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Category Archives: Terapie brevi

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1 anno ago Terapie brevi , TSS

Fai sempre più fatica a prendere sonno? Ecco per te 10 + 1 consigli naturali contro l’insonnia!

Ti giri e ti rigiri nel letto senza riuscire a prendere sonno? La testa rimugina sempre sugli stessi pensieri e non c’è modo di cacciarli via? Hai provato perfino a contare le pecore: “Una pecora, due pecore, tre pecore e così via” ma niente, non funziona. Le ore passano e tu non prendi sonno.

Oppure ti capita di svegliarti nel bel mezzo della notte o troppo presto al mattino e non riuscire a riaddormentarti in nessun modo? Il tuo sonno è sempre molto leggero e di scarsa qualità. Quando ti svegli ti accorgi di non essere mai totalmente riposato. Ti senti la testa pesante, affaticato, insofferente, quasi più stanco di quando sei andato a dormire.

Dormi sempre di meno, ormai le tue ore di sonno si sono ridotte a 3 o 4 per notte da più di un mese, con una conseguente compromissione delle attività giornaliere. Non riesci a rimanere concentrato a lavoro, non hai le forze per andare in palestra, coltivare i tuoi hobby o uscire con i tuoi amici. Insomma sei stanco per qualsiasi cosa.

Tranquillo!

L’insonnia è molto comune e nella maggioranza dei casi è la più semplice da curare senza farmaci. Infatti prima di intraprendere qualsiasi terapia, cerca di individuare la causa responsabile della tua insonnia.

Mi raccomando! Non ricorrere assolutamente subito ai farmaci e soprattutto senza una prescrizione medica. Non sempre l’insonnia necessita di farmaci per essere curata e in quei casi il loro utilizzo potrebbe solo comportarti altri problemi.

Ricorda che la somministrazione smodata e sregolata di farmaci contro l’insonnia può creare dipendenza, sonnolenza diurna, eccessiva sedazione, riduzione delle capacità cognitive, amnesia anterograda, pericoli durante l’uso di veicoli e macchinari. Pertanto ti consiglio di non assumere questi farmaci oltre il termine stabilito dal tuo medico nel caso in cui li avesse ritenuti necessari.

Se invece hai già verificato che la tua insonnia non è associata ad uno specifico disturbo, allora probabilmente la causa potrebbero essere alcune tue abitudini di vita quotidiana che senza rendertene conto vanno a interferire con il sonno.

In tal caso puoi cominciare a modificare queste tue “cattive” abitudini, seguendo questi 11 consigli che ti riporto qui di seguito:

1) Impara a rilassarti, magari aiutandoti con un bagno caldo prima di andare a dormire o praticando yoga o corsi di rilassamento. Lo stress e l’ansia incidono molto sulla qualità del sonno;

2) Concentrarti su qualcosa di piacevole, cercando di allontanare le preoccupazioni della giornata;

3) Regolarizza i tuoi orari, alzati presto al mattino e vai a dormire entro la mezzanotte;

4) Riduci il più possibile la nicotina, l’alcool e l’uso di bevande eccitanti come: caffè, tè, bibite a base di guaranà, matè o ginseng e anche la cioccolata soprattutto prima di andare a dormire;

5) Non dormire durante il pomeriggio. Nonostante i pisolini pomeridiani ti sembrano una buona soluzione, possono ripercuotersi negativamente nel sonno notturno ostacolando l’addormentamento;

6) Evita di utilizzare il computer o altri dispositivi luminosi prima di metterti a letto, forse non lo sai ma fanno attivare ulteriormente il tuo cervello rendendo il sonno irrequieto;

7) Segui una sana alimentazione, assumendo cibi sani e leggeri e prediligendo soprattutto cibi ricchi di magnesio come: mandorle, crusca, arachidi, riso integrale, nocciole e lenticchie. Evita il consumo di alimenti troppo difficili da digerire come fritti e cibi ricchi di grassi soprattutto prima di andare a letto così da non appesantire la digestione;

8) Non andare immediatamente a letto dopo il pasto serale ma fai passare almeno un paio d’ore così da non andare a dormire mentre sei in digestione;

9) Pratica attività fisica in modo costante, utile sia per scaricare lo stress che per produrre endorfine;

10) Assumi la melatonina, una sostanza naturale che produce il nostro corpo e che serve a regolarizzare il ciclo sonno-veglia ma che tende a diminuire quando si dorme poco;

11) Invece di ricorrere ai farmaci prova a utilizzare dei rimedi naturali che puoi trovare in erboristeria come i Fiori di Bach oppure tisane e infusi che contengono piante rilassanti come Camomilla, Melissa, Passiflora, Tiglio e Valeriana.

Di suggerimenti c’è ne sono diversi ma intanto prova ad iniziare con questi, e se ti accorgi che il tuo problema non è ancora risolto, allora prova a rivolgerti ad un terapeuta che ti aiuterà a scoprire per quale motivo non riesci a dormire bene.

Non servono terapie interminabili, in molti casi si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia, è possibile ottenere degli ottimi risultati. Non aspettare ancora per contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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1 anno ago Terapie brevi , TSS

Metti uno STOP al lavoro! 4 buoni motivi per andare in vacanza

Fa caldo, sudi, quasi fai fatica a respirare, ti sventoli di continuo con i fogli che tieni in mano mentre lavori, sbuffi. Si, è arrivata l’estate e in ufficio è senza dubbio più faticoso lavorare. E oltre al caldo si fa sentire anche la stanchezza di un intero anno lavorativo.

Per fortuna che insieme al caldo afoso è arrivato anche il tempo delle ferie. E’ finalmente ora di andare in vacanza!

Dopo un intero anno a lavorare, un anno tra scadenze da rispettare, incontri di lavoro, progetti da terminare, cambiamenti da apportare, idee da scartare, colleghi da gestire e tensioni da appianare, è finalmente giunto il momento di staccare la spina.

Si, lo stress comincia ad essere difficile da controllare. La testa sta per andare in tilt, ti serve di rallentare, ti serve proprio una vacanza tra relax e bagni rinfrescanti. Puoi partire con la tua famiglia o magari con gli amici, puoi andare al mare o in montagna, insomma ogni posto va bene purchè ti permetta di ricaricarti.

Quindi cosa aspetti, prepara la valigia!

Non sarai mica anche tu, una di quelle persone che non riesce mai a staccare veramente dal lavoro e a godersi a pieno le vacanze per rilassarsi e ricaricare le energie?

Magari parti per le vacanze ma tra tablet, cellulare e computer sei sempre in contatto con l’ufficio, magari ti avvantaggi il lavoro perché hai paura di rimanere indietro o ancor peggio ti senti in colpa a volerti rilassare quando sarebbe più giusto che lavorassi.

In tal caso, ti voglio dare 4 buoni e soprattutto sani motivi per dire stop al lavoro e andare serenamente in vacanza:

  1. Se non ti concedi una pausa per rilassarti, la tua vista e la tua mente che magari solitamente tieni per ore fisse davanti il computer, potrebbero portarti forti mal di testa e un abbassamento della vista.
  2. Dedicarti del tempo lontano dal lavoro e soprattutto dallo stress, ti sarà fondamentale per poter pensare in modo creativo e strategico e poter così aumentare la produttività. La creatività e la produttività, infatti, se non dai modo al cervello di ricaricarsi tenderanno a diminuire.
  3. Lo sai che uno dei peggiori nemici delle tue relazioni affettive è proprio lo stress? Quest’ultimo infatti, non porta solo stanchezza mentale ma anche stanchezza fisica, con una conseguente perdita di energia che ti indurrà a non voler uscire e trascurare perfino le persone care, come parenti e amici. Quindi una vacanza tra relax e amici ti farebbe bene non solo perché ti permetterebbe di rilassarti ma anche perché ti consente di socializzare con le persone a cui sei legato e che sembra non hai mai tempo di vedere.
  4. Per ritrovare la concentrazione e calmare i nervi, non è per forza necessario che tu vada in vacanza in posti lontani, puoi “staccare” un po anche rimanendo a casa tua.
    Se non hai voglia di partire, infatti, puoi rimanere semplicemente a casa e magari dedicare il tuo tempo ai tuoi hobby o perché no, alla pratica del training autogeno e della meditazione.

Queste “tecniche” di rilassamento potranno esserti utili non solo durante le vacanze, ma soprattutto quando torni a lavoro. Ti permetteranno infatti di scaricare la tensione giornaliera durante le piccole pause quotidiane migliorando, così, la tua concentrazione e trovare nuovi spunti e idee.

Come hai visto, partire per una bella vacanza, non serve soltanto per ridurre i livelli di stress ma anche per innalzare i tuoi standard produttivi. Fare una pausa assume così un doppio valore funzionale, fisiologico e psicologico, permette al cervello di fermarsi un attimo per riprendere a lavorare con più grinta e aiuta la mente a esplorare nuovi percorsi motivazionali.

Quindi non né guadagni solo tu, ma anche il tuo lavoro.

Allora! Ti ho convinto? Parti sereno o nella valigia non puoi proprio fare a meno di mettere computer, tablet e tutto ciò che potrebbe servirti per lavorare?

Se ti accorgi di non riuscire mai a staccare veramente dal tuo lavoro, prima che possa diventare un problema vero e proprio, sempre se già non lo sia, prova a contattare un terapeuta che ti aiuti a scoprire se questa tua incapacità di staccare la spina, non nasconda altro.

Basta fare vacanze dove ti rilassi solo apparentemente mentre con la testa e forse anche con il corpo stai ancora lavorando. Anche tu meriti di farti una vera vacanza!

Non servono terapie interminabili, vedrai che già dopo una singola seduta di terapia, potrai ottenere degli ottimi risultati. Non aspettare ancora per contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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1 anno ago Terapie brevi , TSS

Pensi di soffrire della Sindrome da Burn-out? Scopriamolo subito!

Sei un infermiere, un medico, un assistente sociale o un operatore di un ospedale psichiatrico? Be, in tal caso immagino che la tua professione ti piaccia molto, essendo rivolta ad aiutare gli altri, vero?

Certo non deve essere semplice occuparsi di pazienti cronici, incurabili o morenti, oltre ovviamente a di quei malati che hanno una prognosi meno grave!

E’ un pò di tempo che sei irrequieto, stanco fisicamente e mentalmente. Ti senti esaurito, hai cominciato a mollare i tuoi hobby, i tuoi amici, a diventare apatico e a non voler più uscire. Ti senti svuotato e non riesci a reagire!

La notte non dormi bene, soffri di insonnia da un bel pò di tempo ormai, e questo, ovviamente, non contribuisce positivamente alla tua situazione, dato che la mattina ti svegli sempre stanco e nervoso. All’improvviso durante la giornata si presenta tachicardia, forti mal di testa e nausea.

Con il tempo ti sei accorto che questi sintomi ti hanno portato ad uno stato depressivo, ad avere una bassa stima di te stesso, al senso di colpa e alla sensazione di fallimento per non riuscire ad essere all’altezza delle aspettative che hai sempre avuto rispetto il tuo ruolo lavoro.

Così è sorta la rabbia, il risentimento rispetto l’ambiente di lavoro, una forte resistenza ad andarci e una forte difficoltà nelle relazioni con gli utenti perché non riesci a garantirgli un servizio adeguato e rispondere opportunamente alla loro richiesta.

Hai cominciato ad isolarti dagli altri con cui lavori, ad essere sospetto e paranoico, cinico e apparentemente indifferente a quello che accade a lavoro. Non sai perché, è così e basta!

Si! Credo proprio che stai sperimentando una forte situazione di stress lavorativo conosciuta come Bourn-out!

Il burn-out è uno stato di esaurimento emotivo, mentale e fisico causato prevalentemente da uno stress lavorativo prolungato ed eccessivo. La persona che lo vive, si sente sopraffatta e svuotata emotivamente. Tende a perdere motivazione e interesse per il lavoro che ricopre, presenta una perdita delle energie e una sensazione di impotenza che aumenta sempre di più.

Questa sindrome è stata osservata per la prima volta negli Stati Uniti nelle persone che svolgevano diverse professioni d’aiuto, come: medici, infermieri, medici, assistenti sociali, poliziotti, insegnanti, operatori di ospedali psichiatrici, ecc.

Ad oggi, non esiste una vera e propria definizione condivisa universalmente del termine burn-out, pertanto, Cherniss (Cherniss,1986) con il termine “burn-out syndrome” definiva la risposta di un individuo ad una situazione lavorativa percepita come stressante e nella quale non disponeva di risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiarla.

Maslach (Maslach C., Leiter P.,2000) riteneva invece che il burn-out è un insieme di manifestazioni psicologiche e comportamentali che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente e che possono essere raggruppate in tre componenti: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale.

Indipendentemente dalla definizione, ciò su cui si è d’accordo, è il fatto che gli effetti negativi del burn-out non coinvolgono soltanto te, ma anche le persone a cui offri un servizio inadeguato ed un trattamento poco umano, e ciò, forse non ci hai pensato, potrebbe mettere a rischio il tuo posto di lavoro per non parlare poi del fatto che potrebbe indurti all’abuso di alcol o di farmaci.

Se ti sei riconosciuto nella sindrome da burn-out, non sentirti in colpa, a determinarne l’insorgenza, infatti, non concorrono solo gli aspetti individuali, ma anche i fattori socio-ambientali e lavorativi e i fattori socio-organizzativi come le aspettative connesse al ruolo che si ricopre, le relazioni interpersonali, le caratteristiche e l’organizzazione stessa del lavoro che si ricopre.

Smetti con i sensi di colpa e prova piuttosto a uscire da questa situazione di forte malessere!

Se pensi che sola non puoi farcela, non esitare a contattare un terapeuta che potrà aiutarti a reagire, affrontare e soprattutto a gestire questa situazione, evitando di aggravare ulteriormente il tuo stato di esaurimento emotivo, mentale e fisico. Ricerche hanno dimostrato che, spesso, anche con una singola seduta di terapia, puoi ottenere ottimi risultati.

Contatta quindi uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola
cercando sul nostro sito www.onesession.it , il terapeuta che ti è più vicino
e soprattutto più adatto alle tue esigenze.

Bibliografia:

Cherniss, C. (1986). Different weys of thinking about burnout. In E Seidman & J. Rappaport (Eds.) Redefining social problems. New York: Plenum, 217-229.

Maslach, C., Leiter, P. (2000). Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione la lavoro. Centro studi Erickson.

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Disturbo da accumulo: non butto via mai niente

Quante volte ti sarà capitato di comprare delle cose inutili, di cui magari ti sei liberato poco tempo dopo, perché hai capito che in fondo non ti servivano. Souvenir, gadget, pupazzi, portachiavi: quanti acquisti si possono fare! Nella normalità, tuttavia, ci si mette poco a rendersi conto se un oggetto è inutile o meno. E prima di accumularne in casa centinaia e centinaia, si cerca di trovare ad essi un nuovo impiego: il più delle volte, per “liberare spazio”, gli oggetti vengono buttati o regalati.

Tutto ciò non accade in chi soffre di un disturbo da accumulo. Queste persone, infatti, non solo si procurano innumerevoli oggetti, spesso inutili, ma il più delle volte non riescono a separarsene. Il disturbo da accumulo, pertanto, detto anche disposofobia, porta ad accumulare di tutto, al punto da ingombrare ogni spazio di vita quotidiano.

Caro oggetto, non riesco a separarmi da te

Il disturbo di accumulo è una patologia che si caratterizza per la tendenza ad accumulare oggetti in maniera patologica. Secondo i principali manuali diagnostici è definito come l’impossibilità di liberarsi di un gran numero di beni, apparentemente inutili, che finiscono per ingombrare gli spazi vitali, tanto da precludere le attività di vita quotidiana. Tale comportamento, per essere definito patologico, deve però comportare un disagio clinicamente significativo.

L’accumulo può essere limitato ad alcuni oggetti o, indistintamente, essere rivolto a tutto ciò che passa sotto tiro. Nel primo caso la persona è portata a “collezionare” solo un certo tipo di cose, come giornali, vestiti o addirittura animali. Nel secondo, invece, si accumula di tutto: carte, coperte, riviste, bollette scadute, portapenne. Proprio di tutto. Tra la persona e ogni singolo oggetto, comunque, si creerà un legame talmente forte, che sarà impossibile da interrompere.

L’impossibilità di separarsi da ciò che si è accumulato, secondo Steketee, sussiste per tre principali motivi. Il primo attiene a ragioni di tipo affettivo. Hai presente l’amore che tiene legate due persone? E’ proprio quello che prova l’accumulatore nei confronti di ogni oggetto: come potrebbe mai liberarsene?

Il secondo, invece, fa riferimento a motivazioni strumentali. L’oggetto, ovvero, potrebbe tornare sempre utile, anche quando non ha nessuna utilità. L’accumulatore riesce a trovare un’utilità anche a un fermaglio per capelli rotto! Perché buttarlo, quindi?

Infine, il terzo motivo rimanda a ragioni estetiche o intrinseche. Qualsiasi oggetto di cui l’accumulatore è entrato in suo possesso è bello, utile e dunque vale la pena conservarlo perché “non si sa mai”.

Perché si accumula in maniera patologica

Alla base di un disturbo da accumulo vi è in genere una pregressa storia traumatica. La persona, ovvero, ha sviluppato il comportamento di accumulo come reazione disfunzionale a qualcosa che in passato ha vissuto come negativo. Negli oggetti, pertanto, ritrova paradossalmente quel conforto o quella serenità affettiva che in passato è mancata.

Per spiegarmi meglio, voglio richiamarti alla mente quei pantaloni che, a livello delle ginocchia hanno delle toppe, perché col passare del tempo, si sono usurati. Ora immagina che anziché una toppa, nel pantalone siano presenti un’innumerevole quantità di strappi e buchi. Se paragoniamo il pantalone alla vita di una persona e gli strappi ai traumi vissuti, gli oggetti di chi soffre di disposofobia sono proprio le toppe che servono per nascondere quei buchi/traumi. Ma quei buchi sono talmente numerosi, che gli oggetti necessari per poterli nascondere saranno infiniti! Ed è qui che nasce il bisogno di accumulare.

In un certo senso, e a ragione, il disturbo di accumulo ricorda il disturbo ossessivo compulsivo, in quanto il gesto di accumulare è paragonabile proprio a una compulsione. Probabilmente, dietro quel gesto, vi è il desiderio di placare un’ansia sottostante piuttosto viva che, nel tempo, si è, anch’essa, andata accumulandosi.

Conseguenze: è possibile uscirne?

E’ facile immaginare a che tipo di conseguenze possa portare un disturbo da accumulo, anche se queste ultime dipendono certamente dal livello di gravità della patologia. Tra le principali conseguenze vi è sicuramente un isolamento sociale più intenso e la rottura della maggior parte delle relazioni.

Alle relazioni, d’altronde, l’accumulatore preferisce i propri oggetti: senza di essi, in fondo, si vedrebbero tutti i buchi del proprio pantalone! Piuttosto che separarsi dalle proprie collezioni, quindi, l’accumulatore preferisce separarsi dalle persone.

Potranno emergere anche importanti problemi di salute o finanziari, in quanto l’accumulare diverrà col tempo un’attività che invaderà ogni spazio di vita dell’individuo. Persino le attività più semplici, come lo spostarsi da casa, potranno divenire complesse. Qualsiasi spostamento, infatti, sarà sempre difficoltoso, poiché la persona sarà tentata di fermarsi più volte per raccogliere qualsiasi tipo oggetto.

Da un punto di vista psicoterapeutico è possibile fare qualcosa, almeno per ridurre l’incidenza che il disturbo può avere nella vita di tutti i giorni. Molte terapie hanno sviluppato, in questa direzione, protocolli di successo. L’obiettivo, in genere, è quello di ridurre il comportamento di accumulo a un più semplice atteggiamento “collezionista”, ridando alla vita il significato che merita e dislocando gli affetti dagli oggetti alle persone.

Nell’ambito della terapia breve, ad esempio, si inizierebbe il processo di cura invitando il paziente a distaccarsi, gradualmente, dall’oggetto emotivamente più piccolo, ovvero quello affettivamente meno significativo. Successivamente si arriverà a tutti gli altri, elaborando a poco a poco i possibili traumi che gli oggetti accumulati nascondono.

Tale processo, in casi meno gravi, potrebbe essere avviato e risolto anche all’interno di una terapia a seduta singola: in questo caso, però, l’intervento sarà più incisivo, e cercherà di modificare sia il comportamento di accumulo, sia il significato che si nasconde dietro quest’ultimo.

Bibliografia

Mancini, F., Perdighe, C. (2015). Il disturbo da accumulo, Raffaello Cortina, Milano.

Steketee, G. (2010). A brief interview for assessing compulsive hoarding: The Hoarding Rating Scale-Interview, Psychiatry Research, 178, 147-152.

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Mobbing: violenza psicologica a lavoro

Non ce la fai proprio più, sei stanco fisicamente e psicologicamente, vorresti quasi ti venisse la febbre piuttosto che andare a lavoro, eppure, una volta ti piaceva!

Ora, ogni mattina non appena suona la sveglia, con la luce del giorno ecco che arriva anche l’ansia e il mal di stomaco. Andare a lavoro ormai è diventato troppo pesante. In azienda, il tuo capoufficio non si regola proprio, si rivolge a te sempre attraverso critiche, calunnie e con un comportamento aggressivo e vessatorio.

Sembra faccia di tutto per emarginarti, sembra proprio c’è l’abbia con te!

Ti ha spostato da un ufficio all’altro quasi senza avvertirti, ti ha affidato compiti dequalificanti e ti mette sistematicamente in ridicolo di fronte a clienti, colleghi e superiori. Sopporti da tanto e ancora ti chiedi quale sia lo scopo di tali comportamenti e perché si comporta in questo modo con te. Hai sentito parlare tanto di Mobbing e ti stai chiedendo se ne sei o no una vittima?

Allora vediamo un attimo, se per esempio, il tuo capoufficio arriva in ritardo a lavoro, nervoso e arrabbiato perché gli hanno tamponato l’auto nuova mentre veniva in ufficio, e quando arriva tutto trafelato, tu gli riferisci subito un problema lavorativo o che deve fare una telefonata a un cliente indigesto, allora in questo caso è praticamente sicuro che verrai trattato male e ti farà sentire umiliato e ferito.

E’ vero! Dovrebbe controllarsi perché non è colpa tua se lo hanno tamponato, però diciamo che comunque, questo suo modo di fare aggressivo e sicuramente poco piacevole da subire, fondamentalmente è legato a un fattore situazionale, che in questo caso è l’auto tamponata, ma potrebbe essere per esempio: una giornata storta, problemi privati, un forte mal di testa, o altro, e quindi i modi fastidiosi che ne derivano sono molto sporadici e non possiamo parlare di Mobbing.

Se invece, il comportamento da prepotente del tuo capoufficio è una vera e propria abitudinele critiche, le umiliazioni e l’aggressività nei tuoi confronti sono ormai quotidiani e durano già da parecchio tempo, allora possiamo parlare di Mobbing.

Il Mobbing infatti si manifesta con una serie di azioni aggressive, che vengono messe in atto dal “mobber” in modo sistematico e si ripetono per un lungo periodo di tempo, con lo scopo ben preciso di danneggiare una determinata vittima o il “mobbizzato”.

Il mobbizzato viene assalito e aggredito intenzionalmente da questi mobber che fanno di tutto per distruggerlo a livello sociale, professionale e ovviamente psicologico, portandolo all’isolamento e all’emarginazione.

Qual’è il loro scopo? Può essere vario, ma sicuramente sempre distruttivo. Un mobber potrebbe volerti eliminare perché sei divenuto in qualche modo “scomodo” e con il suo comportamento non cerca che indurti a dare le dimissioni o di provocare un tuo licenziamento.

Se ti sei riconosciuto nel mobbizzato, non vergognarti a chiedere aiuto. Lo sai che nei casi più gravi il tuo capoufficio potrebbe addirittura arrivare a sabotarti il lavoro e ad azioni illegali? Quindi cosa aspetti a fare qualcosa?

E’ importante tu richieda un supporto di tipo sociale e di tipo legale e che ti rivolga a un terapeuta che possa aiutarti a riprenderti a livello psicologico lavorando su tutti quegli aspetti negativi generati in te dal mobbing, come: la vergognala disistima, il fatto di sentirti umiliato, di esserti ritirato nella solitudine ma anche per poter gestire tutta la rabbia provocata dai comportamenti subiti dal tuo capoufficio.

Se non vuoi che la tua condizione peggiori, cosa ne dici di chiedere subito aiuto a un terapeuta? Ti sembrerà strano, ma ricerche hanno dimostrato che spesso, anche con una singola seduta di terapia, imparando a recuperare e utilizzare le tue risorse potrai lavorare su tutti questi aspetti che ti ho appena riportato e vedrai che il tuo capoufficio non riuscirà più ad avere la meglio su di te!

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I no che aiutano a crescere: quando la crescita passa attraverso il divieto

Il “dire di no” è un modo che un genitore ha per far crescere e sviluppare il proprio figlio. Il “no” infatti è sinonimo di divieto, ma anche di regole e di disciplina. Porre dei limiti all’esuberanza dei bambini è talvolta fondamentale per la loro stessa crescita. La psicologa Phillips considera per questo il “no” come un vero e proprio strumento di crescita.

Tuttavia, per far sì che i no fungano da reale aiuto per la crescita, è doveroso dosarli e utilizzarli con parsimonia. Non basta, ovvero, dire di no per far crescere un bambino: bisogna comunicargli anche il significato che si cela dietro quel no. O, quantomeno, farglielo capire.

Il periodo dei no compare durante l’infanzia, intorno ai due anni, e in adolescenza. In entrambi i periodi, sotto una diversa prospettiva, iniziano i primi contrasti tra la genitorialità e i figli.

L’età dei no: l’infanzia e la genitorialità

Durante l’infanzia, il no dei genitori risponde al no dei figli. I bambini, cioè, a partire dai due anni, iniziano a utilizzare l’espressione “no!” per affermarsi e costruire la propria differenziazione. Ovviamente siamo ancora agli inizi del processo di crescita, e i no riguardano, ad esempio, il non voler andare all’asilo, il non voler fare i compiti o il non voler mangiare un determinato cibo.

Talvolta i bambini di quell’età dicono no a tutto, compreso quello che vorrebbero fare, solo per il gusto di sperimentare. Dichiarare l’indipendenza, seppur ancora illusoria, diventa un primissimo modo, così, per affermarsi e assumersi delle leggerissime responsabilità. E’ proprio per tale motivo che le proteste infantili di questa età vanno normalizzate, perché il rifiuto è spesso sinonimo di uno sviluppo mentale corretto.

Il compito dei genitori, in questa delicata fase dell’infanzia, è quello di rispondere ponendo dei limiti e dando delle regole. A quell’età, infatti, il bambino è in preda a una voglia di vivere immensa, si sente “onnipotente” e vuole a tutti i costi fare solo quello che gli piace. E come non dargli ragione!

Una genitorialità salda e responsabile, tuttavia, riesce a porre dei limiti a questa esuberanza ponendo, per l’appunto, dei “no”. Limiti che non devono essere paragonati soltanto a divieti, ma come a delle vie d’uscita per una crescita più sana. E’ come se il bambino si trovasse, a partire dai due anni, a dover percorre da solo una strada piena di bivi e deviazioni. Il compito dei genitori è dunque quello di direzionare il figlio lungo la strada corretta. E per farlo, necessariamente dovrà dire: “No, quello non si fa!”.

Si ma… quali no aiutano a crescere?

Il non dire mai di no, anziché far bene, potrebbe avere delle conseguenze negative nella crescita dei bambini. E’ chiaro, però, che anche dire sempre di no potrebbe avere delle conseguenze altrettanto negative. Rischiando di fare un gioco di parole, pertanto, occorrerebbe darsi dei limiti nel dire di no.

A tal proposito, Phillips ha elencato una serie di no che è doveroso dare ai bambini di due anni per aiutarli a crescere.

  • uno di questi è, ad esempio, il vietare ai bambini di dormire sempre in braccio alla madre: si rafforzerebbe l’idea che solo la madre è sinonimo di sicurezza e amore;
  • altro no fondamentale riguarda il non dargli sempre cibo quando il bambino piange: gli si insegnerebbe che il cibo è la panacea di tutti i mali e, nel tempo, potrebbero sorgere problemi alimentari.

Non bisogna, inoltre, andare in ansia se il bambino piange o è capriccioso. Spesso in questi casi gli si da un “contentino” per farlo stare buono. In realtà, così facendo, gli si comunica un messaggio di insicurezza, quando lui invece aveva bisogno solo di un po’ di conforto e comprensione. Finirebbe, in definitiva, per non imparare a gestirsi da solo: se i bambini, infatti, non imparano a sforzarsi per ottenere ciò che vogliono, potrebbero non sviluppare mai una sana motivazione interna.

Lo stesso, in un certo senso, vale anche per lo svezzamento. E’ importante dire di no, in questo caso, per permettere al bambino di aprirsi al mondo, e non rimanere legato in un rapporto esclusivo madre-bambino.

Per uguale motivo, altri no che aiutano a crescere sono:

  • non farlo/a dormire tutte le notti nel lettone;
  • non assecondarlo/a troppo;
  • non permettergli di ottenere sempre e subito quello che vuole.

E l’adolescenza?

Al di là dell’infanzia, è inevitabile che i no più duri e oppositivi arrivino anche in un’altra fase delicatissima della vita: l’adolescenza. In questo periodo i contrasti tra genitori e figli sono spesso molto più cruenti, e nascondono significati ben più profondi rispetto a quelli infantili.

Il desiderio di indipendenza e di autonomia nei ragazzi è infatti ben più forte, così come il significato che dietro ad essi si cela. Il no di un adolescente equivale a una ferma opposizione e affermazione della sua individuazione. Se riprendiamo l’esempio della strada di prima con tanti bivi e deviazioni, sarà più difficile, in questo caso, mantenere il ragazzo lungo la giusta via di crescita.

Difficile, ma non impossibile. Esseri bravi genitori, in tale circostanza, significa anche dire di no ai propri figli, pur lasciandoli andare. A volte sono necessarie molte sofferenze e sacrifici, ma il sorriso e la maturità che alla fine della strada il bambino-ragazzo vivrà, sarà di ineguagliabile valore!

Bibliografia

Philipps, A. (1999). I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano.

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5 consigli per superare una storia finita da poco

Quando una storia finisce, la vita non c’è dubbio cambia, ma la direzione del cambiamento sai da chi dipende? Non vorrei sbagliarmi ma sono sicura dipenda da te! E per far questo è necessario che tu ti metta al primo posto. Ovvio, questo certamente non significa trascurare affetti e doveri, ma magari semplicemente imparare a gestirli in modo diverso.

Quando ci si lascia, in una prima fase è inevitabile e anche giusto soffrire e stare male poiché ciò è necessario per elaborare e accettare l’evento, ma dopo questo primo momento diventa altrettanto essenziale che tu ti rimetta in carreggiata.

Le strade a volte si dividono, le vite cambiano, la quotidianità si trasforma completamente ed è giusto che venga ricostruita partendo da zero, facendo ordine nel caos in cui quasi sicuramente ti senti.

Arriva un momento in cui dovrai essere meno severa con te stessa, in cui dovrai imparare a perdonarti qualche eccesso e a non rimproverarti per eventuali colpi di testa o decisioni impulsive. È il tuo tempo di rivoluzione e di cambiamento, accettalo senza troppi rimorsi e sensi di colpa, non ti faranno che male e certamente non cambieranno le cose al meglio… anzi!

Hai provato quindi a fermarti un attimo e fare mente locale per cercare di capire quali sono le cose che ti potrebbero aiutare a stare meglio in questo momento? Probabilmente si, ma forse fermandoti ti sei accorta che ora non riesci proprio a fare ordine nella tua testa e nella tua vita e quindi a capire cosa ti farebbe bene.

Mi rendo conto e lo capisco benissimo, per questo motivo ho pensato che magari in questo momento di disordine, i 5 consigli che ti ho riportato qui di seguito, possono esserti utili per fare un po’ di chiarezza in questo momento di transito e perché no, magariinvogliarti a ripartire per quella che sarà la tua nuova vita.

1) Per cominciare a ricostruire la tua vita inizia a riarredare la tua casa

Probabilmente quando vi siete lasciati, condividevate una casa e anche se non era così sarà inevitabile vedere ovunque ricordi della vostra storia passata. E allora perché farsi del male? Inizia il tuo cambiamento cambiando casa se ti è possibile o semplicemente sistemandola come ti piace di più.

Non serve spenderci chissà quanti soldi o cambiare tutti i mobili, magari basta spostarli o perché no vedere se puoi dipingerli o trasformarli un po’, magari ti potrebbe divertire. Puoi riverniciare le pareti di un altro colore, cambiare qualche quadro alle pareti, inserire un tocco di colore diverso e andare a spulciare nei mercatini qualcosa che possa personalizzare il più possibile la tua casa.

2) Ridisegnati

Quante volte avrai sentito questa frase: “Quando una donna cambia taglio vuol dire che c’è un cambiamento nella sua vita”. Ebbene si, i capelli nei periodi di cambiamento rappresentano quello che si sta vivendo, e quando si decide di cambiare, di dare un taglio al vecchio, è opportuno rivoluzionare il proprio stile.

Che ne dici di farti quel taglio e quel colore di capelli che ti piace tanto, che hai visto indossato da quella o questa attrice, ma che hai sempre pensato non possa stare bene a te? Fatti qualcosa che non avresti mai pensato di fare veramente, così che guardarti allo specchio diventi una sorpresa, un nuovo piacere, ovvio, non significa che tu debba farlo senza criterio. Per questo magari potresti farti consigliare da un parrucchiere come modificare il taglio così da renderlo più armonioso possibile con il tuo viso.

3) Riallaccia vecchie amicizie

Spesso quando ci si fidanza, alcune donne, tendono a isolarsi un po’, dimenticandosi o trascurando le amicizie, per stare solo con lui. Ok, può anche andar bene nella prima fase, dato che la coppia ha necessità di conoscersi il più possibile per creare un legame più stabile. Ma andando avanti nel rapporto sarebbe meglio ritrovare un equilibrio tra il tempo dedicato al tuo partner e quello per le tue amicizie.

Quindi se anche tu sei sparita dalla circolazione chiudendoti un pò troppo nella tua relazione, smetti di esitare e chiama le “vecchie” amicizie. E’ vero, non è carino farsi vive dopo tanto tempo ma se le tue amicizie sono valide ti perdoneranno, ma che ti sia di lezione per la prossima volta. E nel caso non siano disposte a perdonarti vedrai che il consiglio successivo potrà aiutarti a fartene delle nuove, e chissà magari migliori.

4) Inizia uno sport o coltiva un nuovo hobby

Non fai sport? Sei più da divano? Non c’è problema, hai due scelte: puoi rimanere in casa a piangere sul tuo tanto amato divano e magari davanti una travolgente storia d’amore oppure puoi segnarti a qualche sport. Lo sai che praticare sport oltre che al tuo corpo fa bene anche alla tua mente e al tuo animo? Ti permette di produrre endorfine che ti faranno sentire più positiva, ti aiuta a sentirti più bella, aumenta la tua autostima, ti fa sentire più sicura e determinata, insomma ti rende più forte.

Già pratichi sport? Non c’è problema. In questo caso puoi iniziarne uno nuovo o iniziare qualche altra attività o ancora coltivare un nuovo hobby che ti incuriosisce da tempo ma non hai mai avuto voglia o tempo per concretizzarlo. Ora problemi di tempo non ne hai, quindi niente scuse! Anche io in passato ho praticato molti sport e iniziato a coltivare tanti hobby, ora alcuni li conservo altri rappresentano delle belle esperienze. Prova anche tu, l’importante è che scegli qualcosa che ti faccia tirare fuori il tuo malessere, che ti faccia sfogare e stare bene facendoti sentire veramente viva.

5) Organizza un viaggio

Allora che ne dici? Ti ci vuole tanto per preparare la valigia? Il mondo è grande e ci sono tanti posti da vedere. Le ferie si avvicinano, quindi, che ne dici di organizzare un bel viaggio? Puoi partire con qualche amica o da sola se non trovi nessuno, anche se in tal caso io ti consiglierei un bel viaggio organizzato da qualche agenzia e magari con persone della tua età e ovviamente un itinerario che va incontro alle tue esigenze. Deve essere una vacanza non un martirio!

Probabilmente all’inizio ti sentirai un po’ in dubbio, ma vedrai che non appena troverai la meta e il gruppo che far per te, anche semplicemente pagare e prenotare il tuo posto, ti renderà felice e soddisfatta di averlo fatto. Mi raccomando! Tristezza, dolore e timori lasciali a casa.

Se ti accorgi di non riuscire a mettere in pratica questi consigli o nonostante l’hai fatto stai ancora molto male e non riesci ad accettare la fine della vostra storia, prova ad affidarti ad un terapeuta che può consigliarti cos’altro è più opportuno fare per la tua situazione. Si è osservato che, anche dopo una singola seduta di terapia, avrai la capacità di vedere nuove prospettive su cuitracciare la tua nuova vita.

Non aspettare a contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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9 suggerimenti per superare la paura di volare

Finalmente è arrivata l’estate, avrai sicuramente voglia di staccare la spina da tutto e partire per un posto esotico o comunque lontano, magari con gli amici oppure con la tua dolce metà, vero?

Ti ritrovi a immaginare quanto ti piacerebbe andare in posti incantati, tra natura, spiagge bianche e mare cristallino. Solo a pensarci ti sembra gia di goderti il relax di quei posti meravigliosi che solitamente vedi solo sulle riviste.

All’ improvviso però, non appena pensi che per andare cosi lontano devi prendere l’aereo, ti torna in mente quella brutta esperienza che hai vissuto tempo fa durante un volo, e questo scenario da sogno si trasforma improvvisamente in un incubo.

Ricordi benissimo come ti sei sentito in quel momento!
Forse sarai stato sopraffatto dall’ansia, dall’angoscia, la frequenza cardiaca avrà cominciato ad aumentare, avrai avuto l’impressione di non riuscire a respirare, di svenire, i muscoli ti si saranno irrigiditi, avrai provato un senso di oppressione, paura di morire o impazzire.

Risultato?
Queste sensazioni terribili, ormai da diverso tempo, ti portano a rinunciare ai viaggi che tanto desideri per evitare così l’esperienza di andare in aereo. Sicuramente, sai benissimo che la tua paura di volare viene definita “aerofobia” o “aviofobia”, ma quello che forse non sai, è che a volte non è sufficiente evitare l’aereo, poiché il disagio può cominciare a presentarsi in altri contestilimitando sempre di più la tua vita.

Probabilmente più volte ti sarai chiesto: “Ma perché ho così paura di volare e non riesco a superarla?”. Be, a questa domanda potrei dare molte risposte se ti conoscessi, ma non essendo così, l’unica cosa che posso fare, è darti qualche consiglio per provare ad affrontare la paura di volare già da solo e magari farti quel viaggio che desideri da tanto.

Eccoti 9 suggerimenti che puoi utilizzare prima e durante il volo, per gestire il più possibile la tua paura:

  1. approfondisci le tue competenze sugli aerei informandoti di come funzionano e sul loro maggiore livello di sicurezza rispetto gli altri mezzi;
  2. evita di ossessionarti con le notizie sugli incidenti aerei, riportate da giornali e notiziari;
  3. gran parte dell’essere spaventati dipende dal fatto di non sapere cosa sta per accadere, quindi, preparati ai movimenti e alle sensazioni che sperimenterai durante il volo come per esempio le turbolenze;
  4. se ci riesci, prenota un posto nella parte anteriore dell’aereo. Questa zona è meno esposta alle turbolenze e puoi rilassarti più facilmente;
  5. se invece provi fastidio per il fatto che sull’aereo ti senti un pò prigioniero, scegli un posto che si trovi nel lato del corridoio o vicino all’uscita di emergenza;
  6. pratica degli esercizi di rilassamento capaci di ridurre l’ansia sia nella tua vita quotidiana che durante il volo;
  7. cerca di non volare solo, ma con qualcuno di fiducia che può aiutarti a distrarti e a sentirti più tranquillo;
  8. spiega alle hostess la tua paura, la calma e la professionalità con cui hostess e steward affrontano il viaggio potrà esserti sicuramente di aiuto;
  9. durante il volo prova a distrarti leggendo un libro, guardando un film o ascoltando della musica rilassante. Tutto ciò ti permetterà di distoglierà la mente da ciò che ti preoccupa.

Di suggerimenti c’è ne sono diversi ma intanto prova ad iniziare con questi, e se ti accorgi che il tuo problema non è ancora risolto, allora rivolgiti ad un terapeuta che scoprendo insieme a te cosa nasconde veramente la tua paura, può aiutarti a gestirla senza dover continuare a rinunciare ai viaggetti che da tanto sogni.

Non servono terapie interminabili, in molti casi si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia, è possibile ottenere degli ottimi risultati.
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1 anno ago Terapie brevi

Leggere, scrivere, calcolare: i disturbi specifici dell’apprendimento

Leggere, scrivere, calcolare. Sono tutte attività che, a partire dal periodo scolastico, appartengono a ognuno di noi e che compiamo quotidianamente, a volte anche in modo inconsapevole. Eppure non per tutti il processo di apprendimento è così facile. I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), infatti, intervengono in età evolutiva e, spesso, comportano notevoli disagi dal punto di vista sociale e psicologico.

Prova a immaginare per un momento di non sapere una parola di tedesco, e tentare ugualmente di farti capire da una persona che parla, però, solo quella lingua. Cercherai in tutti i modi di trovare le parole, ma senza riuscirci. Alla fine, forse, te la caverai con dei gesti, seppur con parecchie difficoltà. E’, in un certo senso, quello che prova e tenta di fare un bambino che soffre di un DSA. In tutti i modi cerca di farsi capire, si sforza, ma non ci riesce. E alla fine, il più delle volte, ci rinuncia. Se fossi al suo posto, dunque, come ti sentiresti?

La specificità dei disturbi dell’apprendimento

I DSA riguardano una specifica cerchia di disturbi o, meglio, di disabilità, che fanno riferimento all’acquisizione della lettura (dislessia), della scrittura (disgrafia e disortografia) e del calcolo (discalculia). La caratteristica dei DSA è proprio la loro specificità. A fronte, infatti, della presenza di un disturbo dell’apprendimento, non sono presenti altre problematiche intellettive. Quando si presenta un DSA, esso riguarderà solo quella funzione o abilità compromessa.

Non possiamo parlare di DSA, in altre parole, se siamo in presenza di un ritardo intellettivo più ampio, o ancora di deficit sensoriali o neurologici più profondi. Alla base vi è principalmente una causa di tipo psicologico. Tutti i DSA si presentano a partire dalle primissime fasi di sviluppo, trovando la loro massima espressione negli anni della scolarizzazione. E’ proprio all’interno della scuola, d’altronde, che le abilità intellettive vengono messe a dura prova. Non sempre, però, un disturbo specifico dell’apprendimento viene notato subito. Il più delle volte, il comportamento del bambino viene scambiato per pigrizia o svogliatezza. La difficoltà di far comprendere il proprio disagio è, peraltro, talmente elevata, che ciò incide profondamente sulla salute psicologica.

La difficoltà di scrivere: disgrafia e disortografia

Forse non lo ricorderai, ma sono sicuro che alle elementari anche tu hai preso numerosi rimproveri per quell’accento che ti eri dimenticato, o per quell’errore grammaticale che avevi commesso, o ancora per quell’apostrofo che avevi tralasciato. Immagina adesso che questi errori ortografici non vengano compiuti per mera distrazione, ma per mancanza di abilità. Tu sai quando devi inserire l’apostrofo, mettere l’accento o la virgola dopo una parola, eppure non riesci a capire quando effettivamente va fatto.

Una frase del tipo “Mia mamma è l’angelo della mia vita” la scriverai “Mia mama e l angelo dela mia vita”. Voto che ti darà la maestra? Zero!
E’ quello che fa di continuo un bambino che soffre di disortografia. Il bambino ha in sé una difficoltà innata nel convertire il suono alla parola scritta, a riportare le regolarità ortografiche, nonché il corretto ordine delle lettere. Lui sa che “mamma” si scrive con la doppia “m”, ma non riesce a renderlo per iscritto. E la disortografia è proprio questo: la difficoltà di scrivere con un’ortografia corretta.

A differenza della disortografia, invece, la disgrafia comporta una scrittura corretta da un punto di vista ortografico, ma graficamente al limite del comprensibile. Il bambino stavolta ha difficoltà a scrivere in modo fluido e chiaro: alterna a lettere piccole, lettere grandi, rendendo le parole e le frasi quasi indecifrabili. In certi casi ciò può avere importanti conseguenze psicologiche, soprattutto se il problema non è stato ancora riconosciuto o diagnosticato.

Prova a pensare di scrivere una lettera d’amore alla donna della tua vita, per la quale hai impiegato ore e ore per scegliere ogni singola parola del testo. La donna, però, una volta ricevuta la tua lettera, non ne riuscirà a decifrare nemmeno una parola. Quanto ci rimarresti male!

Dislessia e discalculia

La dislessia è forse il tipo di DSA più diffuso ed è caratterizzata dalla difficoltà di leggere accuratamente un testo. Il bambino, cioè, ha un’estrema incapacità a riconoscere le lettere dell’alfabeto, nonché a effettuare una corrispondenza tra la grafia scritta e il suono da riprodurre con la voce. Il risultato sarà una lettura spezzettata, difficoltosa e, a volte, incomprensibile.

Chi soffre di dislessia è come se fosse perennemente sotto esame dall’oculista, che da lontano invita il bambino a individuare le lettere su di un tabellone per capire se vede o meno. Solo che, il dislessico non ha alcun problema di vista, ma non riesce comunque a riprodurre o riconoscere quelle lettere e i loro suoni.

Stessa cosa, ma con i numeri, accade nella discalculia. Quest’ultimo è un DSA in cui il bambino ha difficoltà a riconoscere e automatizzare compiti numerici e di calcolo. E non soltanto quelli complessi, ma anche quelli più semplici. La difficoltà si può ripercuotere anche nella semplice lettura dei numeri, proprio come avviene nella dislessia con le lettere, o nel riportare correttamente in forma scritta la loro dicitura.

Si può tornare a leggere e scrivere?

Sarebbe riduttivo ipotizzare o suggerire un percorso di cura che sia adatto a tutti i tipi di disturbi specifici dell’apprendimento. Ogni tipo di disturbo dell’apprendimento, infatti, è in genere collegato a una specifica genesi evolutiva di tipo psicologico o sociale. In tutti i casi, comunque, si è rilevato utile effettuare un intervento di tipo multidisciplinare, in considerazione anche del fatto che più tempestivamente si interviene, più il DSA tenderà a risolversi spontaneamente con l’età.

Riabilitazione logopedia, intervento psicopedagogico, percorso terapeutico e psicologico sono solo alcune delle strategie che è necessario seguire se si vogliono ottenere buoni risultati. Spesso, d’altronde, il vero problema non è il bambino in sé, ma le concause di tipo psicologico, familiare o sociale a cui è o è stato sottoposto.

Bibliografia

Cornoldi, C. (2007). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Il Mulino, Bologna.

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Fobia specifica: ho terrore di quella cosa lì, ma non so perché

“Aiuto, aiuto c’è un ragno!”…“Che paura, che paura c’è un gatto!”…“O caspita, un cane…oddio un cane…mi sale l’ansia!”.
E si potrebbe continuare all’infinito. Se sproporzionate rispetto alla realtà, le paure per i ragni, gatti, temporali, cani, insetti, uccelli, aghi o altro tipo di oggetti, sono definite col termine di fobie specifiche. In fondo, ti sei mai chiesto che motivo c’è di aver paura di un ago o di un piccolo ragnetto? Eppure, c’è chi prova un profondo terrore al solo pensiero.

Se penso a quella cosa là, mi viene il panico

Per parlare di fobia specifica, dobbiamo riferirci a una paura illogica, irrazionale ed eccessivamente elevata nei confronti di un determinato oggetto, animale o situazione. Se si trova di fronte allo stimolo ansiogeno, la persona non resiste, vuole scappare, prova un terrore vero e proprio, anche quando non c’è motivo. Oltre ad essere sproporzionata e irrazionale, nella fobia specifica la paura è anche incontrollabile, porta all’evitamento sistematico della situazione e influenza negativamente la vita quotidiana della persona.

La questione centrale, però, rimane il fatto che, per parlare di fobia, la paura deve essere provata nei confronti di uno stimolo innocuo. In altre parole, non siamo in presenza di una fobia se il terrore è vissuto di fronte a uno stimolo realmente pericoloso. Chi non ha paura di un leone? Quasi nessuno. Ma se quel leone lo vedi in un ragno, un ago, un oggetto o una situazione particolare, e hai una reazione simile a quella che avresti di fronte a un leone vero e proprio…bè, allora soffri sicuramente di una qualche forma di fobia specifica.

Il terrore che si prova in queste situazioni di eccessiva ansia, si esprime anche attraverso sintomi fisiologici ben circoscritti, come tachicardia, vertigini, diarrea, sensazione di soffocamento, tremore o sudorazione eccessiva. Nel momento acuto della fobia, inoltre, il primo istinto è sempre scappare e fuggire altrove. Torna a pensare per un attimo al leone: se te ne ritrovi uno davanti all’improvviso, d’istinto cosa fai? Fuggi! E senza perdere nemmeno troppo tempo! Ecco, chi soffre di una qualsiasi forma di fobia, fugge (ed evita) qualsiasi cosa gli ricordi lo stimolo ansiogeno.

Sì ma…che tipo di fobia?

Devi innanzitutto differenziare le fobie specifiche da quelle generalizzate (agorafobia e fobia sociale). Queste ultime, infatti, riguardano un ampio spettro di situazioni, mentre la fobia specifica si ha solo in un determinato tipo di circostanza.

Un primo gruppo di fobie specifiche fa riferimento agli animali (ragni, uccelli, piccioni, insetti, cani, gatti…). Un altro gruppo, invece, racchiude quelle provate verso gli ambienti naturali, come la paura per i temporali, per le altezze, del buio o dell’acqua. Un altro gruppo ancora racchiude le fobie del sangue, delle iniezioni e delle ferite: pensa a quanto può essere invalidante questo tipo di fobia per un infermiere o un medico! Infine abbiamo quelle “situazionali”, dove è una specifica circostanza a causarle: ad esempio un tunnel, un ponte, un ascensore, guidare o volare.

E’ chiaro però che i tipi di fobie non si esauriscono soltanto a queste tipologie: pensa che c’è chi ha paura persino del proprio corpo, o di una parte di esso, o addirittura dei medicinali, o della polvere! Qualunque cosa può dare origine a una forma di fobia.

Cosa c’è dietro a una fobia specifica

Chi soffre di una fobia, spesso si chiede: perché? Il ché vuol dire, ad esempio: perché ho questa maledetta paura dei ragni? Rispondere a questa domanda non è facile. C’è chi sostiene che il tipo di fobia nasca da un significato inconscio errato che è stato dato, nel corso della vita, a quel particolare tipo di animale o di oggetto. C’è chi invece sostiene, al contrario, che l’inconscio non c’entra nulla, ma che è questione di condizionamento. Durante l’esistenza, ovvero, la mente ha appreso involontariamente che un oggetto o una situazione è eccessivamente pericolosa, quando in realtà non lo è. Tale condizionamento viene mantenuto inalterato nel tempo fino a dare origine alla fobia. La genesi è comunque sempre la stessa: un’errata interpretazione di qualcosa.

Ti invito a tirare fuori ancora il leone di prima. Hai presente quell’immagine, piuttosto famosa, in cui c’è un gatto che si guarda allo specchio e nello specchio, anziché vedere se stesso, vede un leone? Bé è un po’ quello che succede a chi sviluppa una fobia: vedere, a un certo punto della vita, qualcosa che va oltre la realtà, che sia all’interno di un ragno, di un cane, della pioggia che cade o della polvere che si annida. Da quel momento in poi esisterà solo il leone!

La scorciatoia per vincere le fobie

La paura è un’emozione adattiva: avere paura di un cane feroce, di un serpente o di un forte temporale mentre siamo in bici, è assolutamente normale. Ma se tale paura si estende anche a un cucciolo di cane, a un ragno piccolo e indifeso o ti condiziona nel prendere un semplice autobus, allora è evidente che c’è qualcosa che non va.

Se la tua fobia ha un’incidenza sulla tua vita e ti condiziona, c’è una via per superarla. Se, ad esempio, sei un infermiere e hai paura del sangue, oppure sei un autista e hai paura del trasporto pubblico, o sei un pilota e all’improvviso ti prende la fobia di volare: non demordere, c’è sempre una soluzione.

Rispetto ad altri problemi, in psicoterapia il trattamento della fobia, se non ci sono altri disturbi psicologici sottostanti, è relativamente facile. A volte può bastare una semplice sequenza di sedute, altre volte una sola sessione di terapia a seduta singola. L’obiettivo è comprendere da cosa è stata scatenata la fobia e come è possibile porvi rimedio. Portare, ovvero, quella paura che si prova di fronte allo stimolo ansiogeno dall’essere “eccessiva e irrazionale”, all’essere “normale e adattiva”. Immagina, ad esempio, quanto sarà bello ricominciare a indossare le ali, una volta che la fobia di volare sarà andata via!

Bibliografia

Cannistrà, F., Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche, Giunti, Milano.

Nardone, G. (2012). Oltre i limiti della paura, Bur, Milano.

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