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Category Archives: Problemi nelle relazioni familiari

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5 consigli utili per migliorare la comunicazione genitore-figlio adolescente

L’importanza di una corretta comunicazione genitore-figlio

Capita spesso che i genitori abbiano difficoltà nell’avere un dialogo aperto con i propri figli, specialmente se adolescenti. Questo può capitare poiché durante il periodo adolescenziale i ragazzi affrontano diversi cambiamenti, anche sul versante psicologico, che può renderli diversi dal bambino che i genitori erano abituati a conoscere.

Proprio in virtù dei molti cambiamenti che i ragazzi si trovano a dover affrontare, un dialogo costruttivo ed aperto con i genitori può essere di grande aiuto, specialmente nei momenti in cui ci si sente spaventati o insicuri.

Infatti, il periodo giovanile, per alcuni individui, può essere costellato di insicurezze; poterne parlare in modo sereno in famiglia potrebbe costituire il primo passo per diventare adulti più sicuri di sè. 

Nonostante sia molto importante poter avere un dialogo aperto e sereno, è altrettanto importante che i genitori comprendano che in questo periodo i figli iniziano a sentire il bisogno di avere una propria autonomia; potrebbero quindi iniziare a preferire come interlocutori gli amici, piuttosto che la mamma o il papà.

Secondo una ricerca condotta presso l’Università di Chandigarh (India), l’età e il genere dell’adolescente e del genitore influiscono sugli argomenti di conversazione preferiti dai ragazzi. Emerse che le ragazze avevano, mediamente, un dialogo più aperto, soprattutto con le madri; inoltre le madri venivano considerate dai ragazzi più aperte al dialogo e all’accettare le loro opinioni. 

La comunicazione non verbale

“Comunicare” non fa riferimento soltanto a ciò che viene detto con le parole; i messaggi verbali sono sempre corredati da una serie di indizi che trasmettiamo con il corpo e con le nostre espressioni, che trasmettono la parte “non verbale” del nostro messaggio comunicativo.

Affinché un messaggio arrivi chiaro all’interlocutore, è importante che la parte verbale e quella non verbale siano coerenti, per non generare confusione. Questo è particolarmente importante nella comunicazione con i figli, specialmente quando vengono impartite regole o si fanno delle lodi. 

Gli studi hanno riportato delle differenze, tra padri e madri, rispetto a come essi gestiscono la comunicazione non verbale con i propri figli. In particolare è emerso che, generalmente, le madri prestano maggiore attenzione alle proprie espressioni e a quelle dei figli, e che sono più accurate nell’interpretarle. Inoltre sembrerebbe che l’uso della comunicazione non verbale vari in relazione alla situazione: quando si ha difficoltà ad esprimere a parole un concetto, gli indici non verbali aumentano. 

Come migliorare il dialogo?

Lo psicologo ed educatore americano Gordon, ha individuato alcuni comportamenti che possono essere di ostacolo alla comunicazione e alle relazioni positive. Vediamo alcuni dei comportamenti che questo autore consiglia di non mettere in atto:

  1. ordinare,comandare,esigere, è normale che il figlio debba ascoltare ciò che il genitore gli dice, ma spesso fare attenzione a come ci rivolgiamo ai nostri figli può fare la differenza;
  2. dare soluzioni e suggerimenti non richiesti, a volte potrebbe essere opportuno, invece che fornire una soluzione già pronta, chiedere prima cosa il ragazzo/a ritiene sia utile fare, e aprire da li una riflessione;
  3. giudicare, disapprovare e criticare, quando i ragazzi sbagliano bisogna senz’altro farglielo notare, ma bisogna ricordare che critiche e giudizi negativi frequenti possono andare a minare l’autostima del ragazzo, specialmente in un periodo in cui la personalità si sta ancora formando. 

Questi piccoli, ma molto importanti, consigli potrebbero essere utili nel migliorare la comunicazione in famiglia; tuttavia se la situazione non migliora, prestando attenzione alla comunicazione non verbale e facendo attenzione a non usare le barriere alla comunicazione individuate da Gordon, si può richiedere l’aiuto di professionisti qualificati che sapranno individuare i nodi dei conflitti e portarli alla luce.

 

Sul sito www.onesession.it potrai trovare un elenco di psicologi formati in Terapia a Seduta Singola, che già in un incontro potranno aiutarti a trovare la soluzione.

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Genitori si nasce o si diventa? Come adattarsi all’arrivo in famiglia di un bambino!

L’emozione di diventare genitore

Diventare genitori è uno degli eventi più carichi a livello emotivo che un individuo possa vivere. Sia per gli uomini che per le donne, scoprire di essere in attesa di un bambino può far sperimentare emozioni diverse.

In particolare, è molto comune sperimentare emozioni quali gioia, sollievo, ma anche ansia ed in alcuni casi paura per le nuove responsabilità.

Secondo uno studio condotto nel reparto maternità di un ospedale portoghese, le emozioni più comuni verso il bambino nei primi due giorni dopo il parto erano positive; emozioni negative, come la paura, erano meno frequenti, ma presenti, e tendevano ad attenuarsi dopo i primi due giorni. Inoltre emerse che erano le neo mamme ad essere maggiormente spaventate per i cambiamenti.

La gravidanza e la successiva genitorialità vengono considerate dagli psicologi eventi “critici” , poichè richiedono ai neo genitori di rivedere le proprie abitudini e il proprio stile di vita. Questa consapevolezza potrebbe essere fonte di disagio o di stress, in quanto potrebbe essere necessario modificare profondamente gli equilibri precedenti.

Nonostante questo, l’opportunità di diventare genitore può favorire un profondo processo di crescita, sia personale che di coppia.

Cosa cambia nella coppia genitoriale?

Prima degli anni ’80 la ricerca psicologica tendeva ad escludere il padre, focalizzandosi sul rapporto madre-figlio; oggi si tende a riconoscere l’importanza di una sana relazione tra i genitori rispetto all’accudimento del bambino. L’esperienza della genitorialità permette alla coppia di evolversi, e alla relazione di maturare.

Spesso l’esperienza della nascita del primo figlio può comportare sostanziali cambiamenti nelle abitudini della famiglia, ripercuotendosi inevitabilmente sulla relazione tra mamma e papà. Ad esempio, avere gli orari scanditi dai bisogni e dai ritmi del bambino potrebbe richiedere di sacrificare il tempo prima destinato agli interessi.

Non tutti i genitori riescono a trovare subito un nuovo equilibrio; a volte questo processo può richiedere un periodo più lungo, ma questo non deve scoraggiare la coppia. Inoltre potrebbe succedere che la mamma dedichi molto del proprio tempo al bambino, facendo sentire il papà escluso dalla vita familiare, ed un po’ geloso dell’intensa relazione madre-figlio.

Oppure la mamma potrebbe sentirsi sommersa di responsabilità, bisognosa di maggiori attenzioni e supporto da parte del partner nella gestione del neonato. Per questi motivi, una relazione solida e orientata al dialogo tra i neo genitori rende più facile l’adattamento al ruolo genitoriale e ne accresce le competenze.

Parlare con il proprio partner delle difficoltà che si sperimentano e renderlo partecipe delle proprie preoccupazioni potrebbe aiutare la coppia a ritrovare l’agognata sintonia.

Le difficoltà di adattarsi alla nuova routine familiare

Prendersi cura di un neonato è sicuramente stancante, per via del grosso impiego di risorse che un bambino richiede. Potrebbe quindi essere frequente che i genitori si sentano stanchi e scoraggiati, magari non adatti rispetto al nuovo ruolo genitoriale.

Questi sentimenti potrebbero essere del tutto normali, e non devono far sentire i genitori inadeguati. Soprattutto per le madri è frequente sentirsi poco competenti ed avere paura a svolgere le azioni che riguardano la cura del bambino.

Avere paura o voler chiedere aiuto non rende una madre una cattiva mamma. In questi casi può essere utile rivolgersi al pediatra di fiducia per avere rassicurazioni in merito. In alternativa potrebbe essere utile richiedere un supporto psicologico per ricevere aiuto da parte di professionisti qualificati. A volte anche un singolo incontro può bastare per riuscire a gestire meglio lo stress e i cambiamenti.

Sul sito www.onesession.it potrai trovare un elenco di professionisti formati in Terapia a Seduta Singola che potranno aiutarti a raggiungere i risultati sperati ed uscire in tempi brevi dalla situazione di disagio.

 

Dott.ssa Fulvia Mariagrazia Messina

 

Bibliografia

Benvenuti P. (2008), Psicopatologia nell’arco della vita. Seid Editori

Cannistrà F., Piccirilli F. (2018), Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti Psychometrics

Figueiredoa B., Costaa R., Pachecoa, A. & Paisb A. (2007).

Mother-to-infant and father- to-infant initial emotional involvement. Early Child Development and Care, 5, 521-532.

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Separarsi senza i guantoni da boxe. Famiglie unite di genitori separati: riflessioni e suggerimenti affinché a divorziare sia soltanto la coppia. Non i genitori.

L’amore è eterno finché dura

Sebbene non siano trascorsi neanche 50 anni dall’introduzione della legge sul divorzio in Italia (legge 898 del 1 dicembre 1970) il puzzle del tessuto sociale, assieme a quello familiare e normativo di riferimento, appare profondamente mutato da allora.

Separazioni e divorzi sono entrati a far parte sempre più della nostra jungla quotidiana: lo evidenziano anche gli studi demografici.

Secondo l’Istituto nazionale di Statistica (ISTAT), nel 2015 in Italia sono stati celebrati 194.377 matrimoni (4.600 in più rispetto al 2014), sono avvenuti 82.469 divorzi e 91.706 separazioni (il 2,7% in più rispetto al 2014). Sempre l’Istat rileva che la separazione viene chiesta, in media, dopo circa 17 anni dal fatidico sì.

Nel 2015 sono state il 23,5% le coppie che hanno deciso di separarsi dopo almeno 25 anni di matrimonio; 12,1% la percentuale dei coniugi che hanno deciso di lasciarsi prima dei 4 anni dal lancio del bouquet. Con l’introduzione del cosiddetto divorzio breve (legge 55 del 6 maggio 2015) inoltre, il numero dei divorzi è aumentato del 57% rispetto all’anno precedente (http://dati.istat.it).

I delicati fiori di arancio resistono sempre meno. Forse è meglio puntare su una bella pianta grassa.

Coppie separate, famiglie unite

Il primo a porre l’attenzione sulla complessità sottesa all’evento della separazione e del divorzio fu lo psicologo P. Bohannan (1970), il quale identificò sei dimensioni, utili a descriverne i diversi aspetti implicati: legale, economico, comunitario, emozionale, psicologico e genitoriale.

Quando una coppia si separa, secondo Bohannan, la persona può incontrare difficoltà in tutti gli ambiti contemporaneamente oppure soltanto in alcuni di essi. Laddove nella coppia che si separa vi siano figli, ancora di più la finalità del divorzio deve essere esclusivamente quella di porre fine al matrimonio, non alla genitorialità.

Frequenti invece sono i casi, all’interno delle coppie separate con figli, di un mal gestito divorzio genitoriale, caratterizzato dalla presenza di conflitti tra gli ex coniugi perenni, espressi palesemente con sfuriate e litigi telefonici, e in alcuni casi con denunce per futili motivi, oppure sotterranee, manifestate con boicottaggi che si tramutano in una scarsa partecipazione alla vita dei figli e delle loro scelte, con l’unico risultato di conseguenze devastanti sullo sviluppo emotivo della prole, della loro sicurezza psicologica, del senso di appartenenza e stabilità interiore.

Come sostiene la psicologa A. O. Ferraris (2014), infatti, coloro che si separano devono fin da subito il compito di sforzarsi di distinguere il ruolo genitoriale, che rimarrà per tutta la vita, dal ruolo coniugale, che appartiene invece a una vecchia fotografia incorniciata sopra il camino.

La separazione non è un incontro di boxe

Così come non esiste un unico prototipo di famiglia, non esiste un unico modello di divorzio a cui fare riferimento o provare ad imitare. L’unica cosa certa, come dice Lev Tolstoj, è che “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.”

Nonostante la diversità e complessità delle singole situazioni è bene tenere a mente alcuni semplici suggerimenti:

  1. Mai litigare davanti ai figli. Mai. Neanche se sono nell’altra stanza a far finta di studiare o ad ascoltare la musica.
  2. Mai parlare male dell’altro genitore, pure se questo come ex coniuge vi ha deluso, tradito, squalificato. Se non siete riusciti a salvare il vostro matrimonio, puntate sul vostro ruolo genitoriale. Probabilmente, se vi impegnate e ve lo permettete, stavolta come genitori andrà meglio.
  3. Coinvolgete sempre l’altro genitore nelle scelte e decisioni, sia piccole che grandi, che riguardano i vostri figli: da quale indirizzo di studi scegliere a quale zaino sia meglio acquistare per il campo scout. Garantite la compresenza nei momenti importanti: ai colloqui con i professori, la prima partita di calcio, il suo compleanno. Cercate nell’altro genitore un alleato, non un avversario da stendere al tappeto. La famiglia non è un ring. Abbassate la guardia. Togliete guantoni, caschetto e para colpi. Decisioni condivise e comunicazioni chiare aiutano a sentirsi all’interno di una famiglia unita, solida e speciale, anche quando non si abita più tutti sotto lo stesso tetto.
  4. I vostri figli sono la cartina torna sole di come avete lavorato come genitori (non come coppia). Se vi sembrano persone fiduciose, aperte a nuove esperienze, dentro come fuori casa, serene con voi e con l’altro genitore, nonché con le rispettive famiglie di origine (nonni, zii, cugini ecc.), fatevi i complimenti: avete lavorato bene!

Se invece i punti sopra descritti vi sembrano impossibili da raggiungere, se pensate di essere tra le persone coinvolte in un divorzio genitoriale, la cosa migliore da fare in questi casi è quello di rivolgersi ad uno psicologo o alla figura di un mediatore familiare.

Attraverso la Terapia a Seduta Singola, per esempio, potete ottenere risultati e raggiungere obiettivi già dal primo incontro, non solo per voi stessi come singoli individui, ma anche come coppia genitoriale, restituendo solidità ed efficacia al vostro ruolo di genitori. Perché dai figli non si dovrebbe mai divorziare.

Monica Patrizi

Bibliografia e Sitografia

Ferraris A. O. (2014) “Dai figli non si divorzia. Separarsi e rimanere buoni genitori” Edizioni BUR http://dati.istat.it.

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Avete intenzione di creare una famiglia allargata? Come comportarvi con i vostri figli?

Ti sei separata da molto tempo ma ormai con i tuoi figli sei riuscita a ritrovare il giusto equilibrio nonostante inizialmente sia stata molto dura.

Uomini? Forse fino qualche tempo fa proprio non ci pensavi a un’altra relazione ma senza aspettartelo, ora ti sei innamorata di nuovo e per di più di un uomo separato e con un figlio. Vi amate, state bene e magari vorreste andar a vivere insieme.

Solo una cosa vi preoccupa, come comportarvi con i vostri figli? Come potrebbero prenderla?
Tranquilli, le famiglie che dopo una separazione si riuniscono dando vita a famiglie allargate sono sempre di più oggi e se possono rappresentare una risorsa per i vostri figli dipende solo da voi genitori.

Per funzionare bene è necessario che sia te che il tuo partner vi comportiate in modo equilibrato, garantendo ai vostri figli stabilità sia a livello emotivo che a livello pratico. I bambini hanno bisogno di punti di riferimento e di equilibrio, per questo è necessario che nella costruzione di una famiglia allargata, si proceda per gradi, per dargli modo di abituarsi al cambiamento e per creare così un nuovo equilibrio.

Sicuramente, una delle prime cose che dovrete fare, è preparare i vostri figli all’arrivo del nuovo partner, dialogando con loro e spiegandogli la situazione in modo chiaro. La creazione di una famiglia allargata, è un momento particolarmente delicato per loro, dovendo dare un nuovo significato al ruolo della nuova figura che entra a far parte della famiglia.

Potrebbe accadere che i vostri figli non siano ancora pronti ad accettare una nuova persona in casa e in questo caso meglio non forzarli. Bisogna aspettare che elaborino la separazione, che accettino il fatto che il loro papà non vive più con loro e capiscano nello stesso tempo che nonostante ciò, i loro genitori “rimangono i loro genitori“.

E’ quindi essenziale che, la relazione tra i tuoi figli e il nuovo partner si costruisca gradualmente, giorno dopo giorno. Il tuo nuovo partner non è necessario che faccia gesti eclatanti per farsi accettare, dovrebbe semplicemente essere se stesso e mostrarsi per quel che è.

Potrebbe capitare che tra i tuoi figli e il tuo nuovo partner non ci sia subito affiatamento e questo potrebbe dipendere da diversi motivi: per incompatibilità caratteriali; perché i vostri figli potrebbero aver paura di ferire l’altro genitore accettando un’altra persona in casa o ancora perchè potrebbero aver paura di soffrire per un’altra eventuale separazione e quindi preferiscono evitarla. Oppure potrebbe capitare il contrario, e cioè che tra loro ci sia affiatamento fin da subito.

Un’altra cosa che dovreste tenere in considerazione per il benessere dei vostri figli, nel caso in cui anche il vostro nuovo compagno ne avesse, è di non imporre immediatamente che si conoscano.
Fate un passo alla volta, valutate se la relazione è stabile, date ai vostri figli il tempo di accettare il nuovo partner e poi successivamente potrete fargli conoscere i suoi figli.

Nonostante abbiate accettato ed elaborato la separazione e ora siete pronti per una nuova relazione non dimenticatevi che prima di tutto siete dei genitori, e come tali dovete pensare che i vostri figli hanno bisogno di voi, hanno bisogno di punti di riferimento che gli possano spiegare come e perché la situazione familiare sta cambiando, altrimenti potrebbero rischiare di crescere nella confusione.

Per questo motivo è importante che gli spiegate cosa succede e che li aiutate ad elaborare quello che stanno vivendo. Se però pensate di avere bisogno di aiuto, non vergognatevi, non sarete dei cattivi genitori per questo. Rivolgetevi ad un terapeuta che possa aiutarvi a gestire questa situazione.

Non servono terapie interminabili, in molti casi si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia, è possibile ottenere degli ottimi risultati. Non aspettare ancora per contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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Avete deciso di separarvi e la cosa che più vi preoccupa di più sono i vostri figli? Eccovi 5 regole per farli crescere sereni

Avete cercato di recuperare la situazione in tutti i modi, di resistere il più possibile ma avete capito che l’unica soluzione è separarvi?

Avete riflettuto tanto e compreso di non poter fare diversamente, ma ora il senso di colpa per i vostri figli vi tormenta?

Pensate che per colpa vostra non potranno più crescere tranquilli e sereni?

Credetemi, non è detto che i figli di genitori separati debbano essere per forza sofferenti, la separazione se ben gestita, nonostante sia un momento doloroso rende comunque possibile crescere un bambino felice e sereno.

D’altronde la felicità e l’infelicità sia vostra che loro dipende fondamentalmente dai rapporti e dalle condizioni di vita che stabilirete dopo la separazione. I vostri bambini si riprenderanno facilmente da questo evento e supereranno senza troppe difficoltà il dispiacere e il disagio legati alla situazione se anche voi saprete recuperare velocemente la vostra serenità.

Se dopo la separazione saprete concentrarvi sul vostro compito di genitori e quindi fornire ai vostri figli stabilità, amore, disciplina, sensibilità e tutto ciò di cui hanno bisogno, loro riusciranno ad essere emotivamente stabili senza troppe complicanze.

Però, perché i vostri figli non subiscano traumi e possano crescere sereni, è essenziale che voi teniate conto di alcune regole:

  1. La prima regola che dovete tenere a mente è di non coinvolgere i vostri figli nei conflitti che riguardano solo voi. Loro non sapendo realmente come stanno le cose, potrebbero sentirsi in colpa o la causa dei vostri litigi.
  2. Siete indecisi, confusi se è giusto separarvi oppure no? Benissimo!
    Riflettete pure, meglio non prendere decisioni affrettate. Certo se l’indecisione è di restare insieme “per il bene dei vostri figli”, come sostengono alcuni genitori, sappiate che a loro in realtà fa malissimo. Se ci sono delle tensioni, i figli sono i primi a percepirle.
  3. Avete deciso di separarvi ma ora come dirlo ai vostri figli?
    Parlate con loro a decisione presa e ad animi tranquilli. Non aspettate troppo per farlo e mi raccomando non teneteli allo scuro. Siate chiari sui vostri rapporti e non date adito a inutili speranze. Affrontate il discorso tutti insieme, in modo tranquillo, lasciate da parte i sentimenti negativi che provate reciprocamente e cercate di trasmettergli solo sicurezza e fiducia, senza svalutare o sminuire il vostro coniuge davanti a loro.
  4. I vostri bambini, per stare bene, hanno bisogno di ritrovare il prima possibile una stabilità, per questo dovete concentrarvi sulla costruzione di una nuova routine utile a ristrutturare sia la vostra nuova vita di genitori che la loro.
  5. Informate della vostra separazione gli insegnanti a scuola, gli allenatori sportivi o comunque gli adulti delle attività che frequentano. Se sono già a conoscenza della vostra situazione, è probabile che vostro figlio si confidi volentieri con qualcuno di loro proprio perché esterno all’ambiente familiare. Oppure, potrebbe capitare che a scuola o durante l’attività sportiva vostro figlio potrebbe manifestare un disagio che a casa reprime, in tal caso, se gli adulti sono già a conoscenza della situazione, sapranno come contenerli.

Vi siete separati, vivete in case diverse ma nonostante ciò non dovete mai dimenticarvi che rimanete comunque genitori e dovete comportarvi come tali.
I vostri figli devono sentire che vi occupate di loro e possono contare sulla presenza di entrambi anche se non vivete più sotto lo stesso tetto.

Essere presenti e buoni genitori anche a distanza è possibile!

Se però siete preoccupati di non riuscire a saper gestire in modo corretto la separazione e le sue conseguenze, se vi accorgete di non riuscire a mettere in pratica le regole appena riportate, allora provate ad affidarvi ad un terapeuta esperto in materia.

Si è osservato che anche dopo una singola seduta di terapia potete ottenere degli ottimi risultati. Non aspettare a contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito www.onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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I primi 3 passi per uscire da una relazione tossica

Ti senti spesso triste e in ansia?
Ormai senza quasi accorgertene dai sempre precedenza alle esigenze e i bisogni del tuo partner trascurando i tuoi?
Per evitare discussioni con lui scendi di continuo a compromessi senza imporre mai le tue volontà?

Se non ti senti serena e libera di esprimerti in modo naturale, se ti senti insicura e sola, se ti accorgi di essere in una relazione in cui hai paura di essere te stessa, allora credo proprio che non sia una relazione propriamente sana.

In una relazione accade spesso che ci siano incomprensioni, momenti o comunque dinamiche con il proprio partner che non ci rendono molto appagate e felici, ma questo è normale se gli episodi avvengono sporadicamente o se capita in periodi particolari, magari periodi in cui ci sono dei cambiamenti. D’altronde si sa, non esiste una relazione totalmente perfetta.

Certo! Il discorso è diverso se la tua tristezza, il tuo sentirti insicura, infelice, la tua frustrazione rispetto quelli che sono i tuoi desideri e bisogni sempre trascurati e tutti gli stati d’animo negativi che ne derivano, rappresentano la quotidianità o quasi. In tal caso parliamo di veri e propri campanelli d’allarme di una relazione tossica che sarebbe meglio cercassi di risolvere. Ma se hai già provato a farlo senza alcun risultato, allora sarebbe meglio chiuderla prima che peggiori.

Meglio che eviti di ritrovarti in situazioni pericolose da cui uscire diventa sempre più difficile e doloroso, non credi? Rifletti sui motivi che ti spingono a continuare questa storia d’amore che non ti rende più felice.
Forse la paura della solitudine o la voglia di condivisione ti spingono ad accettare questa relazione anche se ti rende la vita impossibile e infelice.

Tranquilla, non sentirti sbagliata, può succedere che il bisogno di ricevere amore e attenzioni possa averti fatto scambiare una relazione difficile e malata come l’unica via per essere felice. Ma credimi, puoi essere felice anche senza avere una relazione!

L’amore deve portare serenità e benessere non dolore e sofferenza!

Non devi aver paura di rimanere sola. Impara a volerti bene e darti il valore che meriti, solo in questo modo riuscirai ad essere felice e a vivere una storia d’amore serena. Nel momento in cui imparerai a dedicarti con amore a te stessa, vedrai che attirerai le relazioni e gli uomini che meriti. Se ci pensi, come potresti amare qualcuno se per prima non ami te stessa?

Ma vediamo, come puoi fare per uscire da questa relazione tossica, da questo rapporto malato che forse sarebbe opportuno interrompere il prima possibile? Eccoti di seguito i primi 3 passi da fare:

  1. Prima di tutto devi riuscire ad ammettere che la relazione che stai vivendo è una relazione disfunzionale che ti rende insicura e infelice. Per questo sarebbe opportuno seguire una psicoterapia che ti permetta anche di comprendere le possibili motivazioni che ti hanno portato a continuare a vivere una relazione divenuta tossica.
  2. Osserva attentamente la situazione e comincia a riflettere su come poterla risolvere, sul “piano d’azione” da mettere in atto, ai passaggi necessari che dovrai affrontare per chiuderla. Considera quindi tutte le possibili difficoltà che ti si potranno presentare una volta che avrai deciso di chiudere definitivamente la relazione, e come affrontarle. Soprattutto se nella vostra relazione è presente violenza fisica. Devi cercare di prevedere ogni cosa non solo per la tua sicurezza, ma anche per quella dei tuoi eventuali figli.
  3. Passa all’azione mettendo in pratica tutto quello che hai pianificato precedentemente. Nelle relazioni sentimentali sane è opportuno comunicare di persona la decisione di chiudere la relazione, mentre in quelle tossiche, a volte è preferibile andarsene quando il partner è assente per evitare violenza e scenate pericolose o comunque utilizzare altre vie come il telefono, l’email o altro ancora.

Senti di farcela? Lo so, immagino non sia facile, ma posso garantirti che puoi uscire da questa difficile situazione. Se ti senti troppo fragile e senti di non potercela fare da sola, affidati a un terapeuta che sostenendoti ti indicherà la strada da seguire per uscire da questa relazione tossica.

Pensa, è stato dimostrato che, già dopo una Singola Seduta puoi ottenere dei risultati inaspettati. Cosa aspetti quindi a contattare uno dei terapeuti formati in Terapia a Seduta Singola cercando sul nostro sito onesession.it, il terapeuta più vicino a te e più adatto alle tue esigenze.

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I no che aiutano a crescere: quando la crescita passa attraverso il divieto

Il “dire di no” è un modo che un genitore ha per far crescere e sviluppare il proprio figlio. Il “no” infatti è sinonimo di divieto, ma anche di regole e di disciplina. Porre dei limiti all’esuberanza dei bambini è talvolta fondamentale per la loro stessa crescita. La psicologa Phillips considera per questo il “no” come un vero e proprio strumento di crescita.

Tuttavia, per far sì che i no fungano da reale aiuto per la crescita, è doveroso dosarli e utilizzarli con parsimonia. Non basta, ovvero, dire di no per far crescere un bambino: bisogna comunicargli anche il significato che si cela dietro quel no. O, quantomeno, farglielo capire.

Il periodo dei no compare durante l’infanzia, intorno ai due anni, e in adolescenza. In entrambi i periodi, sotto una diversa prospettiva, iniziano i primi contrasti tra la genitorialità e i figli.

L’età dei no: l’infanzia e la genitorialità

Durante l’infanzia, il no dei genitori risponde al no dei figli. I bambini, cioè, a partire dai due anni, iniziano a utilizzare l’espressione “no!” per affermarsi e costruire la propria differenziazione. Ovviamente siamo ancora agli inizi del processo di crescita, e i no riguardano, ad esempio, il non voler andare all’asilo, il non voler fare i compiti o il non voler mangiare un determinato cibo.

Talvolta i bambini di quell’età dicono no a tutto, compreso quello che vorrebbero fare, solo per il gusto di sperimentare. Dichiarare l’indipendenza, seppur ancora illusoria, diventa un primissimo modo, così, per affermarsi e assumersi delle leggerissime responsabilità. E’ proprio per tale motivo che le proteste infantili di questa età vanno normalizzate, perché il rifiuto è spesso sinonimo di uno sviluppo mentale corretto.

Il compito dei genitori, in questa delicata fase dell’infanzia, è quello di rispondere ponendo dei limiti e dando delle regole. A quell’età, infatti, il bambino è in preda a una voglia di vivere immensa, si sente “onnipotente” e vuole a tutti i costi fare solo quello che gli piace. E come non dargli ragione!

Una genitorialità salda e responsabile, tuttavia, riesce a porre dei limiti a questa esuberanza ponendo, per l’appunto, dei “no”. Limiti che non devono essere paragonati soltanto a divieti, ma come a delle vie d’uscita per una crescita più sana. E’ come se il bambino si trovasse, a partire dai due anni, a dover percorre da solo una strada piena di bivi e deviazioni. Il compito dei genitori è dunque quello di direzionare il figlio lungo la strada corretta. E per farlo, necessariamente dovrà dire: “No, quello non si fa!”.

Si ma… quali no aiutano a crescere?

Il non dire mai di no, anziché far bene, potrebbe avere delle conseguenze negative nella crescita dei bambini. E’ chiaro, però, che anche dire sempre di no potrebbe avere delle conseguenze altrettanto negative. Rischiando di fare un gioco di parole, pertanto, occorrerebbe darsi dei limiti nel dire di no.

A tal proposito, Phillips ha elencato una serie di no che è doveroso dare ai bambini di due anni per aiutarli a crescere.

  • uno di questi è, ad esempio, il vietare ai bambini di dormire sempre in braccio alla madre: si rafforzerebbe l’idea che solo la madre è sinonimo di sicurezza e amore;
  • altro no fondamentale riguarda il non dargli sempre cibo quando il bambino piange: gli si insegnerebbe che il cibo è la panacea di tutti i mali e, nel tempo, potrebbero sorgere problemi alimentari.

Non bisogna, inoltre, andare in ansia se il bambino piange o è capriccioso. Spesso in questi casi gli si da un “contentino” per farlo stare buono. In realtà, così facendo, gli si comunica un messaggio di insicurezza, quando lui invece aveva bisogno solo di un po’ di conforto e comprensione. Finirebbe, in definitiva, per non imparare a gestirsi da solo: se i bambini, infatti, non imparano a sforzarsi per ottenere ciò che vogliono, potrebbero non sviluppare mai una sana motivazione interna.

Lo stesso, in un certo senso, vale anche per lo svezzamento. E’ importante dire di no, in questo caso, per permettere al bambino di aprirsi al mondo, e non rimanere legato in un rapporto esclusivo madre-bambino.

Per uguale motivo, altri no che aiutano a crescere sono:

  • non farlo/a dormire tutte le notti nel lettone;
  • non assecondarlo/a troppo;
  • non permettergli di ottenere sempre e subito quello che vuole.

E l’adolescenza?

Al di là dell’infanzia, è inevitabile che i no più duri e oppositivi arrivino anche in un’altra fase delicatissima della vita: l’adolescenza. In questo periodo i contrasti tra genitori e figli sono spesso molto più cruenti, e nascondono significati ben più profondi rispetto a quelli infantili.

Il desiderio di indipendenza e di autonomia nei ragazzi è infatti ben più forte, così come il significato che dietro ad essi si cela. Il no di un adolescente equivale a una ferma opposizione e affermazione della sua individuazione. Se riprendiamo l’esempio della strada di prima con tanti bivi e deviazioni, sarà più difficile, in questo caso, mantenere il ragazzo lungo la giusta via di crescita.

Difficile, ma non impossibile. Esseri bravi genitori, in tale circostanza, significa anche dire di no ai propri figli, pur lasciandoli andare. A volte sono necessarie molte sofferenze e sacrifici, ma il sorriso e la maturità che alla fine della strada il bambino-ragazzo vivrà, sarà di ineguagliabile valore!

Bibliografia

Philipps, A. (1999). I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano.

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La nascita di un figlio

Che c’è di più bello al mondo dell’avere un figlio? Allo stesso tempo, però, cosa c’è di più complesso dell’adattarsi alla venuta di un figlio? All’interno di un solo articolo, forse non riuscirò a spiegarti tutti i meccanismi psicologici ed emotivi sottesi a questo evento. Eppure ti assicuro che sono molti i cambiamenti che vivono una neomamma e un neopapà. Non solo: un figlio porterà con sé importanti mutamenti anche nella coppia genitoriale.Analizziamone i principali.

Quello che le mamme non nascondono

Due fattori caratterizzano l’impatto emotivo e psicologico della nascita di un figlio su una madre: la desiderabilità del bambino e la capacità di adattamento al nascituro.

Supponiamo che il figlio sia desiderato e voluto. Normalmente una madre sentirà un senso di appagamento alla sua nascita, ma al contempo diambivalenza emotiva nei suoi confronti. Appagamento perché, al vedere il figlio per la prima volta, una donna si renderà conto di essere diventata davvero “madre”. Dopo mesi passati soltanto a immaginare il bambino, ecco che l’avrà lì davanti a sé, in carne e ossa! E come piange!

Ambivalenza emotiva, invece, perché una neomamma dovrà adesso adattarsi a un nuovo tipo di rapporto. Fino a poco prima della nascita, infatti, la donna viveva con il proprio figlio un rapporto intimo e privato: lo portava, ovvero, nel proprio grembo, lo sentiva parte di sé. Vederlo “fuori di sé” la scombussolerà non poco: dovrà adattarsi al percepirlo come un essere a sé stante, diverso. La neomamma dovrà, in definitiva, cambiare le priorità della sua vita: dal momento della nascita, il figlio dipenderà da lei in tutto e ogni cosa dovrà essere fatta per soddisfare le sue necessità.

Finché la donna non avrà trovato un equilibrio in questo nuovo rapporto col figlio, e non lo accetterà come “diverso da sé”, l’ambivalenza emotiva nei suoi confronti sarà inevitabile. Sembra niente, ma è proprio dal mancato adattamento alla nuova situazione, che possono generarsi molte sofferenze psicologiche. Per citartene solo alcune: depressione, sensazioni di inadeguatezza e di colpa, in certi casi addirittura trascuratezza o rifiuto totale del figlio.

“Mamma, ho bisogno di papà!”

Per capire bene la situazione del neopapà, ti propongo una metafora calcistica. E’ come se la donna fosse in campo dall’inizio alla fine della partita, mentre l’uomo è costretto a giocare solo i primi minuti, per poi stare in panchina finché la partita (la gravidanza) non sarà finita. E allora qual è il suo ruolo? Incitare! Incoraggiare! Sostenere la donna in questo suo lungo viaggio di nove mesi!

Il padre, comunque, dopo il taglio del cordone ombelicale, si inserirà a tutti gli effetti all’interno di quella relazione madre-bambino fino ad allora esclusiva. All’inizio, tuttavia, il rapporto padre-figlio, non sarà così intimo e simbiotico come quello madre-figlio. Nei primi mesi, il ruolo del padre è, in un certo senso, di supporto alla relazione madre-bambino, nella speranza di inserirsi quanto prima tra di loro.

Sarà lui, peraltro, che si occuperà delle cose pratiche, come l’iscrizione all’anagrafe, nell’attesa di trasformare la relazione madre-figlio in una relazione madre-figlio-padre, fondamentale per la crescita del bambino. Il padre giocherà in futuro, infatti, un ruolo vitale nel consentire al figlio di “separarsi” dalla madre e avviarsi, gradualmente, verso la vita adulta.

Il neopapà, di conseguenza, vive più psicologicamente, che fisicamente, la nascita di un figlio. Anche per lui, però, l’adattamento non sarà facile. Nel neopapà, non a caso, subentrano spesso sentimenti di esclusione, estraneità, persino depressione, qualora trovasse difficoltà ad abbracciare questa nuova dimensione del vivere. La nascita di un figlio rappresenta una grande ondata di emozioni e cambiamenti per la sua vita, cui a poco a poco dovrà anche lui adattarvisi.

Donna: non ti riconosco più, uomo

Stai pensando se tutto ciò di cui ti ho parlato può influenzare la vita di coppia? Enormemente! La relazione d’amore tra un uomo e una donna cambia radicalmente con la nascita di un figlio. Tutti i cambiamenti fisici, psicologici e relazionali, cioè, incideranno nella coppia che, al contempo, dovrà adattarsi anch’essa all’arrivo di un “estraneo”. Questo perché il figlio assorbirà molte delle energie e dell’attenzione sia del padre che della madre, specialmente nei primi mesi di vita.

Ci sono coppie il cui sodalizio è tale che l’adattamento alla nuova vita sarà quasi immediato. Altre, invece, avranno bisogno di un sostegno esterno, per riuscirci. Il rischio di cadere in atteggiamenti negativi, di rattristirsi in sentimenti di gelosia (più o meno coscienti) o di esclusione, è sempre dietro l’angolo. Sostegno psicologico di cui si avrà la necessità anche qualora soltanto uno dei due, padre o madre che sia, non sarà in grado di adattarsi alla nascita del figlio.

Qualsiasi evento, pertanto, potrà minare, oltre che la salute psicologica del singolo genitore, anche la salubrità della relazione uomo-donna. Per la coppia la nascita di un figlio è come essere investiti da un’ondata di novità talmente elevata, da cui è difficile ridestarsi subito. La soluzione ideale sarà trovare la strada giusta per accedere a una relazione di coppia che, al suo interno, dia il benvenuto all’immensa gioia e consapevolezza dell’aver messo al mondo un figlio.

Bibliografia

 

Marinopoulos, S. (2008). Nell’intimo delle madri: luci e ombre della maternità, Feltrinelli, Milano.

Volta, A. (2012). Mi è nato un papà: anche i padri aspettano un figlio, Feltrinelli, Milano.

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