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La necessità di farsi del male: l’autolesionismo

Sarà capitato qualche volta anche a te di tagliarti o farti del male in maniera accidentale, nonché di provare dolore per il male che ti eri procurato. Non è di certo una bella esperienza: eppure c’è chi quel dolore se lo procura volontariamente. In alcune persone, infatti, vi è l’improrogabile necessità di rivolgere contro di sé azioni aggressive.

So che sembra strano, ma per qualche complessa dinamica psicologica interna, le persone che mettono in atto tali comportamenti autolesionistici non riescono a trattenersi dal bisogno di farsi del male, ma anzi si nutrono della sofferenza che si autoinfliggono. A volte lo fanno per sentire del piacere, altre volte per reprimere una rabbia o un’emozione che non è possibile esprimere verso l’esterno (Brain et al., 1998; Vanderhoff & Lynn, 2001).

 

L’autolesionismo: di cosa parliamo?

L’autolesionismo, però, è un comportamento patologico solo se fatto in maniera volontaria e consapevole. Per capirci: se accidentalmente ti rovesci addosso una pentola di olio caldo, quello non è autolesionismo, bensì sbadataggine! Se lo fai di proposito, invece, allora sì che è una condotta autolesionistica.

I più colpiti sono gli adolescenti, a partire dall’età di circa 11-15 anni. Molto spesso se la problematica non si risolve nel breve periodo, può evolvere in condotte autolesionistiche adulte più gravi. Seguendo l’approccio della psicoterapia breve, ne distinguiamo tre forme principali (Favaro et al., 2004):

  • autolesionismo leggero, con ferite di lieve entità più o meno visibili (taglietti piccoli in varie zone del corpo, lividi, piccole bruciature…);
  • autolesionismo grave, ovvero il procurarsi ferite permanenti, come cicatrici profonde, o addirittura amputazioni di arti;
  • autolesionismo di altro tipo, come i disturbi alimentari (Nardone & Selkman, 2011).

Se stai pensando che questi comportamenti possano avere come obiettivo il suicidio, ti sbagli, perchè il fine ultimo di queste condotte adolescenziali non è di tipo suicidario, bensì solo quello di sentire dolore (Brain et al., 1998). Pensare alla filosofia degli Emo può forse aiutarti a comprendere meglio l’enfasi che nell’autolesionismo ha il ruolo della sofferenza come espressione di un più profondo disagio interno.

Sono certo che ti fa un po’ impressione sapere che al mondo esistono adolescenti che volontariamente si procurano tagli alle braccia o ai seni, o ancora bruciature su tutto il corpo. Forse te ne farà un po’ meno se ti mostrerò le cause psicologiche che sono alla base di questo tipo di comportamenti.

L’autolesionismo può essere causato da un forte stress post-traumatico, di fronte al quale il soggetto avverte la necessità di punirsi per qualche colpa che sente di aver commesso. Oppure da una profonda insicurezza interiore o, altresì, da un’incapacità di gestire le emozioni che, quindi, vengono “tradotte” in azioni autolesionistiche. Non è peraltro un caso che gli episodi più frequenti di autolesionismo si originino proprio durante l’adolescenza. Questo, infatti, è un periodo di profondi cambiamenti, dove il ragazzo vive le prime esperienze d’amore, sperimenta significativi mutamenti fisici e psicologici, e se non è capace di gestire e adattarsi a queste trasformazioni, molto spesso mette in atto comportamenti patologici. Tagliarsi, allora, si configurerà come un modo per alleviare l’ansia e l’incapacità di accettarsi per quel che si è (Brain et al., 1998).

In sintesi, mantenendo il punto di vista psicoterapeutico di tipo breve, l’autolesionismo viene generalmente inteso come atto sedativo, autoregolatore o di piacere, necessario per ridurre un dolore emotivo interno.

 

Cosa fare?

E se sei tu a essere vittima delle tue condotte autolesive? O magari tuo figlio, o un tuo amico? Vediamo assieme cosa puoi fare.

Il primo passo da realizzare, ma se stai leggendo questo articolo molto probabilmente lo hai già fatto, è quello di ammettere di esserne affetti. In seguito, chiedere aiuto agli altri è il secondo.

La psicoterapia di gruppo può aiutare a condividere il disagio e a sentirsi meno soli, così come altre forme di psicoterapia individuale possono aiutare a scoprire quali solo le cause sottostanti all’autolesionismo. Ma se non vuoi imbarcarti in percorsi terapeutici lunghi e costosi, non temere: il più delle volte, specie nelle forme di autolesionismo leggero, non è indispensabile fare molte sedute psicoterapeutiche per ottenere buoni risultati, poiché il tutto si può risolvere anche in breve tempo (Hoyt & Talmon, 2014).

Soprattutto negli ultimi anni, molti approcci teorici si rifanno al concetto di psicoterapia breve o terapia a seduta singola per aiutare un adolescente (ma non solo) a fuoriuscire da una problematica di autolesionismo (Talmon, 1990; Talmon, 1993). In questi casi si agisce su di un focus specifico e ben delineato: se l’atto autolesivo è espressione del dolore interno, si aiuta fin da subito la persona a saperlo esprimere e gestire in maniera corretta(Hoyt & Talmon, 2014). I cambiamenti che sopravverranno già a seguito della prima seduta permetteranno al paziente di sviluppare gradualmente delle emozioni più sane e ritrovare piaceri più adattivi.

La psicoterapia breve, in definitiva, non fa altro che tracciare, in poche sedute, la strada da seguire: il restante processo di guarigione farà leva sulle risorse interne della persona che vuole ridurre la sofferenza connessa alle sue condotte autolesionistiche.

 

Bibliografia

Brain, K. L., Haines, J. and Williams, C. L. (1998). The psychophysiology of self-mutilation: evidence of tension reduction, Archives of Suicide Research, Vol. 4.

Favaro, A., Ferrara, S., Santonastaso, P. (2004). Impulsive and compulsive self-injurious behavior and eating disorders, in Levit, J.L. et al., Self-harm behavior and eating disorders, Brunner/Routledge, New York.

Hoyt, M. F., Talmon, M. (2014). Capturing the Moment, Crown Hous, Bancyfelin, UK.

Nardone, G., Selekman, M. (2011). Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi, Ponte alle Grazie, Milano.

Talmon, M. (1990). Single-Session Therapy. Jossey Bass, San Francisco.

Talmon, M. (1993). Single Session Solutions, Addison-Wesley, Reading, MA.

Vanderhoff, H.A., Lynn, S.J. (2001). The assessment of Self Mutilation, Journal of Threat Assessment, Vol. 1 (1).

 

Sitografia

lostudiodellopsicologo.it

terapiasedutasingola.it

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