Quando lo stress sul lavoro contagia la tua vita personale
Lo stress da lavoro parte da piccole cose, quasi impercettibili all’inizio. Piano piano invadono lo spazio personale: fermarsi un po’ di più in ufficio, portarsi a casa il malumore della giornata lavorativa, la notifica di lavoro nel giorno libero.
La condizione di stress da lavoro, tra le varie, può manifestarsi con problemi di concentrazione, ci fa vivere in una bolla di confusione che ostacola la nostra capacità di vedere con chiarezza ciò che funziona, ciò che funziona meno, o ciò non funziona affatto.
Questo articolo vuole offrire uno spunto per fare un passo indietro, adottare uno sguardo più esterno, utile a ripulire il campo, creare spazio utile alla riflessione e alla ridefinizione di equilibrio.
Anzitutto, occorre comprendere che il livello del problema non è mai solo individuale, ma sistemico: dal gruppo ristretto di colleghi, all’azienda, alla cultura, sino alla situazione storica/economica. Basti pensare ai profondi cambiamenti avvenuti nel mondo (pandemia, guerre ecc) e quanto questi influenzano da un lato la produttività e l’economia, dall’altro l’assetto valoriale e le necessità delle persone e dei lavoratori. Tutto questo incide sui significati che attribuiamo al lavoro, alla vita privata, sulla soddisfazione, sul benessere percepito ecc… .
Pur concentrandosi di seguito sul punto di vista del singolo, è importante tenere a mente che ci muoviamo all’interno di un contesto più ampio, che ha impatti su di noi a diversi livelli.
Sono (solo) il mio lavoro? Il confine identitario
Il rapporto tra chi sono e cosa faccio nella vita merita attenzione.
Storicamente il lavoro ha definito lo status, l’emancipazione e il valore di una persona. Ad oggi, è crescente una forte disillusione e scollamento dal lavoro come entità (quasi divina) per la realizzazione personale, complice la diminuzione di certezze e garanzie. Eppure, ciò che si è professionalmente è tra la prima cosa che diciamo nel presentarci ancora oggi.
Il grado di identificazione con il proprio lavoro può cambiare da persona a persona. Può dipendere da diversi aspetti: quanto appassionati si è del proprio lavoro, quanto il lavoro permette di applicare le proprie competenze e risorse, l’ambiente umano, la soddisfazione remunerativa ecc… .
Tuttavia, ognuno di noi è chiamato a interpretare diversi ruoli nella stessa giornata, con un unica fonte di energia a disposizione: noi stessi. Sta quindi a noi il compito di “bilanciare” la quantità di carica da dedicare ad ogni singolo ruolo e richiesta esterna, così come sta a noi ricaricarsi.
Quando è il lavoro a definirci per intero, rischiamo di sovraccaricare questo ruolo ed investirci come unico spazio di energie e riconoscimento, rischiamo di alimentare lo stress fino al risultato paradossalmente opposto: un senso di disconnessione e di vuoto.
In maniera complementare, la full immersion lavorativa potrebbe essere una tentata soluzione di trovare un senso di realizzazione laddove, per svariati motivi, in altri ambiti di vita non si riesce ad ottenere: la dedizione al lavoro diviene un atto di compensazione.
In ogni caso, si tratta di un campanello d’allarme.
Ridefinire sé stessi nelle diverse aree di vita e, quindi, anche fuori dal lavoro, aiuta a vedere con maggiore chiarezza qualità e quantità di energie che desideriamo dedicare ad ognuna di queste aree: un primo passo per creare un terreno fertile dove piantare confini sani.
Dove e quando? I confini spazio temporali
È ormai chiaro che la timbratura del cartellino non segna più il confine netto tra spazio-tempo “lavoro” e spazio-tempo “vita personale”. Complice la tecnologia (mail, smartworking, videoconferenze …) i confini sono diventati sfumati in poco tempo e sempre di più, senza un adeguato spazio di adattamento sociale e psicologico.
Primo step fondamentale per non entrare nel vortice di stress da lavoro quindi è acquisire consapevolezza di questa nuova fluidità: non viviamo più solo il lavoro ibrido, ma vere e proprie giornate ibride: rispondiamo alle mail dal divano, facciamo la spesa online dall’ufficio.
In questo contesto è importante ripensare anche il significato di confine. Non più qualcosa di invalicabile e fisso, ma una soglia mobile. Confine non rigido, ma sano e sostenibile.
Ci possono essere caratteristiche irrinunciabili e ferme, che dipendono dalle necessità individuali. Nel riflettere, sperimentare e definire le tue, tieni presente che un lavoro ben fatto ha bisogno di qualità più che di quantità e che la qualità è data da menti sufficientemente serene, che hanno spazio per pensare, ideare, migliorare.
Il segreto è allenarsi ad un auto-monitoraggio, chiedersi nel qui ed ora se ha davvero senso restare connessi, rispondere alla mail, fermarsi di più in ufficio. Quali sono, momento per momento, le reali priorità?
A mano a mano che l’allenamento darà i suoi frutti sarà via via più semplice individuare chiaramente i confini adattivi e sani. E quando questi verranno assertivamente comunicati, noterai la differenza: una sensazione di sollievo e centratura, anche nel multitasking.
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Riferimenti bibliografici
Clark, S. C. (2000). Work/family border theory: A new theory of work/family balance. Human relations, 53(6), 747-770.
Coin, F. (2023). Le grandi dimissioni: Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita. Einaudi
Zanella, S. (2025). Basta lavorare così. Bompiani.

Psicologa specializzanda in psicoterapie brevi, supporto le persone a ritrovare le proprie risorse in periodi di blocco, supportandole nel trovare a propria strada sia a livello personale che professionale.