per rispettare noi stessi. Il nostro spazio, il nostro tempo, le nostre necessità.

Pretendere dagli altri il rispetto dei nostri limiti implica innanzitutto che siamo noi per primi a rispettare ciò che siamo e vogliamo.

Definire l’obiettivo è il primo passo per riconoscere ciò verso cui tendiamo e di conseguenza le richieste alle quali dire di no.

Prendere del tempo per riflettere e definire se la situazione alla quale siamo chiamati contribuisce al nostro benessere oppure no.

Si può dire di no. Dire di no è un nostro diritto. Possiamo scegliere di motivarlo in maniera semplice e diretta oppure pronunciarlo in modo secco e rispettoso.

Imparare a mettere dei paletti alle richieste degli altri significa muoversi nella direzione che desideriamo, la nostra direzione!

Non esitare a cercare qualcuno capace di guidarti alla scoperta del tuo futuro desiderato.

Non esitare a contattare un esperto capace di accompagnarti nel tuo viaggio.

Il cambiamento ti aspetta.

Ogni Martedì dalle 18:00 alle 20:00 gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola di 30 Minuti.

Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o visitare le nostre pagine Facebook e Instagram 

 

Riferimenti bibliografici

Cannistrà F., Piccirilli F. (2021) – Terapia Breve Centrata sulla Soluzione –Roma: EPC Editore

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1 mese ago Altro

Convivere con una malattia cronica

Si definisce una malattia cronica una patologia che, pur non essendo guaribile, non ha un immediato esito mortale.

Secondo una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia i pazienti che convivono con almeno una malattia cronica superano i 14 milioni.

Una condizione tutt’altro che rara, spesso sottovalutata, che ha importanti conseguenze sia sulla qualità della vita che sui rischi per la salute dei pazienti.

La diagnosi di una malattia cronica

La diagnosi di una malattia cronica sconvolge la vita di chi la riceve.

 

La persona si trova catapultata in una nuova dimensione in cui tutto quello che prima era semplice o addirittura scontato, ora sembra incredibilmente difficile se non impossibile.

Inizia così un lungo e faticoso cammino di ristrutturazione di sé.

La persona deve improvvisamente reindirizzare le proprie risorse e sviluppare nuove capacità adattive per riuscire ad affrontare in maniera positiva gli inevitabili cambiamenti e le intollerabili ricadute che ci saranno.

Il primo passo obbligato è ovviamente quello di accettare la malattia.

Una consapevolezza tutt’altro che semplice da raggiungere, in grado di destabilizzare profondamente l’individuo.

La domanda “Perché proprio a me?”, che tutti i pazienti si fanno, pone la persona di fronte ai propri limiti e spesso comporta reazioni di rabbia o depressione.

Superare lo shock iniziale e riconoscere la propria condizione come parte tangibile ed effettiva della propria realtà è l’ideale punto di partenza da raggiungere.

Da qui ci si muove per riuscire ad incanalare le proprie energie, mettere a frutto le proprie risorse e accettare i limiti di questa nuova dimensione.

Inizia la convivenza con la malattia cronica.

La convivenza con una malattia cronica

Convivere con una malattia cronica vuol dire non poter condurre una vita del tutto normale.

Significa percepire nettamente i propri limiti di fronte a determinate situazioni.

Spesso significa anche assumere farmaci, seguire terapie specifiche e, cosa ancor più estenuante, sottoporsi a controlli medici continui e ripetuti.

L’aspetto più invalidante di questa condizione, tuttavia, è avere la consapevolezza di essere costantemente a rischio.

Questo genera una sensazione continua di precarietà e di incertezza rispetto al presente e al futuro. Sensazione che si ripercuote sul benessere psichico della persona che, spesso, vive male questa condizione e tende ad isolarsi e ad essere isolato.

Soccombere al senso di sconfitta ed impotenza che ne scaturiscono diventa così davvero molto facile.

È proprio in questo modo che avere una malattia cronica mette in discussione il senso stesso che si dà alla vita.

Per fare fronte a questo occorre che la persona riscopra le proprie ragioni e le proprie motivazioni, trovando in sé stessa la forza di lottare e impegnarsi nella propria quotidianità.

Solo questa consapevolezza le permetterà di riprendere in mano la sua vita e generare vissuti di realizzazione e speranza.

Come riuscire a convivere con una malattia cronica

La malattia cronica impone cambiamenti fisici progressivi e duraturi che, per essere affrontati adeguatamente, hanno bisogno di un importante sostegno psicologico.

L’obiettivo è avere il giusto supporto per riscoprirsi ed adattarsi alla nuova realtà, fino a raggiungere una condizione di equilibrio personale.

Un equilibrio che permetterà di affrontare con successo la malattia, vivendo un’esperienza che, anziché sfinire e annientare, sarà in grado di arricchire la persona e chi ha intorno.

Accettare la nuova realtà, ristrutturare le proprie risorse e ridefinire il senso della propria vita sono gli step fondamentali in grado di portare la persona a ridisegnare la propria identità.

Sarà questa consapevolezza di sé che impedirà allora alla persona di essere inglobata nella condizione di “malato”, quindi bisognoso e privo di una funzione sociale, e creerà un circolo virtuoso in cui i compromessi e le rinunce, a cui dovrà necessariamente giungere, daranno invece spessore alla persona e saranno un valore aggiunto di ciò che fa.

Innescare questo flusso di pensieri positivi e mantenerlo costante è un impegno continuo e stancante, ma rappresenta la strategia migliore per vivere in maniera vincente una condizione così destabilizzante ed invalidante come la malattia cronica.

Viene da sé che solo un profondo percorso di maturazione e crescita personale, insieme al supporto dei propri cari, può portare ad una consapevolezza tale da riuscire in questa impresa.

Un malato è una persona che ha ancora molto da fare e realizzare.

La malattia nasconde solo le risorse e le capacità che possiede.

Raggiungere queste consapevolezze permetterà alla persona e a chi ha vicino di convivere in maniera positiva con la propria condizione.

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

I nostri psicologi e psicoterapeuti sono disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

https://www.ospedalebambinogesu.it/cosa-significa-convivere-con-una-malattia-reumatologica-cronica-78144/ (consultato in data 15/04/2022).

https://www.alomar.it/ (consultato in data 15/04/2022)

https://www.inran.it/2022/02/21/convivere-con-una-malattia-cronica-in-italia/amp/ (consultato in data 15/04/2022)

https://www.medicitalia.it (consultato in data 15/04/2022)

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2 mesi ago Altro

3 Strategie per iniziare ad avere un rapporto sereno con il proprio corpo

Cosa vuol dire per te avere un buon rapporto con il tuo corpo?

Sai, ognuno di noi attribuisce un significato diverso e quindi ti invito prima di tutto a chiederti quale sia il tuo.

Immagino che prima di ogni cosa hai pensato al tuo aspetto fisico:

sono magro o grasso? Alto o basso? Muscolo o secco? Proporzionato o secco?

Sono tante le etichette che ci appiccichiamo addosso in questi casi e per ognuna facciamo una stima rispetto ai canoni socialmente apprezzati.

Spesso non ci rientri, eh?

Beh, è normale.

Ma quell’aspetto fisico dipende dal tuo rapporto con il cibo e dall’attività fisica che fai, oltre a tutte le cure che riservi al tuo corpo per “tenerlo in salute”

Si tratta di una relazione lunga una vita: è infatti  un processo in costante evoluzione e sei libero di modificarlo come più ti aggrada ma attento …”all’accanimento terapeutico”.

Vediamo alcune punti utili su cui puoi iniziare a lavorare per muovere i primi passi verso la costruzioni di un rapporto con il tuo corpo.

L’immagine corporea e il cibo

Il cibo è la fonte di primaria preoccupazione verso la propria immagine corporea. Puoi avere un rapporto con il cibo complicato o altalenante che ti porta a perdere o prendere peso con facilità.

Non trovi mai la quadra della situazione e questo spesso ti innervosisce, ti preoccupa o ti fa sentire in ansia e come conseguenza, mangi di più.

Infatti immagino che dopo aver mangiato, ti sentirai in colpa. E questo a volte non sufficiente per smettere soprattutto quando il cibo da sollievo: infatti se provi ansia e mangi, il cibo riduce realmente l’ansia perché rilascia la serotonina (presente per esempio nei carboidrati o negli zuccheri) che è definito come l’ormone del buonumore.

Ma che succede poi? Che la sensazione positiva induce a mangiare ancora e contemporaneamente ad ingrassare fino a non piacersi più: a questo punto senso di colpa e ansia innescano nuovamente il circolo vizioso che se non stoppato causa problemi fisici.

Insomma, si può creare una vera e propria “dipendenza affettiva” dal cibo che diventa una valvola di sfogo.

Come puoi imparare a gestire questo rapporto conflittuale?

  1. Fantastica sul cibo:

E’ un esercizio che puoi svolgere al mattino e richiede la tua capacità immaginativa.

Pensa, ogni mattina al cibo che ti piace di più e a dove vorresti mangiarlo nel modo più rilassato possibile. Fantastica su di lui, su cosa proveresti, le sensazioni che ti assalirebbero… Chiudi gli occhi e immaginalo, fatti venire l’acquolina in bocca.

  1. Stai attento al COME:

come mangi? Ci hai fatto caso? Magari sei frettoloso, oppure con il cellulare in mano, o neanche ti rendi conto di quello che hai nel piatto. FACCI CASO.

Sei quello che mangi e il modo in cui assimili il cibo dipende date: ti è mai successo di mangiare di corsa e avere il cibo “sullo stomaco”? O di avere ancora fame, nonostante avessi già mangiato? Oppure la nausea? Migliora il modo in cui mangi, assaporando ogni boccone, masticandolo bene e lentamente, possibilmente lontano da apparecchi elettronici.

  1. Fai una lista:

Ogni mattina ti alzi e scrivi una rapida lista pensando: “se oggi volessi peggiorare le mie abitudini alimentari, cosa dovrei fare?”

Fai una lista con tutti i comportamenti che ti vengono in mente come “mangiare schifezze”, “mangiare più del solito” e cosi via.

A fine giornata riprendi la lista e sbarri i comportamenti che hai messo in atto.

Dal rapporto con il cibo possono nascere molti dei disturbi alimentari noti come anoressia o bulimia e anche problematiche meno gravi ma comunque spiacevoli che pesano sulla vita sociale e personale.

Quanto ti valuti da 0 a 10 nel rapporto con il tuo corpo?

Sicuramente valutare il proprio corpo non è semplice: è un processo che oscilla costantemente, tra alti e bassi.

Da cosa dipende tutto questo? Da tre processi fondamentali:

  • Il confronto con gli altri: ti valuti confrontando il tuo corpo con altri come te e da questo confronto fai una valutazione positiva o negativa
  • Giudizio degli altri: “cosa dicono di te? “ l’opinione che hanno gli altri su di te, definiscono chi sei (Mario pensa che sono troppo magro. Giulia dice che ho preso qualche chilo.)
  • Autosservazione: sei tu che valuti il tuo corpo e ciò che c’è di diverso tra te e gli altr

Ti svelo un segreto: è scorretto dire che hai una bassa o un alta autostima verso il coprpo; sarebbe più giusto chiedersi se lo svaluti o lo sopravvaluti.

Se lo svaluti, pensi di non essere mai all’altezza rispetto agli altri, ti senti inadeguato e spesso eviti di agire per modificare ciò che non ti piace.

Al contrario se ti sopravvaluti, sei sicuro, determinato e non ti spaventa il confronto con gli altri; ogni sfida ti consente di dimostrarti quanto vali e ti piaci.

Cosa puoi fare per accrescere la tua autostima verso il tuo corpo?

  1. Evitare di evitare:

Proprio perché hai una bassa autostima, hai scarsa fiducia in te stesso. E’ probabile che tu non ti senta all’altezza di alcune situazioni e preferisci evitare di affrontarle.

Pensaci! Chiediti se e quando hai deciso di rinunciare a qualcosa perché pensavi di non essere in grado.

Questo è proprio ciò che mantiene il problema: più eviti e più confermi a te stesso di non essere in grado di affrontare la situazione e che al contempo la situazione è in effetti pericolosa.

SMETTI DI EVITARE!

  1. Stop alle rassicurazioni:

chiedere costantemente rassicurazioni o conferme ad altre persone, se allevia il tuo animo sul momento, a lungo andare non risolve il problema. E’ una trappola che potrebbe portare lentamente alla ricerca spasmodica della perfezione e al contempo alla conferma che tu hai bisogno degli altri per “valere”.

 

Se pensi di aver bisogno di un supporto in più, puoi rivolgerti a un professionista.

La Terapia a Seduta Singola può aiutarti anche in un solo incontro con lo psicologo perché ti permette di eliminare i comportamenti che mantengono in vita il problema e ottenere concreti benefici.

Sei interessato alla Terapia a Seduta Singola? Puoi rivolgerti ai nostri psicologi e psicoterapeuti, disponibili ogni martedì dalle 18.00 alle 20.00, per una consulenza gratuita online.

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Riferimenti bibliografici

Nardone, G (2007) La Dieta Paradossale: sciogliere i blocchi psicologici che impediscono di dimagrire e mantenersi in forma, Ponte delle Grazie.

Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Milano: Adriano Salani.

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2 mesi ago Altro

Come sopravvivere ad un ambiente di lavoro stressante

“Molti perdono il lavoro, e molti perdono, lavorando, la vita.”

Eduardo Galeano

Che cosa si intende per “ambiente di lavoro stressante”?

Il termine stress deriva da un vocabolo della lingua inglese che identificava la tensione e lo sforzo a cui era sottoposto un ponte nel momento di transito di un veicolo.

Viene comunemente utilizzato per descrivere una “mobilitazione straordinaria” di energie fisiche e psicologiche che siamo chiamati a mettere in campo di fronte a particolari eventi di vita.

Per anni si è considerata la persona come “passiva” rispetto a questi stimoli, che venivano quindi sempre connotati come dannosi.

Successivamente si è iniziato a ritenere che la nostra percezione degli eventi sia invece costruttiva, cioè frutto dell’incontro delle nostre caratteristiche psicologiche, sociali, culturali e dei significati che diamo al mondo che ci circonda.

In quest’ottica, quindi, uno stesso evento può essere considerato nocivo o benefico a seconda di chi lo vive.

Possiamo quindi parlare di “eustress” quando per affrontare qualcosa sperimentiamo uno sforzo di breve durata, focalizzato e funzionale per il raggiungimento del nostro obiettivo (es. la tensione prima di una gara che poi ci consente di performare al meglio).

Chiamiamo invece “distress” il sovraccarico negativo prolungato nel tempo che alla lunga ci fa sentire prosciugati di tutte le nostre energie.

Un lavoro “stressante” quindi, per ciascuno di noi potrebbe avere un significato molto differente e non è detto che abbia solo risvolti negativi.

Il primo passo quindi per capire come fare a sopravvivere ad un ambiente di lavoro stressante, è identificare qual è il tuo contesto, gli eventi di “eustress” e “distress” e quali azioni puoi attuare per potenziare le tue capacità di far fronte a questi ultimi.

Come si manifesta l’eccessivo stress sul lavoro?

Quando una persona sente che alcune richieste poste dal suo lavoro sono superiori alle sue capacità di farvi fronte e prolungate nel tempo, può iniziare un processo di affaticamento fisico e mentale.

Si possono provare sintomi sgradevoli, come mal di testa, tensione addominale e intestinale, riduzione delle proprie capacità cognitive (es. memoria, concentrazione…).

In aggiunta, si può provare un peggioramento del proprio tono dell’umore e di tutte le emozioni legate al proprio lavoro, che da positive diventano negative.

Questo solitamente comporta un crollo del proprio rendimento e motivazione, che peggiora ulteriormente la situazione.

Se hai mai provato quella sgradevole sensazione di un pugno nello stomaco alla sola idea che arrivi il Lunedì mattina (o il tuo giorno di lavoro), capisci di cosa sto parlando.

Quali conseguenze può avere un ambiente di lavoro eccessivamente stressante?

Alcune persone senza rendersene neanche conto, finiscono per farsi risucchiare dal proprio lavoro.

Si ha talmente tanto il desiderio di farcela a gestire tutto, da provare a fronteggiare attivamente il problema lavorando sempre di più.

Se inizialmente questa può sembrare la strategia migliore, alla lunga è probabile che ci sentiremo peggio di prima: dedicheremo più ore di tempo al lavoro, sottraendolo a ciò che per noi è davvero importante.

Ci affaticheremo ancora di più, fino ad arrivare a casa la sera senza neanche la forza di cucinare. Inizieremo ad alterare la qualità della nostra vita, mangiando e dormendo male. Questo ci provocherà un ulteriore calo di energia, che ci farà sentire ancora più inadeguati a gestire il nostro lavoro. E così via.

Un’altra possibile conseguenza, è quella di chiudersi in se stessi a pensare ripetutamente a quanto il proprio lavoro sia un incubo. Cadiamo così in un vortice di domande senza fine che finisce per risucchiarci.

Questo nella speranza di trovare delle risposte: “ho fatto bene ad accettare questo lavoro o sarebbe stato meglio non farlo? come farò ad affrontare la giornata di domani? cosa succederà se sbaglierò quell’incarico che mi è stato dato?…”.

Il vortice di pensieri prende il via proprio in quei pochi momenti di tempo libero in cui potremmo fare/pensare ad altro. Magari giusto quando siamo seduti sul divano o in procinto di andare a dormire.

Se all’inizio pensare e ripensare al nostro lavoro potrebbe darci l’impressione che a suon di domande risolveremo qualcosa, alla lunga questo potrebbe diventare un altro problema da risolvere. Questo perché provare a controllare l’incontrollabile è una battaglia persa in partenza.

Come uscirne?

Se ti sei ritrovato in questo articolo, fai un bel respiro e prosegui nella lettura. La buona notizia è che da questo vortice insieme, si può uscire. La Terapia a Seduta Singola può aiutarti fin dal primo incontro a vedere le cose da un altro punto di vista e a individuare delle nuove strategie applicabili da subito per migliorare il tuo rapporto con il tuo lavoro. Vediamo insieme alcuni piccoli passi possibili:

1. Ritrova il tuo spazio.

Prova a pensare che il lavoro non è tutta la tua vita, ma è ciò che ti serve per poterti permettere la tua vera vita, quella fatta dai tuoi affetti, interessi, hobby, passioni. Ogni mattina quindi, prima di uscire di casa, prova a scrivere sulla tua agenda anche i tuoi obiettivi ed impegni personali oltre a quelli lavorativi. Inizia focalizzandoti su una piccola cosa al giorno che potresti fare, per farti dire che ti sei preso un po’di spazio per te oltre il lavoro. Ad esempio potrebbe essere fare un bel bagno caldo, andare a correre o vedere una puntata di una serie tv che ti piace tanto. Cerca quindi di tenere bene a mente questo obiettivo per tutto il giorno e impegnati, una volta finito il lavoro, a raggiungerlo. Ti aiuterà a riprenderti gradualmente il tuo tempo per te.

2. Mettiti comodo.

Se ti senti a disagio nel tuo posto di lavoro, prova a riorganizzare il tuo spazio in modo che sia più funzionale e confortevole per te, partendo dalle cose semplici: fai scorta di acqua e snack salutari per le tue pause, ordina i materiali di cancelleria di cui hai bisogno, scegli una sedia comoda, usa delle cuffie avvolgenti per isolarti dai rumori… “Sentirti a casa” ti farà già sentire meglio.

3. Organizzati

Se sei affogato di cose da fare, prova a utilizzare le “to do list”. Scrivi su un blocco di carta in ordine di priorità e complessità i tuoi compiti. Definisci quelli da fare oggi e quelli che puoi rimandare a domani. Vedere nero su bianco gli impegni può aiutarti a fare ordine nei tuoi

pensieri e a procedere per priorità. Ogni volta che ne completi uno, depennalo dalla lista. Quando hai completato tutto, strappa il foglio e lancialo nel cestino. Ti sorprenderà vedere con i tuoi occhi quanto sai essere produttivo durante il giorno quando hai tutto sotto controllo. Se fai canestro nel cestino, ti strapperà anche un sorriso!

4. Se affoghi nel vortice di domande, prova a non rispondere

Quando ti rendi conto che arrovellarti con dubbi e interrogativi ti fa stare peggio invece di aiutarti a trovare una soluzione, puoi provare a non rispondere alle domande che hai in testa. Per aiutarti, puoi provare a prendere un bel respiro profondo: prova poi a immaginare che i tuoi pensieri siano come nuvole nel cielo blu. Osservali andare e venire senza tuttavia inseguirli, senza rispondere loro. Così facendo, ti sorprenderai a guardare di nuovo il sole, piuttosto che le nuvole.

E se questo non bastasse? Ti ricordo che puoi sempre chiedere un incontro agli psicologi di “One session” e prenotare una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola per capire come poter affrontare il tuo ambiente di lavoro stressante. Questo può essere un primo passo per ritagliarti uno spazio di 30 minuti solo per te, il Martedì dalle 18:00 alle 20:00.

Per prendere appuntamento, scrivi a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram.

Riferimenti bibliografici:

Nardone, G., De Santis, G. (2011). Cogito ergo soffro. Milano: Ponte alle Grazie.

Pirotta, L. (2019). Come Combattere lo Stress: Impara a gestire lo stress da lavoro e nella vita privata e a raggiungere il benessere psico-fisico. Palermo: Dario Flaccovio Editore srl.

Solano, L. (2001). Tra mente e corpo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

 

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6 mesi ago Altro

Come ritrovare la motivazione

Oggi parliamo di motivazione.

Cos’è la motivazione? E’ possibile ritrovare la motivazione? E come?

La Motivazione: etimologia e teorie

Il termine motivazione dal punto di vista etimologico deriva dal latino “motus” movimento e “agere” spinta all’azione.

La motivazione è lo stato interiore che orienta l’organismo, attiva il nostro comportamento e direziona l’uomo verso un obiettivo.

In questa semplice definizione la motivazione viene descritta come il nostro carburante e allo stesso tempo l’essenza che ci fa andare avanti e tendere al raggiungimento di un obiettivo e al perseguimento di uno scopo.

Il costrutto psicologico della motivazione non è un costrutto semplice, pertanto sono state prodotte innumerevoli teorie in psicologia e lo stato motivazione può essere analizzato secondo livelli di complessità diversi.

Per semplificare estremamente mi limiterò solo ad esplicitare la distinzione tra motivazione primaria e secondaria e tra motivazione intrinseca ed estrinseca.

Le motivazioni primarie sono basilari per la sopravvivenza dell’individuo e sono dovute a meccanismi fisiologici, quelle secondarie non sono legate a dimensioni biologiche ma a dei meccanismi psicologici.

La motivazione intrinseca è determinata da cause interne e la motivazione estrinseca da cause esterne.

Per cause esterne si intendono fattori esterni all’individuo pensiamo per esempio alle ricompense, ai premi, ai fattori sociali, comunque dipendenti dall’ambiente.

Per cause interne ci riferiamo ai bisogni dell’individuo come i desideri, le passioni, i piaceri.

Perché è fondamentale avere motivazione?

Se la motivazione è il carburante della nostra vita, se è la spinta propulsiva all’azione capiamo che perderla ha un effetto bloccante sul nostro agire quotidiano.

Se sei motivato impiegherai più energie, affronterai i tuoi impegni che siano scolastici o lavorativi con grinta e determinazione.

A tutti può però succedere di avere una battuta d’arresto, passare un periodo pesante, sentirsi svuotati e passare situazioni difficili.

La stanchezza e lo stress incidono fortemente sul nostro livello di motivazione.

Come ritrovare la motivazione?

Con un percorso di terapia breve e anche con una sola seduta con ad esempio la Terapia a Seduta Singola si può lavorare per ricostruire un atteggiamento positivo, imparare ad abbandonare o modificare quegli atteggiamenti che vengono messi in atto inconsapevolmente e che stanno portando ad una situazione di stallo.

E’ possibile ristrutturare i nostri pensieri e rimodulare gli obiettivi e gestire diversamente l’ansia, la preoccupazione e la stanchezza ponendo attenzione sulle proprie risorse con un nuovo mindset.

Vorresti lavorare sulla motivazione? Ti trovi in un momento difficile in cui hai la sensazione di essere imprigionato? La tua performance e il tuo rendimento non sono quelli che vorresti avere o che hai sempre avuto? Vuoi ottenere un cambiamento?

Chiedi aiuto a One Session.

One Session è il nostro servizio di ascolto psicologico attivo il martedì dalle 18.00 alle 20.00,

Ti aiuteremo fornendoti strumenti e tecniche che ti permetteranno di rimetterti in gioco e sbloccare comportamenti non funzionali al tuo benessere.

Scrivi a info@onesession.it e consulta le nostre pagine social di Facebook e di Instagram.

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7 mesi ago Altro

Insonnia: 3 consigli per superarla

Di insonnia soffre una grande fetta di Italiani. Secondo uno studio condotto nel 2019 un italiano su 7 dorme male, e 3 su 10 dormono poco.

Quando parliamo d’insonnia?

Secondo il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali), l’insonnia è caratterizzata da una soggettiva insoddisfazione rispetto la quantità o qualità del sonno.

L’insonnia può riguardare diverse fasi del ciclo del sonno. Si può avere un insonnia iniziale, con difficoltà all’addormentamento. Altri soffrono di insonnia centrale, cioè la difficoltà a mantenere il sonno. Altri ancora vengono disturbati dall’insonnia tardiva, che si manifesta con risveglio precoce e incapacità di riaddormentarsi.

Quali sono le conseguenze dell’insonnia?

Una cattiva qualità e quantità del sonno produce inevitabilmente una serie di conseguenze nella quotidianità della persona.

Chi soffre di insonnia avrà frequenti preoccupazioni rispetto relative al proprio sonno, che generalmente aumentano nelle ore serali. La persona ha paura di passare un’ulteriore notte in bianco e questo pensiero sarà fonte di ansia e stress.

La scarsa qualità e quantità del sonno, inoltre, renderà chi soffre di insonnia piuttosto irritabile. Ecco che quindi ne risentiranno anche i rapporti interpersonali, oltre che la propria soddisfazione personale.

Un’altra conseguenza dell’insonnia si potrebbe verificare anche a livello fisico. Forti mal di testa, sintomi gastrointestinali e formicolii tengono frequentemente compagnia a chi dorme male.

Ultimo ma non ultimo, le capacità attentive e di concentrazione si riducono. Questo avrà un effetto negativo sul rendimento delle varie aree di vita della persona.

Perché per quanto mi sforzo l’insonnia non mi abbandona?

Chi soffre di insonnia generalmente mette in atto una serie di tentativi per riuscire a dormire, che purtroppo spesso si rivelano controproducenti. Il fatto di non ottenere risultati attraverso questi tentativi, poi, aumenta il senso di frustrazione e stress.

Il primo tentativo è quello di sforzarsi di addormentarsi. Peccato che però il sonno sia un’attività spontanea che prescinde dalla nostra volontà. Cercare di rendere volontario un gesto che è spontaneo non farà altro che togliere spontaneità all’addormentamento. I nostri tentativi non faranno altro che rendere sempre più difficile addormentarsi.

Un altro tentativo controproducente è quello di rimanere a letto pur non avendo sonno, anche quando ormai si è svegli. L’errore di questo tentativo sta nel fatto che, reiterando questo comportamento, il nostro cervello non sarà più abituato ad associare il letto alla sola attività del dormire. A lungo andare quindi verrà sovvertita l’associazione letto – sonno. Il letto, per il nostro cervello, diventerà luogo di svolgimento di diverse attività, come il leggere o guardare film.

3 consigli per superare l’insonnia

Partendo dai tentativi controproducenti spiegati poco sopra, vediamo quali possono essere 3 buone abitudini per riuscire ad alzare la propria qualità e quantità di sonno.

  1. Coricati a letto solo quando senti sonno. Riprendi ad utilizzare il letto solo per il dormire. Questo aiuterà il tuo cervello a ricostruire il collegamento tra il luogo letto e l’attività dormire.
  2. Se non riesci ad addormentarti, non rimanere a letto. Sappiamo che sei stanco, che dormire è una necessità, che non ne puoi più delle notti insonni. Ma rimanere a letto anche quando non riesci a dormire non ti aiuterà. Ti può aiutare, invece, spostarti in un altro luogo della casa e dedicarti ad un’altra attività, come la lettura. Finché non senti che il sonno sta tornando. Quello è il momento per tornare a letto. Ma se, una volta tornato a letto ti rendi conto che ancora non riesci ad addormentarti, ripeti quanto appena fatto. Alzati, dedicati ad altro, e solo quando torna il sonno coricati.
  3. A prescindere da quanto hai dormito, mantieni la sveglia allo stesso orario. Non cercare di compensare il mancato sonno notturno ritardando la sveglia o con dei riposi durante il giorno. Questa compensazione in realtà non farà altro che ripercuotersi alla sera, quando difficilmente sarai in grado di addormentarti.

Senti il bisogno di un aiuto professionale? Chiedi aiuto a One Session

In un solo colloquio aiutiamo le persone che si sentono bloccate in un problema che impedisce loro di vivere la vita che vorrebbero ad ottenere un risultato immediato e duraturo, fornendo strumenti pratici, concreti e utilizzabili fin da subito per farle uscire da questa situazione grazie alle loro stesse risorse.

Siamo attivi tutti i martedì dalle 18.00 alle 20.00.

Contattaci a info@onesession.it o alle nostre pagine Facebook e Instagram

Riferimenti Bibliografici:

https://www.lostudiodellopsicologo.it/disturbi/soffrire-insonnia/ (consultato in data 05/11/2021)

https://www.iss.it/news/-/asset_publisher/gJ3hFqMQsykM/content/come-dormono-gli-italiani-uno-su-sette-dorme-male-e-tre-su-10-dormono-poco (consultato in data 05/11/2021)

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1 anno ago Altro

Come sradicare le cattive abitudini con la Terapia a Seduta Singola

“Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai ad ottenere ciò che hai sempre avuto.”

WARREN G. BENNIS


Che cosa si intende per cattive abitudini?


Per “abitudine” si intende la tendenza a ripetere in modo continuativo e frequente un’azione o un’esperienza in determinate situazioni.
Si tratta di comportamenti che mettiamo in atto con un minimo sforzo cognitivo.
Con il tempo, queste azioni diventano automatiche. Le mettiamo in atto senza rendercene conto.

Ognuno di noi riflettendo sulla propria vita, potrebbe facilmente individuare le sue personali “cattive abitudini”. Sono quelle azioni che inizialmente ci sembrano positive per affrontare la quotidianeità. Nel lungo periodo, invece, risultano dannose per noi.
Mangiare in modo sregolato, rimuginare sul passato e fumare sono alcuni esempi di “cattive abitudini” per molte persone.

Quali sono le conseguenze delle cattive abitudini?

Il problema delle cattive abitudini consiste nel fatto che con il tempo diventano per noi automatiche. Talmente tanto da non renderci più conto dei loro effetti negativi per noi.
Questo rende molto difficile sradicarle una volta che sono diventate parte della nostra vita.

Facciamo un esempio.

Proviamo ad immaginare un bel fiore in un vaso pieno di terra.
Cosa accadrebbe se mettessimo il seme di una pianta infestante nello stesso vaso?
Se nessuno interverrà, quel seme inizierà a crescere fino a quando le sue radici non soffocheranno il fiore.

La stessa cosa può accadere alla nostra vita quando viene invasa dalle cattive abitudini.

Come uscirne?

La Terapia a Seduta Singola è un metodo che può aiutarti a sradicare le tue cattive abitudini in un solo incontro.
In che modo?

1. Diventa consapevole delle tue cattive abitudini

Il primo passo per cambiare le proprie cattive abitudini è…renderti conto di avere delle cattive abitudini!
Prova a scrivere un diario delle tue giornate e a sottolineare le azioni che tendi a ripetere. Potresti notare se ci sono alcuni comportamenti che non ti fanno stare bene e che potresti provare a modificare.

2. Rifletti sulle circostanze in cui metti in atto le cattive abitudini

Prendi un foglio bianco e prova a riflettere:

QUANDO: in quale momento della giornata metti in atto le tue cattive abitudini?

QUANTO: da quanto tempo hai queste cattive abitudini?

DOVE: in quale luogo, situazione o contesto le metti in atto?
Potresti renderti conto che le tue cattive abitudini (ad es. fumare) aumentano o diminuiscono in base alla situazione in cui ti trovi.

CHI: queste cattive abitudini tendi a metterle in pratica quando sei in compagnia oppure no? c’è qualcuno che potrebbe aiutarti a sradicare le tue cattive abitudini?

3. Prova a fare qualcosa di diverso

Chiediti se ti è mai successo nelle stesse circostanze di fare qualcosa di differente che ha funzionato.
Concentrati sulle emozioni positive che hai provato in quel momento.
Potresti scoprire di avere già in te delle risorse e delle soluzioni nuove da provare per sradicare le tue cattive abitudini.

4. Comincia da un piccolo passo positivo

Non commettere l’errore di focalizzarti subito sull’obiettivo finale da raggiungere.
Piuttosto, prova a procedere per piccole azioni positive che ti facciano sentire bene nell’immediato.
Ad esempio se vuoi smettere di avere uno stile di vita sedentario, non porti come obiettivo quello di correre oggi una sfiancante maratona di 40 km.
Prova invece ogni giorno ad uscire per fare una piacevole passeggiata a piedi di 10 minuti.
Così facendo, inizierai delle nuove abitudini positive per te.

Se queste indicazioni ti sono state utili, lasciaci un tuo commento per farci sapere come è andata!

Cosa fare se invece senti di non farcela?

Non preoccuparti: le cattive abitudini, come abbiamo detto, possono essere davvero difficili da sradicare da soli.

Per questo, ogni martedì dalle 18:00 alle 20:00, per un periodo di tempo limitato, gli psicologi del nostro One Session Center sono disponibili per un incontro gratuito online utilizzando la terapia a seduta singola.

Il tuo primo passo per sradicare le tue cattive abitudini potrebbe essere questo.

Per avere maggiori informazioni e prenotare il tuo incontro, puoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure visitare la nostra pagina Fb OneSession.it.

 

Bibliografia

Schwartz, M. J. & Gladding, R. (2011). You Are Not Your Brain: The 4-Step Solution for Changing Bad Habits, Ending Unhealthy Thinking, and Taking Control of Your Life. New York: Avery.

Jager, W. (2003). Breaking ‘Bad Habits’: A Dynamical Perspective on Habit Formation and In L. Hendrickx, W. Jager, & L. Steg (Eds.), Human decision making and environmental perception: Understanding and assisting human decision making in real-life settings: liber amicorum for Charles Vlek. University of Groningen.

Mazzucchelli, L. (2019). Fattore 1%. Piccole abitudini per grandi risultati. Giunti Psychometrics.

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Il lavoro ti stressa? Piccoli consigli pratici

Cosa conta di più?

Lavoro, relazioni sociali, hobby, famiglia: sono tutte dimensioni che fanno parte dalla nostra persona. In ognuna di queste aree ci esprimiamo e relazioniamo in modo differente.

Tutte hanno, però, un obiettivo comune: il raggiungimento del nostro benessere. In ognuna di queste dimensioni ci prefiggiamo degli obiettivi da raggiungere per star bene.

Ogni persona può dare importanza e priorità differenti ad ognuna di esse.

C’è chi predilige l’aspetto familiare rispetto a quello sociale o quello lavorativo rispetto a quello relazionale. Questo è normale, ma l’importante è avere chiaro che per quanto possiamo prediligere una dimensione rispetto alle altre, esse fanno tutte parte della stessa totalità e devono mantenere un equilibrio per farci star bene.

È un anno che viviamo una quotidianità in continuo mutamento.

Mantenere un equilibrio tra lavoro, famiglia, relazioni sociali e passioni è una vera sfida. Si pensi ai cambiamenti avvenuti nel nostro modo di lavorare: lavoro a distanza, smart working, lavoro sul campo, lavoro al 50 %.

Modalità lavorative, a cui non eravamo abituati e che ci sono state imposte dalla situazione emergenziale.

Esse non hanno inciso esclusivamente sulla nostra dimensione lavorativa, ma hanno prodotto effetti in tutti i sistemi in cui ognuno di noi è inserito.

Riflettiamo.

Con lo smart working, spesso, viene a mancare il confine fisico fra ambiente di lavoro e di vita familiare. Per chi è impegnato in prima linea, il rientro a casa è spesso accompagnato oltre che dalla fatica fisica anche da pensieri ricorrenti e preoccupazioni.

Chi lavora al 50% in presenza e 50% a distanza è costantemente portato a ridefinire spazi fisici e mentali.

Tutte queste condizioni stanno portando all’aumento del numero di persone che vive il lavoro in modo stressante.

Si arriva a percepire la pausa da lavoro come mancanza.

Ad avere pensieri correlati al lavoro anche quando si sta dedicando del tempo ad altro.

Quali sono gli effetti che si possono generare?

Tutto ciò non fa altro che allontanarci dall’obiettivo che ognuno di noi dovrebbe perseguire: il benessere.

Spesso non ci si accorge dello “sconfinamento” dell’area lavorativa.

Ricerche hanno dimostrato che molti lavoratori durante quest’anno abbiano iniziato a lavorare un’ora prima o terminato un’ora dopo.

Siano stati reperibili oltre l’orario d’ufficio. Abbiano avuto difficoltà a “staccare la spina” e stiano vivendo livelli di ansia superiori agli standard.

Tutto ciò avviene in modo graduale fino a sembrarci normalità.

È come un’abitudine.

Lavoro ogni giorno un po’ di più fino ad arrivare all’eccesso, fino a quando il non lavorare mi fa sentire in colpa o il pensiero del lavoro diviene costante.

Per questa ragione bisogna stare attenti.

In psicologia sono state definite differenti condizioni correlate al lavoro che minano il benessere della persona.

Tra queste si parla di stress lavoro correlato che è una situazione limite che, se non affrontata nel modo giusto può causare fenomeni di burnout.

L’incremento del ritmo e del carico di lavoro, pressioni emotive, precarietà e mancanza di equilibrio tra vita lavorativa e vita personale possono creare vissuti stressanti.

Lo stress lavoro correlato, così come ogni altra condizione stressante, varia da individuo a individuo. Si arriva a vivere il lavoro come stressante quando ci troviamo in una situazione difficoltosa e le usuali strategie messe in atto non si rivelano funzionali.

Laddove questa situazione di difficoltà si protrae nel tempo può sfociare in burnout che letteralmente significa crollo, esaurimento.

Cosa fare per migliorare il proprio benessere?

Se arrivi a sentirti in colpa perché non stai lavorando. Se mentre fai altro pensi al lavoro, qui ci sono piccoli suggerimenti pratici per migliorare la qualità delle tue giornate.

  • Prima di iniziare la giornata lavorativa fai qualcosa che ti gratifichi. Qualcosa che ti dia la carica e ti faccia iniziare la giornata con il piede giusto. Concediti una colazione più lunga, fai esercizio, leggi il giornale. L’importante è dedicare del tempo a te.
  • Lavora in uno spazio definito. Se sei in smart working è importante che tu riesca a definire fisicamente lo spazio del lavoro. Cerca di evitare gli spazi comuni e se non è possibile delimita in modo creativo lo spazio del lavoro dallo spazio di vita.
  • Inizia la giornata scrivendoti una lista di cose da fare. Puoi provare a scrivere in sezioni diverse in modo da sapere “cosa farai oggi” per te, per il lavoro e per la famiglia.
  • Definisci con precisione i tuoi orari di lavoro. Questo ti permetterà di compilare in modo più dettagliato la lista di “cose da fare oggi”
  • Datti un tempo per “rigenerarti”. Piccole pause in cui sgranchirti le gambe e distogliere l’attenzione ti possono permettere di ripartire più efficace ed efficiente di prima.

Questi sono solo cinque piccoli accorgimenti che possono migliorare la tua giornata ed il rapporto con la dimensione lavorativa.

Se ti accorgi che non basta, che hai bisogno di piccoli aiuti per apportare anche piccole modifiche alla tua routine, o hai voglia di avere un confronto con un professionista per comprendere se le tue strategie per migliorare il benessere e ritrovare il tuo equilibrio sono efficaci, ti ricordo che ogni martedì, per un periodo limitato, dalle 18:00 alle 20:00 i terapeuti del nostro team One Session si rendono disponibili per degli incontri aperti a tutti utilizzando la terapia a seduta singola.

Contattaci per maggiori informazioni inviando una e-mail a info@onesession.it oppure visita la nostra pagina Fb OneSession.it.

 

 

Bibliografia

Campanini, P. (2019). Stress lavoro-correlato e la sua valutazione. Giornale Italiano di psicologia, 79-86.

GLINT (2020). How employees are feeling right now. GLINT.

Kotera,Y., Vione, K. C. (2020). Psychological impacts of the New Ways of Working (NWW): A Systematic Review. International Journal of Enviromental Research and Public Health.

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Genitori si nasce o si diventa? Come adattarsi all’arrivo in famiglia di un bambino!

L’emozione di diventare genitore

Diventare genitori è uno degli eventi più carichi a livello emotivo che un individuo possa vivere. Sia per gli uomini che per le donne, scoprire di essere in attesa di un bambino può far sperimentare emozioni diverse.

In particolare, è molto comune sperimentare emozioni quali gioia, sollievo, ma anche ansia ed in alcuni casi paura per le nuove responsabilità.

Secondo uno studio condotto nel reparto maternità di un ospedale portoghese, le emozioni più comuni verso il bambino nei primi due giorni dopo il parto erano positive; emozioni negative, come la paura, erano meno frequenti, ma presenti, e tendevano ad attenuarsi dopo i primi due giorni. Inoltre emerse che erano le neo mamme ad essere maggiormente spaventate per i cambiamenti.

La gravidanza e la successiva genitorialità vengono considerate dagli psicologi eventi “critici” , poichè richiedono ai neo genitori di rivedere le proprie abitudini e il proprio stile di vita. Questa consapevolezza potrebbe essere fonte di disagio o di stress, in quanto potrebbe essere necessario modificare profondamente gli equilibri precedenti.

Nonostante questo, l’opportunità di diventare genitore può favorire un profondo processo di crescita, sia personale che di coppia.

Cosa cambia nella coppia genitoriale?

Prima degli anni ’80 la ricerca psicologica tendeva ad escludere il padre, focalizzandosi sul rapporto madre-figlio; oggi si tende a riconoscere l’importanza di una sana relazione tra i genitori rispetto all’accudimento del bambino. L’esperienza della genitorialità permette alla coppia di evolversi, e alla relazione di maturare.

Spesso l’esperienza della nascita del primo figlio può comportare sostanziali cambiamenti nelle abitudini della famiglia, ripercuotendosi inevitabilmente sulla relazione tra mamma e papà. Ad esempio, avere gli orari scanditi dai bisogni e dai ritmi del bambino potrebbe richiedere di sacrificare il tempo prima destinato agli interessi.

Non tutti i genitori riescono a trovare subito un nuovo equilibrio; a volte questo processo può richiedere un periodo più lungo, ma questo non deve scoraggiare la coppia. Inoltre potrebbe succedere che la mamma dedichi molto del proprio tempo al bambino, facendo sentire il papà escluso dalla vita familiare, ed un po’ geloso dell’intensa relazione madre-figlio.

Oppure la mamma potrebbe sentirsi sommersa di responsabilità, bisognosa di maggiori attenzioni e supporto da parte del partner nella gestione del neonato. Per questi motivi, una relazione solida e orientata al dialogo tra i neo genitori rende più facile l’adattamento al ruolo genitoriale e ne accresce le competenze.

Parlare con il proprio partner delle difficoltà che si sperimentano e renderlo partecipe delle proprie preoccupazioni potrebbe aiutare la coppia a ritrovare l’agognata sintonia.

Le difficoltà di adattarsi alla nuova routine familiare

Prendersi cura di un neonato è sicuramente stancante, per via del grosso impiego di risorse che un bambino richiede. Potrebbe quindi essere frequente che i genitori si sentano stanchi e scoraggiati, magari non adatti rispetto al nuovo ruolo genitoriale.

Questi sentimenti potrebbero essere del tutto normali, e non devono far sentire i genitori inadeguati. Soprattutto per le madri è frequente sentirsi poco competenti ed avere paura a svolgere le azioni che riguardano la cura del bambino.

Avere paura o voler chiedere aiuto non rende una madre una cattiva mamma. In questi casi può essere utile rivolgersi al pediatra di fiducia per avere rassicurazioni in merito. In alternativa potrebbe essere utile richiedere un supporto psicologico per ricevere aiuto da parte di professionisti qualificati. A volte anche un singolo incontro può bastare per riuscire a gestire meglio lo stress e i cambiamenti.

Sul sito www.onesession.it potrai trovare un elenco di professionisti formati in Terapia a Seduta Singola che potranno aiutarti a raggiungere i risultati sperati ed uscire in tempi brevi dalla situazione di disagio.

 

Dott.ssa Fulvia Mariagrazia Messina

 

Bibliografia

Benvenuti P. (2008), Psicopatologia nell’arco della vita. Seid Editori

Cannistrà F., Piccirilli F. (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

Figueiredoa B., Costaa R., Pachecoa, A. & Paisb A. (2007).

Mother-to-infant and father- to-infant initial emotional involvement. Early Child Development and Care, 5, 521-532.

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