Come migliorare la qualità delle comunicazioni importanti
1. Perché le comunicazioni importanti diventano difficili?
«Possiamo parlare?»
È una domanda apparentemente semplice. Eppure, in molte relazioni, bastano queste due parole per cambiare il clima della stanza. Che si tratti di una coppia, di un genitore e un figlio, di un amico o di una relazione professionale, spesso accade qualcosa di curioso: prima ancora che l’altro abbia finito di parlare, abbiamo già iniziato a rispondere. Le comunicazioni importanti seguono spesso questo copione. Non necessariamente ad alta voce. Nella nostra testa. Cominciamo a immaginare dove andrà a parare la conversazione. Pensiamo di sapere già cosa ci verrà detto. Anticipiamo critiche, richieste, accuse o lamentele.
E così, mentre l’altro sta ancora parlando, noi siamo già impegnati a prepararci una difesa. Il risultato è che molte comunicazioni importanti non falliscono per mancanza di parole. Falliscono perché smettiamo di ascoltare. Nella pratica clinica capita spesso di osservare persone convinte di avere un problema di comunicazione. Eppure, ricostruendo insieme le loro discussioni, emerge qualcosa di diverso: le parole non mancano affatto. A volte ce ne sono persino troppe. Ciò che manca è la possibilità di incontrarsi davvero nel dialogo (Watzlawick et al., 1971).
2. Perché ci difendiamo prima ancora di ascoltare?
Lo psicologo Paul Watzlawick e i suoi collaboratori hanno mostrato come ogni comunicazione contenga sempre due livelli: il contenuto e la relazione (Watzlawick et al., 1971). Il contenuto riguarda ciò che viene detto. La relazione riguarda il significato che attribuiamo a ciò che viene detto e la posizione che percepiamo nelle parole dell’altro. Per questo motivo due persone possono ascoltare la stessa frase e reagire in modo completamente diverso.
Pensiamo a espressioni come:
«Come al solito non hai capito niente.»
«Tu non mi ascolti mai.»
«Ti devo spiegare sempre tutto.»
A prima vista sembrano affermazioni che riguardano un comportamento specifico. In realtà comunicano anche altro: chi ha ragione, chi ha torto, chi sa e chi dovrebbe imparare. Quando percepiamo una minaccia alla relazione, la comunicazione cambia funzione. Non serve più a comprendere. Serve a proteggerci. Molte volte non ci difendiamo da ciò che l’altro ha detto. Ci difendiamo da ciò che pensiamo stia per dire.
A quel punto possono accadere due cose. La prima è l’escalation. Una persona attacca, l’altra si difende. Più una insiste, più l’altra contrattacca. La discussione si trasforma in una lotta per avere ragione e il problema iniziale passa in secondo piano. È quella che Watzlawick e collaboratori (1971) definiscono escalation simmetrica.
La seconda è il ritiro. Una persona parla, l’altra si chiude. Una insiste, l’altra risponde sempre meno. Anche in questo caso non c’è più un reale confronto, ma un tentativo di proteggersi dal disagio della conversazione. In entrambi i casi la comunicazione smette di essere uno strumento di incontro e diventa uno strumento di difesa. È proprio in questi momenti che le comunicazioni importanti perdono la loro funzione di confronto e diventano una battaglia o una fuga.
3. Come migliorare la qualità delle comunicazioni importanti?
Se il problema non è soltanto ciò che diciamo, ma il modo in cui entriamo nelle conversazioni, allora migliorare le comunicazioni importanti significa innanzitutto modificare la nostra posizione.
Il primo passo è fermarsi. Non solo con la bocca. Anche con il cervello.
Molte persone interrompono l’altro senza parlare. Lo interrompono preparando già la risposta, la giustificazione o il contrattacco. Mentre ascoltano stanno già decidendo cosa dire, come difendersi o perché l’altro si sta sbagliando. In quel momento non stanno ascoltando. Stanno aspettando il proprio turno.
Il secondo passo consiste nel chiarire prima di interpretare.
Una delle principali fonti di conflitto nasce dal fatto che rispondiamo a ciò che pensiamo di aver sentito e non a ciò che l’altro ha realmente detto. Per questo può essere utile fermarsi e chiedere: «Ho capito bene che mi stai dicendo…?» «Quando dici questa cosa, intendi che…?» Spesso basta una domanda di chiarificazione per evitare discussioni costruite su malintesi e interpretazioni.
Il terzo passo consiste nell’aprire il confronto invece di emettere una sentenza.
C’è una grande differenza tra una frase che apre il dialogo e una che lo chiude. Dire: «Tu non mi ascolti mai» è molto diverso da dire: «Quando succede questa cosa mi sento poco ascoltato.»
Nel primo caso stiamo formulando un giudizio. Nel secondo stiamo condividendo un’esperienza. Le comunicazioni importanti diventano più efficaci quando passiamo dalla ricerca del colpevole alla descrizione di ciò che stiamo vivendo.
Molte delle tentate soluzioni che utilizziamo per sentirci compresi — spiegare, giustificarci, convincere l’altro — finiscono paradossalmente per mantenere il problema (Watzlawick et al., 1974; Nardone, 2011). Le comunicazioni importanti migliorano quando smettiamo di usare le parole per proteggerci e iniziamo a usarle per capire e farci capire.
Riferimenti bibliografici
Nardone, G. (2011). Correggimi se sbaglio. Strategie di comunicazione per coppie e famiglie. Milano: Ponte alle Grazie.
Watzlawick, P., Beavin, J. H., e Jackson, D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Roma: Astrolabio.
Watzlawick, P., Weakland, J. H., e Fisch, R. (1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.

Psicologa iscritta all’Albo A degli Psicologi del Lazio (n. 18985), psicoterapeuta in formazione ad indirizzo Breve Sistemico-Strategico e consulente in sessuologia clinica.
Nel mio lavoro clinico accompagno persone che attraversano momenti di blocco, confusione o difficoltà emotive e relazionali, aiutandole a leggere ciò che sta mantenendo la situazione e a individuare possibili punti di intervento.
Lavoro con la Terapia a Seduta Singola, offrendo uno spazio focalizzato e concreto in cui fare chiarezza e trovare strategie utili per rimettere in movimento ciò che si è fermato, aprendo nuove possibilità di scelta.
Senso di colpa quando smetti di lavorare?
Almeno una volta nella vita ti sarà capitato di sentire un senso di colpa quando smetti di lavorare. Scopriamo in questo articolo cosa succede alla nostra mente. Vedremo anche come si può cambiare il proprio rapporto con la produttività.
Quando il problema non è lavorare, ma fermarsi
Finalmente la giornata lavorativa è finita. Chiudi lo schermo del computer. Sganci l’ultimo attrezzo da lavoro. Oppure riponi la divisa. Svuoti le tasche all’ingresso, mangi. Ti metti comodo. Ti siedi sul divano. Dovrebbe essere il momento del relax. Eppure, bastano pochissimi minuti. Si insinua un pensiero fisso. Smetti di goderti una serie o di leggere un libro. Non parli più con la tua famiglia. Pensi subito alle cose da fare.
Ti torna in mente una mail con una risposta rimasta in sospeso. Un progetto da migliorare. La lista dei compiti da aggiornare. Non c’è nessuna urgenza reale. Nessuna scadenza imminente. Eppure, riapri lo schermo o prendi il cellulare. Fai quella determinata attività. Provi un sollievo istantaneo. Un attimo dopo però un altro pensiero. Il senso di colpa ritorna prepotentemente.
Questo meccanismo ti insegue ovunque. Sei al mare, al sole. La testa pianifica la settimana successiva. Guardi il saggio di tua figlia. Pensi che potevi finire quel lavoro. Il risultato finale è il disagio. Non riesci mai a staccare e a rilassarti davvero.
In ambito psicologico il senso di colpa nasce quando sentiamo di aver trasgredito una regola interna importante. Spesso questa regola ce la siamo costruita da soli nel tempo. Alcuni esempi tipici sono: “Devo essere sempre utile”, “Non devo sprecare tempo”, “Se mi fermo resto indietro”. In questo modo i momenti di riposo non sono più rigeneranti. Il riposo diventa una colpa da giustificare.
Il senso di colpa legato alla produttività non coincide necessariamente con la dipendenza da lavoro. La dipendenza da lavoro rappresenta una forma molto più rigida e compulsiva. Alcuni studi recenti mostrano un dato interessante. Nelle persone che lavorano in modo compulsivo il piacere legato alle attività diminuisce progressivamente (Balducci et al., 2023). Manca la reale soddisfazione.
Questo disagio colpisce soprattutto persone organizzate. Si tratta di persone molto motivate. Spesso sono competenti, creativi e affidabili. Persone che funzionano molto bene. Per questo motivo ricevono continui elogi esterni. La società della performance valorizza questi comportamenti. Frasi come “sei sempre sul pezzo” aumentano il problema. Diventano rinforzi che mantengono il disturbo.
Produttività e valore personale
Il problema non è amare il proprio lavoro. Queste persone amano profondamente ciò che fanno. Il problema reale nasce quando il valore personale dipende solo o in gran parte da ciò che si produce. Chi non riesce a staccare non riconosce subito il problema. Sente solo una vocina interna. “Già che ci sono faccio questo”, “Finisco e poi mi rilasso”.
Diventa fondamentale imparare a osservare i propri pensieri e comportamenti. Cosa succede nei pochi secondi che separano il momento in cui ti fermi da quello in cui ricominci a
produrre? Lì nasce quel senso di colpa che ti spinge a ricominciare. Riconoscere questo momento specifico è il primo passo verso il cambiamento.
Quando la produttività diventa una strategia per stare bene
La risposta spontanea al senso di colpa è accelerare. Cerchiamo di essere ancora più efficienti. Rispondiamo all’istante a ogni notifica. Facciamo i salti mortali per chiudere i lavori aperti. Cerchiamo di recuperare il tempo perso quando ci prendiamo un momento libero. Riempiamo ogni pausa vuota. Ottimizziamo persino il relax trasformandolo in performance.
Le strategie messe in atto funzionano nell’immediato. Il senso di colpa temporaneamente si abbassa. Arriva una sensazione di tranquillità. Sembra di avere maggiore controllo. Questo benessere momentaneo però diventa una trappola. In realtà mantiene il problema nel tempo. Più ci comportiamo in questo modo e più confermiamo: “Se continuo a fare, sto meglio.”
Ripetiamo un comportamento perché ne percepiamo un vantaggio. Il tentativo di controllare il senso di colpa aumentando la produttività ha una funzione. Non serve solo a raggiungere obiettivi professionali. Serve anche a gestire la paura di fallire. Gestisce l’ansia da prestazione. Allevia la sensazione più profonda di inadeguatezza personale.
La produttività come identità
In questo modo colleghiamo la produttività alla nostra identità. Arriviamo a domandarci con ansia: “Chi sono io se smetto di produrre?”. Si stabilisce un circolo vizioso che alimenta il senso di colpa. Questo processo è del tutto simile ai meccanismi ossessivo-compulsivi descritti in letteratura (Nardone, 2013). Il pensiero crea una forte tensione interna.
L’azione successiva abbassa temporaneamente il disagio. Proprio quel sollievo immediato rinforza il bisogno di continuare a fare (Nardone, 2013). Il cervello si convince che per stare bene dobbiamo restare connessi. Il corpo esce fisicamente da lavoro. Cambia il contesto circostante. La mente no. La mente resta totalmente agganciata lì. Non si spegne.
Sei seduto sul divano di casa. La testa organizza la giornata successiva. Sei con le persone che ami. Una parte del cervello continua a modificare. Continua a pianificare e migliorare progetti. Desideri davvero fermarti. Quando finalmente te lo concedi scopri che il riposo ti mette molto più a disagio del lavoro stesso.
Le persone con funzionamenti neurodivergenti vivono questo processo intensamente. Lo stesso vale per chi ha un’alta attivazione cognitiva. La loro mente è naturalmente orientata all’analisi. Cerca sempre l’anticipazione e il problem solving. Spesso è difficile percepire il disagio che sale. La persona non si ferma finché il corpo crolla esausto (Hupfeld et al., 2019).
Le ricerche scientifiche confermano la gravità del fenomeno. La difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro ha conseguenze precise. Aumenta significativamente il rischio di esaurimento emotivo. Favorisce la comparsa di sintomi depressivi (Wu et al., 2023). Spesso chi appare più performante sente la maggiore difficoltà a staccare davvero. Il senso di colpa diventa un compagno costante.
Come cambiare il rapporto con la produttività
Il primo passo per uscire dal circolo vizioso è notare cosa succede. Bisogna capire quando si attiva il senso di colpa. Mappare puntualmente in quali momenti si presenta. Significa porsi in ascolto attivo. Dobbiamo porci una domanda molto semplice.
“Cosa sto facendo per attenuare questo senso di colpa?”. Spesso l’azione intrapresa mantiene o peggiora la situazione. Nel caso cerchiamo di alzare l’asticella. Vogliamo fare sempre di più per sentirci meglio. Restiamo sempre attivi. Evitiamo il vuoto, l’incertezza o l’incompleto.
Prendersi cura di sé non significa diventare meno responsabili. Non significa essere meno produttivi. Significa trovare un modo più sostenibile di vivere. Occorre armonizzare le esigenze lavorative con quelle personali. Bisogna proteggere la sfera familiare e sociale. Il problema non è solo la corretta distribuzione del tempo.
Dobbiamo garantire soddisfazione e benessere in entrambe le dimensioni. Un buon equilibrio implica dedicare tempo alla carriera. Non dobbiamo però sacrificare la salute. Non dobbiamo rinunciare alle relazioni, agli hobby e al tempo libero. Un distacco funzionale permette di produrre di più in minor tempo (Sonnentag, Fritz, 2015).
Il sano egoismo
Il sano egoismo rappresenta una condizione necessaria per l’equilibrio (Cagnoni et al. ,2021). Permette di mantenere la presenza nelle relazioni e nel lavoro. La svolta è capire quando lavorare è una scelta consapevole. Capire quando è solo una risposta automatica al senso di colpa.
Molte persone non devono smettere di essere produttive. Hanno solo bisogno di costruire una produttività sostenibile. Esiste una grande differenza rispetto alla produttività compulsiva. La prima permette di raggiungere gli obiettivi con coinvolgimento. Preserva lo spazio mentale e fisico per recuperare. Garantisce reale soddisfazione.
La produttività compulsiva alimenta invece una rincorsa continua. Ogni risultato raggiunto è effimero. Dura troppo poco. Appena viene ottenuto un successo questo perde valore. Viene subito sostituito da un nuovo obiettivo.
Strategie utili
Possiamo fare un esperimento per avviare il cambiamento. Una domanda da utilizzare come test pratico nella quotidianità.
“Cosa succede se per una volta non rispondo immediatamente al senso di urgenza?”. L’intento è verificare la natura del comportamento. Capire se siamo dentro una gabbia guidata dal senso di colpa. Per interrompere il loop possiamo iniziare con piccoli cambiamenti concreti.
Possiamo applicare alcune strategie comportamentali:
- Lasciare volutamente una mail senza risposta immediata.
- Interrompere l’attività anche se non è conclusa.
- Fare una pausa senza renderla utile per forza.
- Annotare un’idea senza svilupparla subito sul momento.
- Inserire piccoli rituali di chiusura mentale a fine giornata.
- Osservare il disagio senza rispondere subito con un’azione.
Il vero nodo probabilmente non è nemmeno quanto produci ogni giorno. Vale la pena osservare cosa accade nei pochi secondi che separano il momento in cui ti fermi da quello in cui senti il bisogno di ricominciare. È proprio in quel frangente che possiamo scoprire il tuo reale rapporto con la produttività (Miele, 2024). Accettare i nostri limiti attuali e dà il là per il cambiamento. Non puoi cambiare l’inizio della tua storia. Puoi però iniziare dove sei adesso per cambiare il finale.
Se senti il bisogno di un aiuto in più, puoi contattarci per una Seduta Singola gratuita (clicca qui).
Riferimenti bibliografici
Balducci, C., Menghini, L., e Spagnoli, P. (2023). Uncovering the Main and Interacting Impact of Workaholism on Momentary Hedonic Tone at Work: An Experience Sampling Approach. Journal of Occupational Health Psychology, 29(4), 201-219. https://doi.org/10.1037/ocp0000365
Cagnoni, F., Milanese, R., e Nardone, G. (2021). Acrobazie emotive. Imparare a superare rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Psicologia Contemporanea. https://www.psicologiacontemporanea.it/articoli/acrobazie-emotive-imparare-a-superare-rimorsi-rimpianti-e-sensi-di-colpa/ (consultato in data 01/06/2026).
Hupfeld, K. E., Abagis, T. R., e Shah, P. (2019). Living “in the zone”: Hyperfocus in adult ADHD. Research in Autism Spectrum Disorders, https://doi.org/10.1007/s12402-018-0272-y
Miele, E. (2024). Productivity Guilt: si può gestire il senso di colpa legato alla produttività? One Session Blog. Productivity Guilt: senso di colpa legato alla produttività (consultato in data 01/06/2026).
Nardone, G. (2013). Ossessioni, compulsioni, manie. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi. Milano: Ponte alle Grazie.
Sonnentag, S., e Fritz, C. (2015). Recovery from job stress: The stressor-detachment-model as an integrative framework. Journal of Organizational Behavior, 36(S1), S72-S103. https://doi.org/10.1002/job.1924
Wu, Q., Qi, Ext., Wei, J., e Shaw, A. (2023). Relationship between psychological detachment from work and depressive symptoms: indirect role of emotional exhaustion and moderating role of self-compassion. BMC Psychology, 11, 350. https://doi.org/10.1186/s40359-023-01391-y

Psicologa, in formazione presso la Scuola di Psicoterapie Brevi Sistemico Strategiche ICNOS.
Unisco la mia esperienza nel mondo del lavoro e delle organizzazioni alla pratica clinica, aiutando persone, famiglie e organizzazioni a ritrovare equilibrio, fiducia e direzione nei momenti di blocco o cambiamento.
Attraverso percorsi brevi e mirati, accompagno le persone a riconoscere e riattivare le proprie risorse, trasformando la difficoltà in opportunità di crescita.
Come uscire dall’autosabotaggio
Hai mai sentito parlare di autosabotaggio?
Ti è mai capitato di sapere di essere preparato/a per un esame, ma non andare a sostenere la prova? Che ti piacesse un ragazzo o una ragazza, ma per evitare di prendere un palo non chiedergli/le di uscire?
In questi casi ti stai autosabotando.
Infatti, sarà più probabile che passerai l’esame se ti presenterai il giorno dell’appello oppure se non ti presenterai? Sarà più probabile che quel ragazzo o quella ragazza che ti piace uscirà con te se glielo chiedi oppure se non lo fai?
L’autosabotaggio non si sceglie consapevolmente, è guidato dalla paura di fallire, di non essere all’altezza, di cambiare e uscire dalla tua zona di comfort. Spesso poi chi tende ad autosabotarsi ripete questo comportamento nel corso della sua vita. Ad esempio chi a scuola non interveniva rispondendo a una domanda pur essendo preparato probabilmente oggi non presenta il proprio progetto al capo pur sapendo di aver fatto un buon lavoro. Si rimane quindi spesso intrappolati nell’autosabotaggio se non si lavora su di esso a livello psicologico.
Come detto spesso l’autosabotaggio deriva da un’insicurezza di fondo che, se ignorata e non gestita, ti può portare a non intervenire nella tua vita, a rimanere fermo/a nelle tue certezze, senza rischiare, ma anche senza progredire e raggiungere il tuo vero potenziale e la tua piena felicità.
Intervengono spesso anche l’ansia e il perfezionismo. La prima alimenta la tua insicurezza e paura del fallimento, il secondo ti porta a voler fare tutto al meglio, ma anche a non agire in caso tu ritenga di non aver raggiunto un sufficiente livello nel compito che stai svolgendo. Come nel caso di non presentarsi all’esame se si ritiene di non essere sufficientemente preparati.
Tecnica paradossale per avere consapevolezza di sé
La paura di fallire è normale, ci attiva e motiva, è quindi molto utile nella nostra vita. Ma quando diventa predominante porta a pensare che un evento negativo sia inevitabile e spesso blocca l’azione. L’insicurezza e la scarsa autostima aumentano la paura di fallire e con essa l’ansia di agire. Le tecniche paradossali sono molto usate nelle Terapie Brevi. Una di queste permette alla persona di creare consapevolezza in sé stessa, diminuendo l’autosabotaggio. In questa tecnica si scrivono su un foglio, ogni mattina, le occupazioni della giornata. A fianco ad esse si riportano poi tutte le azioni che potresti fare in quella circostanza che ti mostrano come insicuro/a o incapace ai tuoi occhi. Ad esempio, se dovrai studiare per un esame dovrai segnare tutte le cose che ti faranno pensare di non essere in grado si studiare, come il non riuscire a ripetere o a ricordare quanto letto. Poi vivrai la tua giornata normalmente e solo la sera riprenderai il foglio e metterai una crocetta su tutte le azioni che hai effettivamente svolto.
Questo permette di renderti conto che le crocette che metterai saranno meno di quanto ti saresti aspettato/a, generando la consapevolezza di essere più efficace di quanto credevi. Questa nuova fiducia in te stesso/a eviterà l’autosabotaggio.
Tecnica paradossale per agire invece che attendere
Vediamo ora una tecnica molto utile nell’autosabotaggio soprattutto in caso tu tenda a procrastinare o se sei bloccato dall’idea di dover svolgere un compito necessariamente al meglio (perfezionismo). Anche questa è una tecnica paradossale. Essa consiste nello studiare o lavorare solamente in un periodo definito, ad esempio un’ora, al di fuori del quale non dovrai assolutamente studiare o lavorare. Spesso, infatti, si pretende di studiare 6 o 8 ore al giorno o anche 5, ma non si riesce neanche ad iniziare perdendosi in piccole attività o distraendosi con il telefono. Ti è mai capitato? Scegli quindi un’ora al giorno, quella in cui pensi di essere più produttivo/a e studia solamente in quel lasso di tempo. Spesso chi prova questa tecnica riesce a sbloccarsi: infatti l’idea di avere a disposizione solo quello spazio di tempo rende più efficienti e meno spaventati dalla fatica e dalla quantità di nozioni che invece si ritiene di dover programmare in 5 ore di studio.
Lo stesso vale se sei bloccato in un progetto di lavoro da svolgere, magari hai programmato alla perfezione le tempistiche e le modalità con cui farlo, ma hai più pensato che agito. Anche in questo caso darti un piccolo tempo per lavorare, che gradualmente potrai aumentare, può aiutarti ad essere molto più efficiente.
Se vuoi superare la procrastinazione, lavorare sulla fiducia in te stesso/a e interrompere l’autosabotaggio puoi contattarci per una Seduta Singola (clicca qui). La nostra porta è sempre aperta.

In ricordo di Silvia Zampieri
Con grande dolore condividiamo la scomparsa di Silvia Zampieri.
Silvia era una di noi sotto più di un punto di vista. Era una studentessa dell’Istituto ICNOS, in cammino verso il diploma di psicoterapeuta. Era una delle terapeute volontarie che hanno scelto di mettere il proprio tempo e le proprie competenze al servizio del progetto, accogliendo le persone che bussano a One Session nel momento in cui hanno bisogno di un incontro. Ed era una delle voci della redazione del blog, una di quelle che, articolo dopo articolo, hanno contribuito a costruire ciò che oggi i lettori trovano qui.
Silvia aveva una presenza attenta, mai invadente, capace di ascoltare davvero e di scegliere le parole con la cura di chi sa quanto pesano. Stava nel lavoro con serietà e con dolcezza.
Resta una persona che ha scelto di dedicarsi a un mestiere di cura, e che lo ha fatto fino in fondo, con passione e con verità.
Ci stringiamo con affetto alla sua famiglia e a tutte le persone che le hanno voluto bene.
Ciao Silvia. Continueremo a sentirti vicina.
La comunità di One Session
Come litigare in maniera sana
Si può litigare in maniera sana?
Rocco: “Però una cosa importante l’ho imparata: saper disinnescare.”
Eva: “Cioè?”
Rocco: “Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che
sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo
durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo
indietro. E invece sta un passo avanti.”
Dal film Perfetti Sconosciuti
Se è vero che una sana relazione di coppia non può esimersi dal conflitto è altresì vero che si può vivere il conflitto senza distruggere la relazione.
Certo questo non è facile e richiede impegno e determinazione da entrambi i soggetti della coppia ma, scegliendo approcci e strategie funzionali, si può imparare a litigare in maniera sana.
Quale prospettiva può aiutarci
Ci sono alcuni elementi da prendere in considerazione per poter costruire conflitti in cui si può litigare in maniera sana.
1) La visione del partner
Anche se si vive in momento di forte rabbia e frustrazione per poter litigare in maniera sana è fondamentale avere chiaro in mente che il nostro partner non è un nemico da combattere, bensì un qualcuno con cui costruire un compromesso consapevole e condiviso.
Non si litiga per dimostrare chi ha ragione ma per trovare un punto d’incontro.
2) La comunicazione
Per poter litigare in maniera sana è fondamentale mantenere una comunicazione aperta e costruttiva attraverso l’ascolto attivo e utilizzando risposte focalizzate. Mantenere un ascolto attivo dell’alta persona significa porre l’attenzione su ciò che l’altro sta dicendo per comprendere davvero il suo punto di vista e non solo per potergli rispondere.
Utilizzare risposte focalizzate implica comunicare esponendo i propri bisogni e le proprie emozioni e non attaccando l’altro con critiche e giudizi.
3) La gestione delle emozioni e le strategie di riparazione
Durante una litigata è facile farsi prendere dalla rabbia e creare un’escalation di urla e recriminazioni. Per poter litigare in maniera sana diventa quindi fondamentale non seguire l’istinto della rabbia ma concentrarsi su che cosa si può fare per trovare una soluzione che soddisfi entrambi i membri della coppia.
Inoltre è utile avere l’uno verso l’altro dei piccoli gesti o parole che hanno lo scopo di veicolare il messaggio “ci tengo ancora a te, nonostante la rabbia.”
Le prescrizioni della terapia strategica
In terapia strategica sono stati sviluppati tre esercizi che per la loro efficacia e per la loro direttività possono essere facilmente utilizzati anche nelle terapie a seduta singola.
1) La manovra di Rapaport
In questo esercizio ognuno dei due partner, uno alla volta, esprime il punto di vista del partner che poi potrà dire se questa descrizione lo rispecchia o meno e perché.
Come può aiutarci questo esercizio?
Uno degli elementi che principalmente impedisce di litigare in maniera sana è la capacità di creare una comunicazione costruttiva durante il litigio. La manovra di Rapaport ha proprio l’obiettivo di permettere ai due membri della coppia di mettersi l’uno nei panni dell’altro, sperimentando il suo vissuto e comprendendo le sue emozioni.
2) Il pulpito
Ogni sera i partner dedicano 30 minuti alla coppia: in maniera alternata per 15 minuti uno dei due parla e l’altro ascolta. La persona che parla può dire tutto ciò che pensa, la persona che ascolta deve solo
ascoltare senza dire nulla.
Per le restanti 23 ore e mezza della giornata non bisogna far riferimento a quanto si è detto e, se uno dei due dovesse infrangere questa regola, l’altro dovrà ricordargli dei suoi 15 minuti.
Come può aiutarci questo esercizio?
Sempre con l’obiettivo di creare una comunicazione costruttiva per litigare in maniera sana questo esercizio offre numerosi vantaggi.
Il primo fra tutti è la possibilità di contenere le lamentele in uno spazio di tempo definito: concentrare le lamentele soltanto nel quarto d’ora del pulpito permette alla persona di liberale spazio per altri contenuti più positivi durante il resto del tempo.
Un altro vantaggio di questo esercizio è la possibilità di potersi sfogare con il partner liberamente e senza innescare urla e litigate.
3) La stanza del litigio
In questo esercizio si sceglie un’unica stanza della casa in cui litigare e, da quel momento in poi, ogni volta in cui si innesca una discussione i membri della coppia si devono interrompere e raggiungere la stanza del litigio per poter litigare.
Quando la discussione finisce si esce dalla stanza.
Come può aiutarci questo esercizio?
Anche questo esercizio ha diversi effetti positivi che possono aiutare la coppia a litigare in maniera sana.
Il principale effetto è quello di contenere le litigate in un unico spazio fisico: questo permette ai membri della coppia di “disintossicare” gli altri spazi della casa, le conversazioni telefoniche e i messaggi.
L’altro effetto collaterale positivo è che, dovendo raggiungere la stanza del litigio per litigare, le due persone devono necessariamente sospendere la discussione e poi riprenderla all’interno della stanza e questo dovrebbe generare in automatico un disinnesco della discussione.
Conclusioni
Vivere in coppia è un percorso di crescita e maturazione sia individuale che della coppia stessa che richiede necessariamente momenti di crisi e di discussione. Imparare a litigare in maniera sana permette alla coppia di evolversi e agli individui di evolvere in maniera individuale ma correlata all’altra persona in un percorso di crescita dove la coppia supporta gli individui e gli individui supportano la coppia.
Nella terapia a seduta singola ci si può concentrare sul problema principale per sbloccare i meccanismi disfunzionali che impediscono alla coppia di litigare in maniera sana e quindi maturare e resistere agli attacchi del tempo.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale puoi chiedere aiuto a One Session, clicca qui

Comunicare i propri bisogni senza sentirsi egoisti
Nei percorsi psicologici e nei training sulla comunicazione efficace lavoro spesso sull’imparare a notare i propri bisogni, desideri e sensazioni per poi imparare a comunicarli nelle relazioni (personali, lavorative ecc). Altrettanto spesso mi capita di dover fronteggiare gli ostacoli legati alla convinzione che l’espressione di sé sia sintomo di egoismo. Spoiler: non lo è.
In questo articolo vediamo come comunicare i propri bisogni nelle relazioni senza sentirsi egoisti, così che la (dis)percezione di egoismo non si interponga tra la teoria (imparare a comunicare i propri bisogni) e la pratica.
Step 1. Comunicazione assertiva: una bilancia in perfetto equilibrio.
L’assertività è lo stile comunicativo che permette di verbalizzare i propri bisogni, opinioni, desideri, senza dover calpestare quelli altrui. Si contrappone allo stile passivo (i tuoi bisogni, desideri, opinioni hanno “più peso” dei miei) e allo stile aggressivo (i miei bisogni opinioni ecc, hanno “più peso” dei tuoi). Come una bilancia: se imparo a comunicare con assertività, metto me e l’altro sullo stesso livello. Nel proseguire, porta con te questa immagine: dare equo peso, Io e l’Altro. Stabiliamo una relazione alla pari. Con pari responsabilità.
Bada bene, l’assertività non è un qualcosa di innato. Le interazioni assertive si possono apprendere e, quando allenate, migliorano il funzionamento interpersonale riducendo ansia e umore depresso (Speed, Goldstein, & Goldfried, 2018). In questo senso, dare voce ai propri bisogni non è un “eccesso” da correggere, ma un’abilità che protegge sia noi, sia la qualità delle relazioni nel lungo periodo, ponendo dei confini e imparando a dire di no. La comunicazione efficace dei propri bisogni diventa allora una forma di cura per sé e per il legame, non un atto egoista.
Step 2. I bisogni: naturale spinta di vita, non “capricci”
Avere dei bisogni è una parte strutturale dell’essere umano. I bisogni ci motivano e orientano le nostre azioni. La gerarchia dei bisogni di Abraham Maslow – dai bisogni fisiologici fino alla realizzazione personale – ci ricorda che cercare sicurezza, relazioni, riconoscimento e crescita è un movimento naturale, presente in tutti, anche se in forme diverse nel corso della vita (Maslow, 1943). In questa prospettiva, il problema non è “avere bisogni”, ma cosa facciamo con quei bisogni: li neghiamo, li silenziamo, o proviamo a dar loro voce in modo chiaro e rispettoso?
La comunicazione assertiva e la comunicazione non violenta (Rosenberg & Costetti, 2010) permettono proprio di dare voce a questi bisogni, pur restando in quell’equilibrio di cui sopra. La Comunicazione Non Violenta, in particolare, propone di partire da ciò che osserviamo, da come ci
sentiamo e da ciò di cui abbiamo bisogno, per formulare richieste chiare e specifiche, invece di usare accuse o generalizzazioni. In tal senso, Dare valore a me, non ne toglie a te: comunicare i bisogni nelle relazioni non significa pretendere, ma rendere più comprensibile il nostro mondo interno, in modo che l’altro possa incontrarci, davvero.
Step 3. Sano egoismo vs malsano altruismo: l’ago della bilancia
Un ulteriore aspetto legato alla comunicazione efficace dei propri bisogni e i risvolti relazionali ci viene offerta da un recente lavoro inerente all’egoismo sano (Kaufman & Jauk, 2020). Gli autori mostrano come l’attenzione ai propri bisogni sia associata ad un maggior livello di benessere psicologico, minore stress e relazioni più equilibrate. D’altro canto, una dose eccessiva di altruismo può divenire un impedimento alla propria crescita personale e può risultare intrusiva, “troppo”, persino per le persone destinatarie di questa disponibilità. A spingere le persone verso livelli in alcuni casi “patologici” di altruismo vi sono spesso proprio questi bisogni che Maslow elenca: bisogno di approvazione, di sentirsi utili, apprezzati ecc. Non si scampa. Siamo fatti della stessa sostanza dei (bi)sogni.
Il rischio dunque è di trovarsi in una paradossale situazione in cui più ti allontani dall’ascolto dei tuoi bisogni per paura di essere egoista, più rischi – in nome del sentirsi approvato, evitare conflitti ecc – di privare l’altro della possibilità di gestire un rifiuto, di essere autonomo, di valorizzare la relazione in maniera assertiva. Lavorare su piccoli passi concreti – un “no” in più dove avresti detto “sì” per abitudine, una richiesta specifica invece di aspettarsi che l’altro capisca da solo – è già un buon inizio per sperimentare i tuoi confini e la tua percezione di sano egoismo.
Se senti il bisogno di una spinta in più per imparare a riconocere i tuoi bisogni e comunicarli, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Kaufman, S. B., & Jauk, E. (2020). Healthy selfishness and pathological altruism: Measuring two paradoxical forms of selfishness. Frontiers in psychology, 11, 1006.
Maslow, A. H. (1943). A theory of human motivation. Psychological Review, 50(4), 370–396
Rosenberg, M. B., & Costetti, V. (2010). La comunicazione nonviolenta. Esserci.
Speed, B. C., Goldstein, B. L., & Goldfried, M. R. (2018). Assertiveness training: A forgotten evidence‐based treatment. Clinical Psychology: Science and Practice, 25(1), 20.

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.
Come creare spazi di autonomia nelle relazioni
Come proteggere i tuoi spazi di autonomia nelle relazioni può diventare una domanda urgente quando, soprattutto nelle relazioni di coppia – ma non solo – ti capita di amare profondamente l’altra persona ma, allo stesso tempo, sentirti svuotata. È quella sensazione di dare troppo: come un lago senza affluenti, da cui l’acqua scorre sempre e solo verso l’altro senza che nulla torni a nutrirti.
Per nutrire la coppia, infatti, non bisogna dimenticare di prendersi cura di sé. I propri interessi, i propri hobby, il proprio sport preferito, le amicizie personali… sono un nutrimento che permette di non sentirsi un lago in secca, ma sempre pieno di affluenti che riempiono e nutrono di acque diverse.
Se non rimangono spazi personali, inoltre, si rischia di non comprendere più i confini tra sé e l’altro. Di percepirsi come un unico lago pur continuando ad essere due bacini distinti. Così non si capirà più se quello che abbiamo è un bisogno personale o della coppia.
Proteggere i propri spazi di autonomia nelle relazioni è essenziale per non arrivare a quel punto di svuotamento.
Spazi di intimità e spazi di autonomia
E’ importante che ci siano spazi di intimità e spazi di autonomia nelle relazioni. Con questo si intende sia l’intimità sessuale, sia il dedicarsi del tempo da vivere insieme come coppia con attività che siano importanti per i partner. Possono essere semplici uscite, cene al ristorante, passeggiate, vedere un film insieme, passare un weekend fuori…
Sono però altrettanto importanti gli spazi di autonomia. Cioè quegli spazi esclusivi di un singolo partner dove l’altro non entra se non sporadicamente. Come frequentare degli amici singolarmente e non esclusivamente in coppia. O praticare uno sport da condividere con l’altro solo saltuariamente ad esempio tramite il suo sostegno al momento di una competizione.
Questi garantiscono a ognuno di non perdere la propria individualità nella coppia. È importante, infatti, che il/la partner sia una base sicura: pronto a sostenere l’altro, a incoraggiarlo nei momenti di difficoltà, ma anche a festeggiarne i successi. Questo permette di sentirsi sicuri e sviluppare ancor di più la propria autonomia, in un circolo virtuoso.
Equilibrio
Inoltre, ogni relazione, non solo quella di coppia, è fatta di reciprocità e bilanciamento. Invece, spesso una delle due persone sente di “dare di più”. In questo caso entrambe soffrono: l’una prosciugandosi come il lago di cui sopra, poiché continua a dare e riduce i suoi spazi di autonomia che la arricchiscono; il lago dell’altra invece strariperà ricevendo più di quanto riesce a contenere, sentendosi soffocata o sostituita.
È importante, quando ci si sente svuotati, ridurre il flusso del continuo dare e lasciare anche all’altra persona la possibilità di dare. Così, entrambe avranno fiumi per dare e fiumi per ricevere.
Se senti di dare di più, quindi, prova a smettere di fare ciò che non funziona e, invece, prenditi dello spazio per te e lasciane all’altra persona. Nota come, in questo modo, le acque dei due laghi torneranno ad un livello che farà stare bene entrambi.
Gli spazi di autonomia nelle relazioni di ognuno sono un antidoto e permettono alle persone in relazione di non sentire di valere o di riuscire esclusivamente insieme. Al contrario, alimentano l’autostima e l’autoefficacia e, quindi, il percepire il proprio valore e la capacità di affrontare le situazioni autonomamente.
Queste situazioni relazionali sono a volte complesse da comprendere quando si è parte della relazione stessa. Può essere utile e, talvolta, necessario l’aiuto di un* psicolog* che comprenda i meccanismi che non funzionano e quelli, invece, utili al benessere di ciascuno. Ciò può essere possibile anche con un solo incontro tramite la Terapia a Seduta Singola.
Se senti bisogno di un aiuto in più, puoi richiedere il tuo colloquio gratuito a One Session (clicca qui)

Come affrontare il senso di inadeguatezza sul lavoro
A volte il senso di inadeguatezza ci sopraffà. Capita di sentirsi fuori posto anche quando tutto agli occhi degli altri sembra andare bene. Ci si guarda intorno e si pensa che chi ci circonda sia più preparato, più bravo, più sicuro. Succede a molte persone di talento: mentre crescono, iniziano a dubitare di meritare ciò che hanno raggiunto.
Cos’è l’inadeguatezza al lavoro?
Ti è mai capitato di pensare che i tuoi risultati siano solo fortuna? Molte persone di talento provano questa sensazione. Hanno competenze reali, ma non riescono a riconoscerle. È il senso di inadeguatezza: la paura di non essere all’altezza, di deludere le aspettative, di indossare una maschera che prima o poi cadrà. Nel lavoro rischia di trasformarsi in un ostacolo. Ogni traguardo, invece di dare fiducia, aumenta la pressione. La sensazione di sentirsi inadeguati nonostante risultati evidenti è nota come sindrome dell’impostore. Come descritto da Pauline Clance e Suzanne Imes (1978), si caratterizza per la convinzione di non meritare i successi raggiunti e per il timore di essere smascherati.
Più il contesto richiede visibilità e autonomia, più questo meccanismo di amplifica. La mente mente: confonde il merito con la fortuna. Nel tempo, questo meccanismo blocca il potenziale. Chi vive con la sindrome dell’impostore tende a procrastinare, non essere proattivo, rifiutare nuove opportunità o evitare riconoscimenti. Il talento resta intrappolato nella paura di esporsi. L’inadeguatezza diventa un freno che limita la possibilità di esprimersi pienamente nel lavoro. Come spiega Milanese (2020), chi vive con la paura di non essere all’altezza convive con un giudice interiore severo, un “inquisitore interno” che trasforma ogni imperfezione in una prova d’incapacità.
Più ci si sforza di dimostrare il proprio valore, più cresce la sensazione di non averne abbastanza. Per queste persone, con le parole di Nardone, “il successo vale zero, l’insuccesso vale doppio”. Molti professionisti ad alto potenziale vivono questa contraddizione: vedono ciò che manca, non ciò che hanno costruito. Sono riconosciuti dagli altri, ma si sentono impostori.
M – “Ricevo complimenti, ma penso che sia solo fortuna. È come se stessi recitando un ruolo che presto verrà smascherato.”
Quali conseguenze ha l’inadeguatezza al lavoro?
L’inadeguatezza cresce con la paura, la vergogna e il confronto con gli altri. Ogni successo genera ansia. Ogni errore diventa una prova di fallimento. Reagisci con controllo, evitamento, delega e ricerca di rassicurazioni. Lavori senza sosta. Controlli ogni dettaglio. Rinunci a incarichi più complessi o che richiedono di esporsi. Il successo non appaga: aumenta la pressione. Il perfezionismo dà illusione di sicurezza, ma toglie libertà. A volte la fiducia oscilla.
Ci sono momenti in cui ti senti capace e altri in cui ogni certezza crolla. È come vivere sulle montagne russe: passi dall’idea di valere alla paura di non essere abbastanza. Questa altalena di emozioni logora e alimenta la frustrazione di non riuscire a sentirsi mai davvero adeguati. Alla fine, si evita di emergere per paura del successo. Più si sale, più si teme di cadere. È un “successo catastrofico” come lo definiva Paul Watzlawick (2013): più ottieni, più cresce la paura di non meritare. Il risultato è un talento nascosto, un potenziale inespresso.
La dottoressa Valerie Young (2011) ha individuato cinque modalità con cui la persona può reagire al senso di inadeguatezza. Il perfezionista pensa che il lavoro non sia mai abbastanza. L’iper-performante lavora senza sosta e, raggiunto l’obiettivo, ne cerca subito un altro. L’esperto studia e si aggiorna continuamente, ma non si sente mai pronto. Il genio naturale crede di essere incapace se deve impegnarsi troppo. L’individualista non chiede aiuto per paura di sembrare fragile. Tutte queste modalità hanno una stessa radice: dimostrare di valere. Finendo per rafforzare la paura di non valere mai abbastanza. Anche la ricerca continua di rassicurazioni diventa una trappola. Da sollievo per poco, ma poi alimenta il dubbio
V – “Non mi basta finire un lavoro. Deve essere impeccabile. Ogni errore mi brucia come la prova che non valgo.”
Come superare l’inadeguatezza al lavoro?
La sindrome dell’impostare si nutre del silenzio. Parlarne, dare forma ai pensieri e osservare come funzionano le proprie paure è il primo passo per ridurne la forza.
La Terapia a Seduta Singola (Cannistrà & Piccirilli, 2020) aiuta a fare chiarezza, definendo obiettivi concreti e realistici su cui lavorare, capaci di produrre risultati tangibili anche in un solo incontro. Si lavora sul presente: su ciò che oggi alimenta l’inadeguatezza e su cosa è possibile cambiare sin da subito. Durante la seduta, la persona e il terapeuta lavorano insieme per identificare ciò che può essere fatto nel “qui e ora”. Può trattarsi di:
- affrontare una riunione senza la paura di non essere all’altezza;
- accettare un complimento senza metterlo in dubbio;
- esporsi di più in un progetto, anche se la voce interiore dice “non ce la farai”.
Esplorando le tentate soluzioni messe in atto e indagando le risorse e i punti di forza della persona si definisce un piano d’azione fatto di piccoli passi di cambiamento: immaginare come sarebbe se non ci si sentisse inadeguati, osservare momenti in cui ci si è sentiti più sicuri, annotarli, riconoscerli come meriti propri. Sono gesti semplici, ma potenti che spostano lo sguardo da ciò che manca a ciò che funziona.
La Terapia Seduta Singola non cancella il senso di inadeguatezza, ma aiuta a trasformarlo in consapevolezza e azione. Quando impari a guardarlo da vicino, a riconoscerlo e a capire come funziona, scopri che non ti sta dicendo “non vali”, ma “puoi crescere”. Impari a vedere con occhi diversi: quelli con cui guardandoti allo specchio riconosci il tuo valore e il tuo reale potenziale.
R. – “Non parlo delle mie paure con nessuno. Ho capito solo col tempo che anche le persone più competenti si sentono insicure.”
Se senti che il senso di inadeguatezza ti sta dominando sul lavoro, puoi chiedere aiuto a One Session (clicca qui)

Psicologa, in formazione presso la Scuola di Psicoterapie Brevi Sistemico Strategiche ICNOS.
Unisco la mia esperienza nel mondo del lavoro e delle organizzazioni alla pratica clinica, aiutando persone, famiglie e organizzazioni a ritrovare equilibrio, fiducia e direzione nei momenti di blocco o cambiamento.
Attraverso percorsi brevi e mirati, accompagno le persone a riconoscere e riattivare le proprie risorse, trasformando la difficoltà in opportunità di crescita.
Vivere col pilota automatico
Ti è mai capitato di arrivare a fine giornata e avere la sensazione di non aver vissoto col pilota automatico? Come se non avessi vissuto le ore appena trascorse? Hai fatto tutto quello che dovevi fare, tutto fila, apparentemente, eppure ti sembra che la tua vita stia andando avanti da fuori, mentre tu la guardi da fuori.
Come se qualcosa dentro si stesse spegnendo, piano piano, come se avessi attivato la modalità pilota automatico.
Il pilota automatico della mente
La modalità “pilota automatico” della mente nasce per proteggerci: il nostro cervello, per risparmiare energia, cerca la routine, l’abitudine, il ripetersi metodico degli stessi comportamenti. E questo è molto utile, perché ci permette di lavorare, guidare e gestire i mille impegni della vita senza doverci pensare troppo.
Il problema nasce quando cominciamo ad adottare il “pilota automatico” anche per le emozioni, per le relazioni, per le scelte. Quando smettiamo di chiederci “Cosa voglio davvero?” e cominciamo a muoverci per abitudine. O per dovere. O per paura di cambiare. Perché “Ormai va così.”
E a questo punto, cosa si può fare?
I segnali che stai viaggiando col pilota automatico
Alcuni piccoli indizi possono aiutarti a capire se stai vivendo con il pilota automatico:
- Ti senti spesso stanco, anche se non hai fatto nulla di “pesante” o “faticoso”;
- Hai la sensazione che le tue giornate siano tutte uguali;
- Ti accorgi che rispondi “tutto bene” anche quando non sei proprio sicuro che sia vero;
- Ti sembra di “guardarti vivere”, come se fossi spettatore più che protagonista.
Dietro questa sensazione non si nasconde necessariamente un problema clinico, ma piuttosto uno scollamento tra ciò che fai e ciò che senti, tra la direzione che stai seguendo e quella che vorresti intraprendere.
Il potere di un colloquio
In momenti come questo, non è sempre necessario un percorso lungo: a volte basta un incontro ben mirato per riattivare la consapevolezza e riprendere in mano il timone della propria vita. Per mettere a fuoco dove sei e dove vuoi andare.
La Terapia a Seduta Singola non è un “riassunto” della terapia, una versione ridotta, ma un intervento costruito per aiutarti a trovare – qui e ora – un punto di svolta concreto.
Durante l’incontro esplorerai, assieme al terapeuta:
- Cosa ti blocca oggi;
- Come funziona il problema in questo momento, nelle tue azioni e nei tuoi pensieri;
- Quale piccolo passo immediato può aiutarti a cambiare direzione, cambiare il tuo modo di reagire e di vivere la situazione.
L’obiettivo è proprio quello di muovere qualcosa. Un piccolo cambiamento, che possa aiutarti a ribilanciare l’intero equilibrio. Un sassolino, che buttato in acqua crea onde che si propagano per tutto il lago, che fino a prima era placido, immobile, immutabile.
Riprendi in mano la tua vita
Riprendere il controllo non significa necessariamente fare rivoluzioni o stravolgere completamente la propria vita, ma piuttosto tornare a scegliere consapevolmente.
Spegnere il pilota automatico dove non serve, insomma.
Un colloquio mirato può aiutarti a:
- Fare chiarezza su ciò che conta davvero per te;
- Individuare un primo passo pratico per il cambiamento;
- Riscoprire la sensazione di essere tu alla guida, non la routine o la paura.
Insomma, a volte la differenza tra continuare ad andare con il pilota automatico e tornare a guidare la tua vita, è racchiusa proprio in un’ora di tempo.
Un’ora dedicata a te per fermarti, osservare con uno sguardo nuovo e chiederti: in che direzione voglio andare?
Prenota subito il tuo colloquio: clicca qui
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore
Watzawick, J.H. Weakland, R. Fisch (1974). Change, sulla formazione e la soluzione dei problemi. Casa Editrice Astrolabio.

Ciao! Sono una Psicologa e Psicoterapeuta in formazione presso l’istituto ICNOS, sono iscritta all’Albo delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto (n.12680) e coordino una comunità per persone disabili.
Quando lo stress sul lavoro contagia la tua vita personale
Lo stress da lavoro parte da piccole cose, quasi impercettibili all’inizio. Piano piano invadono lo spazio personale: fermarsi un po’ di più in ufficio, portarsi a casa il malumore della giornata lavorativa, la notifica di lavoro nel giorno libero.
La condizione di stress da lavoro, tra le varie, può manifestarsi con problemi di concentrazione, ci fa vivere in una bolla di confusione che ostacola la nostra capacità di vedere con chiarezza ciò che funziona, ciò che funziona meno, o ciò non funziona affatto.
Questo articolo vuole offrire uno spunto per fare un passo indietro, adottare uno sguardo più esterno, utile a ripulire il campo, creare spazio utile alla riflessione e alla ridefinizione di equilibrio.
Anzitutto, occorre comprendere che il livello del problema non è mai solo individuale, ma sistemico: dal gruppo ristretto di colleghi, all’azienda, alla cultura, sino alla situazione storica/economica. Basti pensare ai profondi cambiamenti avvenuti nel mondo (pandemia, guerre ecc) e quanto questi influenzano da un lato la produttività e l’economia, dall’altro l’assetto valoriale e le necessità delle persone e dei lavoratori. Tutto questo incide sui significati che attribuiamo al lavoro, alla vita privata, sulla soddisfazione, sul benessere percepito ecc… .
Pur concentrandosi di seguito sul punto di vista del singolo, è importante tenere a mente che ci muoviamo all’interno di un contesto più ampio, che ha impatti su di noi a diversi livelli.
Sono (solo) il mio lavoro? Il confine identitario
Il rapporto tra chi sono e cosa faccio nella vita merita attenzione.
Storicamente il lavoro ha definito lo status, l’emancipazione e il valore di una persona. Ad oggi, è crescente una forte disillusione e scollamento dal lavoro come entità (quasi divina) per la realizzazione personale, complice la diminuzione di certezze e garanzie. Eppure, ciò che si è professionalmente è tra la prima cosa che diciamo nel presentarci ancora oggi.
Il grado di identificazione con il proprio lavoro può cambiare da persona a persona. Può dipendere da diversi aspetti: quanto appassionati si è del proprio lavoro, quanto il lavoro permette di applicare le proprie competenze e risorse, l’ambiente umano, la soddisfazione remunerativa ecc… .
Tuttavia, ognuno di noi è chiamato a interpretare diversi ruoli nella stessa giornata, con un unica fonte di energia a disposizione: noi stessi. Sta quindi a noi il compito di “bilanciare” la quantità di carica da dedicare ad ogni singolo ruolo e richiesta esterna, così come sta a noi ricaricarsi.
Quando è il lavoro a definirci per intero, rischiamo di sovraccaricare questo ruolo ed investirci come unico spazio di energie e riconoscimento, rischiamo di alimentare lo stress fino al risultato paradossalmente opposto: un senso di disconnessione e di vuoto.
In maniera complementare, la full immersion lavorativa potrebbe essere una tentata soluzione di trovare un senso di realizzazione laddove, per svariati motivi, in altri ambiti di vita non si riesce ad ottenere: la dedizione al lavoro diviene un atto di compensazione.
In ogni caso, si tratta di un campanello d’allarme.
Ridefinire sé stessi nelle diverse aree di vita e, quindi, anche fuori dal lavoro, aiuta a vedere con maggiore chiarezza qualità e quantità di energie che desideriamo dedicare ad ognuna di queste aree: un primo passo per creare un terreno fertile dove piantare confini sani.
Dove e quando? I confini spazio temporali
È ormai chiaro che la timbratura del cartellino non segna più il confine netto tra spazio-tempo “lavoro” e spazio-tempo “vita personale”. Complice la tecnologia (mail, smartworking, videoconferenze …) i confini sono diventati sfumati in poco tempo e sempre di più, senza un adeguato spazio di adattamento sociale e psicologico.
Primo step fondamentale per non entrare nel vortice di stress da lavoro quindi è acquisire consapevolezza di questa nuova fluidità: non viviamo più solo il lavoro ibrido, ma vere e proprie giornate ibride: rispondiamo alle mail dal divano, facciamo la spesa online dall’ufficio.
In questo contesto è importante ripensare anche il significato di confine. Non più qualcosa di invalicabile e fisso, ma una soglia mobile. Confine non rigido, ma sano e sostenibile.
Ci possono essere caratteristiche irrinunciabili e ferme, che dipendono dalle necessità individuali. Nel riflettere, sperimentare e definire le tue, tieni presente che un lavoro ben fatto ha bisogno di qualità più che di quantità e che la qualità è data da menti sufficientemente serene, che hanno spazio per pensare, ideare, migliorare.
Il segreto è allenarsi ad un auto-monitoraggio, chiedersi nel qui ed ora se ha davvero senso restare connessi, rispondere alla mail, fermarsi di più in ufficio. Quali sono, momento per momento, le reali priorità?
A mano a mano che l’allenamento darà i suoi frutti sarà via via più semplice individuare chiaramente i confini adattivi e sani. E quando questi verranno assertivamente comunicati, noterai la differenza: una sensazione di sollievo e centratura, anche nel multitasking.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale per gestire la tua vita lavorativa e personale, puoi chiedere aiuto a One Session (Clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Clark, S. C. (2000). Work/family border theory: A new theory of work/family balance. Human relations, 53(6), 747-770.
Coin, F. (2023). Le grandi dimissioni: Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita. Einaudi
Zanella, S. (2025). Basta lavorare così. Bompiani.

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.
Paura del fallimento: come trasformarlo in lezione preziosa
Ci sono diverse situazioni nella nostra vita in cui possiamo provare la paura del fallimento. Esse riguardano i contesti nei quali ci mettiamo alla prova, dobbiamo effettuare una performance, una prestazione.
Può riguardare situazioni in cui dobbiamo parlare in pubblico ad una conferenza al lavoro, ad un esame all’università o anche ad un’interrogazione a scuola. Questo timore riguarda quindi ogni periodo della vita e può riguardare anche diverse circostanze. Infatti la paura del fallimento è molto frequente anche negli sportivi prima di una gara o in ambito relazionale e sessuale.
Evitare per non sentire
Spesso le persone evitano la situazione di performance che le mette a disagio. Questo è un tentativo di risolvere la difficoltà che sul momento aiuta la persona sollevandola dal carico emotivo che prova, ma ha anche due potenti “effetti collaterali”.
Pensiamo al caso di uno studente che ha timore di presentarsi all’interrogazione a scuola o ad un esame all’università. Sicuramente abbasserà il suo stato di attivazione l’evitare di andare a scuola i giorni dell’interrogazione oppure non presentarsi all’appello d’esame. Ma ciò lo porterà a vedere l’interrogazione o l’esame sempre più insuperabile e complessi, non potendo infatti avere prova delle reali difficoltà della performance tenderà ad immaginare il peggio. Inoltre si sentirà sconfitto, e ogni volta che eviterà si sentirà sempre meno in grado di affrontare quella prova.
Trasformare la paura del fallimento in spinta per il successo
Prova a pensare che ogni volta che stai rimandando o evitando quella prestazione ti stai dicendo “non sono in grado”. Proprio come lo studente del nostro esempio.
Affrontare invece quello che ti spaventa dimostrerà a te stesso e agli altri che sei capace di confrontarti con l’errore e, se non dovesse andare come volevi, puoi capire dove migliorare.
Per apprenderere è necessario sbagliare! “Sbagliando si impara” è un proverbio antichissimo, era già presente in epoca romana (“errando discitur”), ma è anche attuale e comprovato come uno dei principali meccanismi di apprendimento. Infatti quando fallisci, non stai perdendo una guerra, ma stai imparando uno dei modi in cui si sbaglia. Quindi quando stai “fallendo” una prestazione stai in realtà apprendendo cosa sarà meglio “non fare” la volta successiva. Come un generale che persa la sua battaglia per una strategia sbagliata ne inventa una nuova e differente con cui vincerà l’intera guerra.
Prova ad affrontare la tua battaglia se ti accorgi di aver bisogno di un maggiore supporto da uno “stratega”, uno psicologo esperto in Terapia a Seduta Singola può aiutarti a trovare la strategia più adatta a te sfruttando le tue risorse personali. Prenota il tuo colloquio gratuito: clicca qui
Riferimenti bibliografici
Bartoletti, A. (2015). Lo studente strategico. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico. Milano: Rizzoli.
Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e combatterle. Firenze: Ponte delle Grazie.
Rampin, M. (2013). Come imparare a studiare. Milano: Salani.
Rampin, M. & Monduzzi, F. (2012). Come non farsi bocciare a scuola. Milano: Salani

Sbloccare la procrastinazione con un solo incontro
Il circolo vizioso della procrastinazione
Procrastinare vuol dire semplicemente rimandare e/o non iniziare attività che ci siamo prefissati o che sappiamo di dover svolgere. Diviene problematico quando diventa un atteggiamento quotidiano che caratterizza il tuo modo di agire o meglio di non agire subito.
È un sintomo molto comune, soprattutto tra gli studenti e le studentesse. Ma del resto a chi non è mai capitato di usare questa “strategia”?!
Uno dei motivi della procrastinazione può essere l’umore basso che, come un circolo vizioso, poi viene alimentato dalla procrastinazione stessa. Vediamo un esempio per chiarire il concetto. Immagina di essere uno studente poco motivato nello studio di un esame, che pensa di non essere all’altezza di quel compito, di non essere capace a concentrarsi o che si sente sconfitto ancora prima di iniziare. In casi simili è molto semplice lasciarsi trascinare dalla tristezza e dai sentimenti di sconfitta. Anche tu rimanderesti lo studio se fossi in lui, o sbaglio?! Ma questo studente vedendo l’esame avvicinarsi e senza aver visto al contempo le pagine da studiare diminuire trasformerà la sua tristezza in disperazione e ansia sentendosi sempre meno in grado e quindi continuando a rimandare e alimentando così il circolo vizioso di cui parlavamo.
Come uscirne con la Terapia a Seduta Singola?
Risulta evidente da quanto detto che questa strategia è positiva per la persona sul momento, il nostro studente quel giorno si sente sollevato quando decide di non studiare e fare altro, ma a lungo termine porta invece a umore negativo e a volte anche a conseguenze negative pratiche nella vita di tutti i giorni, come il dover rimandare l’esame a un’altra sessione.
Il metodo della Seduta Singola può aiutarti a smettere di rimandare interrompendo questo circolo vizioso di impegni, esami e attività fastidiose che si accumulano nella tua vita.
Nella Seduta Singola infatti:
• Ci si focalizza dapprima sul problema più impellente per te in quel momento, ad esempio per il nostro studente può essere il superare quell’esame che lo spaventa;
• Ci si pone un obiettivo per rendere quella seduta efficace e ottenere il massimo da quel singolo incontro, per il nostro studente potrebbe essere riuscire a studiare 20 pagine al giorno;
• Si analizzano quindi le tue risorse, ad esempio per il nostro studente potrebbero essere la capacità di sintesi, l’abilità a fare schemi o la passione per la materia di studio…
• e infine si struttura una strategia mirata e ritagliata su di te in base a quanto ci si è detti in precedenza. Avrai quindi una strategia personalizzata con dei piccoli esercizi da svolgere, per superare il tuo problema.
Una tecnica per smettere di procrastinare
La procrastinazione è una forma di evitamento da una situazione stressante che ci mette in difficoltà. Ma come faccio a smettere quindi di evitare, sbloccarmi e riuscire ad affrontare ciò che mi spaventa e mi stressa? Ecco una strategia solitamente usata nelle Terapie Brevi per la procrastinazione: la tecnica dei 7 minuti. È semplicissima, può sembrare assurda, ma credimi e soprattutto credi alla letteratura scientifica: funziona realmente. Datti un obiettivo e portalo avanti per 7 minuti. Ad esempio se devi studiare fallo per 7 minuti, se devi ripassare la coreografia di hip hop fallo per 7 minuti, se devi fare quel progetto di lavoro…
Provala! Se poi avrai ancora bisogno di supporto e vuoi provare la Seduta Singola contattaci (clicca qui), la nostra porta è sempre aperta!
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Giunti Editore.
Slive, A. & Bobele, M. (2011). When One Hour is All You Have: Effective Therapy for Walk-in Clients. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.
https://www.lostudiodellopsicologo.it/psicologia/smettere-di-rimandare/ (consultato in data 19/05/2025)

Migliorare la comunicazione con i figli con la Terapia a Seduta Singola
La comunicazione con i figli è tutt’altro che semplice. Figli adolescenti che sfidano le regole imposte dai genitori, mamme frustrate per la mancanza di collaborazione in casa, preadolescenti che si chiudono a riccio e non parlano, genitori che non riescono ad esprimere la rabbia in modo funzionale di fronte ai capricci dei bambini. Le problematiche della genitorialità sono tante.
Tra le tante sfide che devono affrontare quotidianamente i genitori, sicuramente quella della comunicazione è una delle più complesse. La comunicazione con le persone a noi vicine è infatti il canale attraverso cui si costruisce, si determina e si mantiene la relazione. Le incomprensioni, i litigi, le difficoltà nell’ascolto o la mancanza di comunicazione sono tra le cause più frequenti per cui una famiglia o dei genitori si rivolgono allo psicologo. Altre volte, sebbene la motivazione che spinge a cercare il supporto di un professionista sia di altro tipo, la comunicazione rimane comunque una delle principali leve per il cambiamento e per l’intervento sistemico.
Il metodo della terapia a seduta singola per i genitori
La Terapia a seduta singola può essere un valido metodo d’intervento con problematiche legate al sostegno genitoriale e, più nello specifico, alla comunicazione con i figli. Questo approccio infatti permette di lavorare in modo focalizzato e specifico su un problema, con una propensione a cercare soluzioni concrete e rispendibili già dopo la seduta. Il cambiamento infatti, può innescarsi anche dopo un singolo incontro, soprattutto se i genitori e il terapeuta perseguono un obiettivo chiaro, misurabile e concreto.
Tra i principi della Terapia a seduta singola, infatti, la definizione dell’obiettivo è fondamentale per poter lavorare mantenendo il focus sul tema portato dai genitori. Dopo una prima analisi del problema il terapeuta guiderà la coppia nell’individuare le possibili strategie e soluzioni alla sua risoluzione. Altro principio importante poi, è di identificare le risorse già presenti nella famiglia, tra i suoi componenti e nel contesto intorno a loro. Lavorare sui punti di forza permette di amplificare in modo più proficuo le possibili strategie che si definiranno durante l’incontro. Se ad esempio uno dei genitori riesce ad esprimere meglio le proprie emozioni anche quando si arrabbia, possiamo allenare la coppia a validare anche le emozioni del figlio.
Ciò che permette di rendere un solo incontro efficace ed efficiente è sicuramente focalizzare i propri sforzi sul presente: concentrarsi sul presente e sul futuro infatti incoraggia i genitori a non colpevolizzarsi e rimanere bloccati sul problema, ma li orienta al futuro con uno sguardo di speranza. Il terapeuta potrà infatti delineare nel corso della seduta quali sono i primi passi che la coppia può muovere una volta terminata la seduta: identificare un piccolo primo passo verso una comunicazione efficace rende più semplice la via per il cambiamento.
Strategie pratiche per una comunicazione efficace
Ma perché il tema della comunicazione si presta molto bene alla Terapia a seduta singola? Ci sono due motivi principali: il primo dipende dalla domanda che molto spesso portano i genitori. A differenza di altre tematiche, quelle della genitorialità sono spesso mosse da un’urgenza e dalla necessità di trovare strategie concrete e pratiche. Lungi dal fornire soluzioni miracolose, l’approccio si concentra sull’attivazione di risorse esistenti e sull’introduzione di piccoli cambiamenti significativi. Il secondo è che molto spesso ciò che manca ai genitori sono gli strumenti e le conoscenze per sbloccare situazioni che viste da dentro possono apparire complesse e che invece possono risolversi con semplici interventi psicoeducativi.
In questo contesto, la Terapia a Seduta Singola offre ai genitori strumenti pratici e immediatamente applicabili per migliorare la comunicazione con i propri figli. Vediamo alcune strategie chiave che possono emergere durante una singola seduta.
L’Ascolto Attivo come punto di partenza:
Un primo passo per migliorare la comunicazione con i figli, può essere quello di comprendere e praticare l’ascolto attivo. Questo non significa solo sentire le parole del figlio, ma prestare piena attenzione, mostrare interesse attraverso il linguaggio del corpo (contatto visivo, cenni), e riflettere ciò che è stato detto per assicurarsi di aver compreso il messaggio e, soprattutto, il sentimento sottostante. Ad esempio, di fronte a un figlio adolescente che esprime frustrazione per un divieto, il genitore potrebbe essere guidato a rispondere: “Quindi, se ho capito bene, ti senti limitato e arrabbiato perché vorresti…”. Questo semplice atto di validazione può disinnescare la rabbia e aprire un dialogo più costruttivo.
Comunicare con “Messaggi Io”:
Spesso, le interazioni conflittuali sono alimentate da accuse e giudizi espressi con “messaggi tu” (“Tu non mi ascolti mai!”, “Tu sei sempre disordinato!”). Il terapeuta può introdurre l’uso dei “messaggi io”, che permettono al genitore di esprimere i propri sentimenti e bisogni senza attaccare il figlio (“Io mi sento frustrato quando trovo i tuoi vestiti sul pavimento perché per me è importante che la casa sia ordinata”). Questo approccio promuove l’empatia e riduce la reazione difensiva.
Porre domande orientate alla soluzione:
Invece di focalizzarsi sul problema e sulle sue cause, il terapeuta può incoraggiare i genitori a porre domande che orientino il figlio verso la ricerca di soluzioni. Domande come “Cosa ti aiuterebbe a sentirti più ascoltato?”, “Quale piccolo passo potresti fare per risolvere questa situazione?”, o “Come potremmo collaborare per trovare un modo che funzioni per entrambi?” stimolano la riflessione e la responsabilità del figlio, naturalmente in linea con la sua età.
Validare le emozioni, non necessariamente il comportamento:
Un aspetto cruciale della comunicazione con i figli è riconoscerne e accettarne le emozioni, anche quando il comportamento non è condivisibile. Il terapeuta può aiutare i genitori a distinguere tra il sentimento e l’azione, suggerendo frasi come: “Capisco che tu sia molto arrabbiato per quello che è successo, e questo è un tuo diritto. Però, il modo in cui lo esprimi non è accettabile”. Questo permette al figlio di sentirsi compreso nella sua esperienza emotiva, rendendolo più disponibile ad ascoltare i limiti posti al suo comportamento.
Concentrarsi sul presente e sul futuro per innescare il cambiamento:
Come accennato, la TSS spinge i genitori a non rimanere intrappolati nel passato o nella colpevolizzazione. Il terapeuta può guidare la conversazione verso il “cosa possiamo fare adesso?” e “come possiamo fare diversamente in futuro?”. Questo approccio pragmatico incoraggia i genitori a sperimentare nuove modalità comunicative, concentrandosi sui piccoli passi concreti che possono portare a un miglioramento tangibile della relazione. Ad esempio, invece di rimproverare costantemente il figlio per i ritardi, il focus potrebbe spostarsi su come organizzare meglio i tempi insieme per evitare future tensioni.
In conclusione, la Terapia a Seduta Singola offre un’opportunità preziosa per i genitori di acquisire strumenti comunicativi efficaci in tempi brevi. Attraverso la definizione di obiettivi chiari, l’attivazione delle risorse familiari e un focus orientato alla soluzione, anche un singolo incontro può rappresentare un catalizzatore per un cambiamento positivo nella dinamica comunicativa tra genitori e figli, aprendo nuove vie per la comprensione e la connessione. Puoi prenotare il tuo colloquio gratuito con One Session cliccando qui.
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Editore
Firenze.Hoyt M., Cannistrà F. (2023). Conversazioni di terapia breve. EPC
Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Ponte alle Grazie
Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2012). Modelli di famiglia. Ponte alle Grazie.
Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.
Vita frenetica: come ritrovare il tempo per se stessi
Una vita frenetica e le sue conseguenze
Già è finita questa giornata? Ma non ho ancora finito di fare tutto quello che dovevo/volevo fare! Mi servirebbe una giornata di 48 ore! Accumulo sempre ritardi su ritardi!
Quante volte ci ritroviamo a dire o a sentire frasi di questo tipo? Nel mondo frenetico di oggi il tempo sembra non bastarci mai e correndo tra un impegno e l’altro, tra un appuntamento e l’altro ci dimentichiamo di dare appuntamento alla persona più importante della nostra vita…a noi stessi!
Sì, hai capito bene, ti sto invitando a prenderti del tempo per te. Darti un appuntamento con te stesso/a è tanto più importante tanto più la tua vita è frenetica.
Vivere una vita tesa, al limite, stressante e caotica ha infatti delle conseguenze: crea un circolo vizioso per il quale questo diventerà un tuo modello di comportamento automatico e poi sempre più sponta-neo “intrappolandoti” in una routine disfunzionale.
L’importanza di un appuntamento con se stessi
Tutta la frustrazione per non riuscire a fare mai quanto vorresti ti genera stress e abbassa la tua autostima.
Sì perché se non ti dai del tempo per te stesso, per “buttare fuori” tutto quello che hai dovuto affrontare nella settimana non riuscirai ad affrontare serenamente la settimana successiva. Facciamo un esempio: secondo te sarà più produttiva, in un’ipotetica settimana, una persona che è serena e riposata o una persona ancora appesantita dalla settimana precedente?
Bisogna darsi il tempo di elaborare quanto abbiamo affrontato. Per dissipare quella nebbia pesante che senti nella mente hai bisogno di prenderti il tempo di aspettare che sorga il sole e rischiari lim-pidamente l’aria, riscaldandola e rendendoti in grado di vedere dove stai andando e dove vuoi andare.
Strategie per trovare il tempo per sé
Ma mi dirai…come faccio a trovare il tempo anche per me se non riesco a dare tempo neppure al lavoro, allo studio, agli amici, alla famiglia?
Sembrerà una banalità, ma basta organizzarsi e mettere anche il tuo tempo con te stesso tra le priorità della tua vita.
Quindi come fare? Ecco 3 esarcizi pratici e semplici derivati dalla Terapia Breve:
- Prenditi un tempo specifico per definire a tavolino l’organizzazione settimanale o mensile;
- Impara a dare la priorità ai tuoi impegni, lo so che sembrano tutti ugualemnente importanti e irrinunciabili, ma prova a fare una lista dei tuoi impegni e a sceglierne 3 che dovrai portare a termine prima di poter passare agli altri. Puoi fare questo esercizio ogni giorno o, per impegni più complessi, ogni settimana, o ogni mese, o ogni anno;
- Tra questi impegni irrinunciabili inserisci almeno un appuntamento settimanale con te stesso/a. Del tempo, dello spazio, dell’intimità dove poterti guardare ed esternalizzare il carico della settimana. Puoi tenere un diario, dipingere, ascoltare o creare musica o quello che più si av-vicina al tuo modo di essere.
Se non riesci a trovare un equilibrio da solo con queste strategie generali la Terapia a Seduta Singola può darti strumenti personalizzati sfruttando le tue risorse!
Prenota il tuo incontro gratuito con One Session, compilando il form (clicca qui)!
Riferimenti bibliografici
Giovannone, M. (2010). I rischi psicosociali: un focus sullo stress lavoro-correlato.
Smart, A. (2014). In pausa. Come l’ossessione per il fare sta distruggendo le nostre menti. Milano: Indiana.

Imparare a dire di no: strategie per una comunicazione efficace.
Se “scusa sembra essere la parola più difficile”, come canta Elton, vorrei che ora ti concentrassi su quante e in quali occasioni riesci a dire “No”.
Dire no può essere difficile in quanto attiene a diversi aspetti: paura, bisogno di sentirsi accettati e apprezzati, confini personali non sempre chiari ecc. Insomma, la capacità di rifiutare le richieste esterne è una competenza essenziale per il nostro benessere, una vera e propria abilità da acquisire.
Il ruolo della comunicazione assertiva
Per costruire questa abilità comunicativa partiamo dalle fondamenta: la comunicazione assertiva. L’assertività è il giusto mezzo del continuum tra passività e aggressività. Permette di far valere i propri diritti, opinioni e bisogni, senza calpestare quelli dell’Altro, nel pieno rispetto reciproco.
Spesso siamo abituati a sacrificare noi stessi, in virtù dell’apparire piacevoli, gentili. Il timore di essere percepiti scortesi, egoisti o il timore di essere giudicati o di entrare in conflitto, possono portare a dire sempre di sì, anche quando dentro di noi urleremmo volentieri “NO”. Finiamo così per adottare uno stile comunicativo maggiormente sommesso, passivo, che a sua volta ci fa perdere di vista noi stessi, accumulare stress e, a volte risentimento. Con risultati negativi sul nostro benessere e sulle relazioni. Talvolta, portandoci all’estremo opposto: ti è mai capitato di dire/pensare: “Io accumulo, accumulo, poi scoppio!”? Eccoti qui. Hai fatto il salto sul versante dell’aggressività.
Il primo passo verso l’equilibrio e la comunicazione assertiva, passa proprio attraverso il riconoscimento dei propri sentimenti e bisogni. Osservarti, chiederti cosa provi e che bisogno si cela dietro quell’emozione, ti aiuterà poi a comunicarlo. Il secondo passo, sarà aggiungere l’empatia alla modalità di comunicazione all’esterno.
Allenarsi a questo auto-riconoscimento e ad una comunicazione di questo tipo, porterà ad una maggior chiarezza dei confini personali, maggior senso di autostima e benessere complessivo.
Nell’ottica della comunicazione efficace, dire no non significa rifiutare una persona, ma proteggere il proprio spazio, tempo ed energie. Più pratichiamo l’assertività, più diventa semplice dire no senza paura di compromettere le nostre relazioni.
I no assertivi e non violenti: esempi e suggerimenti
Per iniziare, il suggerimento è partire dal più piccolo e semplice dei no che potresti dire oggi. Quando lo avrai fatto, osservati, godi dei benefici che avverti e comprendi quali aspetti sono per te più difficoltosi: ti sarà più facile ripetere l’esercizio. Altra cosa a cui porre attenzione è la coerenza tra comunicazione verbale e non verbale: evita occhi bassi, posizioni di chiusura, voce tremolante ecc. Lo specchio può essere tuo amico in questo allenamento.
Il no può essere chiaro e diretto: “No, non posso” / “Grazie, ma non mi va”. Nei casi in cui ti è possibile, puoi offrire un’alternativa, ad esempio: “Mi spiace, oggi non mi è possibile occuparmi di questo, se vuoi posso farlo la prossima settimana”. Anche un tipo di linguaggio positivo può aiutarti a rispettare te stesso, senza esporti ad un rifiuto netto. In questo caso il “non posso” può essere espresso sotto forma di bisogno: “ho bisogno di portare a termine queste cose…” / “ho bisogno prioritariamente di rispettare queste scadenze…”.
Ulteriori difficoltà al rifiuto le troviamo quando chi abbiamo davanti insiste. L’olimpiade del no. Come si affronta? Ripetendo il rifiuto: “Comprendo la tua richiesta, ma in questo momento non posso soddisfarla”. E se non basta? Fallo ancora, fino all’utilizzo del “disco rotto”, una vera e propria tecnica che consiste nel ripetere il rifiuto dinanzi alla pressione, senza cedere, senza aggiungere spiegazioni/giustificazioni e mantenendo la chiarezza e la propria posizione.
Dire no può sembrare a volte troppo difficile, ma allenarsi, partendo anche dai no più semplici, può portare nel tempo a riscoprire maggiore sicurezza e relazioni più sane. Ogni volta che diciamo sì quando vogliamo dire no, diciamo no a noi stessi.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale, gli psicologi di OneSession.it ti offrono la possibilità di prenotare un primo colloquio gratuito. Per prenotare il tuo incontro, puoi compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Alberti, R. E., & Emmons, M. L. (2017). Your Perfect Right: Assertiveness and Equality in Your Life and Relationships. New Harbinger Publications
Rosenberg, M. B., & Costetti, V. (2010). La comunicazione nonviolenta. Esserci.
Speed, B. C., Goldstein, B. L., & Goldfried, M. R. (2018). Assertiveness training: A forgotten evidence‐based treatment. Clinical Psychology: Science and Practice, 25(1), 20.

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.
Come i social influiscono sulle nostre emozioni
I social influiscono sulle nostre emozioni? Come? Come possiamo gestirle?
Una nuova forma di comunità
Analizzare la società attraverso lo studio dei canali social, è possibile?
Di certo i canali social sono il campo di osservazione privilegiato e più aggiornato per capire la società e stare al passo con la sua evoluzione e i suoi cambiamenti.
Essi rappresentano una comunità che seppur virtuale, è sempre una comunità e come tale ha le sue regole, i suoi valori, le sue rappresentazioni.
Palestra e palcoscenico. Nelle comunità social, infatti, si sperimentano e si allenano emozioni, atteggiamenti, idee ma soprattutto si esprime la propria interiorità. Basta poco per renderci conto che questa nuova forma di comunità ha radicalmente rivoluzionato il nostro modo di comunicare e ha impattato fortemente sul nostro mondo emotivo, sulla nostra vita e sulle nostre abitudini.
I social network contano miliardi di utenti iscritti in tutto il mondo e riempiono il nostro tempo, rendendo più leggere le attese e più ricca e attiva la nostra comunicazione. Ci permettono di dare e ricevere informazioni e di condividere momenti, importanti o quotidiani, della nostra vita. Questo significa che ad essere pienamente convolti, nel loro utilizzo, sono il nostro corpo, i nostri sensi, la nostra identità e le nostre relazioni.
I social sono diventati un diario giornaliero, un luogo in cui esprimersi e confrontarsi, un posto dove sentirsi sicuri o minacciati. Il tutto attraverso un semplice click.
Il digitale, i nuovi media e le nuove tecnologie rappresentano il nuovo potente scenario esistenziale nel quale oggi siamo immersi fin dal momento in cui si viene al mondo e relazionarsi ad esso rappresenta necessità e opportunità. Difatti spazio, tempo e relazioni sono stati e sono fortemente influenzati da questo nuovo scenario esistenziale e questo ha significato fissare nuovi orizzonti e prospettive. Da circa due decenni infatti la quotidianità è stata ridefinita, dai concetti di spazio e tempo alle relazioni interpersonali come anche all’idea di sé e del proprio registro emotivo.
Il ruolo delle emozioni al tempo dei social
“Tutti sanno cos’è un’emozione fino a che non si chiede loro di definirla” (Fehr e Russell, 1984).
Le emozioni sono coinvolte in tutte le nostre attività cerebrali. Sono inoltre fondamentali e indispensabili nei processi di elaborazione, scrittura, memorizzazione, lettura, calcolo.
Protagoniste assolute del nostro vivere e sentire quotidiano, difatti ogni relazione umana si fonda sulle emozioni. Il filosofo greco Aristotele diceva che noi uomini siamo animali sociali: abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere e questo significa fare i conti quotidianamente con emozioni e sensazioni diverse.
Le emozioni abitano le nostre vite e, in un mondo sempre più interconnesso nel quale entriamo costantemente in contatto con persone, idee e culture differenti è essenziale imparare a leggere ogni stimolo come occasione di crescita, di esplorazione, come scintilla di vita.
I social hanno avviato un nuovo modo di vivere e sperimentare le nostre emozioni. Penso all’amore e a come il primo approccio avviene sempre più spesso attraverso lo schermo di un computer o di un cellulare. I sentimenti e il loro bisogno di toccarsi hanno iniziato a sperimentarsi in nuove dimensioni mantenendo, perdendo o addirittura amplificando la loro intensità.
La nostra intimità, il nostro privato sono continuamente esposti al mondo esterno. Tutto quello che facciamo o pensiamo viene mostrato o raccontato agli altri in tempo reale. Umberto Galimberti parla di “crollo di quelle pareti che consentono di distinguere l’interiorità dall’esteriorità”.
Il mondo virtuale ha acceso i riflettori anche sullo sperimentare nuove emozioni come la paura di restare fuori, FOMO (fear of missing out). Gli effetti di questa paura sono adolescenti o adulti in ansia se non riescono a controllare il proprio smartphone che non è solo un telefono ma la chiave d’accesso allo stare insieme, all’esserci. Adolescenti o adulti alla ricerca costante e talvolta esasperata di un like che risponde ad un bisogno di approvazione, di essere accettati dagli altri.
Come gestire le socialemozioni negative?
La comunicazione social, con i suoi like, le emoji, i messaggi vocali, i video, i filtri, le applicazioni, ha certamente sdoganato le emozioni dalla difficoltà di esprimerle con le sole parole e con i gesti. Ha fatto crescere le opportunità di interazione sociale e rinforzato le competenze sociali.
I social possono però aggravare anche le fragilità emotive o psicologiche che già esistono nel mondo offline.
Il rischio è che l’immediatezza e la compulsività con cui ci viene chiesto di esprimere i nostri stati emotivi, nell’universo online, sembrano renderci più impulsivi e meno consapevoli di quello che proviamo e di come sappiamo o riusciamo a gestirlo. Montiamo infatti continuamente, tra la nostra interiorità e la nostra esteriorità, filtri e protezioni. Volendo usare una metafora, i social sono un tipo speciale di tapparella: quella con fessure piccole che permette di guardare fuori ma non concede sempre, da fuori, di guardare dentro.
Le emozioni umane e le loro tortuosità trovano protezione ma anche prigione in questi filtri. Vi è infatti grande differenza tra il mondo che abbiamo dentro di noi e la vita vera, quella che accade al di fuori.
La rete è la più grande invenzione di tutti i tempi, un cambiamento epocale di cui bisogna saper cogliere opportunità e potenza. Gestire le emozioni, nuove e antiche, che il tempo social ci pone dinanzi significa attraversare la linea d’ombra e dunque mettersi a cercare per conoscersi, ascoltarsi, avere il coraggio di essere se stessi fuori e dentro la rete.
Gli psicologi del team “Onesession” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola.
Per maggiori informazioni, puoi inviare una email a info@onesession.it o prenotare il tuo colloquio cliccando qui
Riferimenti bibliografici
Della Seta L, Vivere le emozioni: per capire i disturbi dell’umore e liberarsi dall’ansia, Venezia, Sonzogno, 2014
Galimberti U., I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano, Feltrinelli, 2020
Tempera D., I ragazzi italiani passano due mesi all’anno sui social: cos’è la dipendenza da smartphone e come difendersi, www.ilsecoloxix.it, 4 dicembre 2020

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Come smettere di rimuginare
Come smettere di rimuginare? In questo articolo scopriremo cosa significa rimuginare e come puoi smettere.
L’erba cattiva non muore mai, ma a volte…
Pensare è fondamentale per l’uomo, è quello che ci distingue dagli altri esseri viventi. Ma quando pensare diventa troppo, “pensare oltre il pensabile” (Nardone, 2011), anche il pensiero non è più utile e funzionale.
Hai presente i pensieri che non se ne vanno via, che ronzano come una zanzara fastidiosa intorno al tuo cuscino di notte? O che ti tartassano rumorosamente come un martello pneumatico? Questo pensiero ricorrente e fastidioso è chiamato Rimuginio.
Immagina questo tuo pensiero fisso come un’erba infestante che cresce a dismisura. Rimuginare non è altro che mettere fertilizzante su questa pianta.
Ma come smettere di pensare? Ovviamente non si può smettere totalmente di pensare, né si può smettere di rimuginare su una determinata cosa semplicemente volendolo. Non si può semplicemente sradicare l’erbaccia.
Gli effetti dell’erba cattiva
Il rimuginio fa ripetere in maniera persistente gli elementi del problema, ti intrappola tra rami e foglie sempre più fitte portandoti a un sempre crescente disagio che ti può dare l’impressione di non risuscire più a vedere la luce tra il fitto fogliame.
Inoltre anche se ogni tanto ti sembra di intravedere qualche raggio di sole tra le fronde, qualche soluzione possibile al problema che ti affligge non riesci a credere che questa sia realmente sufficiente per risolvere i dubbi tanto grandi che ti ronzano in testa.
Ma ci sono diverse strategie che si possono utilizzare per interrompere il rimuginio e per far avvizzire questa erbaccia, eccone un paio.
Schiocca e dimentica
La tecnica dello schiocco consiste semplicemente nello schioccare le dita e dirsi: “ Giulia, torna qui!” ovviamente con il tuo nome. Fai questo ogni volta che ti accorgi di essere travolto dal tuo martello pneumatico di pensieri. Questa è una semplice tecnica di distrazione, ma se la metti in atto abbastanza a lungo ti porterà a modificare l’abitudine di rimuginare. Ti permetterà quindi di togliere il fertilizzante di cui parlavamo prima e di far seccare l’erbaccia, pian piano, fino alle radici.
Sicuramente all’inizio schioccherai le dita ma il pensare e ripensare riprenderà perché l’erbaccia è ben radicata, è normale sicome questa è un’abitudine per te. Per modificarla bisogna che continui a schioccare le dita, a fermare il fertilizzante, piano piano la pianta si seccherà.
Pensiero su carta
Un’altra tecnica di distrazione è scrivere i tuoi pensieri anziché pensarli, non solo una volta al giorno come in un diario, ma trasformando costantemente il pensiero in scrittura. Invece di pensare, scrivere tutto, ogni 5 minuti.
Mi raccomando scrivi a mano con carta e penna. Una serie di studi mostrano che i processi cognitivi coinvolti nello scrivere in carta e penna sono diversi o sono processati in modo differente rispetto allo scrivere in digitale.
Inoltre non rileggere mai ciò che hai scritto. Se rileggi infatti stai tornando a nutrire la tua erbaccia, alimenti il pensiero con il fertilizzante. Scrivere invece ti permette di interrompere tale nutrimento,
togliendo i tuoi pensieri dalla testa e ponendoli sulla carta. Questo, sempre piano piano, ti permetterà di far seccare la pianta infestante.
Se ti accorgi di aver bisogno di maggiore aiuto i professionisti di One Session sono pronti ad affiancarti con un colloquio di Terapia a Seduta Singola gratuito (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Hoyt, M. F. (2020). The nine logics beneath brief therapy interventions: A framework to help therapists achieve their purpose. Journal of Systemic Therapies, 39(1), 19–34
Nardone, G., De Santis, G., (2011). Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male. Ponte alle Grazie
Pennebaker, J.W. (2004). Scrivi cosa ti dice il cuore. Milano: Erickson.

Lo psicologo nelle aziende: perchè è utile?
Quando pensiamo al connubio psicologo e aziende, pensiamo facilmente agli aspetti di reclutamento e selezione del personale. Ma ciò che ci viene facilmente in mente, non è forse riduttivo rispetto a ciò che ci può davvero essere utile?
In questo articolo poniamo l’attenzione su altri, quanto importanti aspetti a favore dello psicologo nelle aziende: dalla cura del benessere individuale del lavoratore, al miglioramento dell’ambiente organizzativo e della performance.
Benessere mentale e performance
Lo psicologo nelle aziende può intervenire su diverse problematiche inerenti il benessere mentale e il lavoro, quali stress, burnout e ansia.
In Italia la metà dei lavoratori riporta di non sentirsi a proprio agio sul posto di lavoro. Oltre il 10% avrebbe sperimentato vissuti legati a stress lavoro correlato, quali affaticamento cronico, difficoltà di concentrazione e irritabilità.
Nei casi più gravi i sintomi possono configurarsi come “burnout”, definito dall’OMS come sindrome da stress cronico mal gestito. Questa condizione si caratterizza per esaurimento emotivo, disinvestimento lavorativo e ridotta efficacia professionale. Inoltre pone l’attenzione sull’importanza di interventi tempestivi e preventivi sui posti di lavoro.
Tali condizioni non solo riducono la qualità della vita dei lavoratori, ma hanno anche un impatto negativo sulla produttività aziendale, aumentando l’assenteismo e il turnover. La possibilità di poter accedere ad un colloquio con uno psicologo aziendale può aiutare a ridurre (e prevenire) queste problematiche, aumentando anche la produttività e la qualità del lavoro svolto: una persona che sta bene lavora in maniera più efficace ed è maggiormente in grado di accedere alle proprie capacità creative e di problem solving.
La formazione e il team
Uno psicologo in azienda può avere un ruolo fondamentale nel monitorare bisogni e necessità aziendali in termini di formazione e sviluppo. Gli psicologi sono in grado di effettuare valutazioni accurate dei bisogni formativi attraverso analisi delle prestazioni, valutazione dei feedback e conduzione di interviste ad hoc. Questo risponde alla necessità della formazione continua in azienda ponendo attenzione non solo alle competenze tecniche, ma anche alle competenze trasversali, sempre più rilevanti nel mondo del lavoro.
Attraverso la raccolta dei dati lo psicologo aziendale può progettare programmi di formazione specifici su temi cruciali come la comunicazione efficace, la gestione dei conflitti e il lavoro in team. Quante volte abbiamo sperimentato la situazione in cui un progetto aziendale è rimbalzato da reparto a reparto, con una mancanza di visione globale che porta a rallentamenti e incomprensioni, con risultati negativi sul prodotto finale, il bilancio delle risorse impiegate e sul grado di soddisfazione interna?
Lo sviluppo di queste competenze non solo migliorano la produttività ma promuovono un ambiente di lavoro più efficiente e sano riducendo malintesi e conflitti, permettono di crescere a livello personale e professionale e favoriscono la coesione del gruppo e la collaborazione.
Attrattività dell’organizzazione
Il mercato del lavoro è in costante evoluzione e le persone oggi scelgono il luogo di lavoro in base anche a fattori quali la cultura aziendale, la possibilità di un buon bilanciamento vita-lavoro, la presenza di benefit e welfare aziendali.
La presenza di uno psicologo in azienda permette di sviluppare una cultura aziendale basata su una comunicazione efficace, un progresso costante a livello sistemico, migliorando la performance del singolo quanto del gruppo.
Lo psicologo in azienda, oltre a migliorare le competenze relazionali, attraverso i singoli colloqui e i programmi formativi sopra citati, può occuparsi della crescita personale e professionale dei dipendenti. Questo include lo sviluppo di capacità di leadership, gestione del tempo, public speaking ecc. Inoltre, lo psicologo può supportare lo sviluppo e la promozione di piani di carriera personalizzati basati sull’analisi e il progresso delle competenze, trasmettendo ai dipendenti meritocrazia e valorizzazione. Tutti elementi cruciali per il successo e il mantenimento della motivazione a lungo termine.
L’insieme di tutte queste opportunità può favorire l’appetibilità dell’azienda agli occhi dei candidati. La coesione e la diffusione della cultura aziendale aiutano a sviluppare inoltre un maggiore senso di appartenenza che favorisce a sua volta la permanenza dei talenti, riducendo il turnover e i costi associati alla formazione di nuovi dipendenti.
Il benessere dei dipendenti non è solo una questione etica, ma anche un investimento strategico che può portare a significativi miglioramenti nella produttività aziendale e nell’attrattività di nuovi talenti.
Riferimenti bibliografici
Harter, J. K., Schmidt, F. L., & Keyes, C. L. M. (2003). Well-being in the workplace and its relationship to business outcomes: A review of the Gallup studies. In C. L. M. Keyes & J. Haidt (Eds.), Flourishing: Positive psychology and the life well-lived (pp. 205–224)
Senge, P. M. (2006). The Fifth Discipline: The Art & Practice of The Learning Organization. Currency Doubleday
https://www.ilsole24ore.com/ (consulato in data 1/7/2024)

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.
Blocco dello studente: come la Terapia a Seduta Singola può aiutare
Sei vittima del “blocco dello studente”? Sei nel mezzo della sessione e, per quanto ti sforzi in tutti i modi a concentrarti, ogni tentativo è vano?
La Terapia a Seduta Singola può aiutarti ad affrontarlo!
Pensare di poter risolvere un problema, magari che dura da tempo, in un solo incontro e avere effetti duraturi crea spesso scetticismo e poca fiducia.
Ciascuno di noi ha dei bisogni. La possibilità di soddisfarli in un tempo breve, può diventare una grande conquista sia temporale che psicologica.
La Terapia a Seduta Singola è un metodo, che si pone come obiettivo di fare psicoterapia o consulenza psicologica puntando a raggiungere il massimo da ogni incontro. Si focalizza sui bisogni urgenti della persona utilizzando manovre e interventi che possono, anche in un solo incontro, rendere utile e concreto l’intervento del professionista. Soluzioni su misura, capaci di rendere possibile il cambiamento anche in una sola seduta.
Sarà poi la persona a valutare se pensa di poter affrontare da sola la difficoltà che lo ha portato in terapia oppure scegliere di varcare nuovamente quella “porta”, la porta del terapeuta, che resterà sempre aperta.
Terapia a Seduta Singola: conosciamola meglio
La Terapia a Seduta Singola affonda le sue radici teoriche nel costruttivismo, dando alla persona la possibilità di cercare e costruire nuove realtà e di innescare un cambiamento consequenziale. Un cambiamento nella percezione di se stessi, degli altri e del mondo.
L’idea di una terapia al bisogno può sembrare forte e rivoluzionaria ma in realtà la applichiamo in tanti ambiti della nostra vita. Lo facciamo senza accorgercene. Andiamo dall’oculista perché ci dia una nuova prescrizione di lenti, dal momento che notiamo di non vedere bene da lontano.
Ci rivolgiamo al gommista per sostituire la ruota bucata.
Chiamiamo il dentista per curare una carie.
Funziona così anche per i bisogni psicologici. Certo ci saranno situazioni che necessiteranno di tempi maggiori, ma allo stesso tempo ci saranno problemi risolvibili in tempi brevi.
A fare la differenza sono sia la persona con le sue risorse che lo psicoterapeuta con la sua capacità di porre al centro la persona.
La Terapia a Seduta Singola può essere utile per: ansia, attacchi di panico, fobie specifiche, insonnia ma anche per prendere una decisione, per gestire lo stress o una crisi improvvisa, per avere un confronto.
Superare una prova
Nel 1973 va in scena una commedia del grande drammaturgo napoletano Edoardo De Filippo, “Gli esami non finiscono mai”. Il racconto della vita del protagonista, dal giorno in cui si laurea a quello della sua morte, è segnato dagli infiniti esami che la vita gli riserva in ogni campo.
Ogni giorno siamo chiamati a sostenere una prova. Nel lavoro, nelle relazioni, a scuola, all’università, nella società, in famiglia.
Questo significa fare i conti con ansia e stress. Se poi la posta in gioco è alta, come inseguire il proprio futuro e i propri desideri, la situazione si complica.
Affrontare un esame universitario è un’esperienza impegnativa dal punto di vista emotivo e dello stress. Studiare, ripassare per settimane, mesi e poi concentrare tutto lo sforzo in un unico momento. Pochi attimi in cui ci viene richiesta una prestazione adeguata e capace di centrare l’obiettivo, sia dal punto di vista tecnico che psicologico.
Sostenere un esame significa infatti fare i conti con possibili vuoti di memoria, attacchi di ansia, imbarazzo. Sensazioni dovute alla paura di non essere preparati abbastanza, al modo in cui si studia, al tempo che si dedica all’esame. Una vera e propria sfida per la nostra mente e per il nostro organismo.
Nel momento in cui si conosce la data dell’esame, si iniziano a sperimentare diversi livelli di stress, la cui intensità varia all’avvicinarsi della prova. Il corpo e la mente vivranno dunque molti momenti di alti e bassi per gestire la tensione a lungo termine.
Lo stress infatti ci mette in allerta da un pericolo imminente, tempi prolungati richiedono pertanto un’adeguata padronanza della situazione e una corretta capacità di autoregolarsi.
L’ansia da esame è innanzitutto legata al fatto che un esame è una prova che prevede la valutazione di terze persone, i docenti, e la valutazione significa essere esposti al giudizio altrui. Un’ansia da prestazione che può colpire tutti, in maniera più o meno intensa.
Talvolta poi l’apprensione per la prova orale sembra essere maggiore rispetto a quella per la prova scritta perché mette in gioco rischi più alti per lo studente legati ad una esposizione più diretta.
Terapia a Seduta Singola e blocco dello studente
Prepararsi psicologicamente ad affrontare un esame è compito necessario ma non di certo semplice.
Questo non significa sottovalutare o ignorare lo stress ma riconoscere se è normale o eccessivo. Lo stress eccessivo può arrivare ad esprimersi con attacchi di panico, crisi di pianto, somatizzazioni, blocchi emotivi.
Il primo passo dunque è riconoscere lo stato ansioso che accompagna la paura degli esami. Stato che si manifesta in sintomi, disturbi fisici e psicologici che possono sfociare in una serie di comportamenti che penalizzano il rendimento dello studente che si ritroverà dinanzi al docente in uno stato confusionale e bloccato nell’esprimere tutto quanto ha assimilato.
“La paura è sempre inclinata a vedere le cose più brutte di quelle che sono”, diceva il poeta latino Tito Livio.
Un singolo incontro inoltre può aiutare la persona, in tal caso lo studente, a individuare quei comportamenti, quegli atteggiamenti, quelle azioni, ripetuti e consolidati, che tendono a mantenere il problema e lo possono far addirittura peggiorare nel tempo.
Le tentate soluzioni sono spesso l’unica modalità che sia ha a propria disposizione per affrontare una difficoltà. Sono automatismi che attiviamo per risolvere un problema.
Evitamento, eccessivo controllo e parlare tanto della propria ansia sono le soluzioni più comuni che la persona mette in atto quando vive il “blocco dello studente”
Un incontro di Terapia a Seduta Singola tocca tre momenti importanti:
- Definizione del problema in termini operativi e individuazione dell’obiettivo al quale la persona punta. Obiettivo che deve essere SMART (Specifico, Misurabile, Attribuibile, Realistico, Temporalmente definito);
- Individuazione delle eccezioni positive per capire quali risorse sono state usate dalla persona e indagine delle tentate soluzioni;
- Riassunto di quanto emerso e prescrizione di un compito o di un esercizio.
Chiedi aiuto a One Session!
Stai sperimentando il blocco dello studente? Ti senti paralizzato?
Gli psicologi del team “One session” sono a tua disposizione per una sessione gratuita di consulenza psicologica a seduta singola.
Per maggiori informazioni, ppuoi inviare una e-mail a info@onesession.it oppure compilare il form (clicca qui)
Riferimenti bibliografici
Bartoletti A, Lo studente strategico, Milano, Ponte alle Grazie, 2013
Cannistrà, F., & Piccirilli, F., Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Firenze, Giunti, 2018

Psicologa, Mediatrice Familiare, Esperta in Scienze Forensi
Critiche costruttive e distruttive: come imparare a criticare
Tutti quanti abbiamo avuto almeno un’esperienza in cui abbiamo ricevuto qualche critica e, quando questa è stata troppo diretta, offensiva o svalutante, sarà stata sicuramente poco gradita. Talvolta alcune critiche possono essere così sprezzanti da rimanere impresse nella nostra memoria a lungo o rappresentare quasi delle sentenze che ci hanno segnato l’esistenza.
Perché la critica è difficile da digerire?
Perché se non è ben posta può essere percepita più come un giudizio che come una critica. Ma dove sta la differenza? Il giudizio esprime quello che si reputa di una persona o addirittura può richiamare una morale a cui attenersi. La critica invece implica sì una valutazione ma riguarda più il comportamento, le azioni o i fatti piuttosto che l’identità della persona.
Ecco che già questa impercettibile denotazione può essere un valido aiuto nel formulare una critica.
Infatti, saremo stati sicuramente anche noi qualche volta “giudici” di qualche comportamento, situazione o peggio, di qualche persona! E così come non ci piace ricevere critiche distruttive, dobbiamo a nostra volta metterci in discussione per capire se sappiamo formulare una critica in modo da non ferire o sminuire l’altro. Vediamo come!
Le critiche distruttive
La critica distruttiva è una critica che mira a svalutare la persona, tende a sottolineare gli errori e i difetti piuttosto che il margine di miglioramento, e a volte può essere offensiva se si usano toni sarcastici e denigratori. Questo tipo di critiche lascia un senso di frustrazione nella persona che può sentirsi umiliata, svalutata e demoralizzata. Alcuni modi di esprimersi possono addirittura ledere l’autostima dell’altro.
Uno dei modi per capire subito se una critica è stata posta nel modo sbagliato è fare caso al verbo usato: molto spesso una critica distruttiva comincia con “sei…”, andando quindi a giudicare la persona e la sua identità, piuttosto che il suo modo di comportarsi. “Sei un incapace!”, “Sei un disastro!”, “Sei proprio un insensibile”.
Un altro modo di porre le critiche malamente è quello di usare un linguaggio perentorio e disfattista, usando le negazioni e gli assolutismi: “Non farai mai nulla di buono nella vita!”, “Sei il solito scansafatiche!”, “Guarda cosa hai fatto! Combini sempre pasticci!”
Questo modo di esprimersi non lascia infatti alcuna possibilità di cambiamento e miglioramento e, specie se ripetuto, può incrinare la sicurezza e il potere di agire efficacemente per il proprio futuro. Attenzione quindi a usare certe espressioni con persone sensibili, come i bambini e le persone che vivono un momento di fragilità.
Le critiche costruttive
La critica costruttiva è al contrario una critica che esprime un parere con l’obiettivo di aiutare la persona a crescere e a migliorare. Si tratta quindi di un giudizio non di valore, mosso con riguardo e rispetto verso la persona, aspettandosi quindi che possa fare meglio considerando le sue attitudini e le sue risorse. Il termine costruttiva infatti lascia intendere che ci sia dietro un atteggiamento positivo, volto a incoraggiare e motivare la persona a fare di più. Questo implica che prima di aprire bocca abbiamo in mente di costruire nuove possibilità facendo la nostra critica, che sì, abbiamo notato un limite o una difficoltà nell’altro, ma non per questo lo azzeriamo. Quando una critica è ben posta infatti, può lasciare nella persona che la riceve un senso di fiducia e speranza che le cose possano cambiare.
Come imparare a fare una critica
Un modo per imparare a porre critiche costruttive è quello di individuare un punto di forza nella persona a cui abbiamo da dire qualcosa: sottolineare un errore ad esempio tenendo conto delle risorse che la persona ha, può aiutarci a costruire frasi come: “Ho notato che hai fatto fatica in questa situazione, ma credo che grazie alla tua tenacia saprai trovare una soluzione per andare avanti”.
Tutti infatti hanno delle capacità che spesso sono sottovalutate anche dall’individuo stesso, venire riconosciuti anche per queste capacità gioca un punto a favore dell’autostima e della motivazione al cambiamento.
Inoltre, come abbiamo accennato, la critica costruttiva si concentra sui comportamenti e sulle azioni: esse sono finalizzate a offrire suggerimenti concreti per migliorare. Ad esempio “Penso che potresti migliorare se facessi così”, oppure “Voglio aiutarti a raggiungere il tuo obiettivo: cosa ne pensi di questo suggerimento?”. Occhio però a non dare troppi consigli non richiesti: questo può far sentire la persona incapace di trovare da sola una strategia.
Per ovviare a questo, possiamo far uso di domande nelle quali chiediamo il parere o il punto di vista di chi abbiamo di fronte.
Un altro punto da tenere in conto quando formuliamo una critica è il contesto: prima di muovere una critica è necessario considerare le circostanze e il vissuto della persona, valutare l’ambiente in cui siamo, se in pubblico o in una situazione privata, immaginare che la persona possa vivere delle difficoltà transitorie e ammettere che, anche se conosciamo bene quella persona, non possiamo sapere tutto quello che gli passa per la testa né le motivazioni che l’hanno spinta ad agire in quel modo.
Come reagire alle critiche
E quando siamo noi l’oggetto della critica, come possiamo reagire al meglio?
Innanzitutto ricordiamoci che la nostra autostima e il nostro valore non dipendono dal giudizio degli altri. Se una critica ci sembra troppo tagliente e distruttiva, chiediamoci se c’è qualcosa di vero in quello che ci viene detto. Se la risposta è negativa, consideriamo che quella critica così mal posta ci dice qualcosa piuttosto su chi ce la muove, che su di noi.
Se riceviamo invece una critica costruttiva, ascoltiamo attentamente cosa ci dice quella persona e ringraziamo per il feedback ricevuto. Rifletti poi su quel suggerimento chiedendoti in che modo può esserti utile: se può aiutarti a imparare e a crescere, prendi spunto dal feedback per migliorarti. Una certa dose di umiltà e flessibilità è infatti sinonimo di intelligenza e saggezza.
In conclusione, saper fare delle critiche con rispetto è una abilità che fa parte della comunicazione assertiva, quel tipo di comunicazione che ha un atteggiamento partecipe e non in contrapposizione con l’altro. La critica sortisce il suo effetto se fatta con amicizia e riguardo. Per questo è importante anche ascoltare attentamente l’altro dopo che gli abbiamo fatto una critica, capire le sue ragioni e metterci sempre in discussione con un atteggiamento propositivo.
Riferimenti bibliografici
De Panfilis, A. & Romeo, P. (2020) La cultura del feedback: Dare e ricevere feedback con efficacia ed eleganza per stimolare lo sviluppo professionale ed organizzativo. Fym.it
Nardone, G., & Salvini, A. (2010). Il dialogo strategico. Ponte alle Grazie.
Thomas, G. (1994). Genitori efficaci. Ed. La Meridiana.
Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. URL consultato il 14 marzo 2024.

Psicologa clinica, mi occupo in particolare di età evolutiva e sostegno alla genitorialità.