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Solitudine: trasformarla in opportunità

Ci sono uomini soli

Nei carceri, in auto, soli sul web

(Marracash, Soli)

Ci sono momenti in cui la solitudine non è una scelta, ma una condizione che attraversa il nostro quotidiano, nei nostri momenti più intimi o in mezzo agli altri.

Eppure, proprio in quei momenti, può nascere l’opportunità di trasformare quel sentirsi soli in qualcosa di nuovo e di propositivo per noi stessi e per il tempo che viviamo.

La solitudine può arrivare in silenzio, dopo una perdita, un cambiamento, una separazione o semplicemente nel ritmo frenetico delle nostre giornate. Arriva quando si interrompe il senso di connessione con una persona, con un gruppo o con sé stessi.

La solitudine non è solo “stare soli”: è sentirsi soli.

È quella distanza emotiva che si può percepire anche in mezzo alla folla, nel proprio lavoro, o persino in una relazione. Quando ci sentiamo inascoltati o invisibili.

Eppure, dentro questo spazio apparentemente vuoto, può nascondersi un’occasione preziosa di cambiamento.

Ci si può sentire soli in diversi modi:

  • dopo la fine di una relazione o di un’amicizia;
  • quando si cambia città, lavoro, contesto di vita;
  • durante le fasi di cambiamento interiore (maggiore consapevolezza di sé, crescita emotiva, rielaborazione di vecchie convinzioni, comprensione dei propri bisogni).

La solitudine può essere un momento importante di ridefinizione di sé.

Quando attraversiamo una fase in cui i nostri ancoraggi esterni si indeboliscono e questo ci costringe a confrontarci con la nostra dimensione interiore più profonda, abbiamo la possibilità di costruire un passaggio, un tempo sospeso, difficile ma fertile, in cui può nascere qualcosa di nuovo.

Il problema nasce quando la solitudine si trasforma in isolamento, in una trappola che ci fa chiudere ancora di più. Allora, il silenzio diventa pesante, il dialogo interiore si trasforma in autocritica, e il vuoto in mancanza di senso.

La Terapia Breve come ponte

La terapia breve, con la sua natura focalizzata e concreta, aiuta a sperimentare piccoli cambiamenti relazionali che creano senso e connessione. L’obiettivo diventa, trasformare la solitudine in uno spazio di crescita personale.

La solitudine, infatti, può essere vista come un passaggio evolutivo: un momento in cui si può imparare a stare con sé stessi in modo nuovo, più autentico.

Come dice Leonard Cohen nella canzone Anthem, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in.”La crepa della solitudine può diventare la fessura da cui entra la luce della consapevolezza, la possibilità di ricostruirsi, di riscoprire i propri desideri, di sintonizzarsi sui propri bisogni.

La terapia breve parte da un principio fondamentale: ogni difficoltà contiene già in sé le risorse per essere superata.

Il primo passo è aiutare la persona a riconoscere e dare un nome a ciò che prova. Spesso chi si sente solo prova vergogna o paura di essere “sbagliato”, non compreso. Il terapeuta aiuta a ristrutturare il vissuto come un processo evolutivo.

In terapia breve, si lavora sul momento presente (il mantra contemporaneo del “qui e ora”), ma anche sul futuro immediato.

Lo spazio della solitudine viene esplorato in terapia non come un “vuoto da riempire”, ma come un luogo da abitare consapevolmente e pienamente. La terapia breve aiuta a costruire piccoli obiettivi, piccole esperienze quotidiane di connessione (con sé, con gli altri, con il mondo).

Attraverso domande strategiche, visualizzazioni o esercizi di auto-osservazione, la persona può tornare a sentire sé stessa. La Miracle Question stessa applicata alla solitudine è uno strumento molto potente perché apre uno spazio di possibilità e immaginazione laddove la persona sente vuoto o mancanza.

Quando una persona impara a stare bene da sola, le relazioni o le situazioni non diventano più un bisogno per colmare un’assenza, ma una scelta consapevole di esserci.

Un nuovo modo di stare soli

Quando la solitudine smette di essere un nemico, diventa un’esperienza da cui imparare.

In quello spazio che prima sembrava vuoto, può nascere la capacità di ascoltarsi davvero, di riconoscere i propri limiti e i propri desideri. È in quel silenzio che spesso si riscopre la creatività, la curiosità, la voglia di ricominciare.

La solitudine, accolta e attraversata, diventa spazio di crescita.

Il terapeuta, non riempie il vuoto ma aiuta a costruire ponti: tra il dolore e la possibilità, tra il silenzio e la parola, tra il sé e gli altri. Trasforma il problema in risorsa.

La solitudine forse non è qualcosa da sconfiggere, bensì da comprendere. Lo spazio terapeutico può diventare un luogo in cui esplorare nuovi modi di stare da soli. Questo significa accogliere la possibilità di ascoltare i propri bisogni, riconoscere i propri confini, scoprire o riscoprire le proprie risorse.

Quando la solitudine smette di essere un vuoto da riempire ma spazio da colmare può nascere il cambiamento.

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Riferimenti bibliografici

Yalom I.D. (1980), Psicoterapia esistenziale. Raffaello Cortina

Nardone G.(2023), La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Tea

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