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Disturbo da accumulo: non butto via mai niente

Quante volte ti sarà capitato di comprare delle cose inutili, di cui magari ti sei liberato poco tempo dopo, perché hai capito che in fondo non ti servivano. Souvenir, gadget, pupazzi, portachiavi: quanti acquisti si possono fare! Nella normalità, tuttavia, ci si mette poco a rendersi conto se un oggetto è inutile o meno. E prima di accumularne in casa centinaia e centinaia, si cerca di trovare ad essi un nuovo impiego: il più delle volte, per “liberare spazio”, gli oggetti vengono buttati o regalati.

Tutto ciò non accade in chi soffre di un disturbo da accumulo. Queste persone, infatti, non solo si procurano innumerevoli oggetti, spesso inutili, ma il più delle volte non riescono a separarsene. Il disturbo da accumulo, pertanto, detto anche disposofobia, porta ad accumulare di tutto, al punto da ingombrare ogni spazio di vita quotidiano.

Caro oggetto, non riesco a separarmi da te

Il disturbo di accumulo è una patologia che si caratterizza per la tendenza ad accumulare oggetti in maniera patologica. Secondo i principali manuali diagnostici è definito come l’impossibilità di liberarsi di un gran numero di beni, apparentemente inutili, che finiscono per ingombrare gli spazi vitali, tanto da precludere le attività di vita quotidiana. Tale comportamento, per essere definito patologico, deve però comportare un disagio clinicamente significativo.

L’accumulo può essere limitato ad alcuni oggetti o, indistintamente, essere rivolto a tutto ciò che passa sotto tiro. Nel primo caso la persona è portata a “collezionare” solo un certo tipo di cose, come giornali, vestiti o addirittura animali. Nel secondo, invece, si accumula di tutto: carte, coperte, riviste, bollette scadute, portapenne. Proprio di tutto. Tra la persona e ogni singolo oggetto, comunque, si creerà un legame talmente forte, che sarà impossibile da interrompere.

L’impossibilità di separarsi da ciò che si è accumulato, secondo Steketee, sussiste per tre principali motivi. Il primo attiene a ragioni di tipo affettivo. Hai presente l’amore che tiene legate due persone? E’ proprio quello che prova l’accumulatore nei confronti di ogni oggetto: come potrebbe mai liberarsene?

Il secondo, invece, fa riferimento a motivazioni strumentali. L’oggetto, ovvero, potrebbe tornare sempre utile, anche quando non ha nessuna utilità. L’accumulatore riesce a trovare un’utilità anche a un fermaglio per capelli rotto! Perché buttarlo, quindi?

Infine, il terzo motivo rimanda a ragioni estetiche o intrinseche. Qualsiasi oggetto di cui l’accumulatore è entrato in suo possesso è bello, utile e dunque vale la pena conservarlo perché “non si sa mai”.

Perché si accumula in maniera patologica

Alla base di un disturbo da accumulo vi è in genere una pregressa storia traumatica. La persona, ovvero, ha sviluppato il comportamento di accumulo come reazione disfunzionale a qualcosa che in passato ha vissuto come negativo. Negli oggetti, pertanto, ritrova paradossalmente quel conforto o quella serenità affettiva che in passato è mancata.

Per spiegarmi meglio, voglio richiamarti alla mente quei pantaloni che, a livello delle ginocchia hanno delle toppe, perché col passare del tempo, si sono usurati. Ora immagina che anziché una toppa, nel pantalone siano presenti un’innumerevole quantità di strappi e buchi. Se paragoniamo il pantalone alla vita di una persona e gli strappi ai traumi vissuti, gli oggetti di chi soffre di disposofobia sono proprio le toppe che servono per nascondere quei buchi/traumi. Ma quei buchi sono talmente numerosi, che gli oggetti necessari per poterli nascondere saranno infiniti! Ed è qui che nasce il bisogno di accumulare.

In un certo senso, e a ragione, il disturbo di accumulo ricorda il disturbo ossessivo compulsivo, in quanto il gesto di accumulare è paragonabile proprio a una compulsione. Probabilmente, dietro quel gesto, vi è il desiderio di placare un’ansia sottostante piuttosto viva che, nel tempo, si è, anch’essa, andata accumulandosi.

Conseguenze: è possibile uscirne?

E’ facile immaginare a che tipo di conseguenze possa portare un disturbo da accumulo, anche se queste ultime dipendono certamente dal livello di gravità della patologia. Tra le principali conseguenze vi è sicuramente un isolamento sociale più intenso e la rottura della maggior parte delle relazioni.

Alle relazioni, d’altronde, l’accumulatore preferisce i propri oggetti: senza di essi, in fondo, si vedrebbero tutti i buchi del proprio pantalone! Piuttosto che separarsi dalle proprie collezioni, quindi, l’accumulatore preferisce separarsi dalle persone.

Potranno emergere anche importanti problemi di salute o finanziari, in quanto l’accumulare diverrà col tempo un’attività che invaderà ogni spazio di vita dell’individuo. Persino le attività più semplici, come lo spostarsi da casa, potranno divenire complesse. Qualsiasi spostamento, infatti, sarà sempre difficoltoso, poiché la persona sarà tentata di fermarsi più volte per raccogliere qualsiasi tipo oggetto.

Da un punto di vista psicoterapeutico è possibile fare qualcosa, almeno per ridurre l’incidenza che il disturbo può avere nella vita di tutti i giorni. Molte terapie hanno sviluppato, in questa direzione, protocolli di successo. L’obiettivo, in genere, è quello di ridurre il comportamento di accumulo a un più semplice atteggiamento “collezionista”, ridando alla vita il significato che merita e dislocando gli affetti dagli oggetti alle persone.

Nell’ambito della terapia breve, ad esempio, si inizierebbe il processo di cura invitando il paziente a distaccarsi, gradualmente, dall’oggetto emotivamente più piccolo, ovvero quello affettivamente meno significativo. Successivamente si arriverà a tutti gli altri, elaborando a poco a poco i possibili traumi che gli oggetti accumulati nascondono.

Tale processo, in casi meno gravi, potrebbe essere avviato e risolto anche all’interno di una terapia a seduta singola: in questo caso, però, l’intervento sarà più incisivo, e cercherà di modificare sia il comportamento di accumulo, sia il significato che si nasconde dietro quest’ultimo.

Bibliografia

Mancini, F., Perdighe, C. (2015). Il disturbo da accumulo, Raffaello Cortina, Milano.

Steketee, G. (2010). A brief interview for assessing compulsive hoarding: The Hoarding Rating Scale-Interview, Psychiatry Research, 178, 147-152.

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