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I no che aiutano a crescere: quando la crescita passa attraverso il divieto

Il “dire di no” è un modo che un genitore ha per far crescere e sviluppare il proprio figlio. Il “no” infatti è sinonimo di divieto, ma anche di regole e di disciplina. Porre dei limiti all’esuberanza dei bambini è talvolta fondamentale per la loro stessa crescita. La psicologa Phillips considera per questo il “no” come un vero e proprio strumento di crescita.

Tuttavia, per far sì che i no fungano da reale aiuto per la crescita, è doveroso dosarli e utilizzarli con parsimonia. Non basta, ovvero, dire di no per far crescere un bambino: bisogna comunicargli anche il significato che si cela dietro quel no. O, quantomeno, farglielo capire.

Il periodo dei no compare durante l’infanzia, intorno ai due anni, e in adolescenza. In entrambi i periodi, sotto una diversa prospettiva, iniziano i primi contrasti tra la genitorialità e i figli.

L’età dei no: l’infanzia e la genitorialità

Durante l’infanzia, il no dei genitori risponde al no dei figli. I bambini, cioè, a partire dai due anni, iniziano a utilizzare l’espressione “no!” per affermarsi e costruire la propria differenziazione. Ovviamente siamo ancora agli inizi del processo di crescita, e i no riguardano, ad esempio, il non voler andare all’asilo, il non voler fare i compiti o il non voler mangiare un determinato cibo.

Talvolta i bambini di quell’età dicono no a tutto, compreso quello che vorrebbero fare, solo per il gusto di sperimentare. Dichiarare l’indipendenza, seppur ancora illusoria, diventa un primissimo modo, così, per affermarsi e assumersi delle leggerissime responsabilità. E’ proprio per tale motivo che le proteste infantili di questa età vanno normalizzate, perché il rifiuto è spesso sinonimo di uno sviluppo mentale corretto.

Il compito dei genitori, in questa delicata fase dell’infanzia, è quello di rispondere ponendo dei limiti e dando delle regole. A quell’età, infatti, il bambino è in preda a una voglia di vivere immensa, si sente “onnipotente” e vuole a tutti i costi fare solo quello che gli piace. E come non dargli ragione!

Una genitorialità salda e responsabile, tuttavia, riesce a porre dei limiti a questa esuberanza ponendo, per l’appunto, dei “no”. Limiti che non devono essere paragonati soltanto a divieti, ma come a delle vie d’uscita per una crescita più sana. E’ come se il bambino si trovasse, a partire dai due anni, a dover percorre da solo una strada piena di bivi e deviazioni. Il compito dei genitori è dunque quello di direzionare il figlio lungo la strada corretta. E per farlo, necessariamente dovrà dire: “No, quello non si fa!”.

Si ma… quali no aiutano a crescere?

Il non dire mai di no, anziché far bene, potrebbe avere delle conseguenze negative nella crescita dei bambini. E’ chiaro, però, che anche dire sempre di no potrebbe avere delle conseguenze altrettanto negative. Rischiando di fare un gioco di parole, pertanto, occorrerebbe darsi dei limiti nel dire di no.

A tal proposito, Phillips ha elencato una serie di no che è doveroso dare ai bambini di due anni per aiutarli a crescere.

  • uno di questi è, ad esempio, il vietare ai bambini di dormire sempre in braccio alla madre: si rafforzerebbe l’idea che solo la madre è sinonimo di sicurezza e amore;
  • altro no fondamentale riguarda il non dargli sempre cibo quando il bambino piange: gli si insegnerebbe che il cibo è la panacea di tutti i mali e, nel tempo, potrebbero sorgere problemi alimentari.

Non bisogna, inoltre, andare in ansia se il bambino piange o è capriccioso. Spesso in questi casi gli si da un “contentino” per farlo stare buono. In realtà, così facendo, gli si comunica un messaggio di insicurezza, quando lui invece aveva bisogno solo di un po’ di conforto e comprensione. Finirebbe, in definitiva, per non imparare a gestirsi da solo: se i bambini, infatti, non imparano a sforzarsi per ottenere ciò che vogliono, potrebbero non sviluppare mai una sana motivazione interna.

Lo stesso, in un certo senso, vale anche per lo svezzamento. E’ importante dire di no, in questo caso, per permettere al bambino di aprirsi al mondo, e non rimanere legato in un rapporto esclusivo madre-bambino.

Per uguale motivo, altri no che aiutano a crescere sono:

  • non farlo/a dormire tutte le notti nel lettone;
  • non assecondarlo/a troppo;
  • non permettergli di ottenere sempre e subito quello che vuole.

E l’adolescenza?

Al di là dell’infanzia, è inevitabile che i no più duri e oppositivi arrivino anche in un’altra fase delicatissima della vita: l’adolescenza. In questo periodo i contrasti tra genitori e figli sono spesso molto più cruenti, e nascondono significati ben più profondi rispetto a quelli infantili.

Il desiderio di indipendenza e di autonomia nei ragazzi è infatti ben più forte, così come il significato che dietro ad essi si cela. Il no di un adolescente equivale a una ferma opposizione e affermazione della sua individuazione. Se riprendiamo l’esempio della strada di prima con tanti bivi e deviazioni, sarà più difficile, in questo caso, mantenere il ragazzo lungo la giusta via di crescita.

Difficile, ma non impossibile. Esseri bravi genitori, in tale circostanza, significa anche dire di no ai propri figli, pur lasciandoli andare. A volte sono necessarie molte sofferenze e sacrifici, ma il sorriso e la maturità che alla fine della strada il bambino-ragazzo vivrà, sarà di ineguagliabile valore!

Bibliografia

Philipps, A. (1999). I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano.

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